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Memorie di un complice

02/10/2025

Per chi vuole capire cos’è successo in Russia nei vent’anni trascorsi dal crollo dell’Urss, il libro di Svetlana Aleksievič Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del Comunismo. Bompiani, Milano 2014 è prezioso. Scavando con delicatezza nelle pieghe della sofferenza, attraverso il racconto corale di uomini e donne comuni, l’autrice fa toccare con mano il trauma e la devastazione provocate dall’irruzione del mercato senza alcun ammortizzatore sociale, con stipendi, pensioni e risparmi di una vita ridotti in polvere da un giorno all’altro, e, spesso e volentieri, con la perdita del lavoro, che sbriciola quel che restava di un’identità.
La storia è interessata solo ai fatti e le emozioni ne restano escluse. Non hanno accesso alla grande storia. Io invece guardo il mondo non con gli occhi dello storico ma di chi cerca anzitutto l’uomo e non finisce mai di lasciarsele stupire.

Svetlana Aleksievič, Memorie di un complice 

Ci stiamo congedando dall’epoca Sovietica. Che è come dire dalla nostra stessa vita. Mi sforzo di ascoltare con onestà tutti coloro che hanno partecipato al dramma socialista…
Il comunismo aveva un progetto insensato rifare l’uomo vecchio L’Antico Adamo e c’è riuscito… anzi è forse l’unica cosa che ha funzionato. In 70 anni e rotti sono arrivati a produrre nel laboratorio del marxismo leninismo un tipo d‘uomo affatto particolare, l’uomo sovieticus. Per alcuni è un personaggio tragico per altri é solo un patetico sovok. Un uomo che mi sembra di conoscere e anzi di conoscere bene, gli sono vissuta accanto, abbiamo trascorso insieme fianco a fianco molti e molti anni. Io sono lui. E così i miei conoscenti, amici, genitori. Per alcuni anni ho percorso in lungo e in largo l’ex Unione Sovietica perché l’uomo sovieticos non è solo russo, oltre a quello russo c’è il bielorusso, il turkmeno, l’ucraino, il kazako… Attualmente
viviamo in diverse nazioni, parliamo lingue diverse ma restiamo inconfondibili. Ci facciamo subito riconoscere! Noi tutti, gente del socialismo, siamo simili all’altra gente ma al tempo stesso ce ne distinguiamo. Abbiamo un nostro vocabolario, idee nostre del bene e del male, degli eroi e dei martiri. Anche il nostro rapporto con la morte é tutto speciale. Nei racconti che vado annotando ricorrono spesso parole che feriscono l’orecchio: “sparare”, “fucilare”, “liquidare”, “mettere al muro”, o versioni sovietiche dello “scomparire senza traccia” quali “arresto”, “dieci anni senza diritto alla corrispondenza”, “emigrazione”. Che valore può avere una singola vita
umana se pensiamo che solo poco tempo fa ne sono state eliminate a milioni? Siamo pieni di odio e pregiudizi. Veniamo tutti da laggiù, dal Gulag. E da una guerra atroce: la collettivizzazione, la deculakizzazione, la deportazione di interi popoli…
Era il socialismo ed era semplicemente la nostra vita. Allora non ne parlavamo molto. Ma adesso che il mondo è cambiato in modo irreversibile tutti hanno cominciato a interessarsi alla nostra vita di allora:bella o brutta che fosse, era comunque l’unica che avevamo. Scrivo, raccolgo briciola dopo briciola la storia del socialismo “domestico”… “interiore”. Il modo in cui la gente lo viveva nella propria anima.Proprio questo piccolo ambito mi ha sempre attirato – l’essere umano… la singola persona. In realtà è proprio lì che ogni cosa accade. […] 
Io ho cercato quelli che hanno completamente aderito all’idea, che se ne sono talmente compenetrati da non potersene più staccare – lo Stato è diventato il loro universo, rimpiazzando ogni altra cosa, persino la loro stessa esistenza. Non sono stati capaci di abbandonare la grande storia, di lasciarsela alle spalle e cercano di essere felici in qualche altro modo, di tuffarsi a capofitto… scomparendo in una esistenza privata, come succede al giorno d’oggi, in cui vediamo le cose piccole prendere il posto di quelle grandi. L’uomo desidera semplicemente vivere senza chissà quale grande ideale. Questa per la Russia è una vera novità e neanche la
letteratura russa aveva mai visto niente di simile. In generale noi siamo dei militi. Quando non stavamo combattendo ci preparavamo a farlo. Non abbiamo mai vissuto in altro modo. E’ da qui che viene la nostra psicologia guerresca. Anche in tempo di pace tutto era come in guerra. 
Batteva il tamburo… garriva la bandiera … e il cuore ci balzava fuori dal petto. Non ci si rendeva conto della propria schiavitù e addirittura la si amava. Me ne ricordo anch’io: dopo la fine della scuola tutta la nostra classe era determinata a partire alla volta delle terre vergini da colonizzare, disprezzavamo quelli che non ne volevano sapere e rimpiangevamo fino alle lacrime che la rivoluzione, la guerra civile, tutto fosse accaduto senza di noi. Se mi guardo indietro: eravamo davvero noi, é mai possibile? Ero davvero io? Ho rievocato quei tempi parlandone con i miei personaggi. Uno di loro mi ha detto: “solo un sovietico può capire un altro sovietico”. Avevamo tutti una sola memoria, la stessa: quella comunista. Siamo dei vicini di memoria. […]

Era il 1991… Un tempo felice! Eravamo convinti che il giorno dopo, immancabilmente il giorno dopo, sarebbe cominciata la libertà. Così, dal niente, soltanto perché lo desideravamo.
Dai taccuini di Varlam Salamov: “ Ho partecipato a una grandiosa battaglia persa, combattuta per un autentico rinnovamento della vita.” E questo l’ha scritto un uomo che aveva passato 17 anni nei lager staliniani. La nostalgia dell’ideale era rimasta… Suddividerei i sovietici in quattro generazioni: quella di Stalin, quella di Chruscev, quella di Breznev, quella di Gorbacev. Io faccio parte di quest’ultima. Per noi è stato più facile accettare il fallimento dell’idea comunista, perché non eravamo vissuti al tempo in cui l’idea era giovane, forte e ancora circonfusa dell’aura intatta di un romanticismo catastrofico e di irrealizzabili aspettative. […] Il mare di sangue versato dal comunismo era già stato dimenticato.
Mio padre aveva studiato a Minsk, all’istituto di giornalismo. Ebbene, mi diceva che di ritorno dalle vacanze estive poteva succedere di non ritrovare più un solo insegnante dell’anno prima.
Erano stati tutti arrestati. Anche se non capivano cosa stesse succedendo la paura era tanta.
Non meno che alla guerra.
Nelle nostre conversazioni raramente ci dicevamo tutto con schiettezza. Lui cercava di risparmiarmi.
Ma l’ho fatto abbastanza anch’io? Mi è difficile rispondere… […]
Mio padre era solito ricordare che lui aveva cominciato a credere al comunismo dopo il volo nello spazio di Gagarin. Siamo i primi! Possiamo tutto! E lui e mamma ci hanno cresciuto in questo spirito. Io sono stata ottobrina, ho portto il distintivo del bambino riccioluto, sono stata pioniera, poi Komsomoliana. La disillusione è arrivata in seguito.[…]
Ho chiesto a tutti quelli che ho incontrato: “Cos’è la libertà?” Padri e figli hanno risposto in modo diverso. Quelli che sono nati in URSS e quelli che sono nati dopo l’URSS non condividono la stessa esperienza. Provengono da pianeti diversi.
I genitori: la libertà e quando non si vive nella paura; i tre giorni di agosto nei quali Abbiamo sconfitto il putsch; se uno può scegliere in negozio tra cento diverse qualità di salame é più libero di un altro che deve scegliere tra dieci, dopodiché è insensato sperare nell’avvento di ipotetiche generazioni che non conosceranno il bastone; l’uomo Russo non capisce la libertà quel che ci vuole è il cosacco e la frusta.
I figli: la libertà è l’amore; la libertà interiore è il valore assoluto; quando i tuoi desideri non ti fanno paura; possedere molto denaro vuol dire avere tutto; libertà é quando puoi vivere senza dover pensare alla libertà; la libertà è qualcosa di normale.

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