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Vie e piazze dedicate ai partigiani della terraferma veneziana

01/05/2026

I nomi delle vie e piazze, mentre aiutano a orientarsi e muoversi in città, permettono di esplorare la cultura e le memorie locali, gli snodi di una storia civica sedimentata nel tempo, fanno entrare in contatto con persone ritenute significative dalla collettività, spingono a porsi delle domande sulla loro storia.

La nostra socia Sandra Savogin nel 2006-7, per conto dell’IVESER, è andata a ricercare i nomi delle vie e delle piazze dedicate ai partigiani locali a Mestre, Marghera e altri luoghi della terraferma del Comune di Venezia. Ha individuato 35 vie e 4 piazze e ha ricostruito la storia di ognuno dei partigiani e delle partigiane. Queste vie e queste piazze sono state così trasformate in luoghi di scoperta e narrazione di uomini e donne che spesso sacrificarono la vita per liberare l’Italia, conquistare la democrazia e costruire i valori fondanti della Costituzione italiana. Tra queste vie e piazze Sandra ha scelto di raccontarne nel nostro sito sette, tre piazze e quattro vie, invitandoci ad andarle a vedere e a ricordare questi coraggiosi e questa coraggiosa nostra concittadina, tutti giovanissimi tranne “nonno” Lazzaro Giovannacci.

Pubblichiamo queste storie, che nutrono quanti e quante – tra loro molti/e giovani – hanno organizzato e resa viva la manifestazione del 25 aprile 2026 a Mestre, rivendicando la pace, il diritto al lavoro, alla casa, al vivere insieme. Come scrive Pier Paolo Pasolini, pensando ai fratelli Cervi e al fratello Guido, nella durissima poesia “Vittoria”:

…scendono dai cimiteri. Giovanotti

con negli occhi qualcos’altro che amore:

una follia segreta di uomini che lottano

come chiamati da un destino diverso dal loro.

Con quel segreto che non è più segreto,

scendono giù ,muti, nel primo sole,

e pur così vicino alla morte, il loro è il passo lieto,

di chi ha tanto cammino da fare nel mondo.

Ma essi sono abitanti del monte, del greto

selvaggio, del fiume padano, del fondo

della fredda pianura. Cosa fanno tra noi?

Tornano, e nessuno li ferma…

Manifestazione per il 25 aprile 2026. Piazza Ferretto, Mestre.

di Sandra Savogin

Via Felisati, Mestre centro

Viene intitolata nel 1947, prima era dedicata al ferroviere fascista Antonio Cattapan, che il 3 agosto 1922, sciopero dei ferrovieri, davanti al loro circolo in via Cavallotti viene ferito a colpi di pistola e morirà giorni dopo per complicazioni post-operatorie. L’episodio sarà il pretesto per scatenare una violenta rappresaglia squadrista che porterà alle dimissioni della giunta socialista guidata dal sindaco Ugo Vallenari.

Foto Giovanni Felisati. Tratta da Wikipedia.

Felisati Giovanni, il “Moro” fu uno dei tredici prigionieri politici uccisi il 28 luglio 1944 dai nazifascisti, per rappresaglia, due giorni dopo l’attentato realizzato ad opera della Resistenza veneziana a Ca’ Giustinian, sede di un comando tedesco e della Guardia Nazionale Repubblicana. Felisati era nato a Carpenedo nel 1909, era operaio ai forni della Montevecchio; l’antifascismo l’aveva respirato in famiglia poiché il fratello Ferdinando fu uno dei fondatori del Partito Comunista a Mestre nel 1921, antifascista e condannato due volte al confino. Giovanni era a sua volta membro del PC clandestino e, subito dopo l’8 settembre, entrò a far parte della rete cospirativa che stava creando le condizioni per organizzare la lotta di Liberazione nel veneziano. Fu attivo nel reperimento e trasporto di armi ed esplosivi necessari alle azioni di sabotaggio. Venne tuttavia individuato presto dalla polizia fascista e al momento del suo arresto, avvenuto l’11 gennaio del 1944, nel suo domicilio furono rinvenute gelatine e micce. Fu condannato dal Tribunale Speciale con l’accusa di detenzione di esplosivi e di propaganda comunista. Rimase in carcere fino al momento della fucilazione.

Via Bruno Slongo, collega via Caneve con via Colombo, intitolata nel 1947

Bruno Slongo, nato a Mestre nel 1915, meccanico, era, con il nome di “Brunetto”, uno degli elementi di punta della brigata “Ferretto”. Il 31 marzo 1945, assieme a tre compagni, attaccò tre brigate nere in località Prà Secco, con l’intento di vendicare l’uccisione di Giuseppe Marcuzzo. Nell’azione rimasero uccisi due fascisti ma non il responsabile, Salvatore Castellaro che si era infiltrato nella “Ferretto”.

Il pomeriggio del 28 aprile, dopo che lo stesso Slongo era stato mandato in perlustrazione, numerosi elementi delle Brigate “Battisti” e “Ferretto” assalirono la villa Revedin, attuale villa Salus, dove un corpo di SS era deciso a non arrendersi. Durante gli scontri fu ucciso con altri tre partigiani il cui sacrificio è ricordato da una lapide posta sul fianco di una costruzione d’epoca, ora situata vicino all’ingresso del corpo più antico dell’attuale complesso di Villa Salus. Il Comandante tedesco simulò di volersi arrendere sventolando una bandiera bianca perciò Slongo e i suoi compagni uscirono da un fosso allo scoperto per parlamentare, ma furono falciati da raffiche di mitra e dal lancio di bombe a mano. Poco dopo la loro morte l’ufficiale comandante si uccise, determinando la resa del gruppo. I suoi funerali furono celebrati ai primi di maggio assieme a quello di Ferretto e di altri tredici partigiani.

lapide nell’attuale villa Salus a Mestre

Piazzale Diomiro Munaretto a Zelarino

lI piazzale ricorda Munaretto Diomiro,“Danton”. Nato nel 1924 a Zelarino, operaio alla Sirma, aveva risposto al primo bando di chiamata alle armi della classe 1924 da parte della RSI, ma si era dato alla fuga dopo due giorni; tuttavia dopo il secondo bando del febbraio 1944, salì nel marzo al Cansiglio con Erminio Ferretto.

Nel settembre 1944 dopo il grande rastrellamento nazifascista contribuì alla costituzione della brigata “Ferretto”. Dopo aver partecipato alla liberazione di due partigiani dalle carceri di Treviso, nel gennaio del 1945 tornò in montagna nella Brigata “Mazzini”, dove fu nominato vicecomandante. Il 6 febbraio 1945 si trovava a Pianezze con altri tredici partigiani e fu attaccato da circa quattrocento militi della X Mas. Munaretto organizzò il gruppo per tentare uno sganciamento: “Danton“uscì per primo, fu falciato da una raffica di mitra, ma permise così ai compagni di salvarsi. Segnalato per suo atto di coraggio, fu decorato da una medaglia di bronzo alla memoria.

Via Everardo Scaramuzza, Zelarino centro, laterale di via Castellana

La via ricorda il partigiano Everardo Scaramuzza “Macario”, nato a Zelarino il 3 luglio 1925, lavorava come tornitore alla Breda. Entrò a far parte del gruppo di resistenti con i quali Ferretto organizzò la Brigata che poi prese il suo nome. Non risulta che si sia aggregato a formazioni di montagna ma che abbia operato sempre in pianura, soprattutto con azioni di sabotaggio, raccolta fondi e trasporto di armi. Fu arrestato dalle Brigate Nere il 18 novembre del 1944 durante un incontro organizzato a Zero Branco da Giorgio Bravinelli “Lince”, partigiano che, catturato dalle brigate nere di Treviso, iniziò a collaborare coi fascisti macchiandosi di molti tradimenti e di atroci delitti. Erano presenti all’incontro anche Zia e Munaretto e solo quest’ultimo riuscì a sfuggire all’arresto, mentre Scaramuzza, con Umberto Zia, restò a lungo in carcere a Treviso dove fu torturato. La notte tra il 31 dicembre e l’1 gennaio 1945 venne fucilato e gettato nel Sile da alcuni uomini delle brigate nere.

Cimitero di Mestre,sacrario dei martiri della libertà, dove sono raccolte alcune tombe di partigiani mestrini tra cui quella di Everardo Scaramuzza.

Via Mariuccia Lavelli , Marghera vicino alla chiesa di Sant’Antonio

Foto di Mariuccia Lavelli, tratta da santiebeati.it

Mariuccia Lavelli era una giovane maestra ventottenne che si prodigò con coraggio, con l’amica Maria Dolenc, alla stazione di Marghera, dove per giorni sostavano i treni stipati di militari prigionieri diretti in Germania. Le due giovani appartenevano all’Azione Cattolica e oltre ad agire in prima persona mobilitarono le loro compagne a distribuire viveri e bevande ai prigionieri italiani rinchiusi nei camion in partenza per la Germania. Naturalmente raccoglievano anche i bigliettini con gli indirizzi per avvisare le famiglie. Inizialmente fu ottenuto mediante la Croce Rossa il permesso dal Comando tedesco di portare viveri, ma le giovani portavano anche abiti civili e strumenti per segare le sbarre così da facilitare la fuga permesso poi negato perché una ragazza fu scorta da un agente di Pubblica Sicurezza mentre schiudeva la porta di un vagone e fu ferita perciò il Comando revocò il permesso. Alcune con molta prudenza continuarono l’opera. Mariuccia fu in prima fila e riuscì, non vista, ad aprire gli sportelli dei treni: in un caso fece uscire due fanti e li nascose in un bar e una seconda volta fece uscire dalla stazione un prigioniero, vestito con abiti civili, tenendolo sotto braccio come fossero fidanzati. La Lavelli era anche impegnata, attraverso l’associazione parrocchiale, a fornire aiuto e sostegno alle famiglie di Marghera impoverite e ridotte alla fame dal vertiginoso aumento del costo della vita causato dalla guerra. Purtroppo la giovane con la madre perirono sepolte sotto le macerie durante il bombardamento del 28 marzo 1943.

Piazzale Giovannacci Lazzaro, Marghera

Lapide dedicata a Giovannacci Lazzaro, nel piazzale omonimo a Marghera.

La piazza è dedicata a Giovannacci Lazzaro, nato in Toscana a Pontremoli nel 1884. Nel 1943 aveva un esercizio commerciale di ferramenta ed era legato agli esponenti locali di Giustizia e Libertà Armando Gavagnin ed Amedeo Linassi. Collaborò con il CLN di Mestre finché la sua appartenenza al movimento di Liberazione non fu denunciata da un delatore; perciò all’età di 60 anni nel marzo del 1944, decise di spostarsi in montagna, dove fu inquadrato nella Brigata “Mazzini”. Per la sua età fu chiamato il papà dei partigiani. Dopo il rastrellamento tedesco di settembre non volle abbandonare la zona e venne arrestato il 18 dicembre 1944; in carcere subì atroci torture alle quali oppose un ostinato silenzio. L’arresto avvenne subito dopo quello di quattro giovani partigiani tutti sottoposti a stringente interrogatori accompagnati da torture dal comandante della GNR di Montebelluna. Il 2 gennaio 1945 venne fucilato con gli altri quattro compagni a Ciano del Montello dalla X MAS. Il parroco celebrò un ufficio funebre “davanti alle casse chiuse su ognuna delle quali era puntato un pezzo di carta con il solo cognome dei fucilati, grondanti ancora sangue, allineate presso il muro del cimitero”.

Piazzale Bruno e Guido Parmesan, Marghera

Il piazzale è dedicato a Bruno e Guido Parmesan nati a Venezia rispettivamente il 14 /4/1925 e l’8/7/1923. Il padre mutilato di un braccio perduto durante la guerra mondiale trasmise ai figli i valori della libertà e della non violenza. Entrambi perciò dopo l’8 settembre scelsero di combattere contro il nazifascismo. Bruno partigiano nel Battaglione “Val Meduna” della Divisione delle Formazioni Osoppo – Friuli fu catturato nel gennaio 1945 a Meduno (UD) dalle brigate nere a seguito di una delazione, fu processato a Udine il 2 febbraio 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine e fucilato la mattina dell’11 febbraio contro il muro di cinta del cimitero di Udine con altri ventitre partigiani. La sua ultima lettera alla famiglia è pubblicata nella raccolta di “Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana”. Il fratello Guido combatté. fino alla Liberazione nel Friuli Venezia Giulia in una brigata Garibaldina, ma mancano notizie precise. Rientrò però in famiglia minato nel fisico per le atroci torture subite. Non riuscì a ristabilirsi e morì per le conseguenze delle sevizie il 13 gennaio 1950.

Lapide dedicata a Bruno e Guido Parmesan nel piazzale omonimo, a Marghera.

Lettera di Bruno Parmesan

Udine, 10 Febbraio 1945

Caro papà e tutti miei cari di famiglia e parenti,

Dalla soglia della morte vi scrivo queste mie ultime parole. Il mondo e l’intera umanità mi è stata avversa. Dio mi vuole con sé. Oggi 10 Febbraio, il tribunale militare tedesco mi condanna. Strappa le mie carni che tu mi avevi fatto dono, perché hanno sete di sangue.

Muoio contento perché lassù in cielo rivedrò la mia adorata mamma. Sento che mi chiama, mi vuole vicino come una volta, per consolarmi, siate forti, ricevete con serenità queste mie parole, come io sentii la mia sentenza.

Ore mi separano dalla morte, ma non ho paura perché non ho fatto del male a nessuno; la mia coscienza è tranquilla.

Papà, fratelli e parenti tutti, siate orgogliosi del vostro Bruno che muore innocente per la sua terra.

Vedo le mie care sorelline Ida ed Edda che leggono queste mie ultime parole: le vedo così belle come le vidi l’ultima volta, col loro dolce sorriso. Forse qualche lacrima righerà il loro volto.

Dà loro coraggio, tu Guido, che sei il più vecchio.

Quando finirà questa maledetta guerra che tanti lutti ha portato in tutto il mondo, se le possibilità ve lo permetteranno fate che la mia salma riposi accanto a quella della mia cara mamma.

Guido abbi cura della famiglia, questo è il mio ultimo desiderio che ti chiedo sul punto di morte. Auguri a voi tutti miei cari fratelli, un buon destino e molte felicità.

Perdonatemi tutti del male che ho fatto. Vi lascio mandandovi i miei più cari baci.

Il vostro per sempre

NOTE BIBLIOGRAFICHE

Felisati Giovanni: G. Turcato e A. Zanon Dal Bo (a cura di), “1943-1945 Venezia nella Resistenza”, Venezia, Comune di Venezia, 1976; G. Paladini e M Reberschak, (a cura di), “La resistenza nel Veneziano”, Università di Venezia, Istituto Veneto per la storia della Resistenza, Venezia 1985, vol. I° e II°; G. Bobbo, “Venezia in tempo di guerra, 1943-1945”, Padova, Il Poligrafo, 2005; M. Borghi (a cura di), “I luoghi della libertà: itinerari della guerra e della Resistenza in provincia di Venezia”, Portogruaro, Iveser / Nuova Dimensione, 2009; S. Savogin, “Tra guerra e Resistenza. Mestre e il suo territorio dal 1940 al 1945”, Padova, Comitato Provinciale ANPI Venezia, CLEUP 2015.

Slongo Bruno: M. Borghi (a cura di), “I luoghi della libertà: itinerari della guerra e della Resistenza in provincia di Venezia”, Portogruaro, Iveser / Nuova Dimensione, 2009; S. Savogin, “Tra guerra e Resistenza. Mestre e il suo territorio dal 1940 al 1945”, Padova, Comitato Provinciale ANPI Venezia, CLEUP 2015.

Munaretto Diomiro: M. Borghi (a cura di), “I luoghi della libertà: itinerari della guerra e della Resistenza in provincia di Venezia”, Portogruaro, Iveser / Nuova Dimensione, 2009; S. Savogin, “Tra guerra e Resistenza. Mestre e il suo territorio dal 1940 al 1945”, Padova, Comitato Provinciale ANPI Venezia, CLEUP 2015.

Scaramuzza Everardo: S. Savogin, “Tra guerra e Resistenza. Mestre e il suo territorio dal 1940 al 1945”, Padova, Comitato Provinciale ANPI Venezia, CLEUP 2015; F. Maistrello, XX Brigata Nera. Attività squadrista in Treviso e provincia, Istresco -Cierre, Sommacampagna 2006.

Lavelli Mariuccia: B. Brocca, a. Cuk, “Le vie di Marghera. I nomi, la storia”, Alcione, Venezia 1996; M. Borghi (a cura di), “I luoghi della libertà: itinerari della guerra e della Resistenza in provincia di Venezia”, Portogruaro, Iveser / Nuova Dimensione, 2009; S. Savogin, “Tra guerra e Resistenza. Mestre e il suo territorio dal 1940 al 1945”, Padova, Comitato Provinciale ANPI Venezia, CLEUP 2015; “Il diario di Padre Tito. Marghera 1943-1945”, Alcione, Venezia 1997; M. Gioannini, g. Massorbio, “Bombardare l’Italia. Storia della guerra di distruzione aerea 1940-1945”, Rizzoli, Milano 2007;

Giovannacci Lazzaro: M. Borghi (a cura di), “I luoghi della libertà: itinerari della guerra e della Resistenza in provincia di Venezia”, Portogruaro, Iveser / Nuova Dimensione, 2009; S. Savogin, “Tra guerra e Resistenza. Mestre e il suo territorio dal 1940 al 1945”, Padova, Comitato Provinciale ANPI Venezia, CLEUP 2015.

Parmesan Bruno e Guido: P. Malvezzi e G. Pirelli (a cura di), “Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana”, Einaudi, Torino 2009; B. Brocca e A. Cuk (a cura di), “ Le vie di Marghera: i nomi , la storia”, Alcione 2002.

E’ utile anche consultare il Museo virtuale della guerra, della deportazione e della Resistenza nel comune di Venezia> http//www.zuccante.it/progetticorsi/resistenza/index.htm.

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