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Yekatit 12, il punto di vista dell’Etiopia

10/03/2026

Mercoledì 18 febbraio storiAmestre ha organizzato l’incontro Yekatit 12,  il rimosso e la memoria: Addis Abeba 19 febbraio 1937, relativo alla strage compiuta dagli italiani ad Addis Abeba tra il 19 e il 21 febbraio 1937, a seguito del fallito attentato contro il viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani. L’incontro, a cui hanno aderito molte associazioni, si proponeva di approfondire da vari punti di vista questi eventi storici e le conseguenze del colonialismo italiano, ma anche di appoggiare la proposta di legge volta a istituire in quella data il Giorno della memoria delle vittime del colonialismo italiano e di decidere se e come fare richiesta al Comune di Venezia, ufficio toponomastica, di apporre una targa che ricordi i fatti coloniali, sotto le indicazioni già esistenti delle vie Amba Alagi, Amba Aradam, Amba Uork. L’incontro è stato molto partecipato e si può rivedere in internet. ( link : https://youtu.be/iNrJSpserMQ ) Pubblichiamo uno degli interventi.

Foto 1: Locandina incontro del 18 febbraio 2026.

di Salamawi

Lo Yekatit 12 (19 febbraio 1937) è il monumento costruito a Addis Abeba, Etiopia, che ricorda la strage di migliaia di civili etiopi compiuta dalle truppe coloniali italiane dopo un attentato al viceré Rodolfo Graziani. E’un obelisco in pietra bianca iche si trova al centro della piazza di Sidist Kilo, inaugurato il 2 novembre 1944 dall’imperatore Haile Selassie. 

Ma vediamo cosa è successo.

In una luminosa mattina di venerdì — Yekatit 12 del 1929 secondo il calendario etiope — Addis Abeba si svegliò come in qualsiasi altro giorno sotto occupazione: preoccupata, vigile, ma viva. Erano passati quaranta anni da quando l’Italia aveva provato a conquistare il Paese per la prima volta e aveva perso ad Adua. L’Imperatore Haile Selassie era in esilio in Gran Bretagna e, al suo posto, governava il duro e temuto viceré Rodolfo Graziani, lui era inviato da Benito Mussolini per trasformare l’ambizione imperiale in realtà coloniale.

La voce si diffuse nei quartieri più poveri della città: sarebbero stati distribuiti dei soldi ai bisognosi per celebrare la nascita del Principe di Napoli. Per molti che avevano perso tutto nella guerra e nell’occupazione, la promessa di qualche moneta significava cibo, forse un giorno di sollievo.

Fin dalle prime ore del mattino, i poveri — anziani, ciechi, mendicanti con le stampelle, madri con i bambini legati sulla schiena — si diressero verso il Palazzo Genette Leul o Nuovo Ghebbì Imperiale, il palazzo reale fatto costruire nel 1934 dall’imperatore Haile Selassie e diventato il palazzo del viceré Graziani1. Oggi il palazzo è l’Università di Addis Abeba.

Foto 2: Monumento a Yekatit 12 al centro della piazza di Sidist Kilo, Addis Abeba.

A mezzogiorno, quasi tremila persone si erano radunate nel cortile del palazzo. I funzionari italiani erano pronti in cerimonia, accanto a nobili etiopi e dignitari della Chiesa. Da lontano, sembrava un momento di ordine — una rappresentazione di benevolenza messa in scena dal potere conquistatore. Yekatit 12 è la festa di San Michele e l’imperatore Haile Selassie, quando era al potere, ogni anno in quel giorno donava monete e cibo ai poveri.

Poi all’improvviso l’aria si squarciò. Perché una bomba esplose vicino al cancello principale. Prima che l’eco si spegnesse, ne seguì un’altra. Le urla si levarono e rimbalzarono contro le mura del palazzo. Una terza bomba cadde vicino al tavolo dove sedeva Graziani. Il viceré si gettò a terra mentre le schegge laceravano uniformi e carne.

Quelle bombe sono state lanciate da due giovani. I due giovani uomini si chiamano Abraha Deboch e Moges Asgedom. Non erano soldati, erano studenti, interpreti, testimoni dell’umiliazione quotidiana e volevano la libertà. Si sono semplicemente nascosti e hanno portato la bomba all’interno del campo con l’aiuto dei loro amici. C’è anche un altro giovane, si chiama Simon Adefrs, che aspetta fuori con il suo taxi per portarli via dopo l’azione. Sembra che l’avessero pianificata da un po’, qualcuno dice che la rete di collaborazionea questo piano arrivava fino a Haile Selassie.

Tuttavia i due giovani sono riusciti a fuggire da Addis Abeba, ma sono stati uccisi mentre cercavano di scappare in Sudan. Il tassista è stato severamente punito e anche lui ucciso.

Il loro gesto non nacque dal desiderio di spettacolo, ma da una rabbia silenziosa e crescente. Però la risposta fu immediata: l’esercito, pienamente meccanizzato e furioso, reagì con il fuoco delle armi.

Le forze italiane aprirono il fuoco sulla folla. I Carabinieri seguirono. I proiettili trapassarono corpi che non erano venuti per combattere, ma per ricevere qualcosa di buono. In pochi minuti il terreno si coprì di morti — centinaia.

La sparatoria continuò per ore. Quando cessò, il cortile del palazzo si era trasformato in un campo di cadaveri.

Tuttavia la violenza non rimase confinata entro quelle mura.

Le camicie nere fasciste furiose, truppe coloniali e coloni armati si riversarono per le strade della città. Uccidevano indiscriminatamente — nelle case, nei mercati, sulle soglie delle porte.

Il fumo si levò sopra i quartieri mentre la città comprendeva che l’orrore di quel giorno era solo all’inizio. Poi in quei tre giorni gli italiani continuarono a massacrare persone di diverse classi, compresi i padri religiosi e bruciarono le infrastrutture. 700 etiopi furono salvati nell’ambasciata americana.

Ogni anno, il 12 di Yekatit (19 febbraio), l’Etiopia si ferma a ricordare le vittime del massacro. La commemorazione si concentra presso il Monumento a Yekatit 12, un obelisco in pietra bianca, alto 28 m, che simboleggia la resistenza etiope.

Foto 3: Il luogo dell’attentato oggi. In primo piano la scala di 13 gradini voluta dal vicerè Graziani con sopra il leone di Giuda fatto mettere da Haile Selassie al suo ritorno .

Funzionari e cittadini si riuniscono per deporre corone di fiori e riflettere sul costo della libertà. Le chiese tengono speciali funzioni religiose, si accendono candele e la memoria delle vittime viene onorata in silenzio e riverenza.

Foto 4: Commemorazione delle vittime del massacro.

Nelle scuole elementari, medie e superiori e attraverso i media nazionali, la storia viene raccontata e figure come Abraha Deboch e Moges Asgedom sono ricordate come simboli di resistenza e sacrificio.

Però a livello internazionale il riconoscimento è stato limitato per diversi motivi per tanti anni.

Nel 1946 Haile Selassie, per conto del Governo etiopico, presentò alla Conferenza di Pace di Parigi un memorandum che segnalava le spaventose perdite umane durante l’occupazione fascista italiana:
Massacri di civili e religiosi del Yakitit 12-19 febbraio 1937: 30.000
Persone morte a causa della distruzione dei loro villaggi: 300.000
Donne, bambini e infermi uccisi dalle bombe: 17.800
Patrioti morti nei campi di lavoro a causa di privazioni e maltrattamenti: 35.000
Patrioti uccisi dalle corti marziali: 24.000
Patrioti uccisi in battaglia: 76.000
Totale esseri umani assassinati: 760.300.

Ma la risposta internazionale è stata debole nel 1937 e anche dopo, portando a una lunga impunità e oblio, che solo recentemente sta venendo colmato da una riscoperta storica e critica. Per esempio in Italia la memoria è portata avanti soprattutto da associazioni, storici e collettivi (come la “Rete Yekatit 12-19 febbraio”). Nel 2022 Il Comune di Roma ha votato una mozione per istituire il 19 febbraio come giornata in memoria delle vittime del colonialismo italiano2, segnalando una crescente presa di coscienza, anche se non ancora trasformata in un riconoscimento istituzionale nazionale di alto livello.

In Etiopia Il 12 di Yekatit rimane un solenne giorno di lutto, riflessione e unità nazionale, un ricordo sia di una profonda perdita che di una duratura resilienza come si vede nella foto dei rilievi in bronzo, inaugurati il 14 dicembre 1955 in occasione della visita ufficiale del presidente jugoslavo Josip Broz Tito in Etiopia.

Foto 5: I rilievi in bronzo del 1955.

Foto 6: Cerimonia in memoria di Yekatit 12. Seconda metà degli anni Cinquanta.

Le sculture sono opera di due scultori jugoslavi, Antun Augustinčić and Frano Kršinić e rappresentano scene di stragi e successive sepolture di vittime dopo la liberazione del paese. Al di sopra, su un lato dell’obelisco, si trova il leone di Giuda, uno dei simboli storici dell’Etiopia imperiale.


1 Di fronte alla facciata del palazzo il vicerè Graziani aveva fatto costruire una specie di scala a chiocciola con 13 gradini , simbolo dei 13 anni di fascismo fino alla presa di Addis Abeba. Quando è tornato ad Addis Abeba Haile Selassie ha fatto posare sul gradino più alto il leone di Giuda, simbolo dell’Etiopia imperiale. La scala si vede nella foto.

2 Mozione n. 156 del 6 ottobre 2022(ex art. 109 del Regolamento del Consiglio Comunale) in cui si istituisce la Giornata della memoria per le vittime del colonialismo italiano, da svolgersi a Roma il 19 febbraio, in ricordo delle vittime africane durante l’occupazione coloniale italiana, si propone di modificare conseguentemente le targhe di un gruppo di strade ispirate al colonialismo – riportando sulle stesse una spiegazione, in caratteri più piccoli sul margine inferiore, che faccia riferimento agli episodi storici, in gran parte criminali, del colonialismo italiano, che in futuro alle strade, piazze ecc. della Città di Roma non siano più attribuiti i nomi di luoghi e fatti che riportino al colonialismo ma a figure che si opposero all’occupazione. Si veda: https://www.carteinregola.it/wp-content/uploads/2022/11/moz156-2022-GIORNATA-VITTIME-COLONIALISM.pdf

___________

Archiviato in:News Contrassegnato con: Addis Abeba, colonialismo, Etiopia, Haile Selassie, Rodolfo Graziani, Yekatit 12

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