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Le voci dell’altro. Una rivolta indigena nelle isole Marianne.

20/06/2026

Martedì 16 giugno 2026 è morto lo storico Carlo Ginzburg, punto di riferimento importante per l’associazione storiAmestre, di cui abbiamo studiato gli scritti, cercando di praticare alcuni suoi insegnamenti:

che fare storia vuol dire andare a indagare, dal basso, come vivono le persone, cosa provano, come costruiscono il loro sogni, come si muovono in un territorio, che incontri fanno, che parole riportano a casa e di conseguenza come agiscono;

che la microstoria non è una storia minore, permette anzi di far emergere, attraverso piccoli dettagli, ciò che è stato nascosto, vinto, rimosso e di aprire a sguardi nuovi o diversi sul passato;

che il metodo storico segue un paradigma indiziario fatto di tracce, indizi, attraverso i quali si costruisce una narrazione vincolata dai documenti.

Abbiamo amato le sue narrazioni più famose: “I Benandanti” (1966), “Il formaggio e i vermi” (1976), “Storia notturna. Una decifrazione del sabba” (1998), ma anche il suo impegno civile, che lo portava a domandarsi fino alla fine: Come facciamo a sapere che qualcosa è vero? Come possiamo distinguere tra storia e propaganda?

Per questo abbiamo pensato di ricordarlo con un frammento presente nel libro “Rapporti di forza. Storia, retorica, prova”, in cui indaga il legame inscindibile tra narrazione e documentazione storica, facendo emergere la fitta rete di rapporti di forza socio-culturali. Uno dei capitoli del libro, intitolato “Le voci dell’altro. Una rivolta indigena nelle Isole Marianne“1, analizza una rivolta indigena del 1685, affrontando il problema di come gli storici debbano interpretare documenti scritti dai dominatori per far emergere la prospettiva dei sottomessi. Nel saggio, di cui riportiamo alcuni brani, Ginzburg analizza le fonti ufficiali dei gesuiti spagnoli per rintracciare e ascoltare, attraverso delle crepe, le voci e le ragioni degli indigeni, mostrando come le loro accuse, pur filtrate dalla retorica coloniale, rappresentino prove della resistenza locale e della diagnosi epidemiologica dell’impatto europeo sui territori invasi e occupati.

Carlo Ginzburg, foto di Danilo De Marco

di Carlo Ginzburg

Nella pagina che sto per citare [il gesuita] Le Gobien descrive la prima fase di una rivolta con cui gli indigeni nel 1685 cercarono, senza successo, di cacciare gli spagnoli che fin dal 1565 si erano insediati nelle Isole Marianne, l’arcipelago situato a oriente delle Filippine. Un giovane spagnolo, che era andato a fare legna nella foresta per farne delle croci, era stato ucciso in circostanze misteriose. Nella capitale di Guam, l’isola principale dell’arcipelago delle Marianne, alcuni indigeni erano stati arrestati, messi in prigione, poi rilasciati. L’atmosfera si era fatta tesa. Un nobile locale di nome Hurao aveva incitato gli indigeni con abili discorsi a rivoltarsi contro gli europei e a cacciarli dalle isole. Le parole di Hurao, riferisce Le Gobien, erano state queste:

Questi europei avrebbero fatto bene, diceva, a restare nei loro paesi. Non avevamo bisogno del loro aiuto per vivere felici. Eravamo contenti di ciò che ci davano le nostre isole, ne facevamo uso senza desiderare altro. Le conoscenze che ci hanno dato non hanno fatto altro che accrescere i nostri bisogni ed eccitare i nostri desideri. Questa gente disapprova il fatto che non siamo vestiti. Se ce ne fosse stato davvero bisogno la natura avrebbe provveduto. Perché opprimerci con degli abiti visto che si tratta di una cosa superflua? Perché impacciarci le gambe e le braccia con la scusa di coprirle? Ci trattano come gente rozza, ci considerano dei barbari. Dobbiamo credergli? Non vediamo forse che sotto pretesto di istruirci e di incivilire i nostri costumi, essi li corrompono? Non vediamo forse che ci sottraggono a quella semplicità originaria in cui vivevamo, e che finiscono col toglierci la nostra libertà, che deve essere più cara della vita? Vogliono convincerci che ci rendono felici, e molti tra voi sono così ciechi da credere alle loro parole. Ma potremmo forse nutrire simili convinzioni se ci rendessimo conto che abbiamo cominciato ad essere afflitti da guai e da malattie allorché questi stranieri sono venuti a renderci infelici e a turbare la nostra tranquillità? Prima che essi arrivassero in queste isole sapevamo forse qualcosa degli insetti che ci perseguitano così crudelmente? Conoscevamo i topi, i ratti, le mosche, le zanzare e tutti gli altri animaletti che esistono solo per tormentarci? Ecco i bei regali che ci hanno fatto, portati dalle loro macchine galleggianti! Prima che essi arrivassero qui, conoscevamo forse tossi e raffreddori? Se ci capitavano delle malattie, avevamo anche i rimedi per combatterle; essi ci portano i loro mali senza insegnarci a guarirli. E’stata la nostra cupidigia a perderci, è stato lo sciagurato desiderio di possedere oggetti di ferro e simili sciocchezze, che solo la nostra brama rende preziose. Ci rimproverano la nostra povertà, la nostra ignoranza, la nostra goffaggine. Ma se siamo così poveri come dicono, che cosa vengono a cercare tra noi? Credetemi, se non avessero bisogno di noi, non si esporrebbero (come invece fanno) a tanti pericoli, non farebbero tanti sforzi per insediarsi in mezzo a noi.[…]

L’eloquenza del discorso di Hurao (uno tra i molti inclusi nell’Histoire di Le Gobien) è innegabile. Settant’anni dopo, come è stato ragionevolmente supposto, esso venne riecheggiato nel discorso pronunciato dal vecchio indigeno nel Supplement au voyage de Bouganville di Diderot. Il lettore di oggi avrà forse l’impressione di trovarsi di fronte a un’anticipazione di testi molto più recenti che denunciano l’imperialismo culturale europeo. Ma lo stesso lettore darà per scontate due cose: da un lato che un testo così elaborato come quello di Le Gobien non può essere accolto come un resoconto fedele di un discorso realmente pronunciato; dall’altro che l’inclusione di un discorso del genere in un’opera storiografica sarebbe oggi del tutto fuori luogo, se non addirittura assurda. Qual era l’atteggiamento di fronte a questi temi attorno all’anno 1700?[…]

[ Nota di redazione: Carlo Ginzburg prosegue illustrando i modelli retorici del testo di Le Gobien, in particolare il De coniuratione Catilinae di Sallustio e ricordando l’atteggiamento proto etnografico, largamente documentato nelle lettere che i gesuiti inviavano dalle loro missioni in Asia e nelle Americhe e che giustificava la loro strategia missionaria, basata sul principio religioso dell’adattamento ai riti locali. Ritorna poi sul testo di Le Gobien, per evidenziare un dettaglio significativo, cioè una nota di commento alle parole di Hurau su topi, insetti e malattie]

Ed ecco la nota di le Gauguin:

si fa fatica a credere che gli abitanti di queste isole non fossero soggetti a tossi e raffreddori e che non esistessero insetti nelle loro isole prima dell’arrivo degli Spagnoli. E’ certo però che questi barbari incolpano di tutto ciò gli spagnoli, e spesso li hanno rimproverati per questo motivo.

Al di sotto della levigata superficie retorica della narrazione di Le Gobien avvertiamo finalmente una voce diversa, una voce dissonante, non addomesticata, una voce estranea che proviene da un luogo situato al di fuori del testo. Questa prova interna è confermata da una testimonianza esterna. Finora mi sono astenuto dall’esaminare le fonti della narrazione di Le Gobien. Egli non si recò mai nelle isole Marianne. Oltre a un’opera di Francisco Garcia intitolata Vida y Martirio de el venerable padre Diego Luis de Sanvitores, de la compaňìa de Iesus, primer apostol de las islas Marianas, pubblicata a Madrid nel 1683, Le Gobien fece anche uso delle lettere inviate ogni anno dai gesuiti della Provincia delle Filippine. Da esse egli trasse i particolari della rivolta indigena, tra cui un accenno a “un gran personaggio chiamato Hurao”, imprigionato perché era stato uno dei maggiori istigatori dei tumulti e poi rilasciato. Su di lui, nelle lettere inviate dai padri gesuiti, non c’è altro. In esse si parla invece della credenza degli indigeni che “topi, mosche, zanzare e ogni sorta di malattie siano state portate dalle navi che sbarcano nelle isole”.

Le Gobien, come si è visto, si faceva beffe di questa credenza. Oggi gli ecologi hanno l’aria di divertirsi un po’ meno. «I topi si propagano […] secondo una stima che è stata fatta, al ritmo di sei o sette invasioni di isole all’anno, ogni anno a partire dal 1841» si leggeva nel « Los Angeles Times» del 17 maggio 1993.

Gli scienziati federali affermano che grazie al commercio, alla pesca, all’esplorazione e alla manovre militari, abbiamo diffuso i topi nell’82% delle isole sparse sul globo terracqueo.

Analizzare le strategie di un autore dietro le mura protettive di un unico testo sarebbe stato, in un certo senso, rassicurante. […] Ma i testi hanno delle crepe. Dalla crepa che ho indicato esce qualcosa di inaspettato: gli eserciti dei topi che invadono il mondo, l’altra faccia della nostra civiltà.

NOTA

1Carlo Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Quodlibet 2022, cap. 3. Le voci dell’altro. Una rivolta indigena nelle isole Marianne. Passi da p. 91 a p.114.

Archiviato in:Senza categoria Contrassegnato con: pagine scelte, storiografia

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Domenico Canciani dice

    23/06/2026 alle 16:09

    Carlo Ginzburg ci ha dato tanto e gliene saremo sempre grati.
    Negli anni in cui ci occupavamo di storie, di culture popolari, nel Gruppo Nazionale di Antropologia Culturale del Movimento di Cooperazione Educativa con Paola Falteri dell’Istituto di Etnologia Università di Perugia, abbiamo letto i primi suoi libri che ci hanno aperto le porte di storie popolari, sconosciute, negate, e che lui ha saputo riportare alla luce insegnandoci l’importanza della microstoria, fatti e metodi.
    Il formaggio e i vermi, narra la storia del Mugnaio di Montereale Valcellina, Menocchio, accusato di stregoneria perché artefice di un’idea di creazione del mondo che potremo definire “naturalistica”..
    Ne I benandanti, a partire dalle carte di un processo per stregoneria, si apre il sipario su credenze e culti agrari di epoche lontane, e si scoprono “i nati con la camicia”: stregoni buoni, appunto benandanti, che lottavano per i raccolti, ma venivano assimilati ad eretici, e imprigionati, torturati, condannati al rogo.
    Quegli insegnamenti abbiamo cercato di portarli a scuola, ci hanno insegnato a ricercare nei nostri contesti anche ciò che non è immediatamente visibile, a stabilire connessioni, … e non abbiamo più smesso di guardare alla realtà cercando indizi nascosti.
    Grazie Carlo Ginzburg, per noi un maestro.

  2. Gianfranco Bonesso dice

    23/06/2026 alle 15:56

    Sono stato fortunato perché all’università di Venezia, Lettere e Storia, ho avuto la fortuna di studiare e fare esami sui suoi libri appena usciti, dal 1980 in poi, a parte i Benandanti, usciti prima. Ben tre esami e parecchi libri oltre che il famoso articolo su Ombre Rosse, Spie.Paradigmi. Erano anni particolari in cui si fece pure uno spettacolo memorabile, i Benandanti, nel parco di Villa Ceresa a Mestre. Lo ricordo ancora, pensate nel 1980!!! Ho avuto la fortuna di avere questo imprinting culturale e non posso che considerare Ginzburg un maestro, di conoscenza e di sguardo sul mondo. Qualche anno dopo ho incontrato l’antropologia e mi viene da pensare che era stato lui ad aprirmi la strada/la mente a tutte le possibili vie di conoscenza. Poi l’abbiamo sentito oltre che alla radio, anche nei molti convegni, ma soprattutto in qualche conversazione con gli studenti di Storia a Santa Maria del Giglio o a San Sebastiano; all’epoca si usavano queste conferenze/ conversazioni, forse meno ingessate di adesso, o forse eravamo noi un pò così.

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