Quarta puntata del report della ricerca svolta da storiAmestre sulla percezione che i giovani – figli e figlie di persone con provenienza migratoria e figli e figlie di nativi – hanno dello spazio del Quartiere Piave di Mestre. Focus della puntata è il secondo incontro con le classi IA e IIIA della scuola secondaria di primo grado Salvo d’Acquisto in cui l’urbanista Solomon Seyoum Elala presenta la mappa collettiva preparata con i percorsi delle singole mappe di alunni e alunne, invita ciascuno a confrontarla con la propria mappa e infine chiede loro cosa manca, stimolando l’emergere di loro proposte per migliorare il quartiere. Il laboratorio è stato condotto in collaborazione con Giovanna Lazzarin, Maria Marchegiani, Anna Mazzucco .
Di Maria Marchegiani, Anna Mazzucco, Solomon Seyoum Elala
A ottanta miglia incontro al vento di maestro l’uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti di sette nazioni convergono in ogni solstizio ed equinozio⌊…⌋ Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perché la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice – come «lupo», «sorella» «tesoro nascosto» – gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, sorelle, tesori nascosti.
Italo Calvino, Le città invisibili, La città e gli scambi. Eufemia.
Il 24 febbraio 2025 ha preso il via la seconda fase del lavoro, che prevedeva il passaggio dalle mappe individuali a una mappa collettiva e, su questa base, stimolava l’emergere di loro proposte per migliorare il quartiere.
Nella prima parte della mattinata Giovanna, Maria, Anna hanno incontrato la classe terza A, in seguito la prima A della scuola secondaria di primo grado Salvo d’Acquisto. Insieme a loro è entrato nelle due classi – questa la grande novità – anche Solomon Seyoum Elala, urbanista, che nei giorni precedenti aveva costruito una mappa digitale collettiva per ciascuna classe, inserendo sulla pianta istituzionale del quartiere i percorsi individuali tracciati dai ragazzi e dalle ragazze, riconoscibili perché accompagnati dagli emoji, ma anche i diversi punti di riferimento e i molteplici elementi indicati con colori diversi ( rosso, grigio, blu) nelle singole mappe. Un lavoro impegnativo, che aveva richiesto molta pazienza, molto tempo e una accurata lettura delle mappe individuali, che presentavano in diversi casi imprecisioni, vuoti e in altri anche l’assenza dei nomi delle vie.
Ne era risultata una mappa digitale collettiva in cui ogni alunno/a poteva facilmente ritrovare i suoi passi accanto a quelli dei compagni, come pure i suoi stati d’animo, le sue percezioni sensoriali e visivamente, senza difficoltà, cogliere l’intreccio del proprio “io” con altri “io” e rendersi così conto che quello spazio percepito come individuale era in realtà uno spazio condiviso. Non più “mio”, ma “nostro”, in grado quindi di promuovere il senso di appartenenza al territorio in cui si vive, fondamentale per una effettiva educazione civica.
Solomon ha presentato alla classe la mappa collettiva proiettandola sulla LIM. La visione dello spazio attraversato nello stesso tempo da tutti i ragazzi e le ragazze per raggiungere la medesima meta, ha provocato stupore, curiosità e silenzio. In particolare nella classe prima, è sceso un silenzio improvviso, di breve durata ma molto intenso, che ci ha colpiti. Come se i ragazzi e le ragazze fossero rimasti/e senza parole di fronte a questa “cosa” inaspettata, in cui ognuno/a si poteva ritrovare insieme ai compagni, condividere il proprio movimento nel medesimo tempo e medesimo spazio e sentire di appartenere a quel territorio che la mappa collettiva rappresentava.
Nel frattempo era stata riconsegnata a ciascuno la propria mappa insieme a una fotocopia della mappa collettiva.

Al silenzio è subentrata presto una vivace attività su sollecitazione di Solomon, che ha invitato ciascun alunno e alunna ad avvicinarsi alla mappa proiettata per individuarvi il proprio percorso e gli elementi più significativi riportati. La proposta ha avuto una pronta accoglienza: uno dopo l’altro tutti hanno voluto rintracciare e indicare ai compagni la propria posizione. Parlare delle proprie esperienze, aprirsi agli altri senza il timore di essere giudicati, in un clima di fiducia e accoglienza, ha facilitato la comunicazione.

Si è così passati a un’ulteriore tappa del lavoro, invitando ciascun alunno e alunna a scrivere su un post-it le proposte di miglioramento per rendere il loro quartiere “più bello, più vivibile, più sicuro”.

4. A Le proposte per migliorare il quartiere
I ragazzi e le ragazze ci hanno sommersi con la loro voglia di partecipare, di dire la loro con libertà, perfino senza i vincoli che la fattibilità e i costi di certe scelte hanno, mettendo così in campo anche la fantasia.

La descrizione analitica delle proposte, molto numerose, verrà fatta da Solomon Seyoum Elala nella quinta puntata del report. Va osservato comunque che la classe terza ha rivelato maggiore concretezza ed essenzialità nell’avanzare le proposte, è parsa più ancorata alla realtà nella individuazione dei bisogni e delle risposte agli stessi e ha concentrato la propria attenzione in particolare su una tematica non affrontata dalla classe prima, quella delle “case abbandonate”, che tanta discussione aveva già suscitato durante la presentazione delle mappe individuali e che in questa fase del lavoro si è riattivata nel confronto collettivo sulle proposte.

Altri due temi concreti, in questo caso emersi anche nella classe prima, hanno riguardato la pulizia- cura dell’ambiente e l’installazione di attrezzature per rendere il quartiere più vivibile. Sono state avanzate richieste pragmatiche e realizzabili: più cestini per la spazzatura, migliore illuminazione, sostituzione panchine rotte, un campo da calcio…
Il tema della sicurezza ha interessato le due classi in un modo diverso: i ragazzi/e più grandi ne hanno parlato poco in modo esplicito (hanno chiesto l’uso di telecamere e più presenza della polizia). Riteniamo che questo possa essere legato a un intervento di Giovanna in cui ha precisato, nel presentare il lavoro, che le richieste di miglioramento del quartiere non riguardavano interventi di controllo (di polizia o di telecamere) bensì attrezzature, cura dell’ambiente, pulizia, utili anche alla sicurezza.
Nella classe prima, invece, in cui non abbiamo posto dei limiti, le richieste di sicurezza sono state molteplici e di natura diversa: dall’esigenza di comportamenti più educati e corretti, a divieti e obblighi specifici, a controlli più regolari di forze di polizia e di telecamere, alla sistemazione delle strade per renderle più sicure. Ma anche alla “supplica” di liberare il quartiere dalle “persone cattive, dai ladri, dalle armi” …
I ragazzi e le ragazze della classe prima sono stati molto generosi nel proporre varie soluzioni. Solo loro hanno fatto proposte concrete di attenzione per gli animali domestici e randagi: zone apposite, fontanelle, casette. Ma poi si sono fatti così prendere dal desiderio di migliorare il quartiere che a un certo punto hanno lasciato i binari della realtà per sconfinare in progetti più o meno fantasiosi. Così la ricerca di proposte è diventata quasi un gioco al rialzo in cui tutto sembrava pensabile e tutto si poteva chiedere, da uno zoo con grandi animali come i leoni a un parco giochi tipo Gardaland…La fantasia ha permesso di osare di più, di andare al di là, per poter intravvedere altre possibilità, desideri, sogni, in un “brainstorming” che ha portato a una notevole ricchezza di idee.

Tonucci suggerisce agli adulti di stimolare i bambini/e a “osare di più” nelle loro proposte per migliorare l’ambiente in cui vivono, e quindi a non ostacolare la loro fantasia, ma a nutrirla con attività apposite. Nella classe prima è successo proprio questo: il senso di realtà è stato arricchito dal gioco al rialzo di idee e progetti talvolta grandiosi e certamente irrealizzabili. Ma segno di un grande interesse, di voglia di partecipare per dare vitalità e visibilità al senso di appartenenza al territorio.
Merita riportare che in entrambe le classi, due alunni per classe hanno manifestato il bisogno di spazi riservati ai giovani non gestiti dagli adulti. Mentre un alunno per classe, proveniente da famiglie con background migratorio, ha sostenuto l’esigenza di un luogo per “poter pregare bene” per “le persone non cristiane”.
Sono dati poco importanti dal punto di vista numerico, ma a nostro avviso molto significativi. Il primo dato (spazi per ragazzi/e) sottolinea la legittima richiesta nella preadolescenza e adolescenza di spazi sicuri e protetti, a loro riservati, il secondo evidenzia il cambiamento che è in atto nella nostra città in cui più comunità di provenienza culturale diversa cercano nuove vie di convivenza.
NOTA della redazione: le foto presenti nell’articolo sono di Maria Marchegiani.

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