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Mestre Bella: alle origini di un progetto di città

26/09/2026

Riceviamo e con grande interesse pubblichiamo l’intervento di Anna Forte Zorzetto  che approfondisce la ricerca dell’associazione sulla figura di Gaetano Zorzetto e sul suo progetto politico.

Il 28 maggio 2025, in occasione del convegno organizzato per ricordare Gaetano Zorzetto a trent’anni dalla morte1, la nostra socia Cate Minosso raccolse i contributi dei numerosi partecipanti e l’11 dicembre 2025, nel corso del suo intervento all’assemblea straordinaria di storiaAmestre, provò a restituire una visione complessiva del pensiero e dell’attività di Zorzetto, cercando un filo in grado di unire quelle testimonianze e i suoi ricordi e sensazioni. La riunione fu molto partecipata e diversi soci portarono le loro personali esperienze delle innumerevoli occasioni di relazione in ambito politico, sociale o lavorativo con Gaetano, confermando come la sua visione sia tutt’ora attuale, anche se purtroppo persiste un’inattesa difficoltà di accedere agli archivi e ricostruirne scientificamente il lavoro. Fra le idee a lui più care vi era quella della «Mestre bella».

La stessa espressione fu ripresa dal neoeletto sindaco di Venezia Simone Venturini in un’intervista ai quotidiani poco dopo il suo insediamento il 29 maggio 2026, ma con un significato che sembrava stravolgere buona parte di ciò che Zorzetto aveva voluto esprimere, tanto da indurre la nostra socia Monica Coin a replicare con un suo intervento sul sito di storiAmestre.

Da qui l’invito ad Anna Forte Zorzetto, vedova di Gaetano e costante sostenitrice della sua attività, a ricostruire in modo articolato e documentato il significato autentico di quella visione: che cosa intendesse davvero Gaetano quando parlava di «Mestre bella». Ringraziamo Anna per questo contributo che sarà sicuramente un nuovo stimolo alla ricerca storica del periodo e per il ricco apparato di note documentarie.

Gaetano Zorzetto

di Anna Forte Zorzetto

Il ritorno di «Mestre Bella»

Nel luglio 2026, presentando due interventi di edilizia residenziale privata a Mestre, il sindaco di Venezia, Simone Venturini, ha riproposto l’espressione «Mestre Bella». L’obiettivo dichiarato è quello di una città capace di attrarre investimenti e nuovi residenti, anche attraverso «architetture di pregio»2. La ripresa di quella formula offre l’occasione per interrogarsi sul suo significato originario. «Mestre Bella» era infatti un’espressione entrata nel linguaggio politico e urbanistico della città molti anni prima e associata alla figura di Gaetano Zorzetto3. Ricostruirne il significato richiede di risalire alle idee e alle esperienze attraverso le quali quella formula si era progressivamente definita, e alle trasformazioni urbane che ne avevano costituito la traduzione concreta. La questione riguarda dunque il modo in cui, fra gli anni Settanta e Novanta, alcuni amministratori, tecnici, studiosi e cittadini pensarono la possibilità di costruire una diversa qualità urbana per Mestre. È in questo percorso che «Mestre Bella» acquista il suo significato storico.

«Mestre Bella»

Per capire che cosa Gaetano Zorzetto intendesse con «Mestre Bella» conviene partire dalla testimonianza dell’architetto Guido Zordan, pronunciata il 30 maggio 2005, nel decennale della morte di Zorzetto4.

Nella ricostruzione di Zordan, «Mestre Bella» non si riferisce alla qualità estetica dei luoghi, cioè al solo abbellimento degli spazi cittadini, ma assume senso nella ricerca, attraverso la forma della città, di una migliore qualità di vita per i cittadini. Questa definizione chiarisce che «Mestre Bella» non riguardava il semplice abbellimento della città, ma una concezione della qualità urbana fondata sulle relazioni fra spazi pubblici, servizi, verde e diverse parti della città. La bellezza urbana era legata alla capacità di dare forma e connessione a una città cresciuta rapidamente, la cui espansione novecentesca aveva reso difficile riconoscere una struttura urbana unitaria5. Il problema riguardava dunque insieme gli spazi pubblici, i servizi, il verde, il centro cittadino e le relazioni fra le diverse parti della terraferma. In questa concezione, il verde diventava strategico ed assumeva una funzione particolare: «Il verde in sostanza», scrive Zordan, «veniva inteso non come dotazione, aggiunta e a sé stante, ma come elemento che aggrega servizi e che struttura le relazioni a scala urbana»6.

Questo racconto trova un riscontro nella ricostruzione storica di Sergio Barizza. Nel suo studio sulla città del Novecento, Barizza ricostruisce la difficoltà di Mestre nel costruire una propria identità urbana nel corso della grande espansione novecentesca. La crescita legata all’industrializzazione e all’incremento demografico aveva profondamente modificato la città, ponendo il problema di dare forma a una struttura urbana capace di tenere insieme le diverse parti del territorio. Nel percorso ricostruito da Barizza, piazza Ferretto assume un ruolo centrale nella definizione di una nuova struttura urbana, mentre il sistema dei parchi e il rapporto con la laguna vengono progressivamente assunti come componenti di una più ampia organizzazione della città.

È quindi significativo che, nella stessa ricostruzione, Barizza riporti una dichiarazione di Zorzetto, rilasciata poco prima della sua morte, nella quale Mestre viene definita una città «controversa, amata, denigrata e unica nella sua straordinaria condizione anfibia tra campagna e laguna»7. La definizione è successiva alla creazione dell’espressione «Mestre Bella», ma illumina uno dei presupposti della concezione di città che quella formula avrebbe finito per esprimere: l’identità di Mestre doveva essere cercata nella particolare configurazione territoriale della terraferma veneziana, nelle sue relazioni con la campagna e con la laguna.

Una ricostruzione pubblicata da storiAmestre, definisce «Mestre Bella» lo slogan programmatico lanciato da Zorzetto e colloca nella pedonalizzazione di piazza Ferretto del 1985 uno dei primi passaggi di quel processo, seguito negli anni successivi dal progetto di riqualificazione di Guido Zordan8.

«Mestre Bella» come una formula politica e urbanistica che riassumeva una precisa concezione della città. Il suo contenuto si chiarisce seguendo il lavoro che, negli anni successivi, venne condotto sui diversi elementi della struttura urbana: il centro e gli spazi pubblici, il verde, i sistemi ambientali, il rapporto con la laguna. È attraverso questo percorso di conoscenza, progettazione e trasformazione urbana che l’espressione «Mestre Bella» acquista progressivamente un contenuto concreto.

La costruzione di un’idea di città

La definizione di «Mestre Bella» si forma dentro un percorso di riflessione sulla città che prende corpo negli anni Settanta e prosegue fino a metà anni Ottanta. Mestre è ormai una città estesa e complessa, cresciuta rapidamente insieme all’industrializzazione di Porto Marghera e all’espansione demografica. Il «Progetto Mestre», elaborato alla fine degli anni Settanta a partire dal Piano-programma 1977/80 della giunta guidata da Mario Rigo, proponeva una politica di riqualificazione della terraferma fondata sul rafforzamento dei servizi, degli spazi pubblici, delle attrezzature culturali e del verde e sulla costruzione di relazioni fra le diverse parti della città. Il progetto considerava Mestre una città da strutturare e qualificare, attraverso interventi materiali e una più ampia partecipazione alla vita urbana, superando la condizione di periferia rispetto a Venezia9.

Il problema urbano viene posto in termini di struttura, servizi, spazi pubblici e qualità della vita. Il «Progetto Mestre» mette in relazione interventi diversi e propone di coinvolgere istituzioni, quartieri, associazioni e altri soggetti della vita cittadina nella definizione delle nuove strutture e del loro uso.

In questo quadro il verde comincia a essere considerato come una componente della struttura urbana. La Bissuola è uno dei luoghi nei quali questa impostazione prende forma concretamente. Nel febbraio 1979 il Consiglio comunale approva all’unanimità il progetto generale del parco pubblico e delle attrezzature sportive della Bissuola; nella stessa seduta vengono portati all’approvazione il centro civico di Carpenedo-Bissuola e la Casa della cultura presso piazza Ferretto, oggi Centro Candiani.

Cristina Renzoni individua in questi tre interventi alcune delle azioni di medio periodo attraverso le quali, nella seconda metà degli anni Settanta, si cerca di costruire qualità urbana nell’«agglomerato mestrino», attraverso dotazioni pubbliche destinate alla partecipazione civile, allo sport, alle attività ricreative e alla cultura. È una stagione nella quale le politiche urbane per la terraferma cominciano a spostare l’attenzione dalla crescita quantitativa alla qualità della città10.

Negli anni Ottanta questa attenzione alla città esistente si accompagna a una nuova cultura della conoscenza urbana. Giorgio Sarto e Stefano Boato, nell’esperienza dell’Istituto per geometri Massari, lavorano con gli studenti alla lettura storica, urbanistica ed edilizia dei quartieri mestrini. La ricerca su Altobello, pubblicata dal Comune nel 1982, è un esempio particolarmente significativo: lo studio delle trasformazioni del quartiere e delle sue preesistenze produce una proposta di recupero e porta nel dibattito pubblico una parte della città fino ad allora poco considerata nella costruzione della sua immagine urbana11.

La ricerca esce dalla scuola e diventa parte di un lavoro più ampio di discussione e partecipazione. Sarto e Boato sono tra i protagonisti di Urbanistica Democratica e partecipano sistematicamente alle commissioni urbanistiche dei consigli di quartiere. Nel 1986 descrivono questo lavoro come un modo per conoscere progressivamente il «polso» dei problemi della città, mettere in comune conoscenze e proposte provenienti dai diversi quartieri e arrivare a indicazioni organiche per Mestre. La conoscenza del territorio viene così collegata alle «scelte di base per riqualificare Mestre» e alla formazione del nuovo piano regolatore12.

La stessa impostazione emerge nel lavoro di Sarto sui segni storici della città. Nel 1987, a proposito di Altobello, egli insiste sulla necessità di una «ampia strategia di recupero e di riqualificazione per tutta Mestre». Il punto è riconoscere nella città esistente elementi, tracce e relazioni che possono diventare materia della trasformazione. È una concezione che allarga il campo dell’urbanistica: la qualità urbana dipende anche dalla capacità di leggere ciò che già esiste e di costruire, a partire da quella conoscenza, nuove relazioni fra le parti della città13.

Accanto alla ricerca urbanistica cresce una mobilitazione che investe direttamente lo spazio pubblico. Nei primi anni Ottanta il movimento dei ciclisti, animato tra gli altri da Michele Boato, porta nelle strade la richiesta di piste ciclabili e di spazi pedonali. Le bici-festazioni iniziano nel 1984 e coinvolgono anche piazza Ferretto, dove le biciclette interrompono il traffico automobilistico. La pedonalizzazione della piazza, avviata nella seconda metà degli anni Ottanta, è uno degli esiti più visibili di quella stagione e mostra come la domanda di una diversa qualità urbana passi anche attraverso iniziative collettive capaci di modificare l’uso dello spazio pubblico14.

È dentro questa cultura urbana — fatta di conoscenza della città, discussione pubblica, tutela delle preesistenze, mobilità sostenibile e nuova attenzione al verde — che l’idea di «Mestre Bella» può assumere un contenuto più preciso. La testimonianza di Guido Zordan del 2005 ricorda infatti che il verde veniva pensato come «elemento che aggrega servizi e che struttura le relazioni a scala urbana». Il verde, gli spazi pubblici, i servizi e le diverse parti della città vengono così letti come elementi di un unico problema: dare a Mestre una struttura urbana riconoscibile e capace di produrre qualità della vita15.

Mestre è una città anfibia

Il rapporto con la laguna è uno degli elementi attraverso i quali Gaetano Zorzetto definisce progressivamente una diversa idea di Mestre. Nel testo scritto per la presentazione del progetto di San Giuliano nel 1995, Zorzetto ricostruisce un percorso che risale agli anni Settanta: l’obiettivo era salvaguardare l’ultimo corridoio ancora libero fra la città e la laguna e impedire che l’area di San Giuliano venisse progressivamente occupata da nuove infrastrutture e insediamenti. Nel corso degli anni erano state infatti avanzate diverse ipotesi per quell’area, dal terminale turistico al campeggio, dall’autodromo allo stadio. La scelta di destinare San Giuliano a parco rappresentava quindi anche una scelta urbanistica: sottrarre quel territorio alla pressione della trasformazione e conservarne la funzione di relazione fra Mestre e la laguna16.

Il progetto si inserisce in una visione territoriale più ampia. Zorzetto considera il percorso che da piazza Barche, attraverso il Canal Salso e l’Osellino, raggiunge la gronda lagunare come un sistema capace di ricucire la città con l’acqua. Nel suo disegno, il Canal Salso può tornare a essere la darsena di Mestre, Forte Marghera un luogo per il tempo libero e San Giuliano la grande «porta» della città sulla laguna. Non si tratta quindi della sistemazione isolata di un’area degradata, ma della costruzione di un sistema di spazi pubblici capace di modificare il rapporto fra Mestre, Venezia e il territorio lagunare17.

San Giuliano viene pensato anche come progetto sociale di area: un grande spazio pubblico destinato allo svago, allo sport e alla cultura, capace di offrire alla popolazione della terraferma un luogo di uso collettivo e, insieme, di restituire a Mestre il rapporto con l’acqua. Nel progetto vincitore del concorso, queste funzioni sono organizzate attraverso percorsi pedonali e un sistema del verde che collega le diverse parti dell’area, con l’obiettivo di ridurre il peso del traffico veicolare e di eliminare le separazioni fisiche e percettive fra Mestre, Venezia e la laguna18.

A questa dimensione sociale si sovrappone quella ambientale. San Giuliano era un’area profondamente degradata, interessata dall’accumulo di fanghi industriali e rifiuti e dai processi di alterazione dell’ambiente lagunare. La bonifica diventa quindi parte integrante del progetto: risanare il territorio significa creare le condizioni per un nuovo uso pubblico e, contemporaneamente, intervenire sul bordo lagunare attraverso il ripristino delle sue condizioni ecologiche. La bonifica dell’ambiente e il ripristino dell’ecologia marina vengono così assunti come avvio di una politica di conservazione e salvaguardia dell’habitat lagunare19.

Il concorso internazionale «Un parco per San Giuliano», bandito dal Comune nel 1990, porta questa elaborazione a una scala progettuale nuova. Il concorso riguarda il sistema per il tempo libero di San Giuliano, Forte Marghera e Cavergnaghi. Il progetto vincitore è quello del gruppo guidato da Antonio Di Mambro; secondo classificato è il progetto di Guido Zordan20.

La proposta di Zordan è particolarmente significativa per la cultura urbanistica che aveva accompagnato la costruzione dell’idea di Mestre Bella. Il progetto viene apprezzato per la sobrietà dell’intervento e per l’equilibrio ricercato fra le presenze infrastrutturali ed edilizie e le acque dolci e salate. Una parte importante della proposta riguarda inoltre la ricostruzione delle barene, concepita come occasione per un laboratorio di ricerca scientifica sull’ambiente lagunare. Il confronto fra i due progetti mostra come San Giuliano venga pensato come un territorio nel quale urbanistica, paesaggio e ambiente lagunare devono trovare un nuovo equilibrio21.

Il progetto di Di Mambro viene successivamente sviluppato nel Piano Guida del Parco di San Giuliano, elaborato nel 1994 e approvato dal Consiglio comunale nel 1996. L’area considerata dal Piano Guida raggiunge circa 700 ettari, comprendendo terra, canali, barene e laguna, oltre a Forte Marghera. La scala territoriale dell’intervento rende evidente che San Giuliano è concepito come un disegno complessivo di trasformazione del margine fra la città e la laguna22.

Anche la dimensione finanziaria corrisponde alla scala dell’operazione. Il progetto viene inserito fra le proposte italiane ammesse a contributo europeo e si colloca nel quadro degli interventi sostenuti dalla Legge speciale per Venezia per la salvaguardia e il risanamento del territorio lagunare. La possibilità di utilizzare risorse straordinarie rende concretamente praticabile un intervento che, per dimensioni e complessità, eccede la normale capacità di investimento dell’amministrazione comunale23.

San Giuliano diventa così il punto nel quale convergono alcuni dei temi che avevano alimentato per decenni la riflessione sulla città: la difesa del territorio dalla pressione edilizia, il recupero ambientale, la costruzione di grandi spazi pubblici per la popolazione, la possibilità di praticare sport e attività culturali e soprattutto la restituzione a Mestre del rapporto con l’acqua. La condizione di città anfibia, fra terraferma e laguna, diventa qui materia di progetto24.

È in questa trasformazione che «Mestre Bella» acquista uno dei suoi significati più compiuti: una città capace di recuperare territori degradati, sottrarli alla pressione edificatoria, restituirli all’uso collettivo e ricostruire attraverso di essi il rapporto con la laguna. San Giuliano rende concreta un’idea di bellezza urbana che coincide con la qualità dello spazio pubblico, con il risanamento dell’ambiente e con la possibilità per la città di riconoscersi nel proprio territorio25.

Dall’idea alla trasformazione della città

L’idea di «Mestre Bella» entra nella fase della realizzazione attraverso una serie di passaggi amministrativi, progettuali e finanziari. La qualità urbana – che negli anni Settanta e Ottanta era stata discussa in termini di struttura della città, spazi pubblici, verde e rapporto con la laguna – deve trovare strumenti capaci di tradurla in opere. In questa fase il ruolo dell’amministrazione è decisivo: assumere gli obiettivi, individuare le aree, affidare i progetti, costruire le condizioni finanziarie e coordinare soggetti e competenze diverse. È attraverso questa sequenza che una concezione della città diventa trasformazione fisica.

La vicenda dei diversi progetti mestrini mostra una distinzione necessaria fra l’elaborazione di un’idea urbana e la sua attuazione. Un progetto può essere discusso per anni prima di diventare una decisione amministrativa; la decisione deve poi essere tradotta in strumenti urbanistici, incarichi professionali, acquisizioni o accordi, finanziamenti e cantieri. Nel caso di «Mestre Bella», questa capacità di costruire le condizioni della trasformazione costituisce una parte essenziale dell’azione politica di Zorzetto.

La sequenza è evidente nei progetti che riguardano il centro, il sistema Canal Salso-San Giuliano e il Bosco. L’amministrazione interviene su aree e problemi diversi, ma secondo una logica che tende a ricomporli dentro una visione territoriale. Il valore di questi interventi sta anche nella loro capacità di produrre relazioni: fra centro e quartieri, fra terraferma e acqua, fra città consolidata e margini agricoli, fra uso sociale degli spazi e risanamento ambientale.

Piazza Ferretto: restituire un centro alla città

Piazza Ferretto costituisce uno dei primi luoghi nei quali la domanda di una diversa qualità urbana diventa trasformazione dello spazio pubblico. La pedonalizzazione, avviata nel 1985 dopo la mobilitazione che aveva portato in piazza le iniziative dei ciclisti, modifica l’uso del centro e rende visibile una diversa idea dello spazio urbano. La piazza viene così sottratta al traffico e restituita alla permanenza, all’incontro e alle attività della città26.

La riqualificazione progettuale in seguito matura in dentro il lavoro sul centro storico. Barizza ricorda che, dopo circa quindici anni, il progetto viene affidato a un gruppo di quattro architetti: Guido Zordan, Bernhard Winkler, Roberto D’Agostino e Giorgio Sarto. Il lavoro comprende anche le proposte relative ai nuclei minori della terraferma; successivamente Zordan sviluppa il progetto esecutivo della piazza, realizzato fra il 1995 e il 199727.

La vicenda della piazza è importante perché mostra il passaggio dalla mobilitazione per uno spazio pubblico diverso, alla costruzione di un progetto urbano. Piazza Ferretto acquista un ruolo nella struttura della città proprio perché viene messa in relazione con le altre componenti del centro e con il sistema degli spazi aperti e dei servizi. La trasformazione fisica della piazza diventa così parte di un lavoro più ampio sulla riconoscibilità del centro di Mestre.

Canal Salso: ricostruire il rapporto fra Mestre e l’acqua

Il passaggio successivo riguarda il rapporto fra il centro e l’acqua. Piazza Barche e il Canal Salso costituiscono il punto nel quale questa relazione è più evidente: il canale arriva nel cuore della città e conserva il segno della connessione storica fra Mestre e la laguna. Nella ricostruzione di Zorzetto, il percorso che da piazza Barche segue il Canal Salso e l’Osellino fino a San Giuliano costituisce il corridoio attraverso il quale Mestre può tornare a riconoscere il proprio rapporto con la laguna28.

Il Canal Salso assume quindi una funzione urbana più ampia della semplice riqualificazione delle sue rive. È parte di un sistema di spazi pubblici che collega il centro, il Forte Marghera, San Giuliano e il margine lagunare. La darsena di piazza Barche, il canale e i percorsi verso San Giuliano possono essere letti come elementi di una stessa struttura territoriale, nella quale l’acqua torna a essere una componente della città.

Questa impostazione riprende il filo del «Progetto Mestre» e della riflessione sulla città anfibia: il rapporto con la laguna non è un tema separato dalla riqualificazione urbana, perché riguarda la forma stessa della terraferma veneziana. La costruzione delle condizioni amministrative per San Giuliano e per il sistema dei parchi rende progressivamente operativa questa visione.

San Giuliano: dall’area degradata al parco

L’area di San Giuliano era stata sottoposta per decenni a usi incompatibili, favoriti dalla sua posizione di cerniera sul margine lagunare, diventando area di travaso di rifiuti e materiali industriali. La scelta di sottrarla alla pressione di nuovi insediamenti e di destinarla a un grande spazio pubblico sostanzia perciò anche una coraggiosa politica di risanamento ambientale. Zorzetto ricostruisce questa vicenda come una lunga battaglia contro diverse ipotesi di utilizzazione dell’area e individua nella scelta del parco il modo di restituire a Mestre il suo affaccio risanato sulla laguna29.

Il concorso internazionale «Un parco per San Giuliano», bandito dal comune di Venezia nel 1990, porta questa elaborazione sul piano progettuale. Il progetto vincitore organizza l’area come grande spazio sociale destinato e un sistema del verde capaci di ridurre il peso del traffico e di ricomporre le separazioni fra Mestre, Venezia e la laguna30.

La dimensione sociale è inseparabile da quella ambientale. La bonifica del sito e il ripristino dell’ecologia marina vengono assunti come avvio di una politica di conservazione e salvaguardia dell’habitat lagunare31. Questa tensione che abita il dibattito cittadino, è palpabile nel progetto di Zordan, secondo classificato, che attribuisce alla ricostruzione delle barene centralità nel disegno, nonché occasione per un laboratorio di ricerca scientifica sull’ambiente lagunare32.

Nel 1994 il progetto vincitore viene sviluppato nel Piano Guida, approvato del Consiglio comunale nel 1996. L’area considerata raggiunge circa 700 ettari, comprendendo terreni, canali, barene e laguna, oltre a Forte Marghera. Il Comune definisce successivamente le priorità di attuazione in rapporto alle urgenze politico-amministrative, alle disponibilità finanziarie e all’assetto proprietario33. La scala dell’operazione mostra come il progetto di San Giuliano sia ormai diventato un disegno complessivo del margine fra città e laguna.

Anche la dimensione finanziaria corrisponde a questa scala. Il progetto viene inserito fra le proposte italiane ammesse a contributo europeo e si colloca nel quadro degli interventi sostenuti dalla Legge speciale per Venezia per la salvaguardia e il risanamento del territorio lagunare34. L’attuazione richiede quindi l’incontro fra una scelta politica locale, strumenti urbanistici, risorse straordinarie e una pluralità di soggetti pubblici.

Il Bosco di Mestre: la città che continua a costruirsi

La vicenda del Bosco porta la riflessione sulla qualità urbana oltre i confini della città costruita. Negli anni in cui si rafforza la politica di salvaguardia della laguna, l’Azienda Regionale delle Foreste promuove nella pianura veneta il ritorno dei boschi planiziali, considerati anche per le loro funzioni ambientali e depurative. La riforestazione viene così inserita in una strategia territoriale nella quale la ricostruzione degli ecosistemi, la protezione dei corsi d’acqua e la riduzione dei carichi inquinanti verso la laguna concorrono al risanamento del bacino scolante35.

È dentro questo quadro che Zorzetto assume il Bosco come progetto politico e territoriale. In qualità di consigliere dell’Azienda Regionale delle Foreste cerca la collaborazione di Ettore Bonalberti, direttore generale dell’Azienda, che sostiene il progetto sul piano tecnico e scientifico. Zorzetto porta quindi la proposta nella dimensione amministrativa: nel 1990, come assessore al Verde Pubblico, la presenta alla Giunta e alla città. Il progetto generale viene approvato dalla Giunta il 30 novembre 1990, dopo essere stato presentato a Ca’ Farsetti il 27 marzo dello stesso anno36.

Nel 1991 la Regione assegna risorse per la valorizzazione ambientale delle aree periferiche orientali di Mestre, comprendenti opere di rimboschimento finalizzate alla realizzazione della prima parte del Bosco, affidate all’Azienda Regionale delle Foreste. La deliberazione regionale indica per questo intervento 1.549.370,70 euro, corrispondenti a circa tre miliardi di lire37. Nello stesso anno il Bosco entra nel quadro della pianificazione territoriale regionale attraverso il PALAV. La forestazione assume così un rilievo che riguarda insieme i margini urbani, le aree agricole e il sistema ambientale della laguna.

La riforestazione va intesa in questo contesto come una componente della politica di risanamento territoriale. Il bosco contribuisce alla regolazione delle acque, alla protezione dei corsi d’acqua, alla ricostruzione degli habitat e alla riduzione dei carichi inquinanti; le opere di rimboschimento si affiancano quindi alle specifiche attività di bonifica e di fitodepurazione. La documentazione regionale collega infatti il Bosco anche a interventi di fitodepurazione e alla ricostruzione di aree umide nel bacino del Dese38.

Il progetto del Bosco rende particolarmente evidente la relazione fra «Mestre Bella» e una concezione territoriale della città. La qualità urbana comprende anche i margini agricoli, i corsi d’acqua, la continuità ecologica e la capacità della terraferma di contribuire alla salvaguardia della laguna. La città continua a costruirsi attraverso il recupero e la trasformazione dei territori che la circondano.

Partecipazione e ascolto del territorio

«Mestre Bella» implicava una precisa idea del rapporto fra città e amministrazione: amministrare voleva dire prioritariamente conoscere il territorio, ascoltare chi lo abita, raccogliere competenze e proposte, costruire attraverso il confronto le priorità della trasformazione urbana. La partecipazione di cittadini, associazioni e quartieri aveva quindi un ruolo centrale nel modo di concepire e realizzare le trasformazioni della città. Negli anni Ottanta, l’esperienza di Urbanistica Democratica aveva mostrato la possibilità di raccogliere conoscenze e proposte provenienti dai diversi quartieri e di portarle dentro le commissioni urbanistiche39.

Zorzetto porta dentro l’esperienza amministrativa questa attenzione all’ascolto del territorio, favorendo da assessore dapprima all’Ecologia e poi all’Ambiente la costituzione di gruppi di lavoro e il coinvolgimento di cittadini, esperti e associazioni nelle discussioni promosse dalle commissioni comunali. Nel suo discorso del 2005, Guido Zordan richiama questo tratto dell’esperienza politica di Zorzetto, legando la partecipazione alla conoscenza dei problemi della città e alla ricerca condivisa delle soluzioni¹⁵.

Ascolto e partecipazione avevano dunque una funzione concreta nelle politiche urbane: contribuivano a costruire il progetto urbano e collegavano la conoscenza del territorio alla possibilità di trasformare un’idea di città in decisioni amministrative, progetti e interventi.

Centro, Canal Salso, San Giuliano e Bosco mostrano scale diverse di questa trasformazione. La piazza interviene sul cuore urbano e sulla possibilità di riconoscere un centro; il Canal Salso riapre la relazione fra questo centro e l’acqua; San Giuliano trasforma il margine lagunare, sottraendolo alla pressione insediativa e restituendolo a un uso pubblico legato allo svago, allo sport e alla cultura; il Bosco estende la stessa logica oltre la città costruita, assumendo la campagna, i corsi d’acqua e il sistema ambientale come parti della politica urbana. La loro continuità sta nella costruzione di relazioni: fra le parti della città, fra città e territorio, fra uso sociale dello spazio e risanamento ambientale.

È qui che «Mestre Bella» si definisce come un progetto urbano e politico insieme: un’idea di città che prende forma attraverso scelte pubbliche, risorse, progetti, partecipazione, e che misura la qualità della trasformazione nella capacità di restituire senso e uso collettivo agli spazi della città.

«Mestre Bella» oggi

Riproporre oggi l’espressione «Mestre Bella» significa misurarsi con il significato che essa ha assunto nella storia recente di Mestre. Il percorso ricostruito fin qui mostra che quella formula indicava una concezione della città nella quale la qualità della vita dipendeva dalla forma urbana, dalla relazione fra centro e quartieri, dalla presenza del verde e degli spazi pubblici, dal rapporto con l’acqua e con la laguna.

La sua costruzione passava attraverso la conoscenza del territorio e attraverso il confronto fra amministrazione, tecnici, associazioni e cittadini.

Mestre è oggi una città profondamente diversa. È cambiata la sua struttura urbana, sono cambiate le condizioni ambientali e sociali, sono comparsi problemi che allora non avevano l’urgenza attuale: il cambiamento climatico, gli allagamenti, la qualità del suolo e dell’aria, le aree dismesse, la questione abitativa, il lavoro. È cambiata anche la composizione sociale e culturale della popolazione, con la presenza ormai strutturale di nuove comunità di cittadini con background migratorio.

Al tempo stesso la città deve confrontarsi con la capacità di trattenere le generazioni più giovani nella fase della transizione verso il lavoro, l’autonomia abitativa e la formazione della famiglia. Nel 2025, dalla Municipalità di Mestre-Carpenedo, sono stati cancellati dall’anagrafe per trasferimento 674 residenti tra i 20 e i 34 anni; 99 di questi si sono trasferiti all’estero. Nella fascia 25-34 anni gli emigrati sono stati 573, di cui 75 verso l’estero40. È cambiato, quindi, anche ciò che oggi significa qualità della vita urbana e la capacità della città di offrire ai giovani condizioni per studiare, lavorare, abitare e costruire qui il proprio futuro41.

Per affrontare questi problemi occorre entrare in sintonia con gruppi sociali diversi e mettere in atto forme di ascolto e partecipazione capaci di individuare bisogni e possibili soluzioni. Una parte degli strumenti necessari esiste già. Il Comune di Venezia prevede l’istruttoria partecipata, la consultazione della popolazione e diverse forme di iniziativa dei cittadini; il Regolamento comunale delle Municipalità contempla gruppi di lavoro, strumenti di partecipazione e assemblee pubbliche, mentre il regolamento interno della Municipalità di Mestre-Carpenedo dedica un intero titolo agli istituti di partecipazione popolare, comprendendo gruppi di lavoro, assemblea popolare e assemblea pubblica o incontro con i cittadini42.

La questione riguarda soprattutto il momento nel quale questi strumenti vengono utilizzati. Un’assemblea convocata per illustrare una decisione già definita svolge una funzione diversa da un gruppo di lavoro che contribuisce a definire il problema e a costruire le alternative. Una consultazione successiva alla formazione di un progetto ha un peso diverso da un’istruttoria partecipata che interviene nella fase in cui si stabiliscono gli obiettivi. La partecipazione entra nella politica urbana quando contribuisce alla formazione delle scelte e alla loro verifica, insieme alla comunicazione delle decisioni assunte.

Questa è una delle eredità più significative della stagione nella quale si formò «Mestre Bella». La partecipazione aveva allora una funzione conoscitiva e progettuale: serviva a leggere la città, a riconoscere i problemi, a mettere in relazione competenze diverse e a costruire una visione delle trasformazioni. Oggi questa impostazione può essere tradotta in procedure più strutturate, capaci di accompagnare le principali trasformazioni urbane dalla definizione degli obiettivi alla progettazione e alla verifica dei risultati. La legislazione urbanistica regionale prevede il confronto e la concertazione nella formazione degli strumenti di pianificazione e il coinvolgimento delle associazioni e degli interessi diffusi nella definizione degli obiettivi e delle scelte strategiche; il dibattito pubblico è inoltre previsto dalla legislazione nazionale per determinate opere di particolare rilevanza43.

La partecipazione, tuttavia, deve accompagnarsi a obiettivi riconoscibili.

Per Mestre una prima priorità dovrebbe essere portare a compimento il disegno territoriale costruito negli ultimi decenni, collegando fra loro opere e interventi rimasti spesso separati: il sistema del Canal Salso, San Giuliano, il Bosco di Mestre, il sistema del verde, le connessioni fra i quartieri e il rapporto fra terraferma e laguna. La rigenerazione delle aree dismesse dovrebbe ricomporre queste relazioni e restituire funzione e qualità agli spazi già disponibili.

A questo si aggiunge oggi l’adattamento al cambiamento climatico. Gli allagamenti, l’impermeabilizzazione del suolo, la gestione delle acque meteoriche, il raffrescamento degli spazi urbani, la presenza del verde e degli alberi, la biodiversità e la qualità dell’aria richiedono un quadro unitario. Per la terraferma veneziana sarebbe quindi utile discutere e adottare un piano climatico capace di indicare obiettivi, priorità, interventi, tempi e risorse.

Anche la politica abitativa deve tornare a essere parte della politica urbana. La disponibilità di abitazioni accessibili, la qualità degli edifici, i servizi di prossimità, gli spazi per la cultura e lo sport, i luoghi di incontro e la mobilità costituiscono insieme le condizioni materiali della vita urbana. In una città socialmente cambiata, questo significa riconoscere le nuove comunità di cittadini con background migratorio come parte della città e della sua progettazione, facendo entrare questa realtà nelle politiche dell’abitare, dei servizi, degli spazi pubblici e della partecipazione.

In questa prospettiva anche il rapporto con gli investimenti privati assume un significato preciso. Mestre ha bisogno di investimenti e di trasformazioni. La qualità architettonica di un edificio, la quantità di nuove abitazioni o la capacità di attrarre residenti e capitali acquistano valore urbano quando si inseriscono in una strategia che comprende lo spazio pubblico, i servizi, l’ambiente, la mobilità, l’abitare e le relazioni fra i quartieri. Oggi questi obiettivi debbono essere ricondotti a un quadro più ampio, quello dell’Agenda 2030, che tiene insieme sostenibilità ambientale, inclusione sociale, qualità degli insediamenti, contrasto alle disuguaglianze e istituzioni partecipative.

È questo il significato che oggi può essere restituito a «Mestre Bella»: un processo di trasformazione della città orientato al benessere e alla qualità della vita dei cittadini, che tiene insieme progetto urbanistico, qualità ambientale, condizioni sociali e democrazia.

Mestre, 16 settembre 2026 

NOTE

1 Mestre Bella. La lezione di Gaetano Zorzetto, M9 28 maggio 2025, interventi di: Anna Forte, Don Dino Pistolato, Ettore Bonalberti, Guido Berro, Gianfranco Bettin, Giorgio Brunello, Mariolina Toniolo.

2 Paolo Guidone, «Venezia, il sindaco Venturini lancia la “Mestre bella”: cento appartamenti di lusso», Corriere del Veneto, 2 luglio 2026.

3 Gaetano Zorzetto (Mestre, 1940-1995) fu consigliere comunale del partito repubblicano dal 1970 al 1990, più volte assessore all’Ecologia, all’Ambiente, al Verde Pubblico negli anni ‘80 e ‘90, Prosindaco per la Terraferma dal 1980 al 1985 e nuovamente dal 1993 fino alla morte. Cfr. Dizionario biografico dei politici veneziani, voce «Zorzetto, Gaetano»; Comune di Venezia, «Gaetano Zorzetto».

4 Guido Zordan, (1936-2019) fu architetto e urbanista, docente allo IUAV e amministratore pubblico: dal 1975 al 1990 fece parte della Commissione edilizia comunale e dal 2003 al 2005 fu assessore all’Urbanistica e all’Edilizia privata del Comune di Venezia. Fu tra i protagonisti della trasformazione urbana di Mestre: progettò la riqualificazione di piazza Ferretto e di via Palazzo, lavorò al recupero del centro storico e partecipò al concorso per il Parco di San Giuliano. Amico fraterno di Gaetano Zorzetto, fece un intervento alla commemorazione del decennale della morte, 30 maggio 2005, il cui testo è conservato nella documentazione dell’autrice.

5 Sergio Barizza, «Mestre, la città del Novecento», in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2002.

6 Guido Zordan, intervento cit.

7 Sergio Barizza, «Mestre, la città del Novecento», cit.; Barizza cita Paolo Pennisi, «Lo dica il prosindaco Zorzetto». «Mestre Sette Bellezze», «Nexus», 2, 1994, n. 11, pp. 1-2.

8 «Mestre città in continua trasformazione», storiAmestre, 11 dicembre 2024.

9 Sergio Barizza, «Mestre, la città del Novecento», in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2002; Comune di Venezia, Assessorato Urbanistica, Progetto Mestre. Una proposta di metodo ed alcuni indirizzi strategici per la riqualificazione della terraferma mestrina, Venezia, 1978.

10 Cristina Renzoni, «Welfare e città 3. Costruire una dotazione urbana: un’indagine sul parco della Bissuola a Mestre», in Abitare l’Italia. Territori, economie, diseguaglianze, XIV Conferenza SIU, Torino, 24-26 marzo 2011, pp. 43-44; Renzoni ricostruisce il ruolo del Piano-programma 1977/80 e del Progetto Mestre nell’individuazione del Parco della Bissuola, della Casa della cultura e del centro civico Carpenedo-Bissuola come interventi «nodali» per la riqualificazione dell’agglomerato mestrino.

11 Giorgio Sarto, «Altobello. Storia di un quartiere», Comune di Venezia, 1982.

12 Stefano Boato, Giorgio Sarto, «Urbanistica Democratica», 1986, p. 45. Gli autori sottolineano la partecipazione sistematica alle commissioni urbanistiche dei consigli di quartiere, il lavoro di «cucitura» delle conoscenze e delle proposte tra i diversi quartieri e il ruolo svolto nel dibattito sulle scelte di base per riqualificare Mestre e sul progetto preliminare del nuovo PRG. La citazione e la ricostruzione del passaggio sono riportate anche nella documentazione archivistica di Urbanistica Democratica. Giorgio Sarto (1941-2024), architetto e urbanista, insegnò all’Istituto per geometri «Giorgio Massari» di Mestre, dove partecipò alla sperimentazione didattica e alle ricerche sulla città. Tra i fondatori di Urbanistica Democratica, fu protagonista delle battaglie per la riqualificazione urbana e la tutela del territorio mestrino; dal 1996 al 2001 fu senatore dei Verdi. Stefano Boato (1942-2024), architetto e urbanista, fu docente di pianificazione territoriale e urbanistica allo IUAV di Venezia. Insegnò negli anni Settanta all’Istituto «Giorgio Massari» e fu tra i fondatori di Urbanistica Democratica; alla fine degli anni Ottanta fu assessore all’Urbanistica del Comune di Venezia.

13 Giorgio Sarto, «Valorizzare i segni storici», Il Gazzettino, 7 agosto 1987. Sarto conclude l’intervento richiamando la necessità di «un’ampia strategia di recupero e di riqualificazione per tutta Mestre».

14 Michele Boato, «Il popolo dei ciclisti pedonalizza la piazza principale di Mestre», in Vittorie, Fondazione ICU. Boato ricostruisce le «bici-festazioni» iniziate il 24 maggio 1984 e collega a quella mobilitazione la pedonalizzazione di piazza Ferretto, indicandola come una delle maggiori trasformazioni di Mestre verso una maggiore vivibilità.

15 Guido Zordan, intervento alla commemorazione del decennale della morte di Gaetano Zorzetto, 30 maggio 2005, testo conservato nella documentazione dell’autrice.

16 Gaetano Zorzetto, «San Giuliano: una storia lunga venticinque anni», in Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, Il Parco di San Giuliano. Esposizione del progetto, Venezia, 1995.

17 Ivi. Zorzetto ricostruisce il sistema territoriale costituito da piazza Barche, Canal Salso, Osellino, Forte Marghera e San Giuliano e attribuisce a quest’ultimo la funzione di grande affaccio di Mestre sulla laguna.

18 Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, Il Parco di San Giuliano. Esposizione del progetto, Venezia, 1995, sezione relativa al progetto vincitore di Antonio Di Mambro.

19 Ivi. Il catalogo del 1995 presenta la bonifica dell’ambiente e il ripristino dell’ecologia marina come avvio di una politica di conservazione e salvaguardia dell’habitat lagunare.

20 Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, Un parco per San Giuliano. Concorso internazionale di progettazione, Venezia, gennaio 1992, catalogo dei progetti presentati al concorso.

21 Ivi, scheda relativa al progetto di Guido Zordan, secondo classificato.

22 Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, Il Parco di San Giuliano. Esposizione del progetto, Venezia, 1995; Comune di Venezia, «Il progetto». Il Piano Guida, elaborato sulla base del progetto vincitore di Antonio Di Mambro, riguarda un’area complessiva di circa 700 ettari, comprendente 475 ettari di terra e 225 ettari di canali, barene e laguna, ed è approvato dal Consiglio comunale nel gennaio 1996.

23 Comune di Venezia, «Il progetto». Il Comune ricorda l’inserimento del progetto fra le proposte italiane ammesse a contributo europeo e il suo inserimento nel quadro degli interventi di salvaguardia di Venezia e della laguna.

24 Cfr. Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, Il Parco di San Giuliano. Esposizione del progetto, Venezia, 1995. L’espressione «città anfibia» è qui utilizzata come sintesi interpretativa del rapporto fra Mestre, la terraferma e la laguna.

25 Cfr. Gaetano Zorzetto, «San Giuliano: una storia lunga venticinque anni», in Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, Il Parco di San Giuliano. Esposizione del progetto, Venezia, 1995; Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, Il Parco di San Giuliano. Esposizione del proge 4.

26 Michele Boato, «Il popolo dei ciclisti pedonalizza la piazza principale di Mestre», Fondazione ICU; cfr. inoltre la documentazione storica delle iniziative degli Amici della Bicicletta. Sulla pedonalizzazione e sulla successiva riqualificazione della piazza, cfr. anche «Mestre città in continua trasformazione», storiAmestre, 11 dicembre 2024.

27 Sergio Barizza, «Mestre, la città del Novecento», in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2002. Barizza indica i quattro architetti Guido Zordan, Bernhard Winkler, Roberto D’Agostino e Giorgio Sarto; cfr. anche Guido Zordan, Tre progetti per il centro, in «Quaderni di Insula», 8, per la successiva fase esecutiva.

28 Gaetano Zorzetto, «San Giuliano: una storia lunga venticinque anni», in Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, Il Parco di San Giuliano. Esposizione del progetto, Venezia, 1995.

29 Ivi. Zorzetto ricostruisce le diverse ipotesi di utilizzazione dell’area di San Giuliano e la progressiva affermazione della scelta del parco come grande affaccio di Mestre sulla laguna.

30 Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, « Un parco per San Giuliano. Concorso internazionale di progettazione del sistema per il tempo libero di San Giuliano, Forte Marghera, Cavergnaghi», Venezia, gennaio 1992; cfr. anche Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, Il Parco di San Giuliano. Esposizione del progetto, Venezia, 1995.

31 Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, « Il Parco di San Giuliano. Esposizione del progetto, Venezia», 1995

32 Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, « Un parco per San Giuliano. Concorso internazionale di progettazione del sistema per il tempo libero di San Giuliano, Forte Marghera, Cavergnaghi», cit., scheda relativa al progetto di Guido Zordan, secondo classificato.

33 Comune di Venezia, «Il progetto», pagina istituzionale del Comune di Venezia dedicata al Parco di San Giuliano. Il Piano Guida, ultimato nel 1994, comprende Forte Marghera, Canal Salso, Canal Osellino, Passo Campalto, il fronte lagunare di Campalto, Punta San Giuliano, l’isola delle sculture e l’area Pili; l’amministrazione individua le priorità attuative in rapporto alle urgenze politico-amministrative, alle disponibilità finanziarie e all’assetto proprietario.

34 Ivi. Il Comune definisce il Parco di San Giuliano uno dei progetti più ambiziosi fra le proposte italiane ammesse a contributo europeo e uno degli interventi di riconversione urbana più significativi per Venezia.

35 Regione del Veneto, DGR 6243 del 30 ottobre 1991, riparto dei fondi della Legge speciale per Venezia per opere di risanamento ambientale della laguna; per la prima parte del Bosco di Mestre sono destinati 1.549.370,70 euro alla valorizzazione ambientale di aree inedificate e degradate della periferia est di Mestre, con opere di rimboschimento affidate all’Azienda Regionale delle Foreste.

36 Comune di Venezia, documentazione sul progetto del Bosco di Mestre; il progetto generale è approvato dalla Giunta comunale con deliberazione n. 7877 del 30 novembre 1990.

37 Regione del Veneto, DGR 6243 del 30 ottobre 1991, cit. L’importo di 1.549.370,70 euro corrisponde, nella conversione ufficiale euro/lira, a circa tre miliardi di lire.

38 Regione del Veneto, DGR 6243 del 30 ottobre 1991, cit. La deliberazione richiama anche il successivo intervento di fitodepurazione a flusso superficiale e subsuperficiale nell’area del Bosco di Mestre lungo il fiume Dese, finanziato con economie residue della medesima assegnazione.

39 Stefano Boato, Giorgio Sarto, «Urbanistica Democratica», 1986, p. 45. Gli autori descrivono la partecipazione sistematica alle commissioni urbanistiche dei consigli di quartiere e il lavoro di raccolta e collegamento delle conoscenze e delle proposte provenienti dai diversi quartieri.

40 Comune di Venezia, Servizio Elettorale e Leva Militare, Statistica, «Emigrati nel 2025 per età, sesso, quartiere e Municipalità – tutte le destinazioni» e «Destinazione estero», dati 2025, aggiornamento 27 gennaio 2026. I dati riguardano le cancellazioni dall’Anagrafe per emigrazione ed escludono le cancellazioni d’ufficio. La Municipalità di Mestre-Carpenedo comprende i quartieri 9, Carpenedo-Bissuola, e 10, Mestre Centro. Nel 2025 risultano 674 cancellazioni nella fascia 20-34 anni, di cui 99 verso l’estero; nella fascia 25-34 anni le cancellazioni sono 573, di cui 75 verso l’estero.

41 Istat, «I giovani nelle città metropolitane: la fragilità dei percorsi educativi nei contesti urbani», 23 dicembre 2024, Prospetto 2. Nel comune capoluogo di Venezia la popolazione residente di 0-24 anni è diminuita del 18,6% tra il 1993 e il 2024.

42 Comune di Venezia, Regolamento comunale delle Municipalità, artt. 38, 49-55; Comune di Venezia, Regolamento interno della Municipalità di Mestre-Carpenedo, approvato con deliberazione del Consiglio di Municipalità n. 24 del 15 luglio 2020 e modificato con deliberazione n. 14 del 5 novembre 2024, Titolo VI, «Istituti di partecipazione popolare», artt. 45-49. Cfr. inoltre Comune di Venezia, Regolamento degli istituti della partecipazione, approvato con deliberazione del Consiglio comunale n. 48 del 24 giugno 2013, e pagina «Istituti della partecipazione».

43 Legge regionale Veneto 23 aprile 2004, n. 11, «Norme per il governo del territorio e in materia di paesaggio», art. 5, «Concertazione e partecipazione»; decreto legislativo 31 marzo 2023, n. 36, art. 40 e Allegato I.6, «Dibattito pubblico». Cfr. Comune di Venezia, «Dibattito pubblico».

Archiviato in:Anna Forte Zorzetto Contrassegnato con: Mestre, partecipazione civica, spazi pubblici, urbanistica

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Fabrizio Zabeo dice

    27/09/2026 alle 09:40

    Ringrazio Anna Forte e Monica Coin perché con i loro articoli ricordano che c’è stata e può ancora esserci un’altra idea di città da parte degli amministratori e dei cittadini, che non pensi lo spazio cittadino come una merce da rendere redditizia ai privati, ma come luogo da usare per il benessere dei cittadini. Ora di due casette, quelle classiche anni 1950, costruiscono un Palazzo da 7/8 appartamenti sacrificando quel poco di verde, senza applicare l’invarianza idraulica, con danno agli Allagati, mancanza di parcheggio, traffico impazzito e intanto non si mette mano a lavori di adeguamento delle rete fognaria delle vie interne che risultano insufficienti sebbene fatte 25 anni fa…Anche per questo è importantissimo combattere.

  2. Monica Coin dice

    27/09/2026 alle 09:23

    Ho letto con attenzione l’articolo di Anna Forte Zorzetto. È un contributo molto prezioso per la ricostruzione storica di una idea urbanistica completamente diversa da quella che purtroppo viene applicata da questa amministrazione. Progetti a lungo termine, ambiziosi, partecipati, per restituire a Mestre una sua identità di cui è stata spogliata con il “sacco” di Mestre. Progetti in grado di difenderla dalla pressione edilizia. Una ricostruzione storica importantissima per chi ama Mestre e la crede ancora bella.

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