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Il quartiere Piave visto dai ragazzi e dalle ragazze. 3. Osservare, ascoltare, narrare le mappe individuali

20/07/2026

Terza puntata del report sulla ricerca di storiAmestre sulla percezione che i giovani – figli e figlie di persone con provenienza migratoria e figli e figlie di nativi – hanno dello spazio del Quartiere Piave di Mestre. Verranno presentate e narrate alcune mappe mentali e si scoprirà che disegnare una mappa è “un’attività dinamica, autoriflessiva, corporea ” dove anche il vuoto parla e attraverso la quale si entra in rapporto col mondo sia interno che esterno.

di Giovanna Lazzarin

Nel preparare il progetto di ricerca il quartiere Piave visto dai ragazzi e dalle ragazze avevamo letto alcuni saggi della ricerca europea, coordinata dalla storica Luisa Passerini, sulle memorie orali e visive di persone emigrate in Italia e nei Paesi Bassi, dove erano state raccolte le mappe mentali del viaggio dal paese di origine, accompagnate da interviste orali, individuali o collettive. Ci stupiva e incuriosiva il modo in cui venivano considerate le mappe mentali prodotte, i significati che assumevano i luoghi mentre le persone si muovevano nel tempo e nello spazio tra ambienti diversi.

Così all’inizio il nostro obiettivo era vedere se c’era una percezione diversa del quartiere Piave tra i ragazzi e le ragazze di famiglie con background migratorio e quelle di famiglie italiane da lungo tempo residenti in città.  E invece via via questo sguardo si è modificato per aprirsi alla ricchezza di quanto emergeva dalle mappe.

Luisa Passerini spiega che ogni mappa è soggettiva. Partirò da questa affermazione per illustrare due mappe.

Questa è la mappa di un ragazzo di prima di famiglia italiana, al centro c’è il parco Piraghetto, sono disegnati due percorsi a seconda che vada con gli amici o da solo, una visione ampia del quartiere fino al cavalcavia della Giustizia che porta in via Miranese, tutto chiaro, tutto gli piace, tutto alla luce del sole.

Osserviamo quanto è diversa da questa:

lo schema è più contorto, ci sono tratti blu, grigi, non solo rossi, niente aperture verso altri luoghi. Quando con Solomon Seyoum abbiamo guardato le due mappe abbiamo notato che forse entrambi i ragazzi abitavano nello stesso condominio, abbiamo chiesto conferma all’insegnante e ci ha spiegato che non solo abitano nella stessa casa, ma sono pure gemelli. Le due mappe non potrebbero essere più diverse.

Questione di stile, direbbe Proust, cioè di visione: ciò che ognuno vede e altri non vedono. Questa sarà una guida del mio intervento.

Osservando la seconda mappa mi sembra che disegni quasi il profilo di un volto con un occhio che guarda. Analizzandola bene, è la mappa di uno che non si accontenta di muoversi, ma vuole osservare. Quando arriva alla Coop, dove arriva anche il gemello, la segnala in grigio, perché – dirà poi – vede delle persone che stanno lì ferme e non si sa bene cosa facciano e non è proprio contento, gli mettono ansia e insicurezza. Disegna anche un altro percorso che gli permette di non passare per la Coop. Ci tiene a far sapere, attraverso dei fumetti in alto a sinistra, come sia diverso il ritorno da scuola rispetto all’andata.

Ma se ogni mappa è soggettiva, come arrivare a raccogliere informazioni sul gruppo classe?

Abbiamo affrontato questa domanda basandoci sullo studio dell’urbanista David Lynch su come tre città USA – Boston, Jersey City e Los Angeles – negli anni Sessanta venivano immaginate dai loro abitanti. Lynch osserva che le persone per orientarsi in una città e tradurne le informazioni utilizzano mappe mentali che sono sia il prodotto di sensazioni legate ai cinque sensi che il ricordo delle esperienze passate. Mettendo insieme le mappe e sovrapponendo le descrizioni è possibile cogliere le percezioni che i cittadini hanno in comune e arrivare a un’immagine pubblica della città, una mappa mentale collettiva o condivisa alla cui base stanno pochi elementi. Ne parlerà Solomon Seyoum nel suo intervento.

Noi abbiamo seguito l’indicazione di Lynch, provando a vedere ciò che è condiviso. Nel gruppo di ricerca ci hanno lavorato con grande attenzione e precisione Anna Mazzucco e Maria Marchegiani.

Io proverò a far notare somiglianze, ma anche differenze.

Ad esempio: lo stato d’animo di insicurezza del secondo gemello davanti alla Coop è condiviso anche da questa italiana che va in modo lineare da casa sua, con gli alberi che escono dalle terrazze, al parco fino alla scuola, però disegna in grigio la Coop e la strada che vi conduce perché – dirà – le persone davanti alla Coop la inquietano.

Non tutti però segnalano la Coop nelle mappe allo stesso modo. Chi ci entra e va a fare delle spese, magari coi genitori, impara a fidarsi. Quindi ogni mappa è soggettiva, ma ci sono punti di contatto, di contrasto o di differenza tra le mappe che possono fornire delle indicazioni.

Prima indicazione: il grado di insicurezza o paura dipende dalla confidenza con un luogo, un edificio, una o più persone.

La tua mappa non appartiene solo a te.

La presenza di uomini che girano senza una meta o stanno fermi non si sa perché, non viene segnalata solo davanti alla Coop. Anche in altre vie del quartiere qualche mappa o la sua descrizione presentano persone “poco buone”.

Ma solo tre ragazzine di prima figlie di migranti – di genitori albanesi, moldavi e bengalesi – segnalano uomini che le guardano. E’ interessante il contrasto tra quello che dicono nella presentazione e i disegni. Osserviamoli con attenzione.

Nel disegno qui sopra forse solo la casa gialla può dare inquietudine, le finestre sembrano occhi e qualcosa esce con tratti neri, ma il colore è un giallo solare e per il resto l’immagine del quartiere è calda, piena di vita, c’è un gatto che cammina, il parco è pieno di alberi e giochi. Eppure, poco dopo aver visto il gatto, lei entra in una via colorata in grigio dove si sente “un po’ impaurita, perché ci sono certi uomini che ti guardano, ‘ste cose. Una volta hanno provato a inseguirmi”.

Anche questa mappa sembra mostrare all’apparenza un bel percorso, contornato di alberi, ma la disegnatrice spiegherà poi che preferisce andare al supermercato Di Più, ben segnalato in rosso, piuttosto che al parco, in alto, cerchiato di blu e misterioso, perché c’è anche brutta gente e non a caso vi disegna molti omini, anch’essi blu.

Osserviamo la terza mappa, piena di verde, scivoli e altalene, con un cagnolino portato a passeggio. Sembra un luogo bellissimo. Eppure la ragazzina, che abita accanto al parco, in via Piraghetto, dice di non sentirsi sicura ad attraversarlo “ perché ci sono persone sempre che ci guardano o ci fanno delle foto e poi c’è un cespuglio gigante che ho tanta paura che sia qualcuno col coltello… anche degli alberi che mi tengono un po’ di paura, quando c’è qualcuno dietro un albero. Chissà… “

Può essere che le tre ragazze si siano ascoltate e influenzate a vicenda mentre presentavano le mappe. Ma quello che dicono fa pensare. Ho formulato un’ipotesi riprendendo il consiglio che ci ha dato Luisa Passerini, in un colloquio che abbiamo avuto con lei on line: “provate a fare una conversazione tra voi e i ragazzi e le ragazze che presentano le loro mappe, e un colloquio tra voi e le mappe che osservate”. Mi è venuto in mente che quando avevo 11 anni molti anni fa anche a me creava problema che gli uomini mi guardassero, dietro c’era mia madre che improvvisamente aveva cominciato a mettermi in guardia e non capivo perché. Ora so che era perché mi erano venute le prime mestruazioni. Sentivo che qualcosa stava cambiando nel rapporto coi maschi, che era meglio non guardare e non essere guardata. Anche queste ragazze hanno 11 anni e forse anche dietro a loro c’è un adulto che le mette in guardia.

Però, nonostante le paure espresse a voce, dalle mappe emerge un gran piacere nel fare il “sentiero” da casa a scuola, il sentiero che prepara alla vita, come suggerisce Thomas Bernhard in “Correzione”.

Scrive Luisa Passerini: La tua mappa non appartiene solo a te. Ha un contesto condiviso con gli altri, va vista come “un’attività insieme dinamica, autoriflessiva, corporea e relazionale”. Proprio per questo uno stesso luogo può essere visto in modi diversi o addirittura non essere visto.

La chiesa di Santa Rita, viene vista solo da figli di italiani e nemmeno da tutti, anche se si trova esattamente davanti alla scuola. Le mappe che la segnalano non lo fanno allo stesso modo.

La mappa di questa ragazza di prima è essenziale, perché abita vicino alla scuola. Disegna la sua casa con terrazze che sembrano merletti, però quando arriva alla chiesa di Santa Rita, che pure spicca al centro in arancione, ci tiene a tracciare in grigio il portico nella parte bassa del campanile, per la presenza di persone che sono lì a dormire mentre lei sta andando a scuola .

Questo ragazzo di terza segnala ancora in modo più pesante la striscia grigia del portico.

Anche il primo gemello aveva indicato la chiesa, ma l’aveva colorata in rosso come tutto il percorso, un bel luogo – dirà poi – dove è andato anche a fare il chierichetto. Quale la differenza? Lui arriva dal parco, non vede il portico che vedono gli altri due che arrivano dalla via Miranese, ed è legato all’esperienza attiva avuta in chiesa.

L’esperienza che si fa di un luogo, i rapporti che si intrattengono con le persone sono molto importanti. Nella prossima mappa, di una ragazzina di terza figlia di italiani, la chiesa di santa Rita è messa al centro, colorata di rosso. Eppure fa quasi la stessa strada di chi segnala il sottoportico grigio.

Anche lei passa di là la mattina “quando ci dormono quelli senza tetto, però magari nel pomeriggio vedo che ci sono religiosi e i religiosi di solito sono sempre buoni, per questo ho messo la chiesa in rosso”.

Solo due ragazze di famiglia italiana, una in terza e una in prima, segnalano come punto di riferimento l’edicola della madonnina di via Fiume, una piccola formella in ceramica smaltata. La ragazzina di prima mette il piccolo segno dell’edicola proprio al centro, accompagnato dal nome, perché non ci sia confusione.

E’ quello un punto in cui si aspettano e si incontrano la mattina tutti quelli che passano di lì diretti a scuola. Eppure nessun altro l’ha disegnato.

Seconda indicazione: nel segnalare/non segnalare c’è una variabile motoria: da dove si arriva, che percorso si fa; ma anche una variabile culturale: la capacità di riconoscere un luogo, nominarlo, entrare in rapporto.

C’è da chiedersi anche cosa i ragazzi e le ragazze si sono sentiti di disegnare e di dire e cosa no. Mi ha colpito che un solo ragazzo abbia usato la parola moschea per l’edificio di via Piave, che è stato poi chiuso,1ma era ancora aperto quando siamo andate in classe il 3 febbraio. Lui solo lo ha disegnato e ne ha parlato: “c’è una moschea che non mi piace così tanto, a dir la verità, perché alla fine, quando finiscono, ci sono persone che urlano, perché fanno confusione”. Nessun altro lo ha fatto, anche se alcuni, pochi, passavano lì vicino. Questo ragazzo di prima non abita nel quartiere, abita in via De Amicis, quindi ci passava davanti, ma mi son chiesta se proprio per la provenienza indiana della sua famiglia poteva usare una parola conflittuale, per motivi diversi, sia per quanti sono di famiglia italiana sia per chi è di famiglia mussulmana. E infatti la parola non è stata più nominata nelle due classi.

Ogni mappa è dinamica

La mappa in cui è nominata la moschea, che vedete sopra, è interessante anche per un altro motivo: a prima vista sembra un labirinto, ma se si guarda bene il ragazzo disegna un’immagine mentale precisa, con molti dettagli, individua i negozi e supermercati con il nome giusto, segna perfino una scorciatoia tra via Piave e via Miranese con i suoi alberi, arriva fino al cavalcavia che porta alla Giustizia. Perché è così analitica? Credo sia perché fa tutto il percorso a piedi, un percorso di esplorazione che porta a nuove scoperte.

La prossima è la mappa di un altro ragazzo di prima, figlio di migranti, che non abita in quartiere, ma va in bus.

Il suo percorso è lineare con pochissimi elementi che non siano le fermate del bus, la scuola e la casa. Nessun nome di vie o negozi tra casa e scuola. Il percorso sembra tutto rosso, il bus è abbastanza sicuro, però c’è un tratto grigio davanti all’ INS di via Carducci; lì – dirà poi – ci sono delle persone poco buone. Anche il ragazzo che andava a piedi segnala l’INS, ma non ha nessun problema, va anche a fare delle spese.

L’insicurezza è influenzata dalla mancata conoscenza e la mancata conoscenza è legata a come ci si muove: andare a piedi significa affrontare l’aperto, l’incerto, il labirinto in cui ci si può perdere, ma permette anche di conoscere, acquisire sicurezza e perfino entusiasmo, come si vede nella prossima mappa di un ragazzo di prima, figlio di migranti, che vive nel quartiere e ha voluto colorare di arancione anche strade che non fanno parte del percorso, perché gli piace muoversi a piedi nel luogo dove abita.

Il vuoto è un’esperienza e un modo per comunicare

Luisa Passerini ha intervistato nel 2015 la fotografa Eva Leitolf che ha lavorato a molti progetti sull’Europa e i suoi confini. Nella sua serie Cartoline d’Europa ha seguito un approccio incentrato sul vuoto e sull’assenza in cui i confini territoriali vengono ripresi disabitati anziché affollati da orde di migranti, come di solito sono rappresentati dai media. Ogni immagine di questa serie è accompagnata da una nota scritta contenente informazioni dettagliate tratte dagli archivi della polizia, dai quotidiani o dal diario dell’autrice, la cui durezza contrasta nettamente con la scena apparentemente calma e idillica. Le sue immagini non vogliono essere belle immagini, ma strumenti per poter riflettere su un problema. In contrasto col modo drammatico ed emotivo in cui i media ritraggono quei luoghi facendoli velocemente consumare, la scena vuota permette di rallentare l’immagine e fermarsi a interrogarsi. Da quell’intervista Luisa Passerini ha tratto l’idea che come i silenzi strutturano la memoria orale, i vuoti strutturano la memoria visiva2.

Anche noi abbiamo voluto capire cosa comunicassero i vuoti presenti in alcune mappe.

Spesso nelle mappe dei ragazzi e ragazze con background migratorio mancano i nomi delle vie. Lo abbiamo visto col ragazzo di prima che viene in bus. Anche nella prossima mappa di un ragazzo di terza che va a scuola in bus ed è in Italia da due anni, non ci sono né nomi di vie, né punti di riferimento.

Possiamo formulare l’ipotesi che queste assenze e il vuoto presente nelle mappe siano dovute alla mancata conoscenza dei luoghi, comunichino lo spaesamento di chi si trova catapultato in una realtà estranea, velocemente attraversata, in cui non ha ancora messo radici. Ma il vuoto non comunica solo questo.

Prendiamo la mappa di questa ragazzina di prima con la famiglia di origini straniere.

Parte da casa sua, la disegna in giallo e scrive sulla mappa “mi rassicura”, contornando la scritta di rosso; anche la caserma dei carabinieri le dà fiducia, ma subito dopo la inquieta un posto coperto da cespugli perché non sa cosa c’è dentro, mentre la rassicura l’incontro con l’amica che talvolta avviene poco dopo. Null’altro le interessa. Infatti lascia metà del foglio vuoto.

Oppure questo ragazzino di prima, anche lui con background straniero, mette il nome delle vie, ma lascia vuoto un amplissimo spazio perché gli interessa solo la casa dello zio, ben visibile in rosso, che rende un po’ familiare il posto, e il parco che acquista una grandezza sproporzionata rispetto al resto del percorso.

Questa ragazzina di terza è qui da tre anni, mette solo il nome della via di casa. Quella è importante. Lungo il percorso disegna in modo accurato gli alberi e ha ben presenti i punti di riferimento utili: la farmacia, la Coop, il parco. Il resto per il momento non la riguarda.

Il vuoto diventa il palcoscenico in cui far emergere ciò che veramente conta, di cui ci si può fidare, comunica – in particolare nelle mappe di ragazzi e ragazze con background migratori – la difficoltà a entrare in rapporto con un luogo nuovo, ma anche la ricerca di punti, edifici, luoghi, incontri con cui entrare in rapporto. E’ una esperienza e una ricerca tipica dell’età, che riguarda anche chi proviene da famiglie radicate da tempo nel quartiere, perché l’atteggiamento verso un luogo che si comincia a conoscere in autonomia varia in base alla situazione in cui ci si viene a trovare, ma anche in base al carattere e al sesso. Basta rivedere la mappa del ragazzo indiano, grande esploratore, la cui mappa è un labirinto che non ammette vuoto e quella del ragazzo italiano che lascia un enorme spazio vuoto per concentrarsi sulla chiesa di santa Rita e su quanto lo inquieta.

Anche la consegna: disegnate il percorso casa-scuola può aver condizionato l’uso del foglio A3 che era stato loro consegnato. A presentare ampi spazi vuoti sono in prima dieci mappe su diciassette di ragazzi e ragazze con background migratorio e due su cinque di quelli con genitori da lungo tempo italiani. In terza mostrano aree vuote otto mappe su dieci di figli di migranti, sei su undici di italiani di lunga residenza.

Ma il vuoto di queste mappe spinge chi osserva a fermarsi a riflettere, a porsi delle domande. Quel campo bianco – ci sembra di capire – è una forma di comunicazione che si costruisce nel rapporto col pieno, evidenziandone il significato e il valore. Rinvia all’esperienza che si ha dei luoghi. Si può paragonare, in qualche modo, alla pratica della pittura ad inchiostro giapponese, in cui l’artista, proprio attraverso il gioco dei vuoti e dei pieni “entra in rapporto col mondo, sia quello della propria interiorità sia quello dell’esteriorità oggettiva” 3.

Margini, confini, misteri

Ci sono delle strade che inquietano in particolare, per la loro posizione vicina alla stazione.

In questa mappa una ragazzina di terza figlia di migranti disegna in grigio la via Fagarè, ma solo la parte verso via Trento, la via che porta in stazione, dove – dice – c’è un albergo e un portico in cui vede persone che si drogano. Però poi la sua strada continua e incontra una farmacia che per lei ha un grande significato: lì vede l’ora e la temperatura, la farmacia l’accompagna a iniziare la giornata, a conoscere il tempo, a scoprire che ogni giorno è un giorno diverso, a sconfiggere la noia. Anche altri segnalano le farmacie come importanti punti di riferimento.

Un’altra strada che può inquietare è la via Piave.

Questa è la mappa di un ragazzo di terza figlio di italiani. La via Piave viene vista proprio grigia e il piccolo parco sulla via Piave viene disegnato coi suoi alberi, ma è anch’esso grigio, lo rende insicuro. A contrastare questa insicurezza ci sono la sua casa e il panificio di via Monte san Michele, ben segnalati in rosso. Sembra quasi di assistere a una corsa da un punto rosso all’altro, mentre da lì in poi ha addirittura la scelta tra due percorsi in rosso verso scuola, entrambi con case di amici. Sono tre i panifici del quartiere segnalati positivamente dai figli di italiani come dei punti di riferimento fondamentali.

La prossima è la mappa di un ragazzo di terza, figlio di migranti che, abitando in via Sernaglia, deve attraversare la via Piave, passando accanto al piccolo parco.

Anche lui nota i problemi di quelle strade: la via Sernaglia è una via “così” perché ci sono delle persone non molto fidabili. Spesso le persone si drogano. Di solito di mattina non li vedo ma quando torno a casa li vedo passare e fare delle cose. Va a scuola col fratello più piccolo, lo deve proteggere, ma colora di rosso sia la via Piave che il piccolo parco dove si sente sicuro perché se mi colpiscono ci sono delle persone che mi possono aiutare. Il suo è un attraversamento che somiglia a quello del bosco nelle fiabe, con i pericoli e gli aiutanti magici, fino a quando arriva alla Coop: da lì in poi è al sicuro.

In via Sernaglia ha disegnato tre case blu, Non lo inquietano – dirà poi – ma sono misteriose, perché si chiede: chi ci abita lì? Una domanda interessante, un modo di muoversi nella città, pensando alle storie di chi vive dentro le case. Molti film sono partiti da questa domanda, uno per tutti: La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock. Questo ragazzo fa capire che un mistero non è necessariamente qualcosa che inquieta, può essere qualcosa che fa pensare, che muove la fantasia.

Sono soprattutto i ragazzi di terza con background migratori ad essere affascinati dal mistero della città.

In questa mappa di un ragazzo di terza figlio di migranti, che viene da via Miranese in bus, è segnato in grigio il cavalcavia della Giustizia, non gli dà sicurezza, anzi pensa che una volta o l’altra crollerà. Ma mette in blu un cancello chiuso e l’area che recinta, da cui si vedono gli alberi, un luogo da esplorare.

Una ragazzina di terza di famiglia migrante segnala in via Piraghetto, vicino alla Coop colorata di un rosso acceso, una porta che talvolta si apre e si vede una luce blu che l’affascina, anche se non sa ancora che è la sede di radio Venezia, attiva dal 1974 e di Televenezia, che ha iniziato le trasmissioni nel 1980.

Questa ragazzina va a scuola a piedi come quasi tutti i suoi compagni, ma solo lei, insieme a una alunna di prima di cui parlerò, segnala in rosso i marciapiedi, perché le danno sicurezza, mentre molti colorano in grigio le strisce pedonali, su cui si fermano incerti prima di passare.

Mi ha colpito come disegna i marciapiedi al centro della mappa, ben evidenziati. Per non lasciar dubbi, scrive a matita: marciapiede. Mi ha ricordato il saggio “Vita e morte delle grandi città” in cui Jane Jacobs definisce i marciapiedi “non semplici luoghi di transito pedonale e di accesso agli edifici […] ma organi vitali e insostituibili per la sicurezza, la vita collettiva e l’educazione dei ragazzi4”. I marciapiedi brulicanti di vita – scrive la Jacobs – garantiscono l’incolumità attraverso occhi vigili e costanti. La presenza di negozi, bar e residenti genera un “controllo sociale naturale”, tenendo a bada i malintenzionati e offrendo occasioni di interazione informale tra estranei. Marciapiedi sicuri e frequentati permettono ai bambini di giocare all’aperto sotto lo sguardo vigile della comunità.

La mappa di questa ragazzina condivide con la Jacobs l’importanza dei marciapiedi. In molte mappe analizzate emerge anche il ruolo dei negozi nel creare una rete di fiducia e favorire la vita collettiva nelle strade. Senza saperlo, questi ragazzi e ragazze mentre camminano fanno osservazioni vicine a quelle della Jakobs mentre camminava nelle città americane.

Le case abbandonate

Un campo importante di osservazione riguarda le case abbandonate. Sono segnalate solo da figli di italiani da più generazioni, soprattutto in terza, in prima solo due alunni le inseriscono nella mappa, ma poi non ne parlano. In terza le sentono misteriose, colorandole di blu, 7 ragazzi su 11, 4 ragazze e 3 ragazzi. I 4 figli di italiani che non le segnalano vengono da altre zone e non possono vederle. Nessun figlio di migranti le segnala, anche se fa un percorso in cui potrebbe vederle.

Questa ad esempio è la mappa di un ragazzo che finché era in prima abitava in quartiere. La via Piave è ben segnalata in grigio e anche sulla via Duca d’Aosta c’è un tratto grigio che continua fino alla casa abbandonata in blu.

Solo le ragazze nella presentazione parlano delle case abbandonate, con frasi tipo: sono abbastanza misteriose ⌊…⌋ Ci vivono persone qualche volta ⌊…⌋ delle volte vedevo delle persone che uscivano da quella casa o lasciavano la bici lì e intanto entravano di nascosto ⌊…⌋ scavalcano il cancello. Sono decadenti, trascurate.

Mi son chiesta perché solo italiani di terza e in particolare ragazze le vedano e siano interessate a metterle in evidenza. Un indizio me l’ha dato l’intervento dell’insegnante rispetto a questa mappa di una ragazzina che abita in via duca d’Aosta e in quella via ha disegnato una casa in blu precisando a matita “casa distrutta, dove vivono persone” e due case in grigio, quasi nero, scrivendo nell’una: “casa abbandonata trascurata”, nell’altra “casa abbandonata puzza”.

Maria Stella Savino è stata una presenza importante per la nostra ricerca, di cui ha condiviso lo spirito e il progetto, lasciandoci grandissima libertà mentre lei seguiva la classe. Quasi mai è intervenuta, ma in questo caso sì, perché anche lei abita nella via Duca d’Aosta in cui erano segnalate le case abbandonate. “ Ci sono delle case dell’ATER– ha detto – che sono abbandonate perché devono essere messe all’asta, in vendita e su questa cosa il Comune non si sta muovendo. Sono molto belle: casette basse con giardino”.

La storia di quelle case risale a quasi 100 anni fa quando la giunta del sindaco socialista Ugo Vallenari costituisce l’Istituto Autonomo per le Case Popolari per dare una risposta alla richiesta di abitazioni della classe lavoratrice e fa costruire in un’area allora di campagna tra la caserma di via Miranese del 1909 e la stazione di Mestre – costruita tra il 1875 e il 1880 – case bifamiliari con spazi scoperti per l’orto, destinate, a seconda della fascia di affitto, a impiegati o a operai. I primi nove edifici con 27 alloggi hanno l’abitabilità il 9 ottobre 1923. Ancora oggi sono piacevoli a vedersi. Dal 1926 lo IACP di Mestre verrà inglobato in quello di Venezia, in seguito all’annessione a quel Comune. Le case costruite dopo di allora saranno più massicce, dei veri condomini. Anche alcune di queste case sono vuote. In quel periodo sorsero le vie in cui camminano ora i ragazzi e le ragazze che le hanno disegnate nelle loro mappe. I primi nomi: via Sernaglia, Monte Grappa, Monte Nero, Monte Piana, Monte Santo, Fiume, Piave, vennero dati dal Consiglio Comunale il 19 marzo 1924 in onore dei caduti della prima guerra e in preparazione delle cerimonie5 per spostarne le salme dal cimitero di san Michele ai luoghi d’origine.

Luisa Passerini spiega nella sua ricerca sulle mappe dei migranti che una mappa è influenzata da condizioni sociali e culturali invisibili e penso ci sia una memoria invisibile, forse delle nonne, delle mamme, su queste case che hanno una lunga storia e che – soprattutto le ragazze – vedono trascurate e decadenti e se ne dispiacciono. I figli di migranti non possono avere questa memoria e nemmeno le segnalano.

Sapori, saperi

Luisa Passerini precisa che una mappa mentale è ancorata al corpo, sensoriale. Uno dei sensi che viene più segnalato oltre la vista è l’odorato.

La ragazzina di terza così sensibile alle case distrutte e abbandonate e che nella mappa disegna anche la madonnina di via Fiume, ha un’attenzione particolare agli odori. Il panificio ha un ottimo odore – scrive a matita – ma i cestini puzzano come pure il negozio bengalese di via Piraghetto.

Il profumo del pane lo segnalano solo figli di italiani, ma la più esplicita è questa mappa dove si vedono l’abitazione grande in rosso, una casa abbandonata in blu, i luoghi dove si incontra con gli amici cerchiati in rosso, però è centrale il percorso dell’odore del pane fresco appena sfornato che riesce ad arrivare da via Fiume alla via Adamello – così scrive – dove il ragazzo, mentre cammina, ascolta il cinguettio di un uccellino e lo disegna. Una vera immagine in movimento.

Se l’odore del pane attira solo i figli di italiani, è una ragazzina bengalese di prima che disegna il negozio di tacos e parla dell’odore meraviglioso del Kebab appena sfornato.

Il cibo è cultura. La tua mappa non appartiene solo a te. Ha un contesto condiviso con altri. La tua mappa appartiene sempre anche agli altri e mostra nei modi più vari i legami tra gli individui e il loro ambiente.

Anche noi ricercatrici abbiamo capito quanto siamo influenzate dalle condizioni culturali in base a cui si vede/non si vede. E’ successo osservando la mappa di questa ragazza cinese di prima che, dopo la sua casa colorata di rosso e tre case degli altri colorate di blu, inserisce la scuola di cinese.

Eravamo andate varie volte in via san Michele, ma non avevamo mai notato la scuola di cinese che ha lì la sua sede  dal 2007 ed è stata pure restaurata nel 2024. E’ una sede ampia, a piano terra, con una gran vetrata, aperta tutti i pomeriggi, anche sabato e domenica, per aiutare a capire i compiti e studiare il cinese, come ci ha detto un operatore quando finalmente l’abbiamo trovata. E abbiamo anche capito perché la ragazzina ha segnalato davanti alla scuola il marciapiede, scrivendone il nome a matita, perché quello è per lei un luogo di incontro e di gioco importante. Quante cose non riusciamo a vedere!

Mi piace quindi concludere con la mappa di questa ragazzina di terza che non ha voluto presentarla. I ragazzi e le ragazze erano libere di presentare o non presentare la loro mappa, solo tre non l’hanno fatto. Questa mappa però si presenta da sé.

Lei parte da via Bissolati e per lo più a piedi attraversa il corso del popolo dove segnala un piccolo PAM e va verso via Carducci, dove segnala l’In’s e un altro negozio. Si capisce che le strisce pedonali costituiscono per lei un problema. Ma il centro della sua mappa è la palma. Con Maria ci siamo chieste dove avesse visto questa palma. Siamo andate in cerca per tutto il quartiere. Ce l’ha fatta vedere Solomon Seyoum, è visibile dalla rotonda di via Piave verso via Miranese. Ma non l’avevo mai notata. Lei sì. Ho chiesto all’insegnante che provenienza avesse questa ragazzina. Per la privacy nelle mappe al posto del nome c’è un emoji che ognuno di loro ha estratto a sorte e incollato sul foglio in una piccola scheda che si vede in basso a destra, dove segnalare anche con una crocetta la classe, se M o F, con chi e come vanno a scuola. L’insegnante ci poteva dare alcune informazioni, nel rispetto della privacy. La famiglia della ragazzina è di origine bengalese. La palma, in particolare quella da cocco, è una risorsa significativa in Bangladesh. Quella palma a lei ricordava forse il suo paese e rendeva un po’ familiare il paesaggio che attraversava.

Perchè siamo tutti e tutte un po’ fuori luogo e cerchiamo qualcosa o qualcuno per renderlo familiare.

All’inizio il nostro obiettivo era vedere se c’è una percezione diversa tra le famiglie con background migratorio e quelle di cittadini italiani o cresciuti qui. Ma come scrive saggiamente Kafka “chi cerca non trova e chi non cerca viene trovato”.

Abbiamo incontrato due classi pienamente appartenenti a questa città, ci sono venute incontro le molteplici varietà di stile, di gusti, di interessi, di visioni. Nelle mappe dei ragazzi e le ragazze di famiglie migranti è più presente il vuoto, ma spesso fa emergere ciò che veramente conta. Sono anche i più affascinati dai misteri della città da esplorare. Solo i ragazzi e le ragazze di famiglie italiane notano la chiesa, la madonnina, le case abbandonate. Solo a loro piace il profumo del pane e non piacciono odori di altre provenienze. Molti e molte, di provenienze diverse, osservano sia le criticità del quartiere che gli aspetti positivi. Ma le differenze più significative nelle mappe e nelle presentazioni le abbiamo riscontrate tra ragazzi e ragazze, differenze di genere, o tra la prima e la terza, differenze di generazioni. Ognuna di queste classi non è una comunità, nel senso in cui la intende il sociologo Tonnies6, non condividono linguaggi, abitudini, gusti, significati, ma sono una piccola società in cui si scambiano queste loro diverse esperienze, le disegnano, le raccontano e in questo scambio comunicano le loro molteplici appartenenze.

NOTE

1 Nel 2023 l’associazione bangladese Ittihad aveva preso in affitto l’area dell’ex supermercato Pam in via Piave, a Mestre, per allestire un centro culturale islamico e uno spazio per pregare. A maggio del 2023 il Comune di Venezia ha imposto all’associazione di chiudere il centro, stabilendo che dal punto di vista urbanistico quegli spazi fossero destinati a un utilizzo commerciale e che quindi l’associazione dovesse ripristinare quel tipo di utilizzo. L’associazione ha fatto ricorso al Tribunale amministrativo regionale (TAR) del Veneto, che ha inizialmente sospeso la decisione e poi rigettato il ricorso; poi al Consiglio di Stato, che ad aprile 2025 ha rigettato il ricorso confermando la decisione del Comune di Venezia. A quel punto lo spazio è stato chiuso.

2Luisa Passerini, Conversations on visual memory, ​’Bodies Across Borders. Oral and Visual Memory in Europe and. Beyond’ (BABE) 2018.

3Traggo il pensiero del vuoto come esperienza dalla interessante ricerca di Giangiorgio Pasqualotto che presenta la pratica del vuoto nella calligrafia, nella pittura a inchiostro, nell’haiku giapponese. Si veda :Giangiorgio Pasqualotto, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d’Oriente. Marsilio 1992. La citazione si trova a p. 92.

4Jane Jaacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Einaudi 2009, p. 81. Questo saggio è ormai un classico della sociologia e dell’antropologia urbana. In esso la Jacobs – critica del modello di sviluppo delle città moderne pensato principalmente per le automobili – si propone di verificare come le città funzionino nella vita reale, sostenendo il recupero a misura d’uomo dei nuclei urbani, valorizzando il ruolo della strada e dei marciapiedi per la vita collettiva. In onore di Jane Jacobs ogni anno, nel primo fine settimana di maggio, in numerose città di tutto il mondo, tra cui Venezia, si tiene una manifestazione culturale denominata Jane’s walk che consiste in passeggiate libere, gratuite, organizzate localmente, durante le quali le persone si riuniscono per esplorare, parlare e celebrare i loro quartieri, con lo scopo di sviluppare una tradizione e un’educazione urbana, nonché un approccio progettuale basato sulla concertazione con la comunità.

5Mi riferisco alla cerimonia del 3 novembre del 1924 con cui 220 caduti della prima guerra furono trasportati dall’isola di san Michele alla stazione ferroviaria per essere sepolti nei luoghi d’origine. Ne parla Lucio Sonza in Il Diario scolastico di Giulia e la cronaca veneziana (1924-1926) (Supernova, Venezia Lido 2022), presentando il diario scolastico della madre Giulia, che assistette alla cerimonia e ne scrisse commossa nel diario. Giulia aveva allora la stessa età dei ragazzi e delle ragazze di queste mappe.

6 Ferdinand Tönnies, Comunità e società, (Gemeinschaft und Gesellschaft, 1887), Laterza 2011. Il sociologo tedesco distingue fra la “comunità”, intesa come un rapporto reciproco sentito dai partecipanti, fondato su di una convivenza durevole, intima ed esclusiva, e la “società”, la cui vita è razionale, passeggera, più superficiale.

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