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Scappare dalla Moldavia

25/08/2025

Il 6 giugno 2024 le nostre socie M. Giovanna Lazzarin (G.), Maria Marchegiani (M.), Anna Mazzucco (A.) hanno intervistato Daniela G. (D.) sulla sua storia di migrante dalla Moldavia in Francia e in Italia e sulla storia della sua famiglia. Pubblichiamo una rielaborazione dell’intervista, concordata con l’intervistata.

La storia di Daniela e della sua famiglia si intreccia con molti eventi della macrostoria: il Putsh di fine agosto 1991 a Mosca cambierà la vita a Daniela, le deportazioni nei gulag della fine degli anni Quaranta lasceranno la mamma bambina senza genitori per cinque anni. Abbiamo voluto inserire nel testo una breve contestualizzazione di questi due eventi e alcune note esplicative. Nonostante la sua famiglia abbia subito la deportazione, non vi è nell’intervista di Daniela una percezione negativa della Moldavia durante il periodo sovietico, prevale il senso di protezione dato dalla garanzia di avere lavoro, cibo, casa, scuola. E’ invece molto critica la percezione della Moldavia attuale.

Questa percezione del periodo sovietico ci ha sorpreso. Abbiamo cercato dei testi che presentassero dei punti di vista diversi. Ne pubblicheremo due successivamente a questa intervista. Ma la domanda resta: perché, nonostante le sofferenze, le guerre, le persecuzioni, le carestie, il periodo precedente al crollo dell’URSS viene raccontato quasi con nostalgia? Per provare a comprendere i vari significati di questa percezione crediamo sia ancora attuale e prezioso il libro di Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del Comunismo. Sono utili per la nostra domanda sia il metodo del racconto corale di uomini e donne comuni, costruito a partire da moltissime interviste, ma anche consultando gli archivi, sia le domande che ha posto: “non sul socialismo, bensì sull’amore, la gelosia, l’infanzia, la vecchiaia. Sulla musica, i balli, le pettinature”. Concluderemo questa serie di testi proponendo una parte della premessa dell’autrice al suo libro.

Intervista di Giovanna Lazzarin, Maria Marchegiani, Anna Mazzucco a Daniela G.

1. Il Putsh di fine agosto 1991 a Mosca segna la giovinezza di Daniela

Dal 18 al 22 agosto 1991 in Unione Sovietica vi fu un tentato colpo di Stato (Putsch), organizzato da parte di alcuni membri del governo sovietico per deporre il presidente Michail Gorbačëv e prendere il controllo del Paese. L’obiettivo dei golpisti era preservare l’Unione dall’insorgere delle nazionalità, preservare il primato del PCUS, impedire la firma, prevista a Mosca per il 20 agosto 1991, del nuovo trattato dell’Unione che avrebbe reso l’URSS l’Unione degli Stati Sovrani, con presidente, politica estera e militare comuni. Dodici dei paesi già facenti parte dell’URSS erano prossimi alla firma: la Federazione Russa, l’Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian, il Kazakistan, il Turkmenistan, il Kirghizistan, l’Uzbekistan e il Tagikistan. Si erano opposte le tre repubbliche baltiche, Lituania, Lettonia ed Estonia. Il fallimento del Putsch rafforzò la figura di Boris Nikolaevič El’cin, presidente del Presidium del Soviet Supremo della RSFS Russa, il quale si era schierato contro il Putsh, e che successivamente bandì il PCUS e si fece promotore del processo di dissoluzione dell’Unione Sovietica, che avvenne il 26 dicembre dello stesso anno.

Il 24 agosto 1991 il parlamento della RSS moldava votò la dichiarazione di definitiva indipendenza dall’Unione Sovietica e la costituzione della nuova Repubblica Moldova, il cui territorio includeva la regione della Transnistria. Il giorno dopo, temendo che la Repubblica Moldova volesse unirsi alla vicina Romania, la Transnistria, popolata in maggioranza da russofoni, dichiarò la sua indipendenza dalla neocostituita Repubblica Moldova. L’obiettivo anche qui era la costruzione di un proprio Stato. Il 1º marzo 1992 ebbe inizio una guerra su scala limitata tra la Repubblica Moldova e la Repubblica Moldava di Transnistria. Il 21 luglio si arrivò a un accordo. Fu istituita una zona di sicurezza tra la Repubblica Moldova e la Repubblica Moldava di Transnistria, controllata da una forza di peacekeeping congiunta (335 militari russi, 453 militari della Repubblica Moldova e 490 miliziani della Repubblica Moldava di Transnistria).

G. : « Daniela, in che parte della Moldavia vivevi prima di venire qui e come mai te ne sei andata?»

D. : « Io sono nata e sempre vissuta a Chişinău la capitale della Moldavia, ho studiato filologia Romano Germanica e mi sono laureata in spagnolo e francese, due lingue. Poi ho avuto questa opportunità. Mio zio, che era professore di fisica, è andato a una specie di simposium in fisica in Francia a Montpellier, erano gli anni Ottanta-Novanta e quando è tornato a tutti ha portato dei regali dalla Francia, a me niente. Io mi sono detta: “ Caspita io imparo il francese, lui poteva portarmi non lo so una mappa, una carta, un qualcosa, un libretto…” Ma dopo mi ha dato un invito a visitare la Francia, fatto dal sindaco di un piccolo villaggio a sud di Montpellier. Dunque sono andata in questo villaggio, ma il giorno in cui dovevo tornare era tutto chiuso. Dovevo tornare in Moldavia via Mosca, ma c’era la guerra e a Mosca il Putsch di fine agosto 1991. Ho annullato il viaggio e anche la Visa turistica scadeva. Sono andata alla pretura, mi hanno dato dei documenti perché non avevo voli e non avevo niente per stare lì. E pian piano sono rimasta, sono andata a Parigi a trovare una conoscenza che mi ha detto: “ tu non hai niente da fare qui, devi tornare a casa” Ahahahahah! Pian piano ho cominciato a vedere cosa potevo fare: c’era la guerra in Moldavia, non avevo più soldi per comprarmi un altro biglietto, era tutto complicato ».

M. : « Tra l’altro eri giovanissima ».

D.: « Vent’anni e dunque pian piano ho trovato un lavoretto in un negozio che vendevano le marocchinerie, le borse. Poi in un ristorante dove non mi chiedevano niente, parlavo il francese, non mi chiedevano documenti, niente. Pian piano mi sono sistemata fino a che ho trovato una famiglia che cercava una baby-sitter per la ragazzina e sono stati talmente contenti di trovarmi e io mi sono trovata talmente bene con loro che sono rimasta da loro un anno e mezzo. Poi mi sono detta che devo fare qualcosa della mia vita. Non avevo più documenti, dovevo fare qualcosa per arrivare a sistemare la mia situazione amministrativa e sono andata a fare un esame in un istituto a Parigi, un istituto che aveva quasi 300 anni, per valutare il mio livello per l’accesso alla facoltà come studente, per vedere la mia preparazione. Io ho preparato un dossier e hanno visto che sono già laureata, però una laurea sovietica che non era riconosciuta. C’era un grande auditorium, tanta gente era andata a fare questo esame e sono stata presa, mi hanno dato tre anni dopo il diploma. Dunque dopo il baccalaureato, da voi si chiama la laurea, mi sono iscritta a un master perché con il mio titolo di soggiorno, la Moldavia non è nell’Unione Europea, era molto difficile avere documenti di soggiorno, e tutto era basato sui miei studi ma anche sui voti, si doveva mantenere un certo livello ».

G.: « Quando sei rimasta a Parigi in Francia, per tutto quel tempo sentivi i tuoi genitori?»

D.: « Sì, poveretti, è stato molto duro perché per cinque anni non potevo neanche parlare a lungo al telefono con loro perché era molto costoso. Poi quando ho preso il primo diploma, mi sono detta: “ basta, vado a casa, vado a vederli, perché è passato troppo tempo”. Adesso io mi rendo conto che se avessi una figlia di venti anni non so se sarei stata così tranquilla. Che cosa può succederle? “Sono in Francia, un paese civilizzato! Mamma, tu sai che io non sono molto influenzabile, non sono interessata né all’alcool, né alla droga” »».

G.: « Nel frattempo tu lavoravi e studiavi?»

D.: « Sì, lavoravo in tanti posti diversi perché all’epoca il governo moldavo non aveva firmato un accordo con la Francia, perché era uno stato molto giovane, aveva altre cose da fare, non aveva molti studenti in Europa, dunque non hanno firmato nessun accordo e i moldavi non avevano neanche diritto di lavorare 20 ore per settimana, come tutti gli studenti stranieri e francesi facevano legalmente. È stato un poco difficile perché ho trovato dei job molto interessanti per me, ma non ti era riconosciuta questa possibilità, ho fatto tanti lavori al nero perché era così. Pian piano poi ho trovato un vero lavoro, è stato un miracolo, un lavoro molto interessante, e mi hanno dato finalmente il titolo di soggiorno di 10 anni: sono rimasta in questa compagnia fino a che ha fatto fallimento, era l’epoca della bolla informatica degli anni 2000, quando è esploso tutto e molti hanno fatto fallimento. E tanti hanno chiuso».

A. « In Francia cosa studiavi?»

D. « Io ho fatto economia politica, però nel lavoro che facevo c’era bisogno soprattutto delle mie conoscenze di filologia, ma filologia “piegata” verso la linguistica informatica, ho dovuto fare tanti sforzi per imparare i linguaggi informatici. Era un lavoro molto interessante, molto creativo, non mi aspettavo che mi piacesse tanto, però alla fine è andata così, non tanto bene, per via della crisi del 2000. L’impresa americana aveva investito tanto, un solo software costava un milione di dollari, destinato per più imprese, grandi imprese, e le imprese non avevano più soldi per comprare questi prodotti. Noi facevamo all’epoca un software per il riconoscimento vocale, all’epoca non era ancora come oggi, era agli inizi e quindi era tanto affascinante, c’erano persone che avevano fatto Oxford, altre facoltà molto interessanti, dei piccoli geni e poi ho visto che i più geniali, i più intelligenti erano i più umili, più discreti, più tranquilli, quelli invece che parlavano tanto erano un po’ meno talentuosi».

2. Il marito italiano

G.: « Hai conosciuto lì tuo marito Michele?»

D.: « Ci siamo conosciuti nel maggio del 2005. Lavoravo in una società americana e tutte le riunioni erano in inglese, dunque non capivo tanto bene, e mi sono detta: “ devo fare qualcosa”. Nel corso di inglese ho incontrato Michele che era molto divertente, suonava il pianoforte, sapeva tante cose e tutte le ragazze “ahahah! Aspetta, annoto questo”. Lui era l’anima. Era un gruppo molto simpatico, perché avevamo anche degli attori, della gente un po’ fuori».

G.: « Dov’eravate?»

D.: « Sempre a Parigi. Poi pian piano abbiamo cominciato a presentarci un po’ di più, e poi è venuto da me e ha lasciato il suo appartamento a un amico italiano che adesso ha un posto negli Stati Uniti. Ci siamo sposati finalmente il 2014, tanto tempo dopo perché i ragazzi italiani non si sposano velocemente, ci vuole il tempo! Ho conosciuto i miei suoceri, la mia suocera era una crema, veramente una signora dolcissima, Serafina. Riposa in pace. Mio suocero Bruno lavorava per una compagnia di petrolio in tutto il mondo, è stato in Oriente, in Africa, a Mosca, ha girato tanto e alla fine è tornato in Italia. In Italia sono andati al sud, in Sicilia, e poi in Toscana e alla fine, quando questo tipo di contratto è finito, ha chiesto a Michele e al fratello, che erano piccoli, avevano 5 anni, dove volevano vivere. Serafina non voleva andare tanto lontano dalla Puglia, dove era nata, Bruno mi sembra che non voleva tornare ad Agordo dove era nato, e i ragazzi hanno detto che volevano vivere a Spinea, perché a Spinea non c’era niente, c’erano campi e loro giocavano tutta la giornata fuori nei campi, avevano amici. Serafina un po’ meno perché era una signora del sud, non aveva tante amicizie, con mio suocero che lavorava sempre in giro, lei era da sola con due ragazzi, però si è abituata. Ero venuta più volte da loro, in vacanza, però abbiamo fatto il trasloco nel 2019.  Prima siamo stati a Spinea, con mio suocero perché mia suocera era mancata, poverina, aveva un cancro da quaranta anni, ha sofferto poverina. È stata molto coraggiosa. Dunque siamo venuti da Bruno per aiutarlo, sentivo che non possiamo lasciarlo solo. Michele in Francia aveva contratti molto instabili, insegnava italiano, ma non è entrato in ruolo, doveva fare tanti concorsi, difficilissimi, migliaia di gente per 4 posti, insegnava in scuole private, però non erano contratti a tempo indeterminato, non era soddisfatto. Ha detto che voleva tornare in Italia. Io non ero per niente propensa ad andare ancora in un altro paese, perché mi sono detta che già avevo fatto difficoltà ad adattarmi in Francia, avevo fatto tanti sforzi, ho fatto studi, avevo un lavoro, non mi sentivo di abbandonare tutto, avevo una casa non mi sentivo pronta. Poi ho visto che era sofferente, mi sono detta “ma è bello vivere nel suo paese, poi l’Italia è un paese bello”. Non lo conoscevo tanto, ero stata solo per le vacanze».

3. Fare impresa in Moldavia tra il 2006 e il 2011

G.: « Hai mai pensato di tornare definitivamente in Moldavia?»

D.: « Michele voleva tornare in Italia, io ho deciso di tornare con lui, però ho pensato: ora che sono ancora più vicino alla Moldavia e che mia mamma è in Moldavia, voglio avvicinarmi un po’ di lei, apro un’attività in Moldavia. Ho mollato il lavoro, era 2005-2006, ho investito tutti i miei soldi in un negozio a Chişinău che vendeva prodotti artigianali fatti un po’ dappertutto, ma anche in Moldavia, in legno; ho comprato un container dalla Tailandia che avevano cose molto belle in pietra, in argento, fatto manualmente, non costava tanto… Sono stata un anno a lavorare come una forsennata. Intanto Michele passava i concorsi qui in Italia, aveva l’anno di prova, si era iscritto alla facoltà di Venezia, non mi ricordo, qualcosa di musicale. Ma è venuto anche Michele in Moldavia a aiutarmi. Era un negozio molto bello, la gente veniva come al museo, volevano vedere cose belle, ma le donne giovani dicevano: “non toccare!” Perché in Moldavia è così, perché se tocchi, se ti scappa una tazza ti fanno pagare. Mi sono detta, ma sono proprio stressati questi: ” prego toccate tutto, non c’è problema, va bene cade, si spacca, non è grave, è solo una tazza, non vi faccio pagare nulla”» .

G.: « E come ti sei trovata lì?»

D. « In Moldavia? Male! Ah! Eh sì, perché io ero molto motivata e mi sono detta: “ dai, l’inizio è sempre difficile, devi lavorare tutti i giorni e è duro, tutti fanno difficoltà all’inizio “. Però ho visto che non potevo proprio, non vedevo come fare per lottare con la corruzione, anche se io non volevo pagare, non ho pagato niente. Io dicevo:” se volete soldi, i miei documenti sono in norma, sono correttissimi, io già ho pagato tutte le tasse”. Tutti facevano commercio al nero, per esempio dichiaravano che avevano in container il 20% in bianco e il resto era in nero, perché sennò non riesci a pagare,… Quando fai importazione e esportazione paghi le tasse, tante tasse, per trasporto, assicurazione, tante cose. Qui in Moldavia tutto ciò che porti deve passare un controllo della commissione epidemiologica. Per esempio, io compravo della porcellana a Limoges, che è molto conosciuta da tutti. No, anche se era scritto chiaramente Limoges, su tutti i documenti, su tutti i pezzi, tutto tradotto e non potevo tradurre io perché dovevo avere un traduttore ufficiale – tutto costa, anche questo – loro dovevano controllare se questa porcellana non è dannosa per la salute dei Moldavi. Ma tutto così, tutti i legni, tutti i prodotti più banali, diciamo orologi, non lo so, ma ti sembra che questo è controllabile, come controlli questa roba?»

G. « E per ognuna di queste cose bisognava pagare?»

D. « Pagare, ma ti chiedevano per esempio un servizio e non te lo rendevano, tutto era così e comunque ti tenevano il container alla frontiera, non ti lasciavano passare se non pagavi il pizzo. Le autorità erano la malavita, era una cosa tremenda. Ho avuto fortuna, dopo aver cambiato non so quanti commercialisti, di trovare una che ha fatto di tutto per non pagare, perché era d’accordo con me che non si paga: “tu gli dici che non abbiamo soldi, che non siamo d’accordo, che andiamo anche più alto, che andiamo al ministero, che scriviamo degli articoli in giornali, noi non paghiamo e basta”. Ho trovato questa signora che era molto coraggiosa, perché venivano gli ispettori e dicevano: “noi chiudiamo il negozio, chiudiamo tutto“».

G. « E quindi lì sei durata un anno?»

D. « No, di più, 4 anni, 4 anni di lotta e di notti non dormite, di rabbia, Mi sono detta: “dai, può darsi che posso farmi un posto al sole lì” Volevo stare un po’ con la mamma per non lasciarla da sola. Ho capito dopo che non è possibile, non è possibile. Poi è venuto 2008 anche lì, e dunque mi sono detta che la lotta non vale la pena, chiudo tutto. Ma chiudere era ancora più difficile che detenere. Tutti mi dicevano: “ non chiudere, perché tu non sai che cosa vuol dire chiudere, ti prendono tutti i soldi, non puoi chiudere, ti faranno vedere di tutti i colori” E in verità infatti mi rubavano i dossier, i certificati. Dunque abbiamo imparato: facevo tutte le foto di tutto, fotocopie di tutto. Che storia orribile che è stata, è stata una dolorosa esperienza e lo so dall’interno, so come possono essere cattivi e ingiusti e malonesti di tutto, però sono riuscita a chiudere. Tutti quando ho detto che io ho chiuso: “ come hai fatto?” Ho chiuso, ma merito non è il mio, merito è di questa commercialista Olga, che quando le diceva un ispettore : “voi non avete idea di quello che vi aspetta, signora Olga” e lei diceva: “cosa mi aspetta, signore ispettore? “ “Se voi non pagate, io chiedo di venire all’ispettore generale” e lei diceva: “aspetto solo questo signore, portatemi dall’ispettore generale, portatemi adesso.” Dunque loro si sono stancati di lei, perché era lì sempre con questa idea che: “ no e no, noi non paghiamo, non si paga, portatemi a quel generale, voglio vedere il vostro capo, voglio vedere chi mi chiede dei soldi”. Mamma mia che brava che è stata, l’ho portata in Francia con la famiglia, le ho fatto fare un giro».

G.: « E come hai trovato la Moldavia dopo tanti anni che non stavi più, perché quando tu sei partita è come se tu fossi scappata da una situazione molto difficile, un momento molto duro, di guerra».

D.: « L’hanno svenduta, l’hanno privatizzata, però privatizzata in un modo malonesto, e questi che hanno fatto queste privatizzazioni hanno sfruttato il popolo… Esattamente come tutto lo spazio sovietico: non è caduto perché l’economia non andava bene, l’hanno fatto cadere questi che hanno preso il pizzo per svendere il paese, chi è venuto a sfruttare le grandi compagnie petrolifere, di diamanti, di tutto in Siberia: americani, inglesi, francesi. Chodorkovskij1 è stato arrestato, perché voleva dare in mano agli americani Yukos, la seconda compagnia petrolifera importante di Russia, che non appartiene neanche allo Stato, appartiene al popolo, tutto ciò che è nel sottosuolo appartiene al popolo, è un bene del popolo, deve essere gestito dalla struttura statale».

A. « Ma nel 1991 non c’è stato un desiderio da parte della Moldavia, come in altri paesi, di conquistare la propria indipendenza, di staccarsi dall’Unione Sovietica?»

D. « Sì, chiarissimo, ma eravamo tutti incoscienti, anche io ero giovane all’epoca, questa storia di indipendenza era molto, diciamo, alla moda. Ma non so se voi sapete, perché l’informazione è quella che è in Russia. Gli investimenti nelle repubbliche sovietiche erano più importanti che in Russia. Dunque mettevano più soldi in periferia, investimenti in ospedali, scuole, infrastrutture, tutto quello che è stato costruito in Moldavia oggi, che funziona, tutto è stato fatto in epoca Sovietica. Da 33 anni il governo e i governi successivi in Moldavia non hanno fatto nulla, adesso hanno chiuso l’Ospedale Clinico per le Malattie Infettive “Toma Ciorba” di Chisinau, un ospedale che ha 200 anni. Va bene, è vecchio, però deve essere restaurato o allora costruite un altro. Ora il paese non ha un ospedale importante della capitale che è stato molto utile. E dunque, come dire, anche io avevo questo sentimento quando ero più giovane che eravamo sotto…Ma le cose non sono così: o bianche o nere».

4. I nonni vengono deportati da Stalin nei gulag

Le deportazioni di Stalin in Moldavia avvenute tra il 1949 e il 1950 sono state parte di una più ampia politica di deportazioni di massa attuata dall’Unione Sovietica contro specifici gruppi etnici o sociali ritenuti nemici dello Stato. In Moldavia queste deportazioni miravano principalmente a dekulakizzare la regione e a reprimere eventuali movimenti di resistenza facilitando così la collettivizzazione forzata dell’agricoltura. La Repubblica socialista Sovietica Moldava era sorta nel 1940, in seguito al Patto Ribbentrop-Molotov, quando la Bessarabia, regione storicamente rumena, fu annessa all’Unione Sovietica. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale l’URSS intensificò la repressione politica e la collettivizzazione in Moldavia così come in altre repubbliche baltiche e zone occidentali dell’URSS. Le deportazioni erano uno strumento chiave per eliminare la borghesia e i nemici del Popolo, soggetti che includevano kulaki, contadini benestanti, proprietari terrieri, membri di movimenti nazionalisti e religiosi.

Le deportazioni in Moldavia ebbero luogo in due ondate principali nel 1949 e nel 1950. Furono eseguite con arresti di massa e trasporto in vagoni bestiame verso località remote dell’URSS come Siberia e Kazakistan. Le condizioni di vita nei luoghi di deportazione erano estremamente dure, con alta mortalità dovuta a malattia, fame e condizioni climatiche avverse. Le famiglie venivano spesso separate e i deportati erano soggetti a lavori forzati nelle aziende agricole collettive o in altri settori dell’economia Sovietica. Le deportazioni ebbero un impatto devastante sulla popolazione moldava causando la perdita di vite umane, la distruzione di famiglie e comunità e la perdita di beni materiali.

Inverno 1949. Foto del nonno di Daniela G. appena arrivato nel gulag in Carelia.

D.: « I miei nonni sono stati messi da Stalin nei gulag, hanno lavorato uno in Carelia, sul mare di Barents, mare Bianco, e la nonna in Kazakistan, 5 anni di lavori forzati. I bambini rimasti a casa soli, la più piccola 2 anni, la più grande 14 anni».

G.: «in che periodo?»

D.: «Alla fine degli anni Quaranta. Erano kulaki. Mio nonno aveva un negozio, aveva terra, ereditata dal suo padre, da suo nonno, una famiglia da nutrire. Dunque avevano queste terre che lavoravano e le tenevano, avevano mucche. Sono stati deportati, hanno fatto questa prigione, sono tornati in Moldavia dopo la morte di Stalin. Ma io non ho niente di male contro Stalin, devo dire anche che tutto è molto più complesso, non è tutto bianco e nero».

G.: « Quando tornano a casa?»

D.: « Sono tornati a casa dopo 5 anni, nel 1954, hanno trovato i bambini, la più piccola è morta, poverina. Ha preso una malattia infantile, è morta. E dunque questi ragazzi si sono sistemati da soli, proprio da soli. Mia madre con i suoi fratelli, con le sue sorelle».

G.: « Tua mamma quanti anni aveva allora?»

D.: « Guarda sai che non mi ricordo, credo che aveva circa 10 anni. Mio nonno che ha sofferto tanto, che è tornato, non ha detto mai nulla di male sulla Russia, niente, una mezza parola, come la nonna, perché qui è un po’ più difficile.

G.: « Secondo te, perché non ne hanno mai parlato?»

Il nonno e la nonna di Daniela G. Foto degli anni Sessanta.

D.: « Credo che l’abbiano fatto per proteggerci, per non farci portare il peso di queste vicende. Pensa che recentemente ho saputo da una zia che erano stati dei vicini a denunciare. E io ho giocato con i nipoti! Anche io non sono venuta a capo in verità per capire bene come stanno le cose, perché i libri sono scritti dagli uomini e gli uomini prendono parte delle diverse posizioni, dunque devi leggere tanto per capire meglio. Adesso sono stati aperti gli archivi e si vede che il gulag non era nel progetto iniziale. La Russia non è stata diretta, governata solo da una parte, quelli che sono stati messi a governare in Russia sono stati i nemici della Russia, quelli bolscevichi. Ma c’era una parte che era contro quei bolscevichi, che volevano fare uno Stato davvero democratico, i bianchi2. Quelli che sono andati in Europa si sono salvati, coi bianchi che sono rimasti c’era una lotta intestina all’alto livello. E dunque per tornare al mio nonno, tutti gli anni, da quando mi ricordo, veniva da noi in Moldavia un professore russo, Zhukov, Ivan Ivanovich Zhukov, un grande professore di matematica alla cattedra in Russia, in vacanza, e stava un mese più o meno in Moldavia, perché in Russia non avevano questo tempo, il clima è molto più dolce in Moldavia, dunque veniva da noi. E poi veniva perché si trovava bene con il mio nonno».

G.: « E quindi veniva a casa di tuo nonno?»

Casa del nonno di Daniela G. Foto degli anni Sessanta.

D.: « Sì, alla campagna. Il grande professore Zhukov, che ha fatto il gulag con il mio nonno».

G. : « Quindi si sono conosciuti nel gulag».

D.: « Sì, sono diventati amici. Dunque veniva, mai non hanno detto niente dell’altro, e non per paura, perché non avevano da dire niente di male. Loro hanno accettato, hanno capito, non so, noi eravamo piccoli per chiedere: “ma come mai non parlavate?” Allora, Zhukov veniva con una valigetta, mi ricordo questa valigetta, con attrezzi per riparare le scarpe. Ah. E tutta la gente del villaggio veniva, faceva la coda per il professor Zhukov che gli faceva le scarpe. Sì, senza prendere un copec, niente. Dunque venivano, portavano, che uno si è rotto questo, l’altro questo. E lui da mattina a sera faceva questo lavoro di riparare le scarpe. Sì, si prendeva il materiale per sistemare la pelle e lavorava tutta la giornata. E poi vedeva i ragazzini che giocavano e diceva: “questo non va bene, perché voi non fate niente da imparare? Solo giocare da mattina alla sera non va bene”. Che voleva questo professore? Già mio zio, che era professore di fisica e matematica a scuola, ci faceva fare esercizi in vacanza e noi scappavamo. Anche questo Zhukov qui veniva. Non sapevamo come nascondersi. E lui sai cosa faceva? Ci trovava, ci trovava. “Ah, ti sei nascosta, vieni qua.” Allora, portava cose per fare il ricamo. Ricamo, con i fili, con aghi, con tutto. Eravamo quattro bimbe della stessa età, e lui ci mostrava come si fa il ricamo. E noi avevamo tutti un modello diverso. E dovevamo fare il ricamo. Faceva caldo, noi volevamo giocare, c’erano animali, c’erano gattini, c’erano piccoli pulcini. In estate, 40 gradi, non avevamo la testa per il ricamo. E lui, non tutta la giornata, due ore, “facciamo questo, poi disegno”. Disegno, io ero contenta. Perché lui portava acquarello da Mosca, portava tutte le cose. E io facevo il disegno, e poi andavamo a giocare. Però il ricamo l’ho imparato, adesso so fare il ricamo. E anche i fratelli di mamma e mia mamma, non hanno niente da dire di male della Russia. Tutti hanno fatto studi superiori, tutti. Mia mamma è dottoressa, ha fatto chirurgia facciale. Mio zio, professore di matematica e chimica, l’altro dirigeva una manufattura. Solo una sorella che si è sposata molto presto e ha fatto figli, non è andata a studiare. Ha scelto altro, ma è contenta anche lei».

G.: « Ma chi li seguiva mentre erano senza i genitori?»

D.: « Nessuno, nessuno. La sorella più grande si è sposata. Ha ricevuto una lettera dal mio nonno, che ha detto:” io mi sono messo d’accordo con un signore, tu sposi il suo ragazzo”. Lei ha detto sì. E ha sposato il figlio di quello che era l’uomo più ricco del villaggio. Lei aveva 15 anni quando si è sposata, aveva il primo bambino già a 15 anni, viveva con il suo marito, non aveva tempo, andava ogni tanto a controllare la casa, veniva per tirare i capelli agli altri che non hanno fatto quello che dovevano».

Da destra: Zinaida, mamma di Daniela G., il fratello e la sorella di Zinaida. .Foto della metà degli anni Cinquanta.

G.: « E quindi i fratelli più piccoli sono cresciuti da soli».

D.: Mia mamma ha imparato a fare da mangiare. A sei anni lei faceva il fuoco fuori, faceva il cibo, faceva la polenta, faceva la zuppa, faceva tutto».

M.: « I soldi per comprare il cibo da dove venivano?»

D.: « Ma guarda, questo non lo so, veramente non gli ho fatto la domanda . Comunque avevano della terra, nella loro corte, avevano una casa, confiscata per il consiglio del villaggio, e il funzionario del Kolkoz, che abitava lì, ogni tanto dava loro una tessera del razionamento con cui prendere del cibo. In casa. Dunque credo che anche la gente dava un po’ da mangiare».

5. Scuola francese e scuola moldava della Perestroica a confronto

G. : « Sono rimasta colpita la volta scorsa da come Vesna ed Elena (due moldave) raccontavano di quando erano giovani e ancora eravate sotto la Russia. Dicevano: stavamo bene, eravamo tranquille, si girava dappertutto, non c’erano problemi. E mi chiedevo se questo era perché erano giovani e la gioventù è sempre bella, oppure com’era la vita prima del 91».

D.: « Io sono scappata, ma per me l’Unione Sovietica ha tanti difetti ma ha tante, tante qualità. Noi vivevamo in un mondo molto protetto, molto contento, molto gioioso. Nella mia infanzia ricordo benissimo queste feste della gente, dei vicini, sorelle, fratelli dei vicini. A casa cantavano, cibo a profusione. La gente cantava, la gente viveva una vita gioiosa. Io ero contentissima di essere in Unione Sovietica. Noi avevamo tutto gratis, la scuola era gratis, anche le università, le più belle università. Ho fatto studi da noi, ho fatto studi a Parigi, ho visto la differenza. A Parigi i prof vengono, non sono preparati. Ci sono quelli che sono motivati, però non hanno quella preparazione pedagogica che hanno i russi. La scuola sovietica russa è una bomba!»

G.: « Fai un esempio».

D.: « Per esempio in Francia il prof era molto appassionato, però parlava delle cose che lui conosceva e faceva un monologo e i giovani non avevano il suo vissuto per capire in profondità quello che voleva dire. Dopo le sue ore andavo in biblioteca al Beaubourg, prendevo dei libri e cercavo di capire cosa voleva dire questo prof. Ero persa in un oceano di informazioni e non avevo l’esperienza, il vissuto e neanche le conoscenze per poter fare una cernita».

G.: « E in Russia come funzionava?»

D.: « In Russia era tutto molto bene organizzato. Ti spiegava tutte le possibilità e ti dava delle chiavi per leggere le informazioni. I corsi nella loro didattica erano preparati a dare delle chiavi per capire».

G.: « Ti riferisci alle varie ideologie politiche».

D.: « sì, sì, perché in Moldavia abbiamo fatto anche scienze politiche. Eravamo alla fine degli anni 80, gridavano al prof: “Non siamo d’accordo!” E lui diceva: “Sì, può darsi che non siete d’accordo, ma c’è questo e questo, a voi poi fare la scelta”».

M.: « Però potevate dire: non siamo d’accordo, l’opposto di quello che noi ci immaginavamo».

D.: « Questo può darsi sia stato prima di noi, negli anni 70. Dopo l’85 [quando va al potere Gorbaciov]3 potevi dire senza problemi».

A.: « Sto pensando, la scuola elementare, la scuola media, la scuola superiore com’erano? Erano scuole selettive?»

D.: « No, anche in campagna c’erano tante attività per i giovani, non si poteva lasciare un giovane dopo la scuola da solo. C’erano tanti, noi li chiamavamo cerchi, delle attività manuali o scrivere poesie, tutto gratis, perché i genitori lavoravano. I ragazzi maschi andavano a fare sport, calcio, volley, basket, piscina, tutto era gratis, non si pagava niente».

M.: « Mangiavate a scuola?»

D.: « Io non volevo mangiare a scuola, mi prendevo da casa qualcosa e poi quando tornavo mangiavo a casa. A scuola ero in un cerchio di coro, cantavo e facevo teatro. In un’altra scuola privata, dove mi hanno iscritto i genitori a pagamento, studiavo piano».

6. Incontro col gruppo ortodosso a Venezia e a Mestre

G.: « E tu quando sei arrivata a Venezia? Quando ti sei incontrata con la comunità moldava?»

D.: «Siamo arrivati nel 2019 e siamo stati un poco a Spinea con Bruno, il papà di Michele. Non conoscevo nessuno a Spinea, vivevo a casa con suocero e Michele, non c’era neanche mia mamma lì. C’erano gli amici di Michele. Dai greci sono andata perché volevo andare a Venezia da sola, che Michele resti a casa con suo papà, che cucina per mezzogiorno. Io vado da sola, respirare, fare bella passeggiata a Venezia e poi vedere la bellissima chiesa greca, un gioiello. Tutto è gioiello a Venezia. Non credo che sarei venuta volentieri a Mestre. Io sono stata a Parigi, mi piaceva scoprire Venezia. Dunque tutte le domeniche mi facevo passeggiate per guardare la città, per trovarmi con la gente. All’epoca c’era padre Nicola Madaro, un prete pugliese che era a Venezia da 27 anni, era professore di greco antico e latino al liceo classico, molto bravo. Ci siamo sposati da lui in chiesa, con Michele, era una atmosfera molto gioiosa, c’erano delle agape dopo la liturgia, festeggiavamo la domenica, la bella vita, la natura, era molto simpatico. Oggi è cambiato: i preti sono preti, si chiudono lì, il popolo è il popolo». 

G.: « Con chi è cambiato?»

D.: « Con il nuovo vescovo, Policarpo, il vecchio vescovo aveva questo spirito di agape, lui andava verso la gente, la gente gli raccontava il loro dolore, le loro gioie e tutto quello che aveva da dire, perché noi siamo in una ortodossia dove i preti sono come un dottore dell’anima. Quando hai un problema vai a chiedere consiglio al prete, dipende dal prete se ti senti di poter parlare, ma quello dei Greci era  molto paziente, molto in ascolto, non parlava tanto. Però quando diceva qualcosa, valeva veramente, il suo consiglio era valido. Poi ho scoperto che c’è una comunità qui a Mestre e sono venuta una volta. Ho visto il padre, ho visto la gente. In verità mi sono detta che queste signore che sono badanti non hanno l’approccio facile che tu arrivi e ti chiedono chi sei, da dove vieni. Sono più distanti, sono più chiuse, perché ciascuno ha la sua vita, i suoi problemi. Non si parla così facilmente. Dunque ho avuto un po’ di difficoltà all’inizio. Ma anche adesso non conosco molto bene la vita della gente, conosco un po’ di cose così. Quello che voglio dire è che io sono sposata qui, non lavoro, sono a casa. Penso: adesso è cambiata un po’ la situazione, però loro lavorano tanto e questo era un po’ di differenza. Molte sono state personale medico in Moldavia, tante hanno studi, hanno fatto tutta la vita esperienza nel commercio o sono state professoresse. Però quando tu vieni qui, la tua condizione è cambiata, tu ti chiudi in un certo tipo di rapporti. Hanno accettato una condizione in cui si sono chiuse da sole, nessuno le ha chiuse. Può darsi che lo vivano male, a volte chissà, non lo so. Però hanno studi, leggono, sono molto informate».

G.: « La prima volta che ci siamo incontrate dicevi: “È importante avere questo incontro spirituale perché noi veniamo magari da situazioni in Moldavia in cui avevamo anche ruoli importanti e ci troviamo qui in ruoli più umili e questo è doloroso”. Ci piaceva capire come l’incontro religioso aiutava».

D.: « Devi parlare con loro, non so come loro lo vivano. Secondo me non è il punto che sono scese nella scala sociale, è quello che hanno perso, hanno perso qualcosa di valoroso. Se sei quella che vale, anche se fai un lavoro più semplice, non ti toglie qualcosa. Ma se una ha poca fiducia può perdersi un po’. Però una persona di questa età sa chi è, da dove viene, cosa rappresenta e se fa un lavoro così non le toglie della dignità. Lo sguardo che vive dall’esterno può darsi che le fa male. Ma soprattutto quello che hanno perso: avevano una situazione, un’impresa, una famiglia, una vita sociale molto ricca. E’ come una moneta, sempre la faccia e il rovescio. Qui è un paese bello e poi imparano tante altre cose, imparano come si vive altrove. C’è anche da imparare. Se ho capito bene, quasi tutte vogliono tornare in Moldavia. Quasi tutte hanno una casa lì. Ma quelle di una certa età. I bambini giovani no».

Famiglia moldava. Foto dei primi anni del Novecento.

G.: « Una volta dopo la funzione ho chiesto informazioni sulle case. Mi dicevano: “ tutti hanno delle case in Moldavia” Però stavano andando in malora, perché non ci vivevano. Allora ho chiesto ai figli se sarebbero tornati. Erano di 12-13-15 anni. Nessuno voleva tornare. Dicevano:” noi siamo per il 70% italiani, per il 30% moldavi” e guardavano i genitori un po’ per consolarli».

D.: « Parlano e capiscono la lingua, però il cibo moldavo non gli piace, non gli piacciono i dolci moldavi, il cioccolato moldavo. E’ quello che una volta si mangiava in Italia negli anni 50. E’ un pò più brut. Non è così delicato come oggi… Questi giovani non si progettano in Moldavia. Quando vedi cosa passa oggi in Moldavia, dove vuoi tornare? E’ un disastro.

7. La Moldavia oggi e i profughi ucraini

D.: « Io una volta all’anno o ogni due anni vado a vedere la famiglia in Moldavia. E vado anche in paesotti piccoli a Nord o a Sud. E vedo il disastro. Una volta quelle case erano ben tenute, belle finestre, belle tende alle finestre, bel giardino, fiori dappertutto. Perché si ama la bella vita lì, apprezzano fiori. Oggi tutto va in rovina. Le case chiuse, anche belle case, con le terrazze, con alberi fruttiferi dappertutto, perché hanno molto terreno attorno. Quando vedi tutto rovinato ti piange il cuore».

G.: « Leggevo che con la guerra in Ucraina molti ucraini sono stati accolti in Moldavia. L’articolo sottolineava quanto erano ospitali in Moldavia: hanno accolto tanti ucraini. Hanno utilizzato queste case chiuse?»

D.: « Conosco tanta gente, anch’io ho proposto un nostro appartamento per una famiglia, ma sono andati via soprattutto quelli delle città e non sono abituati a lavorare la terra. Quindi pochissimi sono andati in campagna, sono andati in città dove ci sono cose da fare, ci sono servizi sociali, c’è l’ospedale e in città tutto è caro».

G.: « Sarà stato anche un impegno per il governo».

D.: « Sai che sono soldi europei questi. E’ chiaro che hanno fatto sforzi per riceverli a casa, per il cibo. Ma i soldi che hanno ricevuto gli ucraini sono soldi europei».

A.: « Anche da noi gli aiuti agli sfollati sono arrivati dall’Europa. In Polonia erano arrivati a oltre un milione di ucraini. Come avrebbero potuto?»

D.: « Lì si sono tanto arrabbiati perché ci sono tanti ucraini che sono arrivati in Polonia. In Polonia prendono abbastanza soldi, in Germania 800 euro, in Polonia forse 500 euro al mese. Gli ucraini sono andati a prendere questo aiuto sociale e hanno affittato le loro case in Ucraina per quelli che non avevano soldi per partire. Si fanno soldi in Ucraina in certe città dell’West, tipo Lviv, dove viveva mio nonno, Leopoli, in ucraino Lviv in russo Lvov, la città dei leoni. Non li giudico, sono metà ucraina, ti rendi conto. Mio padre è ucraino e mi piange il cuore…Non so cosa hanno creduto, ma hanno rubato loro il paese, hanno rubato le elezioni, quando Janukovyč è stato fatto fuori nel 20144. Molti non si sono resi conto perché quando hai tanta corruzione in un paese, come in Moldavia, come in Russia. Cosa fai? Siamo stati con i Russi, non siamo stati bene. Siamo stati indipendenti, c’è una corruzione come cancrena in Ucraina, tremenda. Si compra, si vende tutto. I genitori, i bambini, tutto. Adesso la speranza è l’Europa, l’Europa che è la portatrice dei valori di fratellanza. Non si sono fatti due domande. Nel 2014 Janukovyč ha visto che la Russia gli faceva più comodo perché gli dava case, petrolio, soldi, perché non voleva la NATO alla frontiera».

A.: « E la Transnistria?»

D.: « E’ una questione molto dolorosa. I moldavi sempre dicono che fa parte della Moldavia, non è vero. La Transnistria è una terra che è stata sempre russa. Ci sono moldavi che da molto tempo vivono lì perché le popolazioni si mescolano. Noi prima avevamo il sud, il Budjak (pianura), l’accesso al mare e il nord, i Carpazi. Stalin 5 ha dato i monti e l’accesso al mare agli Ucraini e ci ha messo al fianco la Transnistria, per fare in modo che non si possa rompere facilmente un pezzo di territorio».

G.: « Come hai vissuto tutti questi cambiamenti?»

D.: « La mia conclusione? E’ molto bello vivere nel proprio paese, con la propria famiglia. E’ qualcosa che non apprezzate. Quando vedo le famiglie italiane, i nonni con i figli, con i nipoti, quando li vedo insieme e penso che hanno vissuto tutta la vita qui, che hanno legami con questa terra, che conoscono gente. E’ una meraviglia. Viaggi sì, puoi andare a vedere come vive qualcuno. Però sulla tua terra, con la tua gente, con la tua famiglia. Niente vale più di questo».

NOTE

1Michail Borisovič Chodorkovskij è un imprenditore, attivista e oligarca russo in esilio, ritenuto nel 2003 l’uomo più ricco in Russia (con una fortuna stimata in un valore di 15 miliardi di dollari) .Fondatore e leader dell’organizzazione anti-Putin «Open Russia», riconosciuta dal governo russo come “agente straniero” e “organizzazione indesiderabile”. Dal 2003 al 2013 è stato detenuto in Russia per varie accuse fiscali. Amnesty International, denunciando le irregolarità dei processi, ha sempre considerato Chodorkovskij un prigioniero di coscienza, e anche l’associazione Memorial l’ha designato come prigioniero politico. Vive a Londra dove ha dichiarato: “non sono più un insider del potere russo”.

2Daniela fa riferimento allo scontro tra menscevichi e bolscevichi, due fazioni che si originarono all’interno del Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) nel 1903 a Londra. La principale differenza risiedeva nella loro visione di come raggiungere il socialismo. I bolscevichi, guidati da Lenin, sostenevano una rivoluzione guidata da un partito centralizzato di rivoluzionari di professione e caratterizzato da una disciplina di tipo militare, mentre i menscevichi, guidati da Martov, preferivano un partito più ampio e democratico, con una partecipazione più ampia della classe operaia e un percorso verso il socialismo più graduale. Dopo la rivoluzione di febbraio i menscevichi rimasero legati a una prospettiva democratico-parlamentare, mentre i bolscevichi si convertirono alla prospettiva, indicata da Lenin, di un rapido passaggio alla seconda fase, socialista, della rivoluzione, cosa che realizzarono prendendo il potere e sciogliendo con la forza l’Assemblea costituente democraticamente eletta (in cui erano in minoranza). Nell’aprile 1920 si tenne l’ultimo congresso del partito menscevico in territorio russo. All’esito del congresso il pensiero menscevico fu formulato in venti tesi. In particolare fu ribadito che la dittatura del proletariato era compatibile con i principi democratici, in quanto non comportava la distruzione delle classi sfruttatrici, ma solo il loro coinvolgimento in forme intermedie fra socialismo e capitalismo. Da questa ricostruzione derivava il netto rifiuto per la dittatura della minoranza bolscevica. Quando scoppiarono gli scioperi a Mosca e Pietroburgo nello stesso febbraio 1921, i menscevichi appesero manifesti in cui denunciavano la mancanza di libertà come male principale del sistema e chiedevano soviet liberamente eletti. La rivolta dei marinai di Kronstadt nel marzo successivo fece sperare Martov nella caduta del bolscevismo. In conseguenza di questa presa di posizione, dopo la repressione della rivolta, i menscevichi furono messi fuori legge e perseguitati.

3Da quando nel 1985 a 53 anni Gorbaciov era succeduto alla guida del Partito Comunista, si era imposto di cambiare le politiche e l’immagine dell’apparato statale. Divenne un valido interlocutore per l’Occidente e presentò un esteso piano di riforme per tentare di smuovere il paese, che era finito in uno stato di immobilismo e da decenni era rappresentata da leader anziani e stanchi, come Leonid Brezhnev, Yuri Andropov e Konstantin Cernenko. Con i termini glasnost, perestrojka e uskorenie — diventati emblematici di quel periodo — Gorbaciov tentò di rendere l’Unione Sovietica più trasparente, moderna e competitiva: in sostanza cercava di avvicinarsi al mercato e alla comunità internazionale, come testimoniò l’importante accordo sul controllo dagli armamenti firmato con gli Stati Uniti al suo secondo anno in carica.

4Viktor Fedorovyč Janukovyč è un ex politico ucraino naturalizzato russo, ha ricoperto la carica di Primo ministro per tre volte: dal 2002 al 2004, dal 2004 al 2005 e dal 2006 al 2007. Presidente dell’Ucraina dal 2010 al 2014 fino alla destituzione disposta dal Parlamento nel 2014 in seguito alle manifestazioni di “Euromaidan”.

5La Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia fu istituita su decisione del Soviet Supremo dell’URSS il 2 agosto 1940. Era formata da due parti: una buona parte della Bessarabia (sottratta alla Romania il 18 giugno a seguito del patto Molotov-Ribbentrop) e la parte occidentale della preesistente Repubblica Autonoma Moldava, mentre la parte orientale con la precedente capitale Balta era annessa alla Repubblica socialista sovietica di Ucraina. Nel 1941 le truppe rumene all’inizio dell’Operazione Barbarossa ripresero la Bessarabia, ma continuarono l’avanzata oltre il confine storico lungo il corso del Nistro. La Romania annesse poi ad interim l’intera regione tra il Nistro e il fiume Bug Orientale, dove era presente una consistente minoranza moldava. L’occupazione includeva la città portuale di Odessa, in seguito entrata a far parte dell’Ucraina. L’Unione Sovietica riguadagnò l’area nel 1944 quando l’Armata Rossa penetrò nel territorio, facendo indietreggiare le potenze dell’Asse. La Repubblica Socialista Sovietica Moldava fu oggetto di una politica di sistematica russificazione, ancor più dura di quella del periodo zarista. Il cirillico divenne la scrittura ufficiale della lingua moldava nella repubblica, mentre il russo era la lingua di comunicazione interetnica. La maggior parte delle industrie che furono create nella RSS Moldava allo scopo di attirare immigrati dal resto dell’URSS era concentrata nella Transnistria, mentre la parte della Moldavia a ovest del Nistro manteneva un’economia prevalentemente agricola. Nel 1990 la Regione della Transnistria rappresentava il 40% del PIL moldavo e produceva il 90% dell’energia elettrica dell’intera Repubblica di Moldavia. La 14ª armata dell’esercito russo aveva sede a Tiraspol e vi rimase anche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, formalmente per salvaguardare il suo importante arsenale e deposito di munizioni.

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