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Il quartiere Piave visto dai ragazzi e dalle ragazze. 7. Alcune note conclusive.

31/08/2026

Ultima puntata del report della ricerca di storiAmestre sulla percezione che i giovani – figli e figlie di persone con provenienza migratoria e figli e figlie di nativi – hanno dello spazio del quartiere Piave di Mestre. In questa puntata il gruppo di Voci Fuori Luogo che ha condotto la ricerca traccia alcune note conclusive sul lavoro svolto, riprendendo osservazioni e conversazioni scambiate insieme.

Di Gianfranco Bonesso, Giovanna Lazzarin, Maria Marchegiani, Anna Mazzucco, Solomon Seyoum Elala.

I materiali prodotti nelle due giornate di incontro con le classi si sono rivelati molto ricchi per la quantità e nel contempo molto stimolanti per la loro qualità. Come rielaborare e organizzare questo prezioso bagaglio per farne emergere le risposte alle domande che, nel formulare il progetto, ci eravamo posti?

Più volte abbiamo preso in mano i materiali per rivederli e cercare di sistemarli. Ci siamo incontrati in gruppo per esaminarli, osservandoli con cura, con pazienza, riflettendo su quanto ci sembrava emergere di nuovo di volta in volta, confrontandoci e arricchendo gradatamente in profondità il significato delle mappe, delle presentazioni delle stesse fatte a voce dai ragazzi e ragazze, il valore delle loro proposte.

Le risposte che qui proviamo a dare alle domande poste inizialmente nel progetto sono sicuramente provvisorie. Lo diciamo, perché, ogni volta che riprendiamo in mano i materiali prodotti, scopriamo qualcosa di nuovo, rendendoci conto che qualcosa ci era rimasto “nascosto” ….

Alla domanda relativa alla conoscenza e percezione che i ragazzi e le ragazze hanno del quartiere in cui vivono, possiamo dire che sembrano muoversi a loro agio nello spazio, lo sentono loro, lo vedono come uno spazio unitario il cui cuore è il Parco Piraghetto.

Si sentono per lo più sicuri di muoversi, in particolare i maschi (sia figli di nativi che figli con background migratorio), grazie agli amici e ai negozi di vicinato, la cui presenza sembra svolgere un ruolo di sostegno. Sottolineiamo che lo spazio antistante la scuola è colorato da tutti/e di rosso, perché da tutti/e riconosciuto come lo spazio per eccellenza della socialità amicale. Abbiamo però notato che alcune mappe, spesso quelle dei ragazzi e ragazze con back ground migratorio, presentano vasti spazi vuoti. Possiamo formulare l’ipotesi che ciò sia dovuto alla mancata conoscenza dei luoghi, allo spaesamento di chi si trova catapultato in una realtà estranea, velocemente attraversata, in cui non ha ancora messo radici. Ma il vuoto sembra rappresentare anche lo sfondo in cui far emergere ciò che veramente conta, di cui ci si può fidare, comunica la difficoltà a entrare in rapporto con un luogo nuovo, ma anche la ricerca di punti, edifici, luoghi, incontri con cui entrare in rapporto positivo. Una ricerca tipica dell’età, che riguarda anche chi proviene da famiglie radicate da tempo nel quartiere, perché l’atteggiamento verso un luogo che si comincia a conoscere in autonomia varia in base alla situazione in cui ci si viene a trovare, ma anche in base al carattere e al sesso.

Riguardo poi alla domanda se vi sono difficoltà di conoscenza, esperienza o emotive legate alla molteplicità culturale che caratterizza il quartiere, non abbiamo riscontrato elementi certi in grado di stabilirlo. Questo potrebbe essere indice, a nostro avviso, di una convivenza tranquilla, in cui i pochi elementi individuati che fanno pensare a provenienze culturali diverse sembrano invitare a un confronto piuttosto che a un conflitto. Ci riferiamo per esempio alla richiesta (tra le proposte di miglioramento del quartiere) di un alunno di prima “di un posto religioso in ogni quartiere per poter pregare bene” e di uno di terza di “luoghi culturali per persone non cristiane”. L’uso di queste scelte lessicali sappiamo che può avere più interpretazioni: uso già accorto e consapevole di parole alternative a moschea, termine in grado probabilmente di suscitare perplessità, dubbi, contrapposizioni? Oppure scelta consapevole di aprire il quartiere alla molteplicità delle esperienze culturali e religiose e farle accogliere? Comunque, ci pare indichino in ogni caso la ricerca di un confronto e la volontà di evitare conflitti o incomprensioni.

Un altro esempio di differenza tra i gruppi che abbiamo notato riguarda la conoscenza dei nomi delle vie del quartiere, più sicura nei ragazzi/e figli/e di nativi. Sono più liberi/e di muoversi? Ne parlano di più in famiglia? Ne colgono il significato? La mancanza della denominazione delle vie nelle mappe di diverse ragazze figlie di genitori con background migratorio può forse suggerire una maggiore limitazione nel movimento libero nel quartiere. Comunque tutti e tutte conoscono la via in cui si trova la loro casa.

Un’altra differenza che abbiamo notato riguarda la diversa sensibilità agli odori, che segnalano gusti e tradizioni culinarie differenti. Questo per dire che i diversi gruppi sono portatori di un bagaglio di memorie ed esperienze diverse che hanno diritto di essere esplicitate, narrate, accolte e protette, che stimolano la curiosità e arricchiscono il vivere collettivo.

La ricerca svolta mostra che ciascuno si relaziona con lo spazio a seconda della sensibilità, formazione, storia personale e del gruppo a cui appartiene. E’ una questione individuale, ma anche sociale. Lo sguardo non è neutro, è mediato da filtri e costruito attraverso modelli culturali che orientano ciò che si vede-non si vede e come lo si vede. Solo i ragazzi e le ragazze di cultura cattolica segnalano edifici religiosi di quella tradizione, solo ragazzi e ragazze di famiglie radicate da tempo nel territorio individuano le case abbandonate, mostrando di provare inquietudine e dispiacere. Solo nella mappa di una ragazza di prima con background migratorio dalla Cina viene disegnata una scuola cinese che nella presentazione fatta successivamente alla classe non sarà poi citata.

Ci soffermiamo su questo punto perché riteniamo evidenzi un elemento culturale importante: si tratta di una scuola inserita nel tessuto cittadino, nelle vie del quartiere che gli alunni percorrono ogni giorno, ma che anche noi ricercatori abbiamo notato solo quando ci siamo soffermati ad analizzare le mappe. Prima non ne sospettavamo l’esistenza. Questo ci ha fatto riflettere: anche i nostri “occhi” non sono abbastanza allenati ad aprirsi alla realtà in cui siamo immersi, una realtà in continuo mutamento e molto variegata nelle sue manifestazioni culturali. I nostri “occhi”, ci siamo detti, hanno bisogno, per comprenderla e accoglierla, di curiosità, attenzione e di un atteggiamento non giudicante, capace di ascolto e scambio culturale. In questo senso le mappe si rivelano uno strumento di indagine prezioso, che mette in luce il rapporto tra visibile e invisibile, tra la realtà materiale e i significati che orientano i nostri comportamenti e le nostre scelte.

Come risulta da quanto finora detto, non abbiamo trovato significative differenze tra i gruppi culturali presenti nelle due classi. Pochi gli elementi emersi in tal senso che ci permettano di dar vita a un quadro chiaro, mentre abbiamo notato alcuni elementi che ci hanno fatto pensare piuttosto a differenze di età e di genere.

Sulla diversa età, pur solo di due anni, tra le due classi, già abbiamo sottolineato in precedenza le differenti modalità di produzione delle mappe sia nella fase del disegno sia nella presentazione fattane a voce. Mappe più vivaci, colorate, emotivamente ricche nella classe prima, ma meno precise nella verbalizzazione degli stati d’animo suscitatati dai luoghi attraversati. Più schematiche, invece, e meno ricche di colori quelle dei ragazzi e ragazze della classe terza, che però nella fase della presentazione dei loro lavori hanno saputo ampliare ed approfondire con ricordi, emozioni e osservazioni particolari.

Riguardo alle differenze di genere, i maschi si sono rivelati più liberi e più sicuri di muoversi nel quartiere. Per esempio, un ragazzo di prima afferma che ama esplorarne a piedi le vie sconosciute.

                       mappa di un ragazzo di IA

Le ragazze sembrano prediligere come punti di riferimento i negozi, in particolare i supermercati, con cui forse hanno più confidenza, ma appaiono più insicure e timorose di muoversi in certi posti, come il parco dove non “sai chi puoi incontrare”.

mappa di una ragazza di IIIA

Altra differenza tra maschi e femmine, in particolare nella classe terza, l’abbiamo riscontrata nel disegno delle mappe: più schematico, geometrico, ordinato quello delle ragazze, che sembrano trattenersi, contenersi nel tratteggiare il percorso casa-scuola. Più mosso, con più dettagli naturalistici e più colori il disegno delle mappe dei ragazzi, il che fa pensare a una maggiore libertà di movimento e a una più sicura conoscenza dello spazio goduto con maggiore leggerezza.

Vogliamo concludere riportando parte delle osservazioni fatte in occasione della presentazione della mostra finale dalla professoressa Maria Stella Savino, titolare di materie letterarie delle due classi, nelle quali è stato realizzato il lavoro “Il Quartiere Piave visto dai ragazzi e dalle ragazze”.

A lei rinnoviamo il nostro grazie per la sua disponibilità ad accoglierci e per la sua collaborazione.

“Quando mi è stato proposto di partecipare a questo progetto ho aderito di buon grado, perché ho considerato che dei momenti di riflessione dei ragazzi, uniti alle attività laboratoriali, che sono state belle, sarebbero stati di grande aiuto per fare emergere il pensiero dei ragazzi, perché potessero dare un nome ai loro stati d’animo. E questo è molto importante.

Poi ho pensato che, pur essendo l’età della scuola media un’età ancora tutta in evoluzione, in cui è difficile fare tutto, sta crescendo il corpo, tu vai a far scuola e loro hanno nella testa tutt’altro, le loro proposte, i loro sogni ci aiutano a guardare avanti, a non perdere la fiducia nella possibilità di realizzare un quartiere migliore, a muoverci per quello che possiamo, perché poi, se le istituzioni non ci aiutano, possiamo fare poco. Ma intanto ragioniamo, proponiamo, riflettiamo”.

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