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Accompagnare una ricerca. Passaggi, svolte e scoperte lungo il cammino.

20/08/2026

Sesta puntata del report della ricerca svolta da storiAmestre sulla percezione che i giovani – figli e figlie di persone con provenienza migratoria e figli e figlie di nativi – hanno dello spazio del quartiere Piave di Mestre. In questa puntata l’antropologo Gianfranco Bonesso, che ha collaborato in vari modi e ha partecipato agli incontri preparatori e di analisi, racconta come ha accompagnato la ricerca col gruppo Voci fuori Luogo di storiAmestre. Il testo rielabora l’intervento fatto il 16 maggio 2025 all’inaugurazione della mostra: Il quartiere Piave visto dai ragazzi e dalle ragazze mappe mentali, osservazioni, stati d’animo, proposte, allestita nella sede dell’Associazione Viva Piraghetto di Via Piave.

Locandina dell’inaugurazione della mostra:
Il quartiere Piave visto dai ragazzi e dalle ragazze, mappe mentali, osservazioni, stati d’animo, proposte.

A conclusione del lavoro nelle classi in tutte le sue fasi il gruppo Voci Fuori Luogo ha ritenuto importante realizzare un’occasione di comunicazione, confronto e discussione con la popolazione su quanto emerso dagli alunni e alunne, in particolare sulle proposte di miglioramento del quartiere, organizzando una mostra del percorso a cui ha partecipato un pubblico attento e interessato e sono stati approfonditi alcuni aspetti significativi della ricerca. Al gruppo sembrava infatti che un ulteriore sviluppo della ricerca fosse quello di dare in un certo senso gambe e voce alle osservazioni, percezioni, proposte perché potessero essere conosciute ed ascoltate dalla cittadinanza e dalle istituzioni, che potrebbero, o meglio dovrebbero, almeno in parte, farsene carico.

Prima delle otto tavole preparate da Solomon Seyoum Elala per la mostra

Sono intervenute Giovanna Lazzarin di StoriAmestre che ha presentato la ricerca e la mostra e la docente Maria Stella Savino della Scuola Salvo D’Acquisto che ha raccontato come le sue classi hanno vissuto l’esperienza e quale arricchimento ne hanno tratto nel sentirsi parte consapevole del territorio. Poi l’urbanista Solomon Seyoum Elala ha sintetizzato con l’aiuto della mappa collettiva digitale da lui stesso prodotta le osservazioni e gli stati d’animo dei ragazzi e delle ragazze nel percorso casa-scuola e le proposte di miglioramento del quartiere. Di seguito è intervenuta la docente dell’IUAV, SSIIM, Giovanna Marconi, che ha parlato di come sia importante ascoltare i bisogni degli abitanti di un territorio per progettare quartieri più inclusivi. Infine, Gianfranco Bonesso, antropologo, ha sottolineato la necessità di ascoltare le giovani generazioni e la loro immaginazione.
Per avere un’idea della mostra potete premere il link del video preparato sulla mostra dalla giornalista Sabrina Zuccato per veneziatoday o leggere l’articolo di Mitia Chiarin che trovate di seguito.

La Nuova Venezia, 17 maggio 2025

di Gianfranco Bonesso

Il mio ruolo nel gruppo di ricerca è stato quello di accompagnatore. Ovvero di chi percorre la stessa strada, un po’ discosto, alla giusta distanza per osservare gli avvenimenti mentre si svolgono e vengono raccontati, ma anche per cogliere le svolte della comprensione e mettere a fuoco qualche intuizione.

La ricerca, come sappiamo, non è solo il risultato finale: è anche il modo in cui si attraversa un tratto sconosciuto, con i suoi intoppi, i momenti di crisi e le strategie per superarli. La prima difficoltà è stata proprio l’avvio. «Perché le scuole non rispondono a un progetto che a noi sembra così bello e interessante?». Già questa domanda apre uno spiraglio di conoscenza sulla situazione delle scuole, sulle loro priorità istituzionali, che non sempre coincidono con i desideri di chi fa ricerca. Costringe a ripensare il percorso, a cercare altri contatti, a scoprire nuove possibilità. Anche la conoscenza nasce da questa relazione, incerta e mobile, tra i ricercatori e i loro interlocutori.

In questo senso è stata fondamentale la disponibilità di una scuola accogliente, capace di offrire uno spazio in cui la ricerca potesse prendere forma.

Anche i sentimenti e le emozioni dei ricercatori scandiscono le tappe del lavoro e alimentano la conoscenza. Lo stupore per l’accoglienza ricevuta dai ragazzi, dopo i molti interrogativi su come avrebbero reagito alla proposta. E perfino il rientrare in una classe, che per molti anni era stato il luogo quotidiano di lavoro delle ricercatrici, con tutto ciò che questa esperienza ha riattivato nella memoria e nelle emozioni. Anche questo fa parte della ricerca.

Dalla relazione che nasce sul campo e dalle prime consapevolezze emerge poi un cambiamento di prospettiva. È stata una svolta importante. All’inizio l’obiettivo era sondare le diverse percezioni della città e dei percorsi casa-scuola, ipotizzando che fossero almeno in parte legate ai background migratori. Via via, però, quasi senza accorgersene, questo sguardo è cambiato e quella chiave di lettura è sembrata meno decisiva. Potrà forse tornare utile nelle interpretazioni finali, ma durante la ricerca si è imposto soprattutto il “qui e ora”: la percezione di un gruppo classe in cui la differenza più evidente non è tra provenienze diverse, bensì tra ragazzi e ragazze o, ancora, tra studenti di prima e di terza, cioè tra età differenti. Persino i diversi tragitti quotidiani nella città sembrano raccontare più delle eventuali origini familiari.

Credo che questo sia uno dei risultati più interessanti della ricerca: aver percepito la classe come un gruppo pienamente appartenente a questa città, con le sue dinamiche e le sue relazioni interne, dove le differenze, quando emergono, non sono così nette da richiedere classificazioni preventive. È un’immagine che parla della convivenza quotidiana, dello scambio, delle relazioni che si costruiscono ogni giorno.

Eppure quella palma, così ben disegnata e colorata da una ragazzina del Bangladesh — una palma reale incontrata lungo la strada verso la scuola — rimane lì a ricordare che qualche riferimento culturale, reale oppure immaginato, ai mondi di origine, propri o della famiglia, continua ad affiorare con forza. Proprio la ricchezza dei dettagli con cui è stata rappresentata suggerisce che queste tracce esistono e meritano di essere comprese, senza diventare necessariamente la chiave di lettura principale.

E’ appunto la forza delle immagini che ci colpisce: trovano posto nelle mappe come rappresentazione di percezioni e di emozioni: dalle case colorate in azzurro come la sensazione di timore che mettono, alle scie disegnate che rappresentano l’odore del pane che si diffonde dal negozio lungo il tragitto.

Il tempo dello scambio

Poi viene una seconda fase della ricerca: il riordino dei materiali. È il tempo del dialogo con fogli, disegni, mappe, appunti, foto, ricordi del lavoro sul campo. È il momento in cui si torna sui propri passi, anche fisicamente, ripercorrendo le stesse strade attraversate dai ragazzi, confrontando materiali diversi e cercando quei dettagli che durante il lavoro erano passati quasi inosservati.

È una fase in cui la ricerca vive soprattutto dello scambio tra i ricercatori. Manca forse la vivacità dell’incontro con gli studenti, ma cresce il confronto tra punti di vista diversi. Ci si affida alla libertà della discussione, alla fiducia reciproca, alle differenti competenze e sensibilità. È qui che prendono forma le interpretazioni: da ciò che ha colpito qualcuno e magari era sfuggito a un altro, da un’osservazione apparentemente marginale che apre una nuova pista di lettura. Per questo diventano importanti anche i riferimenti disciplinari, le letture, le testimonianze e i dialoghi che accompagnano la ricerca.

Talvolta basta un dettaglio per illuminare un passaggio rimasto oscuro. Un ragazzo, immaginando la città futura, scrive: «Io voglio un centro culturale». Un altro: «Io voglio un luogo dove pregare bene». A prima vista sembrano desideri diversi. In realtà parlano della stessa esigenza, ma attraverso linguaggi differenti. Comprenderlo non è immediato. Nell’Italia di oggi, e anche a Mestre, una moschea spesso prende formalmente la forma di un centro culturale, dove eventualmente si può anche pregare. Il primo ragazzo sembra già avere interiorizzato questo linguaggio istituzionale; il secondo, più giovane, esprime invece lo stesso bisogno in modo diretto. In poche parole emerge una conoscenza molto raffinata della città, delle sue regole e anche del linguaggio con cui queste vengono comunemente raccontate.

Altre mappe, altri pensieri

Il lavoro sulle mappe mentali ha richiamato naturalmente riferimenti teorici diversi, alcuni presenti fin dall’avvio della ricerca, altri emersi proprio durante le discussioni. Più che sovrapporsi, hanno finito per dialogare tra loro.

Il primo rimando è a Luisa Passerini1. Ci ha aiutato a guardare il materiale raccolto seguendo un percorso che va dall’oralità alla visualità e, infine, all’arte. Nelle sue ricerche mostra come alcune esperienze, tra cui quelle migratorie, faticano a trovare espressione in un racconto lineare, mentre riescono a manifestarsi con maggiore efficacia attraverso immagini, disegni e altre forme di rappresentazione. L’immagine non richiama soltanto la memoria: possiede una propria capacità narrativa. Nei disegni e nelle mappe dei ragazzi ritroviamo proprio questo intreccio di rappresentazione, emozioni e percezione dei luoghi. Anche la mostra finale, in fondo, può essere letta in questa prospettiva: non solo come restituzione dei risultati della ricerca, ma come un modo per ricomporre memorie, esperienze e rappresentazioni.

Accanto a Kevin Lynch2, riferimento imprescindibile per lo studio della rappresentazione dello spazio urbano, ho sentito il bisogno di tornare anche ad alcuni contributi dell’antropologia.

Victor Turner3 parla di luoghi liminali, spazi di passaggio che non appartengono completamente né a un mondo né all’altro. La casa ha le sue regole, la scuola le proprie; il tragitto tra le due diventa invece uno spazio più aperto, negoziabile, sperimentabile. Per ragazzi e ragazze questo spazio intermedio può trasformarsi in un luogo di libertà, di esplorazione e di costruzione di sé.

In modo analogo, Tim Ingold4 ci invita a considerare il camminare come una pratica di conoscenza. I percorsi non sono semplici collegamenti tra punti su una mappa, ma linee vissute, costruite attraverso incontri, ricordi, percezioni e significati. Il tragitto casa-scuola non è quindi soltanto uno spostamento: è un’esperienza. I disegni raccolti durante la ricerca restituiscono proprio questa dimensione vissuta dello spazio.

Da qui il richiamo alla geografia affettiva. La città che emerge dalle mappe dei ragazzi non è una rappresentazione oggettiva dello spazio urbano, ma una trama di emozioni, riferimenti, relazioni  e ricordi. Vengono in mente le città di Italo Calvino5: da un lato Zaira, dove la memoria si deposita nei luoghi, dall’altro Ersilia, dove la città è costruita dalle relazioni che legano le persone. Nei disegni dei ragazzi ritroviamo entrambe queste dimensioni: i luoghi conservano esperienze, ma acquistano senso soprattutto attraverso i rapporti che vi si intrecciano.

Un altro concetto importante è quello di agency6 dei bambini e degli adolescenti. Le loro rappresentazioni non sono semplicemente descrittive: contengono proposte, desideri, visioni della città futura. Sanno osservare aspetti che gli adulti tendono a non vedere e immaginare possibilità diverse. In questo senso il loro sguardo ha anche una valenza progettuale.

Per questo mi sembra particolarmente pertinente il richiamo a Francesco Tonucci7. Da molti anni sostiene che i bambini non portano competenze “minori” rispetto a quelle degli adulti, ma qualcosa di altrettanto prezioso: uno sguardo differente. Ascoltarli non significa delegare loro le decisioni, ma riconoscere che la loro esperienza mette in luce contraddizioni, limiti e possibilità che spesso sfuggono agli adulti. Le immagini e le mappe raccolte in questa ricerca ricordano proprio questo: che una città migliore può nascere anche dalla capacità di guardarla attraverso gli occhi di chi la attraversa ogni giorno con curiosità, libertà e immaginazione.

NOTE

1Luisa Passerini (a cura di), Conversations on Visual Memory, Peter Lang, Oxford-Bern-Berlin-Bruxelles-New York-Wien, 2018. Si veda anche il progetto di ricerca Bodies Across Borders. Oral and Visual Memory in Europe and Beyond (BABE), diretto da Luisa Passerini presso l’Istituto Universitario Europeo (2013-2018), dedicato al rapporto tra memoria orale, rappresentazioni visuali ed esperienze migratorie.

2Kevin Lynch, L’immagine della città, Marsilio, Venezia, 1960 (ed. orig. The Image of the City).

3Victor Turner, Il processo rituale. Struttura e anti-struttura, Morcelliana, Brescia, 1969; Id., “Betwixt and Between: The Liminal Period in Rites de Passage”, in The Forest of Symbols, Cornell University Press, 1967 (trad. it. Morcelliana); Id., “Frame, Flow and Reflection…”, Japanese Journal of Religious Studies, 1979.

4Tim Ingold, Linee. Una breve storia (ed. orig. Lines. A Brief History, 2007), Raffaello Cortina, Milano, 2019; Id., Essere vivi. Saggi sul movimento, la conoscenza e la descrizione (ed. orig. Being Alive. Essays on Movement, Knowledge and Description, 2011), Raffaello Cortina, Milano, 2019.

5Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino, 1972, in particolare i capitoli dedicati a Zaira ed Ersilia.

6Per “agency” in senso socio-antropologico qui si intende la capacità di bambini e adolescenti di agire come soggetti attivi nella costruzione dei significati sociali e culturali. Sul tema si veda Allison James, Chris Jenks, Alan Prout, Theorizing Childhood, Polity Press, Cambridge, 1998; William A. Corsaro, Le culture dei bambini, Il Mulino, Bologna, 2003.

7Francesco Tonucci, La città dei bambini. Un modo nuovo di pensare la città, Laterza, Roma-Bari, 1996.

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