In linea da: 30/05/2019

Piazza Ferretto. Com’era, com’è

di Claudio Pasqual

Pubblichiamo il testo dell’intervento che Claudio Pasqual ha tenuto a Forte Mezzacapo, nello “spazio storiAmestre”, durante la festa dell’associazione del 25 maggio scorso. Immagini e usi degli spazi di piazza Ferretto sul filo dei ricordi e delle esperienze dell’autore.

Un’avvertenza: quanto segue non si basa se non marginalmente su una ricognizione nelle fonti; c’è poca ricerca documentaria, scritta e iconografica, dietro le mie parole, molto di più un viaggio nella memoria personale. Attualmente, sarà perché divento vecchio, inclino all’autobiografismo; ed è al periodo giovanile che per una pulsione irresistibile si rivolge il mio pensiero. Considerato il tempo trascorso, e per il naturale decadimento della memoria che si accompagna all’età non più verde, non ci si aspetti una trattazione sistematica: riguardo al passato procedo per singoli fotogrammi, per frammenti, sparsi e sconnessi ricordi personali della mia gioventù. 

Com’era piazza Ferretto quando nei primi anni Settanta il sottoscritto, adolescente nato e cresciuto in periferia, sbarcato in centro con il liceo, ne fa la scoperta? Direi parecchio diversa da quella di oggi. 

1. Prendiamo l’aspetto fisico, le strutture materiali, l’urbanistica e l’architettura del luogo.

Lo spazio scoperto era una distesa di asfalto. Se sul lato est correva uno stretto marciapiede, il resto era una larga carreggiata stradale incessantemente percorsa dal traffico pubblico e privato. Le facciate dei palazzi, se non ricordo male non presentavano l’aspetto di adesso, erano mal tenute. A illuminarla con il buio provvedeva una serie di tristi anonimi lampioni appesi a fili tesi trasversalmente fra una fronte e l’altra della piazza.

  

Venendo a ora, le quinte, il fondale sono quelli di una volta, non ci sono edifici nuovi in piazza Ferretto; però è cambiata la veste, e di parecchio.

Dopo la ristrutturazione Zordan, della fine degli anni Novanta, il luogo ha acquistato un certo pregio estetico. La fontana, con il sinuoso, levigato torso femminile del “Nudo seduto” di Alberto Viani che manda i suoi riflessi dorati; la pavimentazione di trachite, i palazzi quasi tutti restaurati: l’aspetto di oggi è quanto di più vicino all’immagine un po’ abusata del “salotto”. 

Capita di incontrarci dei vacanzieri, in visita a Venezia ma alloggiati a Mestre, sempre più dependance turistica della città lagunare, che scattano fotografie: una volta non se ne vedevano, ma fossero venuti allora dubito l’avrebbero fatto. 

Oggi un certo fascino ce l’ha, una certa suggestione promana in particolare all’imbrunire di giornate dall’aria tersa, quando si accendono i globi luminosi delle due file di lampioni. Un conoscente che affitta un appartamento ai turisti mi ha fatto leggere il libro degli ospiti; un tale di New York ha lasciato scritto che, sì, Venezia è bellissima, ma è rimasto incantato da piazza Ferretto. La quale è isola pedonale, ma soltanto dal 1985. Prima ci passavano le macchine, poi se non ricordo male solo gli autobus e infine, da metà anni Ottanta, appunto, la si percorre esclusivamente a piedi.

Nonostante il traffico, in quegli anni era un luogo pieno di gente. Il marciapiede sul lato est era molto stretto e anche ingombro di tavolini dei plateatici, che intralciavano il passeggio; però i sottoportici brulicavano e la carreggiata era invasa da pedoni. Era ancora l’epoca delle “vasche”, lo struscio da un capo all’altro della piazza, che nel pomeriggio si riempiva di ragazzi.

2. Quasi ogni sera io prendevo alla Giustizia il 7 dell’Acnil, ci passavo un paio d’ore, rientravo a casa per cena. Non avevo appuntamento con nessuno, ma qualcuno ce lo trovavo sempre.

Era l’epoca della cultura underground, dei freak, qualcuno di loro frequentava la piazza; era il mio periodo libertario-anarcoide, alternativo, e io li bazzicavo. Mi ricordo uno di loro, che chiamavano Zappa, perché somigliava al Frank musicista americano con quel nome: veniva in piazza a distribuire Re nudo, la rivista. Era un tipo silenzioso, flemmatico, con un accenno di sorriso perennemente stampato in volto; mi dava l’idea di una persona molto equilibrata. Giravano hashish e marijuana, erano il naturale complemento di una scelta di campo e di vita; più tardi sarebbero arrivate le droghe pesanti e molti furono travolti. Lui no, l’ho visto qualche volta fino a qualche tempo fa, imbiancato, senza Re nudo ma per il resto sempre lo stesso.

Quando non andavamo su e giù, sostavamo da Baessato; ci sedevamo sul ripiano di marmo della vetrina che guarda la piazza. Evidentemente infastidivamo i proprietari, e così a un certo punto è comparsa una ghiera metallica dal profilo seghettato imbullonata al marmo. Vista di fronte, sembrava una rappresentazione stilizzata di onde marine, o il profilo del tetto a dente di sega di un capannone industriale. È da un pezzo che è stata rimossa, da molto prima che la piazza finisse di essere un punto di incontro; i fricchettoni sono un lontano ricordo, nessuno siede più, per questo ci sono le panchine e i blocchi di marmo della fontana.

Adesso, in epoca di piazze virtuali, la piazza reale si è abbastanza svuotata: solo la mattina qualche pensionato e i bangladesi con i loro bambini che giocano davanti all’ex cinema Excelsior. È diventato un luogo dove si passa o dove si sta ai tavolini dei tanti bar aperti. I giovani in relazione tra loro ci stanno connessi con gli smartphone e non se ne vedono quasi, sono presenze casuali, di passaggio.

3. La piazza è da sempre luogo di commerci. Anche in questo la nostra è cambiata. Una volta c’era una varietà di botteghe, in offerta un assortimento merceologico in grado di rispondere a una quantità di bisogni che ora trovano in buona parte soddisfazione al di fuori di questo spazio, nei centri commerciali dominati dalla grande distribuzione. C’erano, mi ricordo, il negozio di alimentari di Farinea, il ferramenta di Gastaldis, la libreria Moderna, il negozio di sementi Sgaravatti nella vicinissima piazzetta don Vecchi e un negozio di ceste in palazzo Da Re – reminiscenza dei trascorsi stretti legami con la campagna, facevano un poco piazza di paese. 

Dei vecchi esercenti sono rimasti, se non erro, la drogheria Caberlotto e le mercerie Zancanaro, oltre a Baessato, che da semplice cartoleria è stata trasformata in un elegante negozio di articoli da regalo. 

Domina una certa uniformità: in prevalenza negozi di abbigliamento, poi pasticcerie, bar. 

Da quando dura la crisi c’è un ricambio decisamente più rapido di un tempo. Più di una bottega è sfitta, vuota. 

Un elemento nuovo è stata la comparsa di servizi professionali a livello terra, nei negozi con vetrina; una volta stavano solo negli uffici, individuabili esclusivamente dalle targhe di ottone all’ingresso. Nel sottoportico est è stato aperto da non molto un centro di cure dentali.

4. La piazza fin dalle origini delle città è stata lo spazio pubblico per eccellenza, il cuore della socialità, degli scambi, e della politica. 

Negli anni Settanta piazza Ferretto era il luogo d’elezione della vita pubblica cittadina, lo spazio in cui confluivano e confliggevano i moti, le passioni e le parole della politica. Qui terminavano invariabilmente i cortei studenteschi e operai, partissero o no dalla rampa del cavalcavia, qualunque percorso seguissero. Fu teatro di grandi raduni di massa, affollatissimi comizi: memorabili il 18 maggio 1975, la piazza stracolma per Enrico Berlinguer nella campagna per le elezioni amministrative, e il 29 maggio 1984, per Bruno Trentin, segretario nazionale della CGIL, alla manifestazione regionale contro il taglio della scala mobile.

   

All’epoca, la politica pervadeva, innervava lo spirito della piazza ogni giorno, direi ogni momento, e non episodicamente, soltanto in occasione di particolari eventi. In tempi di forti contrapposizioni, si era stabilita una netta divisione politica dello spazio. 

Presenti in pianta stabile erano le due ali estreme dello schieramento politico di quegli anni, quelle che più praticavano le piazze, la sinistra extraparlamentare e la destra neofascista. Le quali avevano stabilito fra loro una rigida separazione territoriale: quelli della prima sempre sul lato est della piazza, l’altro era quello dei fascisti; e guai a oltrepassare il confine. In mezzo, quelli ai quali la politica non interessava e che non stavano né da una parte né dall’altra: allora li chiamavamo qualunquisti. 

Il luogo di ritrovo dei fascisti era il bar Sport. Per noi compagni era off limits, io non ci sono mai andato, anche se avrei potuto benissimo farlo, perché ero uno sconosciuto, un qualunque studente mescolato a tantissimi altri alle assemblee d’istituto e nei cortei. Io non li ho mai visti, i fascisti, se non da lontano, e non li avrei riconosciuti, tranne uno, che aveva fama di picchiatore e si diceva che avesse una placca di metallo in testa, per via delle botte ricevute negli scontri.

Il rapporto tra la piazza e la politica è profondamente cambiato. Si può tranquillamente dire che quella attiva, fatta di partecipazione, rivolta a cambiare le cose, è quasi sparita. In tempi di discredito della politica, di disaffezione e di delega popolare, comizi non se ne fanno più: per le tirate verbali e le zuffe fra politici grandi e piccoli c’è la piazza mediatica dei talk televisivi. Sì, qualche presidio, qualche flash mob capitano, ma è poca cosa. 

Da quando li ha lanciati la Lega Nord, e ormai è un bel pezzo, vanno di moda i gazebo. Certi sabati e domeniche, per lo più in prossimità di appuntamenti elettorali, eccoli in piazza, anche tre o quattro per volta, e di forze politiche contrapposte; una volta si sarebbe arrivati allo scontro fisico, adesso non spira alcuna passione, ci sono i militanti – pochi – nella generale indifferenza, la gente passa oltre senza quasi degnarsi di uno sguardo. 

Dal 2011 si tiene in centro il Festival della politica della Fondazione Pellicani. Però è tutt’altra cosa dalla politica come si intendeva sopra, come militanza, esperienza collettiva di impegno diretto personale. È un festival, dunque la dimensione è quella dello spettacolo: c’è un palco e c’è una platea, molte file ordinate di sedie davanti all’ex cinema Excelsior; se c’è un palco ci sono degli attori, che non sono i politici, che evidentemente, si è pensato, terrebbero lontane le persone, bensì giornalisti, politologi, sociologi e filosofi, i quali discettano dottamente su temi di attualità. Sotto il palco ci sono i cittadini nel ruolo di spettatori: da attori del confronto politico essi sono stati ridotti a pubblico. La loro è una fruizione passiva: sono destinatari di messaggi e non interlocutori, ascoltano e non interagiscono: non è nemmeno previsto il dibattito. 

Intendiamoci, non sono “contro” il festival, la mia critica si limita a un confronto con il passato. Trovo quest’appuntamento di fine estate un’iniziativa meritoria, istruttiva e stimolante, che mi auguro con tutto il cuore prosegua negli anni a venire, mantenendo la propria autonomia e resistendo così alle ingerenze e ai condizionamenti di un’amministrazione comunale in carica non propriamente amica.

5. Avendo da ultimo ragionato di politica non nella dimensione concreta di governo della polis ma come argomento di riflessione teorica, restiamo, e concludo, sul terreno della cultura. Più precisamente nel campo delle manifestazioni dell’arte e del consumo culturale: opere, eventi e spettacoli.

Detto che la nostra piazza manca di monumenti insigni – la torre dell’Orologio, per quanto, così ben visibile com’è, possa sembrare il contrario, non ne fa parte – ma ha guadagnato da ultimo una certa piacevolezza estetica, a mio personale modo di vedere la relazione più felice è stata quella con la più recente delle arti, la settima: il cinema. Purtroppo non è più, perché nel 2014, dopo un matrimonio ultracentenario, si è consumato un divorzio con la chiusura dell’Excelsior, inaugurato nel 1911. La piazza ne reca un segno permanente – o così speriamo: resta la facciata dell’ex cinema, su cui campeggiano da più di un secolo gli affreschi di Alessandro Pomi.

   

Un evento di grande successo, molto seguito e amato dai mestrini, è stato Esterno Notte, la rassegna dei film in decentramento della Mostra del Cinema di Venezia, istituita nel 1981 sotto la direzione del benemerito Carlo Lizzani. Le proiezioni si svolgevano su uno schermo all’aperto di fronte all’Excelsior, e le gradinate erano ogni sera gremite di gente – ricordo le lunghe code pomeridiane alla biglietteria –, nonostante qualche inevitabile rumore di disturbo e nonostante il freschetto delle serate di inizio settembre, perché in quei primi Ottanta la stagione non era la stessa di ora e l’estate volgeva davvero al termine. Ora la manifestazione è stata trasferita al chiuso dei cinema, attualmente all’IMG di piazzale Candiani, ma non le hanno cambiato nome; eppure si gira anche in interno notte, nei film.

Adesso, al posto dei film della Mostra, piazza Ferretto ospita il Festival Show delle radio Bella&Monella e Birikina, manifestazione canora itinerante per artisti di seconda fila. Segnalo che comunque gli spettacoli musicali non hanno mai avuto un grande riscontro in piazza, il pubblico mai numeroso; non so perché, le ragioni mi sfuggono; eppure l’acustica non è tanto male, per quanto ne capisca. 

Fino a pochi anni fa c’erano dei momenti in cui qualcosa di organizzato riempiva e animava la piazza e dintorni: il Settembre mestrino. Da San Michele alla Sortita, con La Piazza dei Sapori (dall’atmosfera più di sagra paesana che di evento cittadino); il programma delle festività natalizie (la sola occasione in cui la musica funziona un po’, con le esibizioni dei cori gospel o di bambini); gli appuntamenti del Carnevale. 

L’ultimo sindaco aveva deciso che simili manifestazioni non si accordavano con il decoro del salotto buono della città e le aveva espulse dal luogo; tranne fare marcia indietro per il mercatino di Natale, ospitato in rustiche casette di legno, che fanno tanto atmosfera da pittoresco villaggio montano.

1 commento per Piazza Ferretto. Com’era, com’è

  • Pitteri Mauro

    Caro Claudio, 18 maggio 1975, Berlinguer, presente. Mi ricordo che all'epoca, eravamo al secondo anno di Filosofia ma studiavamo solo storia, gli anarcoidi come te giudicavano noi berlingueriani quasi di destra. Bei tempi.

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