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New Lanark e Robert Owen

16/01/2026

A partire da una foto di Giorgio Sarto a New Lanark, pubblichiamo un articolo della nostra socia Giovanna Lazzarin sulla interessante storia di questo villaggio della prima Rivoluzione industriale, iscritto nel 2001 nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco.

L’articolo ci riporta all’interesse di Giorgio Sarto per le company towns, le “cittadelle del lavoro” che nacquero già nel corso della prima industrializzazione ma che, nel corso dei decenni successivi, vennero emulate da altri industriali. L’idea di edificare intorno alla propria industria anche le abitazioni, gli ambulatori, gli asili e le scuole per gli operai e le proprie famiglie era la risposta che alcuni industriali illuminati cercavano di dare all’esplosiva “questione sociale” generata dal nuovo modo di produzione capitalistico di cui essi stessi erano i protagonisti. Le “cittadelle del lavoro”, come si può intuire, non sono state il frutto di un pensiero unico, ma portano il segno dei loro committenti e del loro modo di pensare la società; sono inoltre il frutto del loro tempo, ovvero degli stili e della originalità degli architetti chiamati a realizzarle. Basti pensare ad alcuni esempi in Italia: il villaggio dei Crespi d’Adda, la Schio di Alessandro Rossi, la Valdagno dei Marzotto o la Ivrea di Olivetti. Tuttavia, che si trattasse di paternalismo dettato da carità cristiana per contrastare i guasti sociali generati dalla rivoluzione industriale o dalla volontà di realizzare intorno all’industria una comunità socialista, le company towns tentavano di dare uno sviluppo ordinato all’industrializzazione. Non soltanto un ordine estetico – cosa che evidentemente si percepisce nell’unità urbanistica che spesso esprimono – ma anche un ordine funzionale espresso dalla crescita di servizi in relazione ai bisogni della comunità. Vi era in esse un equilibrio che definiva in qualche modo il rapporto con il paesaggio e l’ambiente circostante. Di qui, crediamo, l’interesse di Giorgio, urbanista e ambientalista, per lo studio delle company towns.

di Giovanna Lazzarin

Colui che vorrà limitarsi al presente, all’attuale,

non comprenderà l’attuale medesimo

Jules MIchelet

Uno dei pensieri di Giorgio Sarto che ho cercato di seguire è stato un invito che per lui era un metodo di lavoro e di vita: l’invito a non fermarsi all’osservazione e all’analisi del vicino presente, ma allargare l’orizzonte temporale e spaziale, andare a vedere ciò che succede altrove per scoprire nuove storie, modi di vivere, pensare, progettare, cogliere altri punti di vista, altre possibilità.

Un indizio di questo suo modo di muoversi e viaggiare si può trovare nella foto che Ketty Voltolini ha fornito al sito sAm.

Giorgio Sarto a New Lanark, il più importante sito di archeologia Industriale di Scozia (foto di Caterina Voltolini)

Siamo nel 2008, Ketty fotografa Giorgio davanti a New Lanark in Scozia, un villaggio industriale scozzese a 40 km a sud-est di Glasgow, che nel 2001 è stato iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Si tratta di uno dei siti più rappresentativi della Rivoluzione industriale che, iniziata in Gran Bretagna alla fine del 1700, fu alla base dello sviluppo economico e sociale dell’Europa.

Costruito a partire dal 1784 da David Dale, un ricco e illuminato imprenditore tessile, il villaggio di New Lanark con i cotonifici e le case per gli operai si trova a circa 2,2 km dalla città di Lanark, vicino al fiume Clyde che, con le sue rapide, permetteva di sfruttare l’energia delle acque per far funzionare i telai meccanici inventati dal socio Richard Arkwright. Quando Dale divenne il proprietario esclusivo delle filande, favorì il benessere dei suoi dipendenti, costruendo nel villaggio industriale, oltre alle abitazioni per gli operai, una scuola che fin dalla fondazione dello stabilimento aveva oltre 500 allievi.

Ma il sito di New Lanark è interessante anche perché nel 1800 Robert Owen, imprenditore gallese e pioniere del socialismo utopistico, ne assunse la direzione e la proprietà, trasformandolo in un villaggio industriale modello, con l’intento di dimostrare che i profitti non richiedevano necessariamente sfruttamento.

Rober Owen, socialista utopista e costruttivo

La storia di Owen è interessantissima.

Nato a Newtown, in Galles, il 14 maggio 1771, sesto figlio di un sellaio1, fu un ragazzo precoce che già a sette anni sapeva leggere, scrivere e far di conto. A dieci anni andò da solo a lavorare a Londra, prima nella selleria di un fratello, poi nella bottega dei signori Flint e Palmer, per trasferirsi velocemente a Manchester dal signor Satterfield. A soli diciotto anni, insieme a un socio, aprì una fabbrica di fusi per filare e un anno dopo impiantò una propria fabbrica, ricavandone dopo appena un anno ben trecento sterline di profitto.

L’industria cotoniera in quegli anni stava diventando una delle principali voci dell’economia britannica e prometteva enormi guadagni, sia per l’utilizzo delle nuove tecniche di produzione sia perché l’Inghilterra poteva importare materia grezza a basso prezzo ed esportare i propri tessuti nei suoi mercati coloniali, ampliati dalla conquista – a seguito della guerra dei Sette anni (1756-1763) – del Canada, della Florida, dei territori ad est del Mississippi, del Senegal e di alcune località indiane precedentemente appartenenti alla Francia.

Owen si inserisce brillantemente in questo processo, a vent’anni è già direttore nella fabbrica del ricco produttore di fustagno Peter Drinkwater e passa poi a dirigere gli opifici di New Lanark. Ma osserva che la rivoluzione industriale sta plasmando il carattere dei britannici «sulla base di un principio assolutamente sfavorevole alla felicità individuale e generale», un principio orientato all’accumulo dei profitti e allo sfruttamento dei lavoratori fin dalla più tenera età, causando povertà, disoccupazione, conflittualità sociale, abbruttimento della classe operaia, e si chiede come sia possibile gestire il profitto eliminando gli aspetti più brutali.

Nel 1793, a 22 anni, entra a far parte della Società Letteraria e Filosofica di Manchester, dove conosce Thomas Percival, un importante epidemiologo che ispirò la legislazione inglese sulla salute e sicurezza dei lavoratori2 e si convince che “l’uomo è un prodotto dell’ambiente e che mutando l’ambiente si può mutare anche l’uomo”, che sia quindi possibile porre rimedio ai problemi sociali con una più equa gestione dell’industria.

Il pensiero di Owen è inizialmente influenzato dall’illuminismo, dall’utilitarismo di Bentham3 e dal paternalismo, una mentalità diffusa allora in Inghilterra presso gli imprenditori più illuminati, secondo la quale il datore di lavoro deve proteggere le persone che lavorano per lui fornendo ciò di cui necessitano e decidendo per il loro bene.

Quando nel 1799 Owen sposa Caroline, la figlia di Dale e riesce ad acquistare, insieme ai suoi soci, le filande di New Lanark, pensa di mettere in pratica queste sue idee.

Elimina nelle sue filande lo sfruttamento dei bambini provenienti da orfanotrofi per poveri, pagati pochissimo con turni lavorativi che ne minavano la salute4 e decide di assumere soltanto ragazzi al di sopra dei 10 anni, con il consenso dei genitori.

Organizza nel villaggio un ambiente che favorisca, per quanto possibile, una buona qualità di vita, per togliere cattive abitudini come il furto e l’alcolismo: estende e migliora il sistema calmierato dei canoni d’affitto per le case, conserva il fondo contributivo per la malattia e il pensionamento, avvia un servizio medico gratuito, costruisce un grande emporio in cui i dipendenti potevano acquistare cibo, vestiti e articoli casalinghi a prezzo di costo. Viene anche messa in piedi una cassa di risparmio per i lavoratori.

E molto attento all’educazione dei bambini, perché pensa che il carattere si forma da piccoli; crea l‘Istituto per la formazione del carattere, per fornire l’istruzione di base ai figli degli operai (leggere, scrivere, far di conto, canto, danza), fonda le prime scuole materne, prepara la bozza della legge che proibirà il lavoro minorile sotto i 9 anni5 e ispira le leggi inglesi che stabiliranno orari massimi e ispettori del lavoro.

Questo metodo ha successo: in 10 anni le filande furono in grado di pagare un profitto di 60.000 sterline e di corrispondere a tutti i soci il 5% d’interesse sul capitale investito. Nello stesso periodo migliaia di persone si recarono in visita alle filande per osservare i rivoluzionari metodi utilizzati al loro interno.

Owen era inizialmente convinto che un trattamento umano dei lavoratori avrebbe favorito lo sviluppo di uno spirito comunitario e migliorato la produttività, ma si rende conto che il sistema capitalistico, basato sulla competizione e l’accumulo sfrenato di ricchezza attraverso lo sfruttamento del lavoro, portava «a sacrificare i sentimenti migliori della natura umana». Se l’uomo è un prodotto dell’ambiente, per rigenerare la società pensa sia necessario cominciare a costruire comunità autosufficienti in cui, invece della competizione fra gli individui e degli scontri politici fra interessi di classe, venga sperimentata la solidarietà e la cooperazione tra uguali.

Nel suo scritto Rapporto alla contea di Lanark6 descrive minuziosamente il progetto di comunità o villaggi autosufficienti, in cui gli abitanti hanno gli stessi diritti e benefici e condividono lavoro, spese e proprietà, unendo i pregi della vita in campagna con quelli della città. Presenta anche il piano urbanistico del villaggio, con una grande piazza al centro, dove costruire i luoghi di culto, le scuole, le cucine, in chiara antitesi con le periferie cittadine in cui erano ammassate le famiglie operaie7. Per concretizzare il suo progetto nel 1825 lascia New Lanark e mette in piedi nell’Indiana una comunità autogestita denominata New Harmony.

Non è casuale che Owen abbia fondato la sua prima comunità negli Stati Uniti. Se il pensiero e il movimento comunitario era nato in Europa, gli Stati Uniti ospitarono nell’Ottocento numerose comunità utopiche, spesso fondate da europei e americani che cercavano di creare società ideali caratterizzate da vita comunitaria e cooperativa e da modelli sociali innovativi, basati sull’uguaglianza tra uomini e donne, in alternativa all’ideologia mercantilistica e al dilagante individualismo.

New Harmony non funzionò. Owen tornò in Inghilterra, ma continuò a impegnarsi per migliorare la società, proponendo un’alternativa cooperativa e non conflittuale che superasse le differenze e la lotta di classe8 attraverso il miglioramento delle condizioni di vita, il lavoro mutualistico e l’educazione. Partecipò alla creazione di associazioni cooperative e mutualistiche, come la National Equitable Labour Exchange, che favoriva lo scambio di beni tra società cooperative, divenne il leader della Grand National Consolidated Trades Union, un sindacato che si proponeva di tenere insieme lavoratori e artigiani, per acquistare e possedere gli strumenti di lavoro e controllare il commercio.

Le sue idee e le sue azioni diedero impulso al movimento cooperativo, spinsero verso una legislazione che proteggesse i bambini e migliorasse le condizioni di vita e lavoro degli operai, furono all’origine di molte iniziative industriali aperte all’educazione dei lavoratori, a pratiche lavorative umane, alla cooperazione internazionale e anche allo sviluppo di un’urbanistica attenta alle condizioni di vita delle classi operaie. In Italia possiamo ricordare tra queste il villaggio operaio Crespi d’Adda, ripensato e ricostruito nel 1889 da Silvio Crespi dopo essere andato a visitare e a lavorare d’estate nei villaggi operai inglesi e iscritto nel 1995 nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco.

Villaggio operaio Crespi d’Adda, foto di Ketty Voltolini in visita con Giorgio Sarto nel 2018

 

Recuperare il patrimonio industriale.

Interessante è anche la storia del recupero del patrimonio industriale di New Lanark.

I cotonifici di New Lanark restarono in funzione fino al 1968, ma dopo la loro chiusura in seguito alla crisi del settore tessile, l’area venne abbandonata e andò in rovina. Soltanto negli anni Settanta iniziò a prendere piede l’idea di una possibile riqualificazione dell’intero complesso produttivo e delle relative aree residenziali, una volta abitate da coloro che lavoravano all’interno del cotonificio.

Nel 1974 fu fondato il New Lanark Conservation Trust (oggi New Lanark Trust, NLT) allo scopo di impedire la demolizione della cittadina e riportarla ad essere una città viva.

Negli stessi anni Giorgio Sarto, insieme agli studenti del laboratorio di Urbanistica dell’Istituto per geometri Massari, aveva riscoperto e dato valore ai segni dell’archeologia industriale del primo Novecento a Mestre, in primis l’ottocentesca “company town” dei Da Re9.

Il recupero del patrimonio industriale è una sfida complessa ma fondamentale. La riqualificazione di questi siti non solo previene il degrado, ma trasforma le “cattedrali del lavoro” in nuove risorse per la comunità: musei, centri culturali, parchi tecnologici o complessi residenziali.

Ma conservare i segni dell’archeologia industriale in villaggi come New Lanark o Crespi d’Adda, costruiti durante la prima rivoluzione industriale accanto ai corsi d’acqua per produrre l’energia, può essere più facilmente realizzabile perché costituiscono un nucleo unitario lontano dai centri abitati. Dal 2001 New Lanark, situata all’interno di una Riserva Naturale Nazionale con bellissimi paesaggi e boschi, è diventata un’attrazione turistica che accoglie oltre 300.000 visitatori ogni anno e ospita una comunità di 65 famiglie. Alcuni dei restanti edifici sono stati trasformati in musei, vi è un Centro Visitatori pluripremiato che offre un vasto programma di apprendimento e sensibilizzazione, i turisti possono fruire del New Lanark Mill Hotel, del Mill Shop e del Caffè.

Più difficile è capire come inserire e valorizzare il patrimonio industriale nel contesto urbano. Giorgio Sarto tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento ha riscoperto gli edifici industriali sorti a Mestre lungo il canal Salso a fine Ottocento, facendo conoscere e dando valore ad aree allora abbandonate e degradate, ma ha anche fatto capire, con progetti concreti e realizzabili, come potessero essere una risorsa per il rinnovamento urbanistico dell’intera città.

Mi piace quindi chiudere questa scheda sul villaggio operaio di New Lanark citando alcuni brani di un suo testo pubblicato sul Gazzettino di Venezia nell’estate 1985.

Dato che finora Mestre è stata considerata nei piani e nella pratica quotidiana una “tabula rasa” rispetto ai valori storici ed ambientali (e a questo non ha certo fatto riscontro una buona architettura moderna, ma anzi la complessiva mancanza di cultura storico-ambientale e sulla progettazione urbana ha prodotto, salvo poche eccezioni, anche squallidi edifici moderni) è fondamentale che decolli subito non solo una nuova filosofia, ma un’azione urbanistica coerente.

Si tratta di riqualificare complessivamente la città assumendo come base l’orditura e i segni di interesse storico testimoniale ed ambientale sopravvissuti, integrandoli con una nuova struttura urbana. È un’operazione tanto più necessaria rispetto alla nuova coscienza ambientale e dopo la legge 431 del 1985 e il P.A.L.A.V. (Piano di Area della Laguna di Venezia) e che non può sfociare che in un nuovo Piano Regolatore.

La trama di riferimento è tutt’altro che trascurabile: dal Canal Salso alle fasce fluviali e di gronda; dal centro storico di Mestre ai 10 centri e nuclei presenti nei quartieri; dalle testimonianze della prima industrializzazione sul Canal Salso alle addizioni urbane significative come il “quartiere urbano” di Porto Marghera ed altri lembi di quartieri-giardino; da Forte Marghera al sistema dei “forti staccati” voluti dal Regno d’Italia; dalle ville e parchi ai manufatti operai, rurali e urbani, di semplice valore testimoniale. […]

Sembra che si sia superata la sconcertante abitudine di valutare isolatamente e “a vista” singoli edifici […] che invece sono parte di un complesso unitario, ancora riconoscibile nonostante frazionamenti e interposizioni e che caratterizza un intero settore urbano. La ottocentesca “company town” dei Da Re costituisce un’appendice del centro storico di Mestre e i dieci manufatti rimasti possono essere recuperati come elementi di riferimento storico e riconnessi nelle visuali urbane e nei percorsi, con un’indicazione urbanistica abbastanza semplice e attuabile per fasi.[…]

In questo quadro si colloca il riuso delle 3 ex-tettoie porticate trasformate nel 1927 in case a schiera, ma caratterizzate fin dall’origine come contenitori pluriuso su 2 piani, tanto è vero che oltre a scuderie, fienili e magazzini conteneva tra l’altro un’abitazione per macchinisti e 2 per braccianti. Oltre a dar corpo al percorso pedonale previsto per Mestre proprio da Altobello alla Krull e al parco Bissuola, può conferire alla nuova piazza un non trascurabile elemento di “identità”, di storicità e di scala umana. Il richiamo visivo delle arcate, unito al richiamo funzionale del percorso e delle attività commerciali e di servizio insediabili, l’augurabile maggiore apertura delle ali della piazza verso ovest, assieme alla qualità e scala delle nuove architetture, dovrebbe rendere questa piazza attraente e integrata al quartiere.

Oggi una parte della visionarietà di Giorgio è diventata realtà in Altobello a Mestre, ma molto è rimasto ancora un progetto che chiede di trovare nuova linfa per essere realizzato.

NOTE

1Ho tratto le notizie sulla biografia di Robert Owen dalla tesi di Rocco Maria Colonna, Robert Owen: le origini del socialismo, discussa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Cattedra di Storia delle Dottrine Politiche.della Luiss Carli, anno accademico 2012/2013.

2Nel 1784, Percival, si recò a Radcliffe, nei pressi di Manchester, su invito delle autorità locali, per indagare sulle cause e sulle possibili soluzioni di un’epidemia di “febbre maligna”, scoppiata in un cotonificio posseduto da Sir Robert Peel (1750-1830), e che stava propagandosi anche tra la popolazione degli abitati circostanti. Il Dr. Percival stilò una serie di rapporti in cui si invitava a creare degli ospedali in cui isolare i malati (per arginare l’epidemia), a migliorare gli ambienti di lavoro delle fabbriche e a diminuire le ore di lavoro, soprattutto per donne e bambini. I rapporti di Percival influirono fortemente sull’approvazione dell’Health and Morals of Apprentices Act del 1802, fatto approvare proprio da Sir Robert Peel, con cui si prevedeva, tra l’altro, che l’orario di lavoro andasse dalle sei del mattino alle nove di sera, che le fabbriche dovessero essere periodicamente imbiancate e dovessero essere ispezionate da magistrati ed ecclesiastici incaricati di controllare le condizioni di lavoro degli operai.

3Il filosofo inglese Jeremy Bentham (1748-1832) codificò una filosofia etica e politica, detta utilitarismo, per cui l’azione giusta è quella che massimizza la felicità (piacere) e minimizza la sofferenza (dolore) per il maggior numero di persone possibili, un principio noto come “il maggior bene per il maggior numero”. Bentham propone un calcolo razionale e scientifico (il calcolo felicifico) per misurare piacere e dolore, giudicando le azioni non per sé stesse ma in base alle loro conseguenze concrete, rendendo l’etica un sistema umano, empirico e materialista, applicabile a diritto, politica ed economia.

4Nelle filande avevano anche il compito di raccattare il cotone che, durante la lavorazione, finiva al di sotto delle macchine, infilandosi sotto le macchine in funzione, con gravi rischi.

5La legge Cotton Mills and Factories Act del 1819.

6R. Owen, Per una nuova concezione della società: e altri scritti, (1927) trad. it., Laterza, Bari, 1971.

7In queste sue riflessioni teoriche Owen affrontò il problema dell’insediamento modello – igienico, ordinato, razionale, chiara antitesi delle informi periferie cittadine in cui erano ammassate le famiglie operaie – progettando la creazione di piccole comunità autonome, dai cinquecento ai tremila abitanti, fra loro federate, ciascuna tesa a produrre comunitariamente ciò che era necessario per soddisfare i bisogni di tutti. Ogni centro avrebbe dovuto essere organizzato secondo un minuzioso piano urbanistico, in cui si articolavano e integravano gli spazi destinati agli edifici pubblici, ai servizi comuni, alle abitazioni, alle attività lavorative, al verde. Anche la vita degli abitanti era minuziosamente regolamentata a seconda delle categorie, particolare cura era rivolta ai bambini e alle loro esigenze di istruzione.

8Owen era contrario alla lotta di classe e viene per questo criticato da Marx, che pur apprezzandone gli intenti umanitari, li ritiene insufficienti e incapaci di modificare le dinamiche reali del capitalismo, cioè la contraddizione intrinseca tra capitale e lavoro. A quel socialismo, che definisce utopistico, contrappone un socialismo “scientifico” basato sull’analisi del materialismo storico e sulla lotta rivoluzionaria.

9Si veda Giorgio Sarto (a cura di) Altobello. storia/analisi/proposte. Tipografia Commerciale/Venezia, 1985.

Archiviato in:Maria Giovanna Lazzarin Contrassegnato con: paternalismo imprenditoriale, rivoluzione industriale, socialismo utopistico, storia del lavoro, urbanistica

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