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Il quartiere Piave visto dai ragazzi e dalle ragazze. 1. Origine del progetto

01/07/2026

Inizia con questa prima puntata la pubblicazione del report della ricerca, svolta dal gruppo Voci Fuori Luogo di storiAmestre, sulla percezione che i giovani – figli e figlie di persone con provenienza migratoria e figli e figlie di nativi – hanno dello spazio del Quartiere Piave di Mestre in cui vivono e si muovono, attraverso il lavoro sulle mappe mentali svolto nel 2025 con le classi IA e IIIA della Scuola Secondaria di primo grado Salvo d’Acquisto, via Catalani.

Il report verrà pubblicato in 7 puntate, con un intervallo di dieci giorni:

  1. Origine del progetto
  2. Il Progetto prende il via
  3. Osservare e ascoltare le mappe individuali
  4. Dalla mappa individuale alla mappa collettiva: dall’io al noi
  5. Le proposte dei ragazzi e delle ragazze
  6. Accompagnare una ricerca. Passaggi, svolte e scoperte.
  7. Alcune note conclusive.

Di Giovanna Lazzarin, Maria Marchegiani, Anna Mazzucco

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni […]Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato […]Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata […]Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

Italo Calvino, Le città invisibili, Le città e la memoria, Zaira.

Il progetto di ricerca il quartiere Piave visto dai ragazzi e dalle ragazze è stato pensato dal gruppo Voci Fuori Luogo di storiAmestre che si è costituito nel 2021 per esplorare i cambiamenti del territorio legati alla presenza di cittadine e cittadini provenienti da altri luoghi.

Nel corso del 2021 avevamo seguito i seminari Voci fuori luogo1 organizzati dalla fondazione seguito i seminari Voci fuori luogo1 organizzati dalla fondazione villa Emma di Nonantola (MO), confrontandoci anche con Maria Bacchi e il gruppo Vagamondi di Mantova; su questa base abbiamo pensato di attivare una raccolta di voci fuori luogo, voci di diversa origine e provenienza attraverso le quali Venezia e il suo diffuso territorio si stanno trasformando e anche chi ci abita da più tempo sta cambiando. Ma non volevamo studiare un oggetto, non volevamo essere una voce al posto di…, volevamo condividere occasioni di incontro e scambi di storie, esperienze, riflessioni, attività tra persone con provenienza, cultura e storie diverse, a partire dall’idea che ognuno è un po’ straniero a se stesso, ognuno è un po’ fuori luogo pur abitando lo stesso luogo. Tra le varie iniziative -che trovate documentate anche nel sito- la ricerca “Il quartiere Piave visto dai ragazzi e dalle ragazze” è l’ultima su cui il gruppo si è impegnato.

Il progetto prende spunto dal lavoro di analisi e ricerca sul territorio del quartiere Piave preparato da Yulia Barsukova, Aurora Ervas, Solomon Seyoum Elala all’interno del laboratorio di progettazione urbanistica gestito da Giovanna Marconi e Stefano Munarin dell’Università IUAV di Venezia. Il loro modo di vedere e ripensare un luogo multiculturale come il quartiere Piave, che nei giornali viene presentato spesso come luogo di degrado e insicurezza, ci è parso interessante e originale. Attraverso osservazioni sul posto, interviste agli abitanti e ai frequentatori, studio dello sviluppo urbanistico e del cambiamento demografico degli ultimi vent’anni, questi tre giovani ricercatori sono arrivati a cogliere anche le opportunità del quartiere, dando valore alla storia che emerge dagli edifici e aiuta a creare senso di appartenenza, segnalando i possibili collegamenti di qualità con aree verdi della città ricche di benessere per i cittadini e l’attrattività della posizione tra stazione e centro cittadino. Questo ampio sguardo spaziale e temporale ha permesso loro di pensare semplici proposte per migliorare il benessere di chi vi abita.

1.A Le mappe mentali: fonti della memoria visiva in movimento.

Questo lavoro è stato presentato da storiAmestre al pubblico verso la fine del 2023 e una sintesi è stata pubblicata nel sito dell’associazione proprio mentre il nostro gruppo stava studiando alcuni saggi della ricerca europea, coordinata dalla storica Luisa Passerini, sulle memorie orali e visive di persone migranti in Italia e nei Paesi Bassi2, in cui erano state raccolte le mappe mentali del viaggio dal paese di origine, accompagnate da interviste orali, individuali o collettive.

Di questa ricerca ci stupiva e incuriosiva il modo in cui venivano considerate le mappe mentali prodotte, i molteplici significati che assumevano i luoghi mentre le persone migranti si muovevano nel tempo e nello spazio tra ambienti diversi. La stessa Luisa Passerini, di cui conoscevamo le ricerche sulle fonti orali, raccontava che si stava inoltrando in un terreno nuovo, perché la memoria visiva disegnata in una mappa è influenzata da condizioni sociali e culturali invisibili e ancorata al corpo, mostra nei modi più vari i legami tra gli individui e il loro ambiente e quindi va vista come “un’attività insieme dinamica, autoriflessiva, corporea e relazionale”.

Mentre l’amico Jerome Bruner3, che Luisa Passerini era andata a trovare, ricordava quando da ragazzo mappava New York nella sua mente, lei aveva capito che la memoria visiva non può esistere senza la mobilità del corpo e della mente e la connessione col “mondo”.

“La tua mappa non appartiene solo a te. Ha un contesto condiviso con gli altri. La tua mappa appartiene sempre anche agli altri” e quindi è anche aperta a possibili futuri e a mondi possibili. Questo il messaggio che Bruner le ha lasciato.

Alcune persone del nostro gruppo erano state insegnanti, avevano studiato il pensiero di Bruner, ma anche seguito le lezioni di Gabriele Zanetto che aveva fatto loro capire la dimensione soggettiva e narrativa dell’esperienza dello spazio, il valore delle emozioni, il ruolo che i concetti di spazio vissuto, mappa cognitiva personale, rappresentazione giocano nell’esplorazione dell’ambiente circostante, nella memoria individuale, nei legami affettivi dei ragazzi e delle ragazze. L’attaccamento ai luoghi non è legato solo ai caratteri morfologici, climatici, geostorici dei luoghi presi in considerazione, ma si intreccia con le relazioni, i valori, i significati – spesso nascosti e dimenticati sotto l’aspetto visibile del paesaggio – capaci di dare un senso alle azioni sociali sul territorio4.

Zanetto ci aveva fatto conoscere il lavoro di Kevin Lynch, un urbanista e architetto statunitense che ha fatto importanti ricerche sulla percezione del paesaggio urbano. Il suo libro, L’immagine della città5, pubblicato negli anni Sessanta del Novecento, ha avuto una forte influenza sulla geografia urbana e costituisce tuttora un riferimento fondamentale per la lettura di come gli abitanti percepiscono lo spazio urbano. Pensiamo alle ricerche di Nausicaa Pezzoni che, attraverso le mappe disegnate da migranti “al primo approdo”, fa scoprire immagini delle città che svelano spazi non rintracciabili sulla cartografia tecnica o mai osservati nel significato che assumono per le diverse popolazioni urbane6.

Lynch osserva la crisi e la confusione dello sviluppo urbano già presente allora in USA e si chiede: quali caratteristiche deve avere il disegno della città per essere in grado di ottenere degli spazi urbani capaci di suscitare immagini ambientali chiare e ordinate e quindi aiutare i cittadini a vivere meglio? Decide di partire dal basso, di studiare la città per come viene immaginata dai suoi abitanti. Osserva che le persone per orientarsi in una città e tradurne le informazioni utilizzano mappe mentali che sono sia il prodotto di sensazioni legate ai cinque sensi che il ricordo delle esperienze passate. Prende quindi un campione di persone da Boston, Jersey City e Los Angeles, chiede loro cosa si ricordano della propria città e fa disegnare la mappa mentale del percorso abituale. Il ragionamento era logico e semplice: se ti ricordi dettagli, percorsi e riferimenti della tua città, se riesci ad orientarti senza vivere l’esperienza traumatica dello smarrimento, allora è probabile che la tua sia una città ben costruita, seppure inconsapevolmente.

Mettendo insieme le esperienze e sovrapponendo le descrizioni dettagliate di tutti i partecipanti all’esperimento, nota che molte caratteristiche si ritrovano e molte altre vengono dimenticate, oppure confuse, oppure estese a zone in cui non sono più effettivamente presenti. Dai dati raccolti l’autore comprende come le percezioni che i cittadini hanno in comune siano il segno dell’esistenza di un immagine pubblica della città, formata dalla sovrapposizione di molte immagini individuali, una mappa mentale collettiva o condivisa. Quali elementi stanno alla base della creazione di queste immagini? Lynch ne individua cinque: i percorsi, i margini, i quartieri, i nodi, i punti di riferimento.

Ognuno degli elementi che Lynch individua nelle mappe collettive è fondamentale per l’orientamento e l’identificazione e, di conseguenza, determinante per far nascere il senso di sicurezza e appartenenza alla propria città. Secondo l’autore l’alienazione ed il senso di smarrimento dell’era moderna sono conseguenze della perdita di questa identificazione, fenomeno che definisce “perdita del luogo”. Disegnare una mappa concettuale rappresenta una ri-organizzazione della propria esperienza, contribuisce a svelare nessi e relazioni che aiutano a decifrare la realtà.

Il disegno diventa così un fondamentale mezzo di conoscenza e comunicazione che aiuta a migliorare la sensazione di appartenenza a un luogo, con una serie di possibili conseguenze: vivibilità, sicurezza, godibilità, vivacità.

1.B Pensare il progetto

A differenza della ricerca sul Quartiere Piave realizzata dall’IUAV nel 2023 intervistando residenti adulti (sopra ricordata), la nostra ricerca ha voluto rivolgersi ai ragazzi e alle ragazze per far emergere dalla loro voce bisogni, proposte, stati d’animo riguardo al territorio in cui vivono. Per farlo ci sono state d’aiuto le nostre competenze di insegnanti formatesi nel MCE, le esperienze di “buone pratiche educative” sperimentate in passato a scuola. In questo percorso, Francesco Tonucci, attento e profondo conoscitore del mondo della scuola e dei bambini, con il suo libro “La città dei bambini”7, è stato un buon compagno di studio e di lavoro. Tonucci ci mostra la vita dei bambini nel loro muoversi, spostarsi, giocare, all’interno dello spazio cittadino, facendone emergere le difficoltà, le costrizioni, i limiti. E ponendoci di fronte alla immediata disturbante evidenza che niente nelle città, per come sono fatte, risponde ai loro bisogni. Le città, ci dice, sono pensate e costruite per adulti sani e in particolare adulti maschi in automobile.

vignetta di FRATO, ossia Francesco Tonucci

Per il bene di tutti e in particolare dei bambini che rappresentano il nostro futuro è necessario che la città cambi, prendendo come parametro per il suo cambiamento il bambino stesso, che diventa così garanzia per tutti: “si tratta di accettare la diversità che il bambino porta con sé a garanzia di tutte le diversità […]. significa imparare a tener conto delle loro idee e delle loro proposte […] convinti che i bambini abbiano qualcosa da dirci e da darci, che questo qualcosa sia diverso da quello che sappiamo e sappiamo fare noi adulti e quindi valga la pena metterli in condizione di esprimere quello che pensano davvero. Quando la città sarà più adatta ai bambini e al loro modo di risolvere i problemi della città, creati da noi, sarà più adatta per tutti”. Ma perché ciò sia possibile bisogna imparare ad ascoltare la loro voce con l’orecchio acerbo di Gianni Rodari 8, prenderli sul serio, anche se non è facile capire il bambino, dialogare con lui. Tonucci ci avverte che “… far parlare i bambini non significa chiedere a loro di risolvere i problemi della città creati da noi, significa invece imparare a tener conto delle loro idee e delle loro proposte”.

Su queste basi il gruppo ha scelto di esplorare la percezione che i giovani – figli e figlie di persone con provenienza migratoria e figli e figlie di nativi – hanno dello spazio del Quartiere Piave in cui vivono e si muovono, percorrendolo ogni giorno per andare a scuola: che conoscenza ne hanno, se si sentono sicuri o provano situazioni di disagio, quali luoghi preferibilmente frequentano, di quali spazi sentono la mancanza, che idee hanno della molteplicità culturale che caratterizza il quartiere e, infine, se vi è una differenza di conoscenza, esperienze e stati d’animo legati al quartiere tra i due gruppi di giovani.

Innanzitutto ci siamo posti il problema del livello scolastico a cui rivolgerci, giungendo all’esclusione della scuola primaria (in cui l’autonomia di movimento e la conoscenza degli spazi cittadini sono ancora piuttosto limitate) per privilegiare la scuola secondaria di primo grado e in particolare una classe prima e una classe terza. I ragazzi e le ragazze della scuola secondaria hanno raggiunto una maggiore autonomia di movimento (pochissimi, abbiamo constatato, giungono a scuola accompagnati dai genitori), il che autorizza a pensare a una più ampia conoscenza degli spazi attraversati. Inoltre, ci è parso interessante tener presente la diversa capacità di muoversi nel quartiere tra gli undicenni e i tredicenni/quattordicenni. La differenza d’età può sembrare minima, in realtà nella preadolescenza si tratta di due anni carichi di esperienze e trasformazioni e quindi significativi.

Ci siamo rivolti alla Scuola Salvo D’Acquisto perché si trova all’interno del quartiere Piave, quartiere che negli ultimi vent’anni ha vissuto profonde trasformazioni sotto vari aspetti: demografico, residenziale, sociale, economico. Le persone che lo abitano hanno provenienze, storie, culture diverse e questo si riverbera nella scuola che è il laboratorio per eccellenza del vivere insieme, del confrontarsi e del conoscersi.

Abbiamo preparato un primo progetto di lavoro possibile, ma avevamo molti dubbi. Ci chiedevamo se entrare direttamente in classe nelle ore di lezione per far disegnare le mappe a ragazzi e ragazze o chiedere all’insegnante di farle fare. E se entravamo, con che ruolo ci presentavamo, visto che eravamo state tutte insegnanti.

Ne abbiamo discusso con la stessa Luisa Passerini con cui ci ha messo in contatto Gianfranco Bonesso, che ci ha seguito in tutta la ricerca in quanto membro del gruppo e antropologo, in un colloquio on-line il 26 giugno 2024. Luisa ascolta con molta attenzione la nostra proposta, ci invita ad entrare direttamente in classe introducendo per noi il concetto di conversazione: come in una conversazione sono presenti entrambe le persone, si incontrano, si osservano, si ascoltano, imparano a conoscersi, a capire i diversi linguaggi e si influenzano a vicenda, allo stesso modo è dall’incontro e dalla conversazione che riusciamo a condurre tra noi, i ragazzi e le ragazze e l’insegnante, che scaturisce la ricerca.

Perché la conoscenza si costruisce attraverso relazioni e interazioni, le mappe mentali non parlano da sole, come un’opera d’arte fanno scaturire delle domande in chi le osserva e hanno bisogno della conversazione con chi le ha disegnate. Fondamentali sono l’ascolto e la relazione per collegare il disegno, la scrittura e la parola. La nostra presenza, il nostro sguardo fanno parte della ricerca e condizionano il suo processo. Ma come presentarci? Molto semplicemente- così ci dice Luisa- come delle ricercatrici, lasciando all’insegnante di classe il suo ruolo di insegnante.

Decidiamo così di entrare in classe tutte e tre, Anna nel ruolo di osservatrice partecipante, Giovanna in quello di chi presenta la proposta e segue ragazzi e ragazze nel raccontare le mappe che hanno prodotto cercando di avviare una conversazione, Maria in quello di chi, come Kevin Lynch ci ha insegnato, fa una prima raccolta di dati organizzandoli per percorsi, margini, nodi, punti di riferimento, utilizzando un cartellone costruito insieme, uno strumento di lavoro attinto dalla nostra esperienza di insegnanti MCE .

A questo punto siamo pronte a contattare l’insegnante di materie letterarie di due classi, una prima e una terza, Maria Stella Savino, per conoscerci, condividere il progetto e trovare le modalità più opportune per comunicare ai ragazzi e alle ragazze la nostra presenza in classe e l’attività che vi avremmo svolto. Le due classi, con cui avremmo lavorato, erano composte prevalentemente da ragazzi e ragazze con backround migratorio, in particolare la classe prima presentava una forte minoranza di ragazzi/e figli/e di nativi. Tra i gruppi culturali presenti predominante era quello con background migratorio dal Bangladesh, ma vi erano anche alunni/e con background migratorio dalla Cina e dall’Est Europa. Un mix di provenienze e culture diverse, interessante e stimolante per la nostra ricerca.

1 Fondazione Villa Emma. Ragazzi ebrei salvati. Le strade del mondo. Edizione 2021. IV seminario. Per un archivio di voci fuori luogo. Esperienze e pratiche di ricerca. 2-3 settembre 2021 in cui si è lavorato sull’adozione di un doppio sguardo, orientato a ridisegnare ruolo e presupposti di quanti si apprestano concretamente a raccogliere storie, nonché a riflettere su condizione e soggettività di chi si immagina, solitamente, come oggetto dell’ indagine, senza valutare adeguatamente i presupposti che guidano o la specifica posizione di chi ricerca.

2 Luisa Passerini, Conversations on visual memory, ​’Bodies Across Borders. Oral and Visual Memory in Europe and. Beyond’ (BABE) 2018.

3 Jerome Bruner (1915–2016) è stato uno dei più influenti psicologi e pedagogisti del Novecento. Pioniere del cognitivismo e fondatore della psicologia culturale, ha rivoluzionato il modo in cui intendiamo l’apprendimento, ponendo al centro il ruolo attivo e sociale dello studente nella costruzione della conoscenza e dando molta importanza all’esperienza, agli scambi col mondo sociale, al pensiero narrativo e alle diverse rappresentazioni della realtà.

4 Gabriele Zanetto (a cura di), Les langages des représentations géographiques, (1987).

5 Kevin Lynch, L’immagine della città, Marsilio 1964

6 Nausicaa Pezzoni, La città sradicata. Geografie dell’abitare contemporaneo. I migranti mappano Milano, O barra O edizioni, Milano 2013.

7 Francesco Tonucci, La città dei bambini. Un modo nuovo di pensare la città, Zeroseiup 2015

8 Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo

vidi salire un uomo con un orecchio acerbo…

Signore, gli dissi…, lei ha una certa età

di quell’orecchio verde che cosa se ne fa?

Rispose gentilmente: – Dica pure che sono vecchio

di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio.

È un orecchio bambino, mi serve per capire

le voci che i grandi non stanno mai a sentire….

Capisco anche i bambini quando dicono cose

che a un orecchio maturo sembrano misteriose.

Gianni Rodari, dalla filastrocca: Un signore maturo dall’orecchio acerbo

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Chiara Puppini dice

    04/07/2026 alle 11:47

    Proprio brave tutte e tutti: ricercatrici, insegnanti e tutti coloro che hanno contribuito allo svolgersi della ricerca, nel segno della cultura scolastica targata MCE. Questa ricerca è stata utile a urbanisti e a coloro che si interrogano (o si dovrebbero interrogare, come i politici) sulla “percezione” del territorio da parte degli abitanti, ma -penso- sia stata particolarmente utile agli studenti che, in quella particolare e difficile età che è l’adolescenza, hanno preso coscienza della loro percezione del territorio e la hanno condivisa con altri, riportandoli a una realtà che ha visioni diverse perché soggettive. Poi la narrazione si snoda piacevolmente e anche questo è un merito. Grazie.

  2. Isabella Albano dice

    01/07/2026 alle 18:15

    Grazie per questa narrazione che ha il grande pregio di essere dotta senza perdere la “leggerezza”, cara a Calvino, scrittore amato e citato dalle Ricercatrici.
    I riferimenti teorici sono intessuti in una pratica di ricerca azione che è veramente esemplare in un panorama scolastico, che ci appare sempre più depauperato di quelle che erano le cosiddette metodologie didattiche attive.
    È stata per me una lettura evocativa ed empaticamente stimolante, carica di vissuti esperienziali, anche condivisi nell’ambito del M. C.E.
    La Ricerca, però, presenta aspetti assai importanti sotto il profilo del contesto ed è particolarmente innovativa perché , a mio avviso, utilizza strumenti e strategie che si misurano con una realtà assai complessa ed articolata, che necessita di nuovi paradigmi per essere affrontata e compresa.
    Brave ragazze dall’orecchio acerbo!

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