da Walter Cocco: in un’epoca – come il tempo presente – dominata dalla deindustrializzazione, dall’abbandono cioè da parte di molte imprese dei distretti industriali in cui sono nate e si sono sviluppate per trasferirsi in paesi che garantiscono loro un costo del lavoro più basso, minori tutele per i lavoratori e per l’ambiente, lasciando senza un futuro la popolazione che per decenni – con il proprio lavoro – ha permesso a quelle stesse imprese di crescere ed arricchirsi. Di questi tempi, dicevamo, parlare di responsabilità sociale dell’impresa sembra pura retorica ed è facile quindi volgere lo sguardo al passato prestando nuova attenzione alle politiche paternalistiche di certi imprenditori “illuminati” ed essere tentati dal mitizzare le loro figure. Pur trattandosi di una esigua minoranza, vi furono alcuni imprenditori che seppero costruire attorno alle loro fabbriche una complessa rete di servizi accessori destinati ai propri dipendenti (case, asili, teatri, ambulatori, ecc.) creando una comunità integrata, dando forma e un nuovo ordine gerarchico al paesaggio intorno alla fabbrica: la company town. Quelle politiche paternalistiche possono apparire un’età dell’oro in un momento come quello attuale in cui le istituzioni pubbliche rinunciano progressivamente ad erogare servizi essenziali in tema di sanità, istruzione, cura della persona lasciandoli nelle mani dei privati (e rinunciando, di fatto, a garantirli come diritti universali per i cittadini) e, contestualmente, il mondo del lavoro è sempre più ostaggio dello spettro della disoccupazione e costretto ad accettare condizioni salariali e lavorative sempre peggiori. Quelle politiche paternalistiche, ebbero degli importanti effetti positivi sulle comunità che ne beneficiarono, soprattutto se rapportate all’epoca in cui sono state erogate. Ma una volta sottoposte ad un’analisi critica da parte di alcuni storici, sono emerse anche molte ombre che rendono il loro giudizio più complesso. Un esempio paradigmatico, a nostro avviso, è il paternalismo di Alessandro Rossi che qui proponiamo. Egli seppe trasformare l’opificio paterno nella più grande industria manifatturiera italiana che rimase tale almeno fino alla fine del XIX secolo, e realizzò un complesso sistema di servizi a beneficio dei suoi lavoratori. Ma soprattutto plasmò, con il suo agire, i caratteri originali del modello veneto di industrializzazione.
Di Walter Cocco
Sviluppo di un modello anomalo
L’industrializzazione italiana inizia tardi, il suo avvio si colloca nell’ultimo trentennio del XIX secolo, ma è soltanto a cavallo del nuovo secolo che si realizza il “grande slancio”. Essa è stata oggetto di molteplici studi da parte di economisti e storici dell’economia: diversi sono i giudizi che sono stati dati sulle cause del ritardo così come sui fattori che hanno determinato il successivo decollo. Possiamo tuttavia sintetizzare le ragioni del ritardo nella tardiva unificazione politica, premessa necessaria alla costruzione di un mercato nazionale, nell’arretratezza delle strutture economiche e sociali del paese e nella mancata rivoluzione agricola (soltanto alcune aree italiane furono toccate da una produzione agricola capitalistica volta al mercato).
Pur in questo quadro di generale arretratezza la prima industrializzazione italiana va prendendo forma caratterizzata da una base industriale concentrata in quelle aree del paese dove già esisteva un nucleo manifatturiero. Stefano Merli scrive a tal proposito:
In Italia la rivoluzione industriale investe primieramente quelle industrie che hanno già una base autoctona di tipo manifatturiero o artigianale e cioè le industrie tessili, dove lo sfruttamento della mano d’opera spinto a limiti naturali può surrogare la debolezza tecnologica e del capitale e solo in un secondo tempo e correlativamente, tende ad allargarsi oltre il settore dell’industria leggera, alle industrie produttrici di macchine, sempre peraltro legate a quei settori che sono entrati per primi nella rivoluzione industriale.
Alcuni centri situati nella fascia pedemontana e nelle valli dell’arco alpino, dove i salti d’acqua fornivano l’energia necessaria (tratto comune questo anche ad altre aree europee), dove una antica tradizione manifatturiera forniva una grande quantità di mano d’opera qualificata a basso costo e dove alcuni imprenditori scommisero sulle nuove tecniche di produzione, si trasformarono nei primi distretti industriali italiani. I distretti tessili riceveranno nuovo vigore dall’applicazione dell’energia idroelettrica negli anni Novanta e manterranno a lungo una grande importanza nel panorama industriale italiano.
Nell’ambito della prima industrializzazione italiana, l’industria tessile vicentina ebbe un ruolo di prim’ordine tanto da conferire «all’economia vicentina caratteri strutturali che […] l’avvicinavano di più all’esperienza del triangolo industriale che a quella riflessa nelle medie veneta ed italiana». I distretti lanieri dell’alto vicentino, fra i quali primeggia Schio soprannominata la “Manchester d’Italia”, ma anche Thiene e, più tardi, Valdagno, furono teatro di una intensa attività e la loro produzione dominava il mercato italiano per qualità e per quantità.
Ma a rendere originale il processo d’industrializzazione vicentino sarà il modo in cui la fabbrica si inserisce nella struttura sociale preesistente, apparentemente senza traumi né fratture nette, anzi salvaguardando gli antichi equilibri in quanto funzionali alla produzione capitalistica. Tutto ciò ha fatto parlare gli studiosi di uno specifico modello di sviluppo: il modello veneto.
Per cogliere le caratteristiche di fondo di questo modello vale la pena di soffermarci sulla figura del più importante rappresentante della classe imprenditoriale vicentina ottocentesca: Alessandro Rossi, la cui opera è stata oggetto di numerosi studi.
L’esperienza di Alessandro Rossi
Figlio di un imprenditore laniero di Schio, Alessandro ebbe una prima formazione umanistica presso il seminario vescovile di Vicenza, che dovette dargli una solida convinzione religiosa e quel moderatismo che resterà uno dei tratti caratteristici del suo pensiero. In seguito, per volere del padre, egli entrò nella fabbrica paterna a far la gavetta. La conoscenza diretta dei processi tecnici lo spinse ad approfondire lo studio degli economisti classici inglesi, ma anche dei socialisti utopisti francesi. Per completare la formazione intraprese nel 1841 un lungo viaggio in Europa – come spesso facevano i rampolli della borghesia industriale – visitando città e fabbriche dell’Inghilterra, del Belgio e della Francia. Ebbe così modo di conoscere direttamente le nuove tecnologie colà applicate, ma anche i rappresentanti dell’emergente classe capitalista e le condizioni di vita dei proletari che si ammassavano attorno alle industrie. Nel 1845, alla morte del padre, Alessandro Rossi deve farsi carico dell’azienda di famiglia; egli mise a frutto le sue esperienze ed accelerò la meccanizzazione della manifattura, chiamò tecnici belgi a dirigerne la produzione e a formare la manodopera locale. Nel 1862 inaugura la Fabbrica Alta, costruita secondo criteri produttivi più razionali, che assumerà ben presto il ruolo di azienda leader in Italia.

Fra la fine degli anni Sessanta ed i primi anni Settanta Rossi apre altri nuovi stabilimenti nei territori limitrofi; nel 1873 costituisce la “Società anonima per azioni al portatore Lanificio Rossi” che, attirando capitali di rischio anche da altre parti d’Italia, costituirà la più importante concentrazione finanziaria capitalistica italiana, almeno sino a fine secolo. L’industriale scledense fu quindi uno degli artefici della prima industrializzazione italiana. Il suo pionierismo non si limita all’introduzione delle innovazioni tecnologiche mutuate dalle industrie nord europee, che gli avevano consentito di trasformare la manifattura paterna in una moderna azienda capitalistica, ma si manifesta anche nella capacità di cogliere l’importanza degli strumenti finanziari per il drenaggio di capitali da investire nell’industria e delle economie di scala offerte dalle grandi dimensioni.
Al primato economico del Rossi, che già di per sé ne fa un esempio da imitare, va aggiunta la sua intensa attività teorica e politica, prima come deputato e poi come senatore del Regno. Egli divenne la figura di riferimento dei capitalisti vicentini ed italiani dell’epoca e, con i suoi interventi, animerà i dibattiti dell’ultimo quarto del XIX secolo. Convinto assertore che l’industria era il vero motore del progresso, sosteneva che lo stato italiano dovesse farsi promotore dell’industrializzazione della nazione recentemente unificata intervenendo con misure protezionistiche a favore della produzione dell’industria nazionale. L’industriale vicentino fu uno dei leader del blocco corporativo-protezionista le cui teorie saranno il vero humus del nazionalismo ed alle quali attingerà il fascismo per la costruzione dello stato corporativo nel Novecento.

Lucido propagandista dei vantaggi economici insiti nel nuovo sistema di produzione, il Rossi fu anche attento osservatore dei problemi che la fabbrica generava. Egli era rimasto fortemente impressionato dai devastanti effetti sociali che essa aveva prodotto in Inghilterra, patria della rivoluzione industriale: l’immagine degli slums, l’immiserimento non solo materiale ma anche morale delle grandi masse inurbate che vivevano attorno alle grandi concentrazioni industriali e paventava tra le conseguenze della questione sociale, soprattutto il sovversivismo delle masse.
Scrive infatti il Rossi nel 1871:
L’applicazione più diretta del paganesimo possiamo studiare in Inghilterra; in quel paese di cui siamo soliti ad ammirare soltanto le qualità e nasconderci i vizî; e dove più abbondano gli esempi insegnatici dagli economisti […] Solo vi chiedo in quale altro paese si trovi una plebe immonda, derelitta e spoglia nonché di ogni dignità, di ogni sentimento umano, e che possa assimilarsi a quella degli antichi rioni di Roma, se non è quella dei bassi quartieri di Londra, e delle affumicate città manifatturiere inglesi? Che erano gli schiavi romani in confronto dei minatori di Newcastle, dei sodalizi di Sheffield, e degli scardassatori di cotone? Voi trovate nel mondo civile ormai ovunque dei popoli, anche in Russia, ma una plebe non esiste più che nella libera Inghilterra; in quel paese dove a tutti è permesso spendere, proprio od altrui, l’oro del continente. Invero fonte prima di ogni progresso materiale nel mondo economico fu ed è l’Inghilterra; ivi le prime fucine; ivi i più ampi opifici; ivi denaro, associazione; la scienza cosmopolita non ebbe altrove tanto pronta e facile applicazione, né potenza di esplicazione come in Inghilterra, dove l’Utile impera sovrano; dove legame internazionale è il consumo; dove codice la statistica, e pei più Dio il solo oro. Così ivi prima che altrove, nella prevalenza de’ beni materiali, si dovette[ro] sentire i danni del difetto di principî morali: così da quel paganesimo moderno nacque il socialismo. Il socialismo odierno dunque è nato e cresciuto in Inghilterra da circa 40 anni, quando vi si inaugurò la grande trasformazione della industria meccanica. In sulle prime la ignoranza e la miseria, nella schiavitù del lavoro, si ribellarono contro la inumanità e la ingordigia; e vi si aggiunse poi l’istinto legittimo della difesa e della resistenza, che condussero [gli operai] alle associazioni e agli scioperi. Alle coalizioni degli operai si contrapposero le leghe degl’industriali, fino a misurare tra loro le forze dei muscoli e delle braccia… ma in quelle lotte ogni senso morale era scomparso; il seme del socialismo era gittato. I fuoriusciti politici di ogni paese vennero poi a fecondarvi quel seme come mezzo di azione; dalla teoria dell’assassinio politico che professavano gli esaltati, alla teoria dell’assassinio sociale fu facile il passaggio.
Questa aspra critica del liberismo e del materialismo si innesta nella polemica fra liberoscambisti e protezionisti italiani, che animerà i dibattiti accademici e parlamentari nel corso degli anni Settanta ed Ottanta. L’industriale, come abbiamo detto, fu protagonista di primo piano nelle file protezioniste ed il brano qui riportato mette in evidenza la sua consapevolezza delle implicazioni e dei rischi sociali derivanti dal sistema di fabbrica. Egli immagina per la rivoluzione industriale italiana una strada diversa da quella inglese. Un progresso economico guidato dall’etica cristiana è la via che indica contro l’utilitarismo materialista. Materialismo che, spinto agli eccessi, ha gettato le masse diseredate fra le braccia del socialismo, vera piaga sociale del secolo secondo il Rossi. Capitalisti e operai non devono scontrarsi, ma collaborare entrambi al raggiungimento del bene comune. La collaborazione fra le classi poteva avvenire soltanto se gli stessi capitalisti si facevano carico dei problemi operai. Per questo teorizzò e realizzò una programmatica quanto originale forma di paternalismo industriale, la più complessa realizzata in Italia nel XIX secolo. A raccogliere questa eredità sarà, in forma originale ed in un contesto ad essa più congeniale, Gaetano Marzotto negli anni Trenta del nuovo secolo.
Franco Ramella, nella prefazione al saggio di Luigi Guiotto sulle forme del paternalismo industriale italiano, sottolinea la diversa sensibilità nel pensiero e nell’agire pratico degli industriali paternalisti nei riguardi della questione sociale. Essi si distinsero effettivamente sia dai quei gruppi industriali che riconobbero l’esistenza di un conflitto di classe, sia dall’ideologia maggioritaria che tendeva ad ignorare l’esistenza di uno specifico problema operaio. A rendere peculiare, secondo Ramella, la posizione dei fondatori del paternalismo organico è «l’acuta consapevolezza delle implicazioni che la nascita e lo sviluppo del sistema di fabbrica comportano a livello sociale e, nel contempo, la volontà determinata di avviare il paese sulla nuova strada dell’economia industriale». In quel contesto l’opera del Rossi costituisce «una risposta operativa concreta a problemi concretissimi, basata sulla coscienza non astratta che l’industrialismo è di per sé una realtà trasformatrice».
Il decentramento produttivo
Per il Rossi la piaga più grave dell’industria è il fenomeno dell’inurbamento. La concentrazione di masse di disperati attorno ai centri industriali e le condizioni in cui queste vivono sono la causa prima della miseria materiale e morale del proletariato stigmatizzata nel suo discorso sull’Inghilterra. Egli però crede possibile che l’industria possa svilupparsi senza creare inurbamento, o perlomeno far sì che la crescita sia ordinata, senza effetti devastanti per gli equilibri sociali preesistenti. Evitare le concentrazioni operaie è inoltre l’unico antidoto contro il socialismo. Il Rossi individua nel decentramento produttivo il fulcro della sua industrializzazione. Così, quando la produzione si espande, anziché ampliare ulteriormente la fabbrica paterna a Schio, che pure ristruttura e ingrandisce, preferisce avviare più insediamenti industriali nei territori limitrofi (Pievebelvicino, Torrebelvicino, Piovene Rocchette). La sua industria si insinua nel contado evitando «la formazione di un proletariato di fabbrica di tipo urbano, sollecitato a un rapido abbandono del legame con la terra e ad una parallela rivendicazione di miglioramenti salariali».
Egli intuisce che il sistema di fabbrica deve inserirsi nella comunità contadina, divenire il centro della vita comunitaria senza modificarne apparentemente i caratteri. Il fulcro della vita contadina continua a rimanere il podere e la famiglia, questa immagine viene preservata e si mantiene in vita artificiosamente «una agricoltura particolarmente arretrata impedendone il collasso». La secolare condizione contadina rimane apparentemente immutata, in realtà prende avvio una complessa rete di rapporti fra fabbrica e famiglia contadina. I componenti di quest’ultima entrano nella prima per periodi più o meno lunghi, spesso scanditi dai ritmi dei raccolti. La stabilità del lavoro in fabbrica non è accettato dai più, essi ci vanno soltanto per integrare il reddito dei campi. Questo labile legame del singolo lavoratore con la fabbrica può esser visto come un fattore negativo per la produzione industriale, ed in parte lo è stato ed ha creato più di qualche problema, ma garantiva al capitalista un regime di bassi salari. L’enorme quantità di manodopera disponibile permetteva di sostituire immediatamente il posto abbandonato, la cosa importante era «mantenere inalterato il flusso globale dell’offerta di manodopera». Del resto man mano che il sistema di fabbrica si perfezionava e la divisione del lavoro toglieva carattere di mestiere al lavoro umano – si realizzava cioè l’alienazione del lavoro operaio dal prodotto – le braccia divengono facilmente sostituibili, non occorre particolare abilità tecnica per certe operazioni che si imparano con breve apprendistato ed è facile sostituire chi abbandona la fabbrica. L’importante è allora che la fabbrica venga vissuta dalla comunità contadina come un’istituzione a salvaguardia della comunità stessa, che permetta di integrare l’insufficiente reddito del podere e quindi salvare il contadino e la sua famiglia dalla perdita dello status di piccolo proprietario. Il prezzo che il contadino deve pagare perché tutto rimanga inalterato è prestare le proprie braccia e quelle dei propri figli in fabbrica per un periodo più o meno lungo, esattamente come prima andava ad opera nei campi dei proprietari terrieri più facoltosi o come le corvée dovute al signore feudale dal servo della gleba. Non è altro che lo scambio d’opera necessario a pagare il debito che si doveva alla classe dominante: in questo contesto il prezzo del lavoro è relativo.
Il contadino operaio
La fabbrica decentrata dà vita quindi a una nuova figura, l’operaio contadino, che nella realtà veneta sarà diffusissima non soltanto nella prima industrializzazione, ma anche nelle successive evoluzioni che trasformeranno il Veneto da regione arretrata in area industriale di livello europeo. Soffermiamo perciò la nostra attenzione su questo ibrido per coglierne i caratteri salienti.
Il regime della proprietà nel vicentino era estremamente polverizzato in piccoli o piccolissimi appezzamenti insufficienti al sostentamento della famiglia contadina. I contadini proprietari, per quanto in miseria, costituivano perciò la stragrande maggioranza della popolazione della provincia.
Il contadino proprietario è profondamente legato al podere, esso – pur non dando abbastanza di che vivere – gli conferisce lo status di proprietario. L’opificio rappresenta per il contadino una forma di integrazione del reddito dei campi alternativa alle occasionali prestazioni d’opera nei momenti cruciali del ciclo agricolo o alle tradizionali attività manifatturiere durante i mesi di inattività invernale. Egli non si considera operaio o esclusivamente operaio, il fondo riveste sempre una funzione di stabilità, di centralità se non economica almeno psicologica nella sua vita. Il suo atteggiamento nei confronti del lavoro di fabbrica non è lo stesso delle masse proletarizzate di déracinés di altre aree industriali, egli non sente di non aver nulla da perdere se non le proprie catene, cerca soltanto un reddito integrativo, e così vende il proprio lavoro per poco. Egli si accontenta di un salario assolutamente insufficiente a sfamare la famiglia, ma i pochi campi integrano quanto necessario, anche se significano altro lavoro per sé e per gli altri componenti della famiglia.
Del contadino mantiene un atteggiamento di isolamento sociale, la remissività e la sottomissione; la contrattazione del rapporto di lavoro con il padrone della fabbrica avviene individualmente, in modo non dissimile da quanto avveniva prima col proprietario terriero al quale prestava occasionalmente la propria opera. Il contadino-operaio è portatore di una visione conservatrice della società. La struttura sociale del mondo rurale è arretrata e perpetua schemi di dominio di carattere feudale nei rapporti fra signorotti locali e ceto contadino che agli occhi di quest’ultimo conserva «una immagine di stabilità e sicurezza sociale, di ciclicità della natura e della vita, ad una immutabilità del mondo in cui viveva».. Da che mondo è mondo è sempre stato così, nulla può cambiare, anzi qualsiasi cambiamento è avvertito come foriero di nuove servitù.
La massiccia presenza negli opifici di contadini-operai garantisce una scarsa conflittualità sociale ed un basso costo del lavoro.
Un regime di bassi salari
I vantaggi economici che una simile classe operaia garantisce al capitalista sono riconosciuti dal Rossi che afferma: «La bontà del clima e l’indole frugale degli operaî italiani ne scemano considerevolmente i bisogni. Laonde mi pare che questa differenza di salarî, pure così importante pegl’industriali, cessa di essere una differenza pegli operaî».
L’accento sulla “indole frugale” posto dal Rossi va correlato alla sua idea di sviluppo che poggia su «l’etica sottoconsumistica del cattolicesimo», come ci ricorda Lanaro, ma serve anche a giustificare i più bassi salari pagati dagli opifici decentrati del Rossi rispetto a quelli riconosciuti agli operai del lanificio di Schio. Gli studiosi che hanno analizzato i dati salariali forniti dal Rossi in occasione dei censimenti sulla realtà industriale o delle inchieste parlamentari, esprimono spesso delle perplessità sulla loro attendibilità. Soprattutto il carattere di “media” salariale induce gli studiosi a considerarli poco utili per conoscere le effettive condizioni retributive degli operai.
Nel suo importante saggio sulle condizioni del proletariato italiano agli albori dell’industria capitalistica, Stefano Merli ci mette in guardia sui limiti di tali statistiche:
Intanto saltano subito agli occhi alcuni limiti. Le statistiche sui salari sono costruite in genere solo su alcuni campioni, molto ristretti, che interessano non certo la realtà complessiva della fabbrica italiana e del salario industriale, ma bensì le punte più alte dello sviluppo meccanico e dei relativi livelli salariali, dove l’introduzione del cottimo generalizzato ha portato alla massima intensità del lavoro. Queste statistiche, costruite da i padroni stessi non certo per amore della scienza, sono state poi introdotte nella cosiddetta letteratura scientifica senza essere mai state messe in discussione e sottoposte a verifica alcuna. Intanto sono in genere limitate ai salari degli uomini adulti, che hanno compiuto cioè i 14 anni, escludendo in tal modo l’esercito delle donne e dei minorenni al di sotto di questa età; inoltre non tengono conto della grande varietà salariale presente all’interno di una stessa zona, di una stessa industria e perfino – come si è visto – all’interno della medesima fabbrica e ci danno semplicemente un salario medio che, per i dislivelli di sfruttamento e di discriminazione esistenti nelle fabbriche italiane, è un salario assolutamente fittizio. Anche quando arrivano a darci il salario massimo e il salario minimo non ci dicono quasi mai quanti capi usufruiscono del primo e quanti operai comuni, manovali, donne e fanciulli del secondo.
Se i limiti ricordati da Merli riguardano in generale l’industria italiana ottocentesca, a proposito dei dati forniti dal Rossi e relativi al 1872, egli aggiunge:
A Schio nel 1872 le paghe dei 1300 operai erano le seguenti: i 550 filatori e operai meccanici, dopo un certo periodo di tempo, ricevevano un salario medio di L. 3,50; i 350 scardassatori, follatori, apparecchiatori, tintori, cardatori addetti al servizio generale, guadagnavano in media L. 2,25; le 250 donne percepivano un salario medio di 1 lira e altrettanto guadagnavano i 150 ragazzi. […] Va però tenuto presente che essi erano inclusivi del cottimo, cioè della massima intensità di lavoro, in quanto a quella data su 1300 operai non più di una cinquantina lavoravano a giornata.
Comparando gli stessi dati con i salari dichiarati nello stesso periodo da Marzotto, G. Roverato non esclude che le medie siano state “gonfiate” dal Rossi a sostegno di una immagine di padrone illuminato e aperto alle esigenze operaie da lui costantemente propagandata in tutta la penisola.
Considerare “frugale” la condizione di vita degli operai è decisamente un eufemismo. Il quadro che emerge nel distretto scledense è invece a tinte ben più fosche. Una popolazione operaia soggetta ad uno sfruttamento intensivo e prolungato che riceve un modestissimo compenso che, nonostante l’integrazione con il reddito agricolo, non riesce a garantire una alimentazione sufficiente. Alle malattie derivanti dalla malnutrizione (alimentazione essenzialmente maidica) si aggiungono le malattie contratte a causa dell’ambiente malsano degli opifici che colpiscono in maniera ancor più dura i minori.
La crescita demografica che interessò queste zone a partire dalla metà dell’Ottocento fornì una tale sovrabbondanza di braccia da far sì che non vi fosse competizione fra l’offerta di lavoro nei campi e quella delle fabbriche, pur in presenza di un diffuso fenomeno migratorio. Il mantenimento di un basso costo del lavoro sanciva la santa alleanza fra vecchi ottimati agrari e nuova borghesia industriale consentendo al nascente capitalismo industriale vicentino di prosperare.
Che la presenza di una vivace attività industriale non avesse generato una dinamica dei salari ed un significativo miglioramento delle condizioni di vita dei contadini e dei salariati in generale lo denuncia anche Emilio Morpurgo, commissario per le province venete della Giunta per l’inchiesta agraria, la cui valutazione è il frutto di una capillare indagine svolta fra i sindaci:
Più fortunata delle altre sembrerebbe dovesse accertarsi, rispetto alle condizioni dei lavoratori campestri, la provincia di Vicenza; fertilità di suolo, buone pratiche agrarie e soprattutto il richiamo di braccia da parte d’industrie manifatturiere così fiorenti come sono forse in poche altre parti d’Italia, lascerebbero credere indubbiamente che l’economia del lavoro campestre fosse meglio ordinata e in particolar modo che i salari fossero sensibilmente più elevati. Ma così purtroppo non è.
È curioso che a contestare la relazione del Commissario Morpurgo sulla condizione agraria siano proprio gli uomini dell’industrialista Rossi, i deputati Antonio Toaldi e Bortolo Clementi, nell’intento di ridimensionare la gravità delle affermazioni. È probabile che il Rossi ritenesse che un così severo giudizio offuscasse l’immagine di fratellanza cristiana e di alfiere del progresso sociale che andava propagandando.
Il paternalismo industriale
Per conservare gli enormi vantaggi economici della fabbrica decentrata bisogna però rendere immune la comunità contadina dai pericoli di “sovversivismo”, dal conflitto di classe. Per questo – come afferma Lanaro – è necessario:
far dipendere dagli opifici la vita della comunità contadina in tutte le sue esigenze, assumendosi la fornitura dei servizi pubblici d’interesse generale, presentando l’industria come una istituzione della stessa società rurale, facendone insomma la civitas, la sintesi organizzata e funzionale, la forma più alta di realizzazione della vita contadina del contado.
Se la fabbrica non dava all’operaio un salario dignitoso, attorno ad essa si ergeva man mano un complesso di opere assistenziali e sociali volte ad alleviare le miserie dei più sfortunati componenti della comunità. Nascevano quindi, per volontà del capitalista, numerose iniziative: società di mutuo soccorso, cucine economiche, convitti femminili, scuole per adulti, prestiti sull’onore, dormitori pubblici, case popolari, asili infantili, centri ricreativi. Le istituzioni sociali del Rossi non sono occasionali elargizioni, a distinguerle da altre apparse in Italia nello stesso periodo è il carattere “programmatico” – come sottolinea Lanaro – dei suoi interventi dato che egli destina alla realizzazione delle opere sociali il 5% degli utili della società. Gli interventi sociali del Rossi trovano una prima vasta realizzazione a Schio dove si trova il suo opificio più importante, la cittadina industriale è l’unica che possa contare una classe operaia propriamente detta, perciò più complesso è l’intervento in questo ambito. Ma man mano che cresceranno gli opifici nel contado verranno estese anche le opere sociali.
Il tratto caratteristico dell’opera assistenziale rossiana è rivolto alla salvaguardia della famiglia e non del singolo lavoratore. Il Lanaro, nel già citato saggio, afferma che: «L’assistenza al singolo lavoratore, prestata in ragione della sua attività produttiva, a Schio non esistette mai. Fu la famiglia a venir corteggiata e soccorsa dalla beneficenza padronale». La famiglia è il centro del sistema produttivo rossiano, i suoi componenti alternano la loro presenza in fabbrica, essa va quindi preservata ed esaltata, la sua integrità fatta dipendere dall’opificio. È la famiglia il nucleo di conservazione della stabilità sociale. A tal proposito l’opinione del Rossi è quanto mai lucida:
Date all’operaio un’abitazione sana, pulita, circondata da verzura; fate possibilmente ch’egli rivolga i suoi risparmi all’acquisto di essa per divenire proprietario, e che vi formi il suo nido; ed egli vi diventerà un conservatore dell’ordine sociale, egli sarà una fida sentinella di più che volontariamente si pone a guardia dell’opificio che gli dà lavoro e pane.
Non si tratta perciò soltanto di una concezione moralistica – componente sicuramente non secondaria del pensiero dell’industriale – ma di un antidoto contro la ribellione, del progetto di costruzione di una comunità modellata secondo le necessità della fabbrica. Il moralismo cattolico diviene funzionale alla produttività, così i convitti destinati alle ragazze da marito le avvicinano all’opificio evitando loro lunghi tragitti quotidiani dalle contrade d’origine e conservando le energie per il lavoro, ma allo stesso tempo le preservano dal peccato, costrette a dedicare le poche ore libere alla preghiera, lontane dalle tentazioni. Il convitto sottraeva loro quasi metà della paga ed il regolamento era quasi monastico, ma se si comportavano bene avrebbero avuto la dote che il Lanificio riservava a tutte le ragazze operaie al momento del matrimonio. Parimenti anche l’asilo e la scuola coniugavano la necessità di dare una educazione cristiana ai bimbi e liberare le madri per il lavoro in fabbrica.
Il Rossi dà molta importanza all’educazione e quindi si aprono asili, scuole di ogni ordine e grado, scuole serali per gli operai. La funzione principale che egli delega alle scuole è di trasmettere le basi morali tradizionali e fornire una preparazione tecnica e professionale, educare quindi le nuove generazioni al rispetto dell’ordine sociale, ma anche infondere una conoscenza tecnica che leghi i giovani in maniera più netta all’industria rispetto ai padri contadini. Rossi mira quindi a costruire l’uomo nuovo che – pur senza traumi violenti, anzi conservando l’immagine di sé e della comunità – modifica il suo rapporto con la fabbrica che diviene il centro della propria vita. Una lenta metamorfosi da raggiungere nell’arco di alcune generazioni, verso una società industriale che conservi però le tradizioni, i riti, le relazioni, i caratteri antropologici del mondo contadino.

Nella realizzazione forse più complessa intrapresa dal Rossi a partire dal 1873, la Nuova Schio – un complesso abitativo che si estende su un’area di 16 ettari compresi fra la fabbrica e il torrente Leogra, in cui si sviluppano in una planimetria ortogonale case operaie, villini per gli impiegati e dirigenti e le infrastrutture e servizi ritenuti necessari – viene confermata la volontà di conservare viva l’immagine del mondo contadino nei suoi abitanti.
L’altro aspetto al quale Rossi ha riservato molte attenzioni è l’organizzazione del tempo libero dei suoi operai. Nascono così altre iniziative quali il Circolo operaio, le scuole di canto corale, un Corpo filarmonico di banda ed orchestra, corsi di musica, il teatro Jacquard, una scuola di ginnastica e scherma. Circenses sono stati definiti, ma a molti studiosi non è sfuggita la volontà padronale di mantenere il controllo sul tempo libero degli operai attraverso le attività creative. Che si trattasse di «conferenze serali periodiche fra soci, coll’intervento di altre persone istruite, onde trattare, alla buona, argomenti di attualità e d’interesse per l’operaio» o di «drammi morali popolari, ripetizioni di musica, riunioni degli operai, feste carnovalesche», l’importante era che «anche la scarsa parte di giornata libera dal lavoro sia organizzata sotto l’occhio benevolo, ma vigile, del padrone» distogliendo l’operaio dal frequentare le osterie, luogo di vizio e perdizione ma forse anche l’unico spazio affrancato dal dominio padronale, dove l’ebbrezza permetteva di esprimere critiche e risentimento per la propria condizione insieme alle consuete fanfaronate, alle irrisioni ed alle risse che si consumano in osteria. Il Rossi viene spesso ricordato per il giro delle osterie che era solito fare il lunedì mattino per recuperare personalmente gli operai ritardatari e riportarli in fabbrica, come un buon padre nel pietistico tentativo di ricondurre i figli prodighi all’etica del lavoro ed a una vita morigerata e timorata di Dio. La guerra dichiarata al vizio e l’educazione ad un utilizzo più proficuo del tempo dedicato al riposo attraverso attività volte ad una elevazione morale e civile, al di là dell’atteggiamento moralistico, rivela in realtà la volontà di un controllo totale sulla vita e sulle coscienze dei suoi subalterni.
Oltre a ciò le iniziative paternalistiche di carattere ricreativo e culturale dovevano dimostrare che l’interesse padronale verso la comunità andava ben oltre le iniziative funzionali all’industria ed alla produttività; tale disinteressata magnificenza avrebbe dato al padrone «la possibilità di pretendere qualcosa in cambio della sua bontà, rovesciando l’ordine dei rapporti tra prestazione economica e compenso».
Il progetto paternalista di Alessandro Rossi si spinse ben oltre. Egli inventò il “controllo operaio” sulla fabbrica attraverso la partecipazione azionaria dei dipendenti, «ogni operaio era trasformato con ciò in salariato e imprenditore e l’armonia più schietta sembrava regnare fra capitale e lavoro». Ogni operaio lasciava parte della sua paga settimanale sino alla concorrenza di una o più azioni, Rossi avrebbe «amministrato lo stabilimento per conto degli stessi operai». È sicuramente il suo capolavoro di mistificazione ideologica nonché una raffinata speculazione politico-finanziaria come ci spiega Merli:
L’operaio ovviamente non vedeva né l’ombra di un registro né tantomeno poteva entrare nell’andamento dell’industria. Un giorno, deciso a liberarsi dei grossi azionisti, il Rossi giocò al ribasso, dimostrò agli operai come le azioni fossero precipitate e si offrì, solo per fare i loro interessi, ad acquistarle tutte a 100 lire quando le aveva a suo tempo vendute a 250. Così si trovò padrone assoluto del pacchetto azionario
Una società integrata
Il Merli, nel capitolo riservato al paternalismo aziendale della sua opera, afferma:
La Miagliano, la Occhieppo e la Sagliano dei Poma, la Pianceri dei Cerino- Zegna, la Canonica d’Adda dei Crespi, la Valdagno dei Marzotto, la Valmadrera dei Gavazzi, la Novi Ligure dei Raggio, la Montecerboli del De Larderel ecc., ma soprattutto la Schio del Rossi simboleggiano il feudalesimo industriale dei nuovi capitani d’industria, dove la classe operaia paga, con una schiavitù controllata e pianificata che arriva fino alle coscienze, il diritto al lavoro, alla salute e alla assistenza. […] La preparazione di una maestranza disciplinata è stato sempre l’assillo del padrone italiano. Formare una nuova generazione operaia, differente da quella dei padri abituati a lavorare senza stabile mercede e senza orario fisso, che avesse nel sangue la disciplina di fabbrica; vincerne la ricorrente tendenza all’assenteismo, la ribellione agli orari, alla nocività e monotonia del lavoro: ecco il compito comune a tutti i padroni. Ma il padrone paternalista guarda più in là; in proprio vi aggiunge la vittoria sulla coscienza di classe, il dominio sulla interiorità dell’operaio. Con un misto di utopismo razionalista, di scienza dello sfruttamento, di umanesimo paternalista egli conquista nella sua fabbrica la pace sociale di cui ha bisogno. […] Bisogna dire subito che il paternalismo è un particolare tipo di sfruttamento che ha superato gli aspetti dilettanteschi e di rapina e che è portato a gradi di razionalità e di raffinatezza superiori corrispondentemente alla visione che si ha dello sviluppo economico italiano e del ruolo che si assegna in esso all’industria.
Un giudizio tutt’altro che accondiscendente nei confronti del «serio e buon socialismo» praticato dai capitalisti paternalisti nostrani: il Merli mette in luce gli aspetti autoritari del paternalismo, la sua vocazione assolutistica e la rappresentazione mistificata di una società priva di conflitti sociali, ma che nasconde in realtà una società plasmata secondo le necessità della fabbrica e del suo padrone. Quest’ultimo si arrogava il diritto di decidere non soltanto i tempi ed i ritmi di produzione, l’assegnazione di privilegi e la costruzione della gerarchia all’interno della fabbrica, ma anche di scandire i tempi della vita comunitaria all’esterno di essa subordinandola alle necessità ed alle finalità della produzione. Merli utilizza le definizioni di feudalesimo industriale e di assolutismo e cita frequentemente il Rossi considerandolo fra tutti i paternalisti ottocenteschi la figura più lucida e paradigmatica. Fabbrica totale la definisce Guiotto nel suo lavoro, qui citato a più riprese. Entrambe le opere pongono l’accento sull’aspetto totalizzante delle comunità paternalistiche che si fondavano sul concetto di integrazione o esclusione. Tutto il potere è in mano al padrone dentro e fuori la fabbrica: non poteva esistere contrattazione ma solo elargizione. È il padre padrone che dall’alto delle sue conoscenze e capacità è in grado di stabilire il “giusto prezzo”, la sua carità cristiana lo rende altresì capace di eliminare gli squilibri che emergono. Egli ha a cuore la comunità e solo lui sa cosa è utile o pregiudizievole per essa. Egli non può perciò tollerare una autonomia di giudizio della classe operaia, essa deve invece essere unita e concorde col padrone nel condividere le sorti dell’azienda, dalla quale dipende la comunità stessa. Non ammette perciò che altri possano mettere in discussione la sua supremazia in fabbrica, né gli operai, né tantomeno lo Stato.
A tal proposito è significativa la profonda avversione del Rossi a qualsiasi legislazione dell’orario di lavoro o che limitasse in qualche modo lo sfruttamento minorile o femminile. Contro le proposte di legislazione sociale Rossi polemizzò aspramente anche con altri esponenti del fronte protezionista ed organizzò una durissima opposizione in Parlamento. Qualsiasi ingerenza esterna nel proprio dominio era inaccettabile ed umiliante, un buon padrone sapeva da sé quali sono i limiti delle prestazioni e non doveva certo renderne conto ad un qualsiasi funzionario governativo, del resto nell’industria italiana – secondo il Rossi – non si è mai arrivati agli eccessi di altri paesi:
né l’operaio italiano, né le donne sue, né i suoi fanciulli hanno patito, o patiscono, da inumani regolamenti o da eccessivo lavoro negli opifici: non vi hanno quindi rivendicazioni da fare, né riforme da compiere. Ci devono ben essere, in qualche parte d’Italia delle giovani dalle facce consunte e dalle anime inselvatichite, ma che il lavoro indemoniato nelle fabbriche le abbia rese tali, riuscirà una tesi miracolosa da sostenere.
Non siamo certo di fronte alle masse diseredate inglesi descritte nel passo citato all’inizio, in Italia gli operai sono di indole frugale e godono di buona salute grazie alla mitezza del clima – sempre parafrasando il Rossi – ed i capitalisti italiani sono ispirati da principi morali a da buonsenso, lasciamoli quindi in pace! Il Rossi, strenuo sostenitore dell’intervento statale in economia a sostegno dell’industria nazionale, fissa i limiti dell’azione statale fuori dai cancelli della fabbrica, all’interno la sua sovranità non può avere limiti.
Dura è la sorte riservata agli operai che protestano o esprimono un giudizio difforme da quello del padrone, essi non solo vengono licenziati dalla fabbrica, ma il loro comportamento li rende indegni di far parte della comunità stessa. Qui più che le dichiarazioni del Rossi contano le sue reazioni. Nelle rare occasioni in cui il conflitto di classe ha raggiunto i suoi opifici, gli scioperanti vengono licenziati e le loro famiglie escluse dai servizi sociali. La messa al bando per i “colpevoli di ingratitudine” poteva essere temporanea, se si pentivano, potevano sperare nel “perdono” e nella riammissione nella comunità, altrimenti non restava loro che la strada dell’emigrazione.
La comunità paternalistica – come è stato da più parti osservato – è un truck- system molto raffinato in cui la fabbrica è il centro della vita comunitaria. Essa eroga i salari e se li riprende – a prezzi di monopolio – sotto forma di affitto della casa, di quote per asilo nido o per convitto, di generi alimentari dello spaccio aziendale, addirittura il drenaggio dei risparmi per l’acquisto di azioni. Tutte le manifestazioni della vita privata o associata sono controllate e dettate dal padrone, non è possibile una distinzione fra la vita dentro e fuori la fabbrica. L’esclusione da quest’ultima implica anche la perdita della casa e degli altri servizi, in definitiva l’esclusione dalla comunità: l’alternativa è fra integrazione o emigrazione.
Il filo ininterrotto
Abbiamo cercato di abbozzare le caratteristiche del modello di industrializzazione che Alessandro Rossi ha elaborato ed organizzato nel suo territorio. Ne riassumiamo qui gli aspetti, a nostro avviso, più caratteristici:
– la trasformazione di un territorio in cui la dominante economia agricola di sussistenza lascia il posto nel corso di un trentennio ad una intensiva industrializzazione. La comunità contadina viene trasformata, lentamente ma inesorabilmente, in comunità operaia;
– il sistema di fabbrica impone condizioni di lavoro e livelli di sfruttamento non dissimili da quelli di altre realtà industriali, tuttavia il sussistere di una economia mista, tenacemente difesa dalla famiglia contadina e accuratamente non avversata dalla politica padronale, evita la deflagrazione del conflitto, anzi consente al capitalista di disporre di manodopera a basso costo e di una classe operaia poco incline alla conflittualità;
– lo sviluppo di un complesso sistema assistenziale all’ombra degli opifici trasforma la fabbrica in fulcro della comunità. Essa è fonte di reddito ed erogatrice di servizi pubblici e nuove forme di assistenza, una istituzione a difesa della comunità;
– prende corpo così l’immagine di una comunità immune dalla lotta di classe, in cui capitale e lavoro hanno trovato una sintesi più alta di collaborazione, ma si tratta piuttosto di una “comunità globale” in cui tutti gli aspetti della vita, anche i più intimi, sono programmati dal “buon padre” della comunità. Al più timido segno di insofferenza non rimane che l’emigrazione.
Non vi è dubbio che le trasformazioni sociali avvenute nella Val Leogra nel corso di un trentennio per effetto delle realizzazioni di Alessandro Rossi sono il frutto di una capacità manageriale assolutamente straordinaria e di una spregiudicatezza al limite del cinismo, della sua lucida e avanguardistica politica di immagine e di manipolazione delle coscienze che pochi rappresentanti della classe dirigente dell’Italia liberale seppero eguagliare. Lo sviluppo industriale portava con sé la società di massa, ed il dirigismo del Rossi era la risposta conservatrice ai problemi che le future classi dirigenti avrebbero dovuto affrontare.

Ma il successo del Rossi non si può spiegare senza tener conto di almeno altri due fattori, che potremmo definire “ambientali”, caratteristici di questo territorio:
1) il forte peso della chiesa la cui capillare presenza sul territorio rappresenta da secoli il cardine della socialità contadina veneta e le conferiscono – come dice Lanaro – la «tranquilla certezza […] di un’egemonia intellettuale e morale». Proprio in quegli anni cresceva in Italia il movimento cattolico intransigente che trovava nella fitta rete parrocchiale veneta uno dei suoi punti di forza tanto che nel 1889 il gruppo veneto giunse a dirigere l’Opera dei Congressi, struttura organizzativa del movimento. Numerosi furono gli esponenti veneti di rilievo fra i quali ricordiamo i vicentini fratelli Scotton e il trevigiano Giuseppe Toniolo. Il movimento era caratterizzato dall’attivismo organizzativo la cui finalità era la costruzione – attraverso i comitati territoriali supportati dalle parrocchie – di un movimento di massa cattolico in grado di partecipare alle elezioni amministrative e di condizionare la politica statale nei confronti del papato. Il movimento puntava altresì a contrastare il diffondersi delle idee socialiste fra contadini e operai soprattutto attraverso l’organizzazione nel territorio di strutture economiche (casse rurali, banche, cooperative) e di mutuo soccorso cattoliche. L’utilizzo di strutture organizzative ed economiche in concorrenza con quelle socialiste, ma per certi versi ad esse affini, volte cioè a sostenere e difendere i ceti contadini più deboli dagli effetti devastanti della crisi agraria induceva il movimento ad elaborare una posizione cattolica sulla questione sociale. Il corporativismo proposto dagli esponenti cattolici coincide per molti aspetti con il programma paternalista che il Rossi andava sperimentando. È nota del resto l’ammirazione che il Rossi nutriva per il movimento intransigente del quale elogiò l’attivismo, la propaganda e l’associazionismo intuendone «la potenziale funzione conservatrice»; egli ne condivideva molte istanze e ne finanziava i giornali. Nella chiesa il Rossi trovò una salda alleata e – aldilà delle sue più intime convinzioni religiose – egli non esulava da una concezione utilitaristica della religione, quale potente strumento di controllo popolare e conservazione sociale.
2) l’inesistenza di conflitti fra il vecchio ceto proprietario aristocratico e la emergente borghesia industriale. I capitani d’industria vicentini provenivano dalle file della classe proprietaria agricola – se non dall’aristocrazia – e anche quando l’origine è più modesta, come nel caso dei Marzotto, l’acquisizione di un cospicuo patrimonio fondiario e della ricchezza comporta la cooptazione nelle élites. La solidarietà fra vecchio ceto possidente ed i nuovi capitalisti fu resa possibile proprio dalla lenta metamorfosi della società agricola che, nell’immediato, annulla la concorrenza fra salari agricoli e salari di fabbrica. Inoltre, nel medio periodo, l’elevato saggio di profitto della produzione industriale convince molti esponenti del vecchio notabilato agricolo ad avviare iniziative industriali autonome o a sottoscrivere quote di capitale di società anonime la cui gestione è delegata alla iniziativa di capitani d’industria.
Fabbrica “diffusa” e neutralizzazione del conflitto, mito contadino e mitezza operaia sono i geni ereditati dall’atipico processo di industrializzazione del vicentino e, più in generale, dell’entroterra veneto. Un modello che, con le successive modificazioni, ha dato origine ad un sistema industriale fondato sulla nascita di una teoria di piccole e medie imprese di carattere familiare che si sviluppano in un ambiente caratterizzato dalla flessibilità del mercato del lavoro e dalla fedeltà operaia all’azienda e che più facilmente si adattano agli imperativi del mercato globalizzato ed alla produzione postfordista.
NOTA DI REDAZIONE
Il testo, con alcune modifiche, è tratto da W. Cocco, Una statua nella polvere. Industria capitalistica e classe operaia alla Marzotto di Valdagno dalle origini al 1969, tesi di laurea, Università Ca’ Foscari di Venezia, a.a. 1999/2000 (relatore prof. Piero Brunello). Per motivi di spazio si è dovuto rinunciare al corposo apparato di note che lo corredano, ma riportiamo – in ordine alfabetico per autore – i testi dai quali sono tratte le citazioni in esso riportate:
Benacchio F., Classi Rurali e lotte agrarie fra età giolittiana e avvento al fascismo, in AA.VV., Storia di Vicenza, Vol. IV/1, Neri Pozza Editore, Vicenza 1991;
Candeloro G., Storia dell’Italia moderna. VI. Lo sviluppo del capitalismo e del movimento operaio, Feltrinelli, Milano 1986, in particolare il capitolo intitolato: “La nascita del movimento cattolico intransigente
Fontana G.L., Imprenditorialità e sviluppo industriale tra settecento e novecento, in AA.VV., Storia di Vicenza, cit.;
Guiotto L., La fabbrica totale, Feltrinelli, Milano 1979, prefazione di Franco Ramella;
Guiotto L. e Tempo G., La Marzotto: dal “paternalismo arcaico” alla “comunità globale”, «Classe», V, n. 7, Bari 1973;
Lanaro S., Nazionalismo e ideologia del blocco corporativo-protezionista in Italia, «Ideologie. Quaderni di Storia Contemporanea», n. 2, Roma 1967;
Lanaro S., Genealogia di un modello, in AA.VV., Il Veneto, a cura di S. Lanaro, Einaudi, Torino 1984;
Lazzarini A., Agricoltura, classi contadine, emigrazione nell’Ottocento, in AA.VV., Storia di Vicenza cit.
Merli S., Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale. Il caso Italiano: 1880-1900, I, La Nuova Italia, Firenze 1972;
Morpurgo E., Le condizioni dei contadini nel Veneto, citato da Lazzarini, Agricoltura cit
Rossi A., Dell’arte della lana in Italia e all’estero, Ed. Laniera, Biella-Vicenza 1983
Rossi A., Di una nuova politica economica: lettura di A. Rossi all’Accademia Olimpica di Vicenza nella tornata 7.5.1871, Prosperini, Padova 1871;
Rossi A., Perché una legge?, Barbera, Firenze 1880;
Rossi A., La sincerità nel regime democratico e nella educazione popolare. Conferenza tenuta all’Accademia Olimpica di Vicenza all’apertura delle adunanze invernali, 3.1.1890, Barbera, Firenze 1890;
Roverato G., La terza regione industriale, in Il Veneto cit.
Roverato G., Una casa industriale. I Marzotto, Franco Angeli, Milano 1986;
Simini E.M., Le origini a Schio, in AA.VV., La classe, gli uomini e i partiti, a cura di E. Franzina, Odeonlibri, I, Vicenza 1982

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