Io so. Io so i nomi del responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di ‘“golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974... Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Pier Paolo Pasolini, il Corriere della sera, 14 novembre 1974
Domenica 10 maggio 2026 il COLLETTIVO DISARMARTE ha messo in scena all’M9, Museo del Novecento di Mestre, lo spettacolo Trepì, la poesia della rivolta. Viaggio teatrale intorno alla figura di Pier Paolo Pasolini e agli anni che lo hanno ucciso. Lo spettacolo si sviluppa attorno alle vicende che hanno maggiormente caratterizzato la sua vita dal dopoguerra agli anni delle stragi neofasciste, attraversando le stazioni di alcune sue poesie. La sua drammatica fine aleggia sul racconto teatrale portando a chiedersi se quella vicenda sia solo un fatto di costume o segni un’epoca caratterizzata dalla “strategia della tensione”.
Per questo a conclusione dello spettacolo si è svolta una conversazione tra Paola Sartori, presidente di storiAmestre e la giornalista e scrittrice Antonella Beccaria1 sul tema: Ancora servizi segreti? Una sicurezza che fa preoccupare.
Antonella Beccaria ha spiegato che la strategia della tensione per tanto tempo era stata considerata conclusa nel 1974. Invece la sentenza del 1° luglio 2025 con cui La Corte di Cassazione ha condannato all’ergastolo l’ex militante di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini come esecutore materiale della strage del 2 agosto 1980 ci dice che questo periodo va oltre il 1974. La sentenza ha anche confermato le responsabilità di Licio Gelli e Umberto Ortolani, come mandanti e finanziatori, Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero fino al 1974 e Mario Tedeschi, senatore MSI, come mandanti-organizzatori, Piergiorgio Segatel, ex capitano dei carabinieri, per depistaggio e Domenico Catracchia, per false informazioni al pubblico ministero.
Questa sentenza, che la giornalista analizza nel libro “Golpe di stato”, parla del percorso politico, indirizzato a un assetto istituzionale autoritario-presidenziale, che doveva operare attraverso il controllo di determinati apparati a iniziare dai servizi segreti, con un uso misurato delle bombe. Al 1974, l’anno delle stragi di Brescia e dell’Italicus, segue un periodo a “minore intensità” fino alla strage del 2 agosto 1980.
La P2 e Gelli erano uno strumento per realizzare un governo di tipo autoritario-presidenziale di cui si notano segnali anche oggi. Durante la conversazione è stato illustrato l‘articolo 31 del Decreto Sicurezza del 2026, che ha ampliato i poteri dell’intelligence nazionale, prevedendo l’immunità per agenti dei servizi impegnati in operazioni autorizzate. Le due interlocutrici si sono chieste se dopo sarà ancora possibile arrivare a individuare le responsabilità come nella sentenza del 1 luglio 2025 o si dovrà dire con Pasolini: Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno gli indizi.
Antonella Beccaria ci ha inviato il breve saggio che ha scritto per il libro collettivo «Quanto manca alla verità su stragi e attentati»2, autorizzandoci a pubblicarlo.
Di questo e del suo rigoroso lavoro di ricerca la ringraziamo.

di Antonella Beccaria
Tra il 1940 e il 1942, l’intellettuale francese Marc Bloch, nato da famiglia ebraica e destinato a diventare colui che, per eccellenza, ha tracciato il metodo per l’indagine storiografica che consente di sondare il passato partendo da quesiti sul presente, scriveva:
Non essendo profeti, non avevamo previsto il nazismo. Ma eravamo certi che […] un giorno la reazione tedesca sarebbe arrivata, alimentata dai rancori di cui le nostre follie moltiplicavano i semi, e che il suo scatenarsi sarebbe stato terribile […]. Pigramente, vigliaccamente, abbiamo lasciato fare […]. Ora, di cosa è fatta questa coscienza collettiva se non da una moltitudine di coscienze individuali che incessantemente influiscono le une sulle altre? Farsi un’idea chiara […] significa introdurre un granello di lievito nuovo nella mentalità comune […]. Per giudicare l’hitlerismo bastava vederlo vivere3.
Quel granello di lievito, auspicava Bloch, avrebbe consentito il «formarsi, onda dopo onda, [di] eserciti di volontari»4 che avrebbe originato i movimenti di Resistenza, a cui lo stesso storico aderì di lì a poco rinunciando a trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti. Poi, l’8 marzo 1944, venne arrestato dalla Gestapo, torturato e fucilato il 16 giugno successivo insieme ad altri ventisei prigionieri. Il suo metodo, però, gli è sopravvissuto e, tra gli strumenti lasciati in eredità alle generazioni future, resta il processo di demistificazione delle credenze del potere alla base di false notizie divenute mendaci verità5.
Per questo, occorre partire da un assunto di base, quando si affronta il tema delle stragi a noi più contemporanee: «Esiste un diritto all’accertamento dei fatti – in casi di crimini di particolare gravità – che non si ricollega alle sole vittime, ma che appartiene alla intera collettività»6. E quel diritto, fondato su valori costituzionali e internazionali, passa dalla comprensione della «verità sulle circostanze in cui si sono verificati eventi che comportano una massiva violazione di diritti fondamentali come quello alla vita, che implica il diritto ad un’effettiva indagine giudiziaria, oltre al diritto al risarcimento»7.
Queste parole, scritte in riferimento al massacro alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti e 216 feriti), si estendono senza dubbio a tutto il fenomeno dello stragismo italiano, dalla fine degli anni Sessanta all’inizio dei Novanta. Un arco di tempo attraversato da un sistema di deviazioni dalla verità – i depistaggi – che si è ripetuto con una ciclicità straordinaria e intenzionale, nonostante le differenze che hanno caratterizzato ciascuno di questi eventi: contesto socio-politico, contingenze economiche, assetti criminali, collateralismo e connivenze.
Nello specifico, l’accertamento dei fatti legati alla strage del 1980 è stato inquinato da diciassette depistaggi accertati8 il cui effetto si è trascinato nel lungo periodo. Un esempio e, al contempo, una conseguenza: permane un caos tale per cui, ancora in tempi relativamente recenti, sondaggi condotti a Milano, Brescia e Bologna – teatri di altrettanti eccidi indiscriminati – dimostravano che cifre oscillanti tra il 22,2 e il 41,7 per cento degli studenti superiori ritenevano che le stragi fossero state eseguite dalle Brigate Rosse e non da formazioni di estrema destra9 con legami con la destra istituzionale e con la criminalità organizzata. E spesso il difficile accertamento delle responsabilità di esecutori, complici e soprattutto mandanti, durato decenni, ha cementato «l’impressione che sia impossibile giungere alla verità. Ma non è così»10.
Nuto Revelli, comandante partigiano di Giustizia e Libertà, sosteneva che «fino a quando non si saprà la verità sulle stragi, l’Italia non potrà essere un Paese normale»11. Il suo riferimento era agli anni Settanta, ma la sua affermazione si può estendere tranquillamente ai due decenni successivi per combattere il depistaggio mediatico – il più resistente – secondo cui di quel periodo storico non si saprà mai nulla o, nella migliore delle ipotesi, non si saprà mai tutto. Nella sostanza, per circoscrivere «la rimozione [che] è la forma più usuale di falsificazione della storia»12, si tratta di far emergere informazioni spesso già a disposizione, ma sepolte in carte di complesso accesso o appannaggio di circoli di addetti ai lavori, quando non di veri e propri insabbiatori.
Come? Gli sforzi compiuti dall’inizio degli anni Novanta, con la riapertura delle indagini sulle stragi di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia e di Bologna, suggellano azioni ineludibili: conservazione e accessibilità capillare dei documenti attraverso la digitalizzazione ne sono il presupposto. Ciò che ancora manca, almeno dal punto di vista sistematico, è il seme che porti a quel granello di lievito nuovo di cui scriveva Marc Bloch, ottenibile attraverso una divulgazione chiara, semplice e puntuale. Per usare altri termini, si deve consolidare il principale antidoto a forme di revisionismo e negazionismo applicate anche – e sempre più spesso – alla storia delle stragi: la conoscenza. A proposito della quale, ha affermato Paolo Bolognesi, presidente onorario dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980: «Devi insistere sulla conoscenza, devi capire perché è successo tutto questo. Altrimenti vai a mettere un fiore sulla tomba, ma poi è tutto finito»13.
NOTE
1 Antonella Beccaria è una giornalista, saggista e audiodocumentarista di grande esperienza. Ha collaborato con emittenti di prestigio come Rai 1, Rai 3, Rai Radio 3, Sky e Crime+Investigation. Attualmente, è vicedirettrice della Fondazione Bottega Finzioni di Bologna, fondata da Carlo Lucarelli, dove insegna. Tra le sue opere di successo pubblicate da Paper First si annoverano “La Repubblica delle stragi” (2017),“I soldi della P2” (2021), “Dossier Bologna” (2020), “Piazza Fontana – I colpevoli” (2019), “Golpe di Stato” (2026).
2“Quanto manca alla verità su stragi e attentati”, Terra Somnia Editore 2026. E’ l’ultimo libro promosso e finanziato dall’Associazione Familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili in collaborazione con il Coordinamento dei familiari delle vittime di mafia e terrorismo. Il volume raccoglie contributi di firme d’eccezione come il magistrato Nino Di Matteo, Salvatore Borsellino, Attilio Bolzoni, Paolo Mondani di Report, Stefania Limiti, Aaron Pettinari, Stefano Baudino e Antonella Beccaria.
3Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere dello storico, Feltrinelli, Milano 2024, pp. 413-416.
4Ivi, p. 416.
5Marc Bloch, I re taumaturghi, Einaudi, Torino 2016.
6Corte Suprema di Cassazione, prima sezione penale, sentenza n. 26/2025, 15 gennaio 2025, consigliere estensore Raffaello Magi, p. 27.
7Procura generale della Corte di Cassazione, requisitoria del sostituto procuratore generale Antonio Balsamo, 30 dicembre 2024, p. 2.
8Corte d’Assise d’Appello di Bologna, prima sezione penale, sentenza n. 14/24, 8 luglio 2024, p. 19.
9Benedetta Tobagi, Le stragi sono tutte un mistero, Laterza, Bari-Roma 2024, pp. 24-25.
10Angelo Ventrone, La strategia della paura. Eversione e stragismo nell’Italia del Novecento, Mondadori, Milano 2019, p. 271.
11Paolo Borgna, Stragi 1969-74: dove i processi hanno fallito arriverà il rigore storico. Ma la verità è possibile, «L’Avvenire», 15 aprile 2012.
12Marcello Flores, La storia e la modificabilità del passato. Revisioni, negazioni, aggiornamenti: l’interpretazione storica e la verità dei fatti, «Critical Hermeneutics. Biannual International Journal of Philosophy», 4, special ii, 2020, p. 241.
13Maurizia Morini ( a cura di), Figli delle vittime. Gli anni Settanta, le storie di famiglia, Aliberti Editore, Reggio Emilia 2012, p.157.

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