Riceviamo dal nostro socio Lucio Sponza e pubblichiamo un breve saggio in cui, a partire dall’osservazione di una lapide esposta da 90 anni a Lorenzago, ci accompagna in un’indagine che si allarga alla serie di quelle fonti, alla loro storia, al contesto, ai modi in cui vengono ricordate o dimenticate, evidenziando temi poco conosciuti della fase coloniale italiana.
Di Lucio Sponza
Lorenzago è un paese del Cadore orientale sulla strada statale 52 (Carnica), a circa cinque chilometri dal Passo Mauria, quasi al confine con il Friuli. È posto su un rilievo al lato sinistro della valle del Piave (Oltrepiave). A metà del XIX secolo un grande incendio distrusse le vecchie case di legno, che furono sostituite da edifici di pietra nel cosiddetto ‘rifabbrico’: blocchi cubici di tre-quattro piani con soffitta e disposti lungo un reticolo di vie perpendicolari.
Gli oltre mille abitanti all’inizio del secolo scorso sono costantemente diminuiti: alla fine del 2024 erano 526. Una delle poche attività artigianali che sopravvive con successo è quella del fabbro. Una volta dovevano essercene più d’uno anche sulla sola via principale, perché il tratto di strada statale che dalla Piazza Pier Fortunato Calvi si dirige verso il Passo Mauria si chiama Via Faureana, da ‘fauro’ che nel loro ladino-cadorino – con elementi lessicali veneti – vuol dire fabbro.

Qui, a un centinaio di metri dalla Piazza, si trova il Municipio. Sulla sua facciata ci sono due lapidi commemorative: una più grande a sinistra, solenne, imperiosa e, come vedremo, ‘misteriosa’; l’altra, a destra, con una breve citazione dalla poesia prolissa e retorica di Giosuè Carducci intitolata ‘Cadore’ (da Rime e ritmi, del 1892).

Incomincio con questa. La poesia si compone di 164 versi in quartine, è divisa in tre parti e incomincia così: “Sei grande. Eterno co’l sole l’iride/ dei tuoi colori consola gli uomini,/ sorride natura a l’idea/ giovin perpetüa ne le tue/ forme …”. Riporto anche l’ultima quartina perché, anacronisticamente, tende una mano all’altra lapide: “Nel Campidoglio di spoglie fulgido,/ nel Campidoglio di leggi splendido,/ ei [Tiziano] pinge il trionfo d’Italia,/ assunta novella tra le genti”.
Il nostro paese fa capolino nella seconda parte, ai versi 85-86: “… e Lorenzago aprica tra i campi declivi che d’alto/ la valle in mezzo domina …”. Sono anche incisi il nome del poeta, il titolo della poesia e l’anno di pubblicazione. Quando ho letto questi versi per la prima volta ho dovuto chiedere lumi su quell’ ‘aprica’ – che vuol dire ‘soleggiata’.
Ma non avevo incertezze sull’altra lapide, di cui vi invito a leggere nella foto le parole e anche le lettere1 e sulla quale mi soffermerò a lungo.

Ai lati di questo ‘grido di dolore’ osservate i due sottili fasci littori, riconoscibili solo facendo molta attenzione perché le asce in basso sono stilizzate.
Quel 18 novembre del 1935 entrarono in vigore le sanzioni economiche contro l’Italia (l’‘assedio’ della lapide) decise dalla Società delle Nazioni, precorritrice dell’ONU con sede a Ginevra. La causa era stata l’aggressione italiana all’Etiopia iniziata il 3 ottobre e che si sarebbe conclusa nel maggio del 1936 con la proclamazione di Re Vittorio Emanuele III a Imperatore.2 Lo stesso 18 novembre fu lanciato l’appello per ‘donare l’oro alla patria’; un mese dopo – il 18 dicembre – si ricorse a una formula più emotiva: ‘la giornata della fede’, con la sollecitazione ad offrire l’anello nuziale. L’iniziativa ebbe enorme successo, soprattutto fra le donne: la regina Elena e Rachele Mussolini furono le prime a compiere il sacrificio. Probabilmente vi aveva contribuito l’altro significato di quella parola, intesa anche come ‘fede cattolica’. Si ritiene che questo sia stato il momento di maggiore popolarità del fascismo, il grande ‘consenso’, proprio anche per il vigoroso sostegno della Chiesa.3
Su questo è interessante citare un passo dell’omelia che il cardinale Ildefonso Schuster pronunciò nel Duomo di Milano lunedì 28 ottobre, anniversario non casuale della ‘Marcia su Roma’ – dunque tre settimane prima del 18 novembre, anche se ci si aspettava già che arrivassero delle sanzioni; non c’è perciò un riferimento all’‘assedio’, ma si glorifica l’aggressione come opera di civiltà: “Pace ai caduti, che però spirarono nel compimento del dovere e nella Fede e nella grazia di Gesù Cristo. Pace e protezione all’esercito valoroso, che in ubbidienza e intrepido al comando della Patria, a prezzo di sangue apre le porte di Etiopia alla Fede Cattolica e alla civiltà romana. […] Ormai da venti secoli Roma promulga al mondo quel verbo che abolisce la schiavitù, rischiara le tenebre della barbarie, dona Dio ai popoli, inonda il mondo di civiltà religiosa e di vero bene”.4
L’omelia fu pubblicata con grande risalto nella stampa nazionale, e l’immagine del cardinale riempì la copertina dell’Illustrazione italiana del 3 novembre. Che quel fervore fosse condiviso dai vescovi, dal clero e dalle associazioni cattoliche è ben documentato – come fu il silenzio di Papa Pio XI, nonostante fosse nota la sua opposizione all’impresa etiopica.5
Toni isterici, ma non dissimili nella sostanza dall’omelia del cardinale, sono quelli che caratterizzano l’articolo di fondo del Corriere della Sera nell’edizione pomeridiana di quel 18 novembre, appena si era saputo delle sanzioni: “Il popolo italiano ha oggi tutte le sue bandiere al vento. Il Tricolore, simbolo immortale della gloria, della potenza e dell’unità d’Italia, garrisce nel cielo della Patria come la protesta più alta e più fiera contro l’iniquo, ingiusto e infame tentativo […] che gli egoismi internazionali hanno decretato contro la Nazione italiana. […] Le sanzioni tentano ora di colpire questo nostro popolo mentre i suoi figli portano nell’impresa africana, con le armi liberatrici, la civiltà immortale di Roma”.
Sono gli stessi accenti fissati a perenne memoria sul municipio di Lorenzago. Quello stesso 18 novembre il Gran Consiglio del fascismo ordinò “di scolpire sugli edifici municipali di tutta Italia6 una lapide a ricordo dell’assedio, perché restasse documentata nei secoli l’enorme ingiustizia consumata contro l’Italia. […] Le lapidi furono inaugurate un anno dopo, a sanzioni abolite da un pezzo”.7 L’ordinanza precisava che le lapidi dovessero essere di marmo bianco di Carrara e di tre dimensioni a seconda dell’importanza del Comune; rispettivamente, in larghezza: due metri / cm 180 / cm 160; in altezza: un metro / cm 90 / cm 80 – e di spessore, secondo l’ordine: cm 20 / 15 / 12,5. A Lorenzago fu attribuita la terza categoria.
Podestà di Lorenzago era dal 1931 Corrado Fabbro, un maestro elementare che godeva di grande stima, tanto che solo alla fine della guerra ritenne opportuno cambiare aria per un po’ di tempo trasferendosi altrove presso parenti. Non meno significativo è che nel 1951 fu eletto sindaco in una lista civica, senza aver ricusato le proprie idee, che trovano espressione altisonante in una sua involuta delibera mentre era atteso l’arrivo del marmo per la lapide: “Considerato l’alto valore politico e il grande significato storico che detto ricordo marmoreo ha e avrà in sé, per le generazioni presenti e per quelle future, quale pietra miliare che indichi in ogni tempo avvenire il tentativo, deliberato e consumato di giugulare il Popolo Italiano nel mentre s’accingeva per virtù di Popolo e per volontà di Capo nella sua romana e littoria ascesa, a portare in terre lontane la parola e il diritto di Roma Immortale, ed al tempo stesso a dare possibilità di vita alla esuberante e vigorosa sua progenie […]. Vista la circolare […]. Delibera […]”.8 In realtà il ‘ricordo marmoreo’ dei lorenzaghesi si è dissolto quasi del tutto, nonostante che la lapide sia rimasta al suo posto, anche se per molti anni ricoperta, come vedremo.
Il monolitismo imposto da Roma sulla forma e sul contenuto di queste lapidi si disintegrò con la fine del fascismo: in ogni Comune fu deciso o di distruggere la lapide o di mantenerne la cornice, dopo aver scalpellato il testo originale e averlo sostituito con qualche altro solenne messaggio alternativo.9 Oltre che a Lorenzago ne sarebbero rimaste integre e leggibili una dozzina, tutte in piccoli paesi come Cascia (Perugia), Codevigo (Padova, forse la sola altra nel Veneto), Montecavallo (Macerata), Pontinia (Latina), ecc. Più interessanti sono i casi in cui la lapide fu riciclata, spesso con devozioni religiose, ma anche con riferimento alla lotta partigiana, esaltandola. Cinque di questi casi ‘trasformistici’ sono indicati in un libro di Sergio Rizzo e Alessandro Campi.10 Di questi è particolarmente interessante quello della lapide di Palermo, sia perché l’unica rimasta di un Comune capoluogo di provincia e di regione, sia per essere una delle prime – se non la prima – ad essere trasformata in inneggiamento antifascista a meno di due mesi dall’armistizio dell’8 settembre e a poco meno di tre mesi dall’arrivo degli Alleati in Sicilia: “Ai Martiri/ della criminale oppressione fascista/ che col sangue, la galera, l’esilio, il confino/ resero invitta la causa della libertà/ questo marmo/ fra le rovine della città rinascente/ i palermitani dedicarono/ il 28 ottobre 1943”. E non si può non notare, ancora una volta – ma con motivazioni opposte – la scelta della data.
Alla fine della guerra la lapide di Lorenzago fu dapprima ricoperta con del cartone e poi, più efficacemente, con una tavola di compensato. Così durò fino ai primi anni ’80 quando fu scoperta – e, in teoria, riscoperta. Dopo tanto tempo la scrittura si era stinta e resa illeggibile; fu allora necessario annerire le parole – capovolgendo il significato di ‘annerimento’: da ‘oscuramento’ di un testo censurabile a rivelazione di parole da esaltare. Ma seguiamone la storia dagli inizi.
Era arrivata a Lorenzago poco prima della fine di maggio del 1936. L’8 giugno una Nota del prefetto di Belluno ordinava ai podestà che le lapidi fossero immurate subito, ma senza cerimonia – che si sarebbe dovuta organizzare solennemente in tutta Italia il 18 novembre. È opportuno aggiungere che, fino a tutto marzo, da Roma si richiedeva anche di lasciare dello spazio accanto alla lapide per un’altra targa, che avrebbe dovuto contenere l’elenco di tutti i paesi sanzionisti, ma l’idea fu abbandonata, forse perché si sapeva che le sanzioni sarebbero state presto revocate (lo furono il 4 luglio). Per il Comune di Lorenzago la spesa totale fu di 1.064 lire: 850 per l’acquisto del marmo, 118 per il trasporto e 96 per la collocazione e l’incisione, operazioni queste effettuate rapidamente dal muratore Leonardo Girardini.
Con un telegramma del 10 novembre il prefetto di Belluno ordinava ai podestà di seguire precise ed austere modalità: “Cerimonie devono essere brevi et solenni. Lapidi devono essere scoperte presenti Autorità Camicie Nere in armi, Organizzazioni Regime ecc. Nessun discorso dovrà essere pronunciato. Per riuscita cerimonia [podestà] prenderanno accordi con Segretari Politici cui Federale impartirà occorrenti istruzioni nonché Comandi presidio, M.V.S.N. et Presidenti Comitati Comunali O.N.B. Assicurino subito lettera”.11 Un altro telegramma prefettizio qualche giorno dopo prescriveva che la cerimonia dovesse essere alle ore 17 e non alle 12 come stabilito in precedenza, per assicurare la massima presenza, e aggiungeva: “Dopo scoprimento Lapidi dovranno osservarsi tre minuti silenzio preceduti et seguiti squilli tromba”.
Ogni anno, il 18 novembre, le ‘inique sanzioni’ venivano ricordate con una cerimonia – probabilmente meno solenne della prima – davanti a queste lapidi. In una nota di un recente libro su Sandro Gallo si legge: “Troviamo la firma di Gallo [supplente di storia e filosofia al Liceo Scientifico Benedetti di Venezia nel 1940] sulla circolare dell’Istituto recante le disposizioni per le cerimonie del 18 novembre, quinto anniversario delle sanzioni economiche […]: alunni e insegnanti in divisa, ascolto alla radio del discorso del ministro dell’educazione nazionale, trasferimento a Ca’ Farsetti [sede del Comune di Venezia] per assistere allo sfilamento davanti alla lapide che ricorda le sanzioni”.12 Questa cerimonia doveva prendere di mira il Regno Unito, che delle sanzioni era stato il principale promotore.
Fin dall’estate del 1935, quando la crisi italo-etiopica diventò acuta, la polemica anti-britannica era diventata il motivo dominante della propaganda fascista dopo che la flotta inglese – la ‘Home Fleet’ – era stata inviata nel Mediterraneo a scopo dimostrativo (sarà ritirata con la revoca delle sanzioni). Ma si era ignorata l’ambiguità di quella manovra: dopotutto, se il governo britannico avesse davvero voluto creare seri problemi a Mussolini avrebbe potuto impedire alle navi italiane con le truppe di passare per il Canale di Suez, che loro controllavano. Ma l’equivocità del ‘Governo di Sua Maestà’ non poteva essere allora invocata per non sottovalutare quel ‘grido di dolore’. Adesso, nel novembre del 1940, dopo la caduta della Francia e prima dell’intervento dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti d’America, il ricordo delle ‘inique sanzioni’ confermava il giudizio sulla ‘perfida Albione’ alla luce di quella che pareva la sua imminente sconfitta. Non ho trovato notizie di una ripetizione della cerimonia negli anni successivi.
Frequento Lorenzago da parecchi anni, ma solo recentemente mi sono chiesto se i lorenzaghesi conoscessero il contenuto delle due lapidi. Ho avvicinato una trentina di persone, di età compresa più o meno fra i trenta e gli ottant’anni. Qualcuna sapeva più o meno vagamente che c’erano dei versi di Carducci. Numerose erano quelle che ignoravano addirittura l’esistenza di una seconda lapide. Una persona ci ha pensato un po’ e mi ha detto che l’altra doveva aver a che fare con l’Etiopia. Solo tre delle persone che ho avvicinato sapevano: il sindaco – ma la sua pur attenta e solerte segretaria ne era ignara – e due altre, di notevole cultura: un professore universitario veneziano che trascorre parte dell’anno nella sua casa di famiglia a Lorenzago, e l’archivista comunale, che mi ha guidato nella ricerca tra raccoglitori, registri e faldoni intorno alla storia della lapide.13
Quasi tutti pensavano che li avessi consultati perché ero curioso di sapere a che cosa si riferisse la ‘misteriosa’ lapide. Mi trovavo nella situazione descritta da Blaise Pascal in uno dei suoi ‘pensieri’, quando chiese a due persone che ora del giorno fosse e avendo ricevuto risposte diverse fece delle considerazioni sulla percezione del tempo a seconda del proprio stato d’animo – prima di ammettere (a sé stesso e con una certa soddisfazione) che lui conosceva l’ora perché aveva un orologio. Le mie considerazioni sono di altra natura: riguardano la storia e la memoria.
Mi sono chiesto se quella generale, quasi unanime ignoranza fosse dovuta a smemoratezza, ad amnesia, a rimozione, a noncuranza. C’è probabilmente qualcosa di tutto questo – e altro, soprattutto una grande dose di scarsa curiosità, di disattenzione (sfugge spesso proprio ciò che è sempre sotto gli occhi) e forse anche, nei meno giovani, un po’ di necessità di oblio.14
La pomposa cerimonia del 18 novembre 1936 doveva aver coinvolto la stragrande maggioranza dei lorenzaghesi, che l’anno prima avranno anche loro contribuito con zelo alla raccolta dell’oro e delle fedi. Il significato del messaggio lapidario non poteva essere facilmente dimenticato. Certo il linguaggio usato, senza la sua contestualizzazione, sarebbe stato incomprensibile ai più; per non dire che il popolare podestà ne avrà parlato chiaramente e con entusiasmo fra i suoi compaesani. Nulla di simile, perciò, allo sbigottimento dei contadini di Gagliano all’ascolto dei proclami del regime con cui venivano investiti – nel Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi.
La tragedia della seconda guerra mondiale lasciò un segno profondo anche nelle valli del Cadore, compresa la zona di Lorenzago, soprattutto nei lunghi mesi della lotta partigiana e della feroce reazione germanica spalleggiata dai ‘repubblichini’. Ciò può aver contribuito alla rimozione parziale o totale di quel ricordo – e della stessa lapide – soprattutto tenendo conto che per decenni essa fu oscurata e che perciò ne indebolì la trasmissione della memoria. Un potente meccanismo che influisce sul ricordo, ovviamente, è l’interferenza – cioè quello che succede nel tempo, in particolare quando intervengono fatti clamorosi e traumatici. Sia la guerra che l’oscuramento della lapide devono aver concorso a questo fenomeno di ‘smemoria’. Sicché si può anche osservare che la contraddizione fra il ricordo e l’oblio è solo apparente, nel senso che il secondo sarebbe anche il risultato della labilità del primo in conseguenza di quei fatti. Questa stessa fragilità potrebbe spiegare l’assenza del passato anche in persone mature che allo scoprimento della lapide nei primi anni ’80 qualche ricordo dovevano pur averlo rivissuto, ma non lo trasmisero ai figli. Memoria individuale e memoria collettiva si compenetrano: la prima è interna alla seconda, e questa è radicata in quella – se non c’è la barriera del silenzio a distruggerne il rapporto.
Ci sono due casi paradigmatici che mette conto di menzionare: uno di presunta rimozione del ricordo, l’altro di probabile disattenzione. Il primo riguarda una gentile signora anziana che ricordava con precisione i versi di Carducci ma era anche lei perplessa addirittura sull’esistenza di una seconda lapide. È figlia di Corrado Fabbro, nata probabilmente quando suo padre era ancora podestà.15 Il secondo è quello di un artigiano meno anziano, anche lui memore del Carducci ma ignaro dell’altra lapide, nonostante non nasconda le proprie simpatie per quel lontano passato, tanto da conservare appeso a una parete di fondo nel suo laboratorio – ormai quasi completamente in disuso – un calendario di vent’anni fa con l’immagine di Mussolini.
A questo punto, e per concludere, ecco una noterella autobiografica. Nel novembre del 1967, come ‘sergente allievo ufficiale di complemento’ (AUC) di artiglieria da montagna di stanza a Tarvisio, ero stato ‘comandato’ alla caserma alpina di Pontebba assieme ad un compagno del mio stesso ‘gruppo’16 per seguire un ‘corso salmerie’. L’espressione richiede un chiarimento: oggetto del corso non era tanto la gestione dei materiali trasportati dai nostri muli (vettovaglie, armi, attrezzi, ecc.), quanto la conoscenza e la cura degli animali stessi – qualcosa di molto più interessante. Una sera il Maggiore Comandante della caserma invitò gli ufficiali, e anche noi due che lo saremmo diventati, al bar della loro mensa per un brindisi. Era raggiante e ci impartì una lezione di storia mentre alzavamo i bicchieri: proprio nel giorno delle ‘inique sanzioni’ – il 18 novembre – il Regno Unito che le aveva promosse e sostenute con vigore – la ‘perfida Albione’, disse – era in crisi di bilancio e costretto a svalutare la sterlina del 14%. Il governo britannico era allora guidato dal partito laburista (primo ministro era Harold Wilson) e questa collocazione politica avrà dato ulteriore soddisfazione al Maggiore, che con la sua memoria vendicativa dimostrava la persistenza di certi ‘valori’ tra ufficiali superiori del nostro esercito a più di vent’anni dalla fine della guerra – e del fascismo (altro che ‘cancel culture’!).
1 Pare che l’impiego della ‘v’ al posto della ‘u’, tuttora usato per dare un tono classicheggiante con lettere maiuscole, fosse dovuto al fatto che i latini non avevano il suono consonantico ‘vi’. Ma non sempre la ‘V’ al posto della ‘U’ suggerisce solennità: dove abito, a Venezia, l’insegna di un negozio è SALVMERIA, anche se da anni non lo è più: è diventato un bar.
2 Curiosamente, la proclamazione avvenne il 9 maggio; dieci anni dopo, il 9 maggio del 1946, Vittorio Emanuele abdicò a favore del figlio Umberto, nel subdolo tentativo di salvare la monarchia.
3 Questo entusiasmo patriottico coinvolse anche oppositori del fascismo come Benedetto Croce, Luigi Albertini, Vittorio Emanuele Orlando e Arturo Labriola – che addirittura ritornò in Italia dal suo esilio in Francia a questo scopo.
4 Citato in Renzo De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso, 1929-1936, Einaudi, Torino (1974), pp. 624-25. Che l’Etiopia fosse un paese prevalentemente cristiano, legato alla variante egiziana (copta), alla chiesa cattolica importava dunque assai poco. L’apice di questo entusiasmo si avrà nella esaltante proclamazione della vittoria da parte di Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia di fronte a una ‘piazza oceanica’ (3 maggio 1936): “L’Etiopia è italiana! Italiana di fatto, perché occupata dalle nostre Armate vittoriose; italiana di diritto, perché col gladio di Roma è la civiltà che trionfa sulla barbarie, la giustizia che trionfa sull’arbitrio crudele, la redenzione dei miseri che trionfa sulla schiavitù millenaria […]. Questa d’oggi è una incancellabile data per le camicie nere, e il popolo italiano, che ha resistito, che non ha piegato dinanzi all’assedio ed alla ostilità societaria, merita, quale protagonista, di vivere questa grande giornata”: Benito Mussolini. Scritti e discorsi, 1904-1945, a cura di David Bidussa, Feltrinelli, Milano (2022), pp. 524-25. Da notare che fra i ‘trionfi’ non si fa cenno a quello della ‘Fede Cattolica’ invocato dal cardinale.
5 Si veda: Lucia Ceci, Il papa non deve parlare. Chiesa, fascismo e guerra d’Etiopia, Laterza, Roma-Bari (2010). La tesi di fondo è che l’imbarazzante silenzio veniva giustificato in Vaticano dalla percepita necessità di non scontentare Mussolini a pochi anni dalla firma dei Patti Lateranensi.
6 C’erano allora poco meno di 8mila Comuni.
7 Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista, Einaudi, Torino (1964), p. 864.
8 Archivio del Municipio di Lorenzago, Raccoglitore delle Delibere, n.11, 22 febbraio 1936 (pp. 270-71). Che Corrado Fabbro fosse eletto sindaco nel ’51 non significa tanto che molti condividessero le sue ben note idee, quanto che la stima e i rapporti personali – si conoscevano tutti – prevalevano sull’ideologia.
9 Se si cerca su Internet alle voci ‘Lapide 18 novembre 1935’, oppure ‘Inique sanzioni’, si trova una dozzina di siti più o meno ricchi di informazioni. Il più fecondo è wumingfoundation.com.
10 L’ombra lunga del fascismo. Perché l’Italia è ancora ferma a Mussolini, Milano, Solferino (2022), pp. 122-25. La lapide di Lorenzago non è ricordata; lo è nel libro di Alessando Marzo Magno, Piave. Cronache di un fiume sacro, Milano, Il Saggiatore (2010), p. 44. L’autore si meraviglia che non siano stati “nemmeno scalpellati i fasci littori”.
11 Le due sigle, rispettivamente: Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e Opera Nazionale Balilla.
12 Marco Zanetti, Vento di Garbin. Il partigiano Sandro Gallo tra Venezia e Cadore, Verona, Cierre edizioni e Venezia Iveser (2015), p. 30, n. 19. Nessuna traccia è rimasta della lapide di Ca’ Farsetti.
13 Al Professor Giandomenico Zanderigo Rosolo sono debitore anche per le informazioni sulle vicende della lapide dopo la fine della guerra.
14 Di questa ‘necessità’ ha scritto recentemente il neuroscienziato Sergio Della Sala in Perché dimentichiamo. Una scienza dell’oblio, Feltrinelli, Milano (2025).
15 Non me la sono sentita di chiederle l’età, ma deve aver superato l’ottantina – come chi scrive.
16 Così si chiamano le formazioni di artiglieria, suddivise in ‘batterie’.
