di Gianfranco Vecchiato. Sabato 10 maggio 2025 a Forte Mezzacapo, all’interno della festa di storiAmestre si è svolta una discussione e un confronto tra soci, associazioni, cittadini sull’attualità dei pensieri e dei progetti di Giorgio Sarto, coordinata da Fabio Brusò.
All’incontro che ha avuto grande afflusso e partecipazione di pubblico, sono intervenuti in molti con testimonianze di affetto e riconoscenza per il lascito di idee e progetti, l’attenzione e valorizzazione del territorio, del paesaggio, del bene comune. Un’eredità che merita di continuare a fruttare.
L’architetto Gianfranco Vecchiato ha inviato al sito l’intervento, fatto in quell’occasione, che pubblichiamo. Ci fa piacere ricordare che si sono conosciuti nella Commissione urbanistica del Quartiere S.Lorenzo-Mestre negli anni Ottanta quando Giorgio Sarto insegnava e portava in Commissione analisi e contributi elaborati con gli studenti dell’Istituto per geometri Massari insieme a Stefano Boato, cofondatori entrambi di Urbanistica Democratica. Hanno poi continuato a sentirsi e a confrontarsi durante i loro impegni istituzionali, mentre Giorgio era Consigliere e Assessore provinciale alla Pianificazione territoriale (1990/1995) e poi Senatore (1996/2001) e Vecchiato Presidente dell’Ordine Architetti (1993/2005) e quando Vecchiato è stato Assessore all’Urbanistica del Comune di Venezia (2005/2010), mantenendo rapporti tra loro fino all’ultimo.
Nei lunghi anni di rapporti, almeno 40, in cui ho conosciuto e stimato Giorgio, ho percepito e constatato come la coerenza nella sua attività pubblica e professionale sia stata un tratto distintivo della sua personalità. Essa si fondava su principi che a me pare corressero su due binari: uno ricco di valori etici acquisiti dalla sua formazione familiare, cattolica, che ne fece anche un testimone per impegno civico e l’altro, strettamente collegato al primo, che lo spingeva alla ricerca, all’analisi, al confronto dei processi di trasformazione sociale, ambientale, politica. Queste caratteristiche personali lo portavano ad affrontare le diverse questioni, specie in urbanistica, guardando alla complessità con il metodo dello storico, del ricercatore, dello studioso, dell’insegnante, dell’architetto impegnato. Una caratteristica che cercava sempre di unire fattori altrimenti sparsi e quindi non comprensibili pienamente. Se questa sua visione degli obiettivi appariva lineare, raggiungerli comportava dover entrare nella loro sostanza con lo studio degli archivi, con ricerche e analisi da cui far seguire giudizi e comportamenti. Questo ne fece un insegnante singolare, insieme a Stefano Boato, ben ricordato dai suoi studenti, colto e responsabile, un amministratore di rilievo e un architetto coerente con i principi etici della nostra professione in difesa dell’interesse collettivo.

Nel 2002 quando Presiedevo l’Ordine degli Architetti di Venezia, Giorgio accolse il mio invito a partecipare come relatore ad un convegno organizzato all’Ateneo di Bergamo, sui rapporti antichi e moderni tra quei territori lombardi e veneti che per diversi secoli convissero nella Repubblica di Venezia. Dal suo intervento pubblicato in un numero della nostra rivista di allora – Vivere a Venezia – riporto alcune sue riflessioni che ne riassumono il pensiero:
“ Sull’assetto del nostro territorio non è possibile immaginare un esito positivo se non si rimette al centro dell’azione quel legame tra passato, presente e futuro che invece è stato interrotto sia dallo sviluppo del secondo dopoguerra, sia da quello, a noi più vicino nel tempo, dato dall’economia e dagli insediamenti ovunque diffusi, che si sono imposti considerando una mera tabula rasa un ambiente invece storicamente strutturato e pieno di significative stratificazioni”.
E qui Giorgio, citando il professore Manfredo Tafuri, storico insegnante dello IUAV, ricordava:
“ la continuità tra le tre dimensioni del tempo, passato, presente e futuro, fu una cultura radicata a Venezia nel Rinascimento. Una cultura civica ritenuta essenziale per poter compiere scelte sagge: se il presente non viene tratto con prudenza dal passato rovinerà con la sua azione il futuro”.
Questo pensiero si configurava nell’immagine allegorica delle tre età dell’uomo o delle tre teste, scolpite in alcuni palazzi veneziani: quella di un giovane, poi di un uomo maturo e infine di un vecchio. Quindi Giorgio invitava – e io questo condividevo con Lui – a “ conoscere per modificare”. Essere responsabili nel presente per costruire un buon futuro tenendo conto del passato. E così continuava:
“una cultura architettonica di livello internazionale passa attraverso la capacità di afferrare e di interpretare profondamente il locale, senza la cui molteplicità un progetto architettonico diviene pura astrazione. Sono d’accordo – affermava – che la rinascita di una buona architettura emerga dalla desolante alluvione di manufatti inespressivi e puramente mercantili, ma ritengo che occorra anche un più complessivo ripensamento dei nostri territori perché il degrado si estende a vastissime zone e a quasi tutti gli elementi, il cui insieme costituisce la scena materiale della nostra vita e del paesaggio. Il telaio storico è stato travolto non una, ma due volte. Prima con la disordinata e pesante crescita trentennale del secondo dopoguerra e poi dalla successiva proliferazione della città diffusa, un termine che in questo caso appare improprio, e che ancora continua.
Percorrendo oggi molte strade delle nostre due regioni, nessuno saprebbe, se non avessimo memoria dell’itinerario, se siamo in un pezzo di Veneto o di Lombardia, in provincia di Venezia o di Treviso o di Bergamo o di Brescia, perché del tutto simile lo scenario anonimo di supermercati, capannoni, disseminazione edilizia, strade, spazi scoperti e interstiziali degradati. Certo alcuni elementi geografici come parti collinari o alcuni capisaldi come i maggiori centri storici emergono, ma che ne è dell’area più vasta, dei segni storici e ambientali più fragili, dei rapporti di insieme che costituiscono il paesaggio? La rete storica è stata cancellata o deformata, le particolarità omologate, le gerarchie e i significati dei linguaggi sono sostituiti da accostamenti disordinati e da oggetti inespressivi. La disseminazione puramente quantitativa che si è prodotta non ha tenuto conto né della Venustas (la Bellezza) che si riferisce anche al paesaggio e molto spesso neanche di un altro dei tre requisiti dell’architettura vitruviana, quello di una vera Utilitas”.
Giorgio auspicava quindi che il generico Piano Regolatore venisse affiancato da un Piano di Struttura molto essenziale e combinato con un Piano Operativo in grado di attuare il programma dell’amministrazione comunale. “Perché ciò segni un vero cambiamento occorrerebbe che il Piano di Struttura, per regolare e tutelare le trasformazioni, condensasse da un lato i caratteri storici, fisici, ambientali e insediativi e dall’altro definisse l’assetto futuro prescelto. Mentre ora i vari piani suddivisi per funzioni creano un mosaico normativo di scelte e di compromessi spesso incoerenti con i risultati delle analisi”.
Tutto questo, aggiungo io, appare funzionale a perpetuare una doppia debolezza: quella politica che non svolge il suo alto ruolo e quella dell’economia che si trasforma in affari e mediazioni.
Al termine del suo intervento Giorgio sostenne che servivano buoni esempi e maggiore cooperazione come si stava facendo in quell’occasione. Un appello che io trasferii alla sensibilità degli architetti iscritti al mio ordine ma che oggi, a distanza di anni, ritengo resti il suo messaggio, attuale e concreto, che invita alla testimonianza e anche alla riconoscenza.
