In linea da: 15/04/2019

“Gli spazi pubblici non sono di proprietà delle giunte comunali”

di Piero Brunello

Pubblichiamo il testo del discorso tenuto da Piero Brunello – sotto il titolo Gli spazi urbani – all’incontro “Quartieri in movimento. Appunti per la città che vogliamo” che si è tenuto venerdì 12 aprile presso la Sala del Consiglio di Municipalità di Zelarino.

Mi è stato chiesto di dire due parole sugli spazi urbani a Mestre a nome di storiAmestre, per cui proverò a riflettere su che cosa è cambiato in questo campo negli ultimi trenta e passa anni di vita dell’associazione. Mi limiterò a due temi: gli spazi verdi, e gli spazi culturali. Chiuderò con un’osservazione su come è cambiato più in generale il modo in cui amministrazioni comunali e ancor più gruppi di interesse pensano e organizzano lo spazio nell’area metropolitana in cui viviamo.

1. Spazi verdi. Non comincerò da quando abitavo in Villaggio San Marco; mi basterà dire che davanti a casa nostra, al di là del Canal Salso, era tutto vuoto fino a via Torino, e al sabato pomeriggio andavamo a giocare a calcio in campetti non attrezzati, più o meno dalle parti di via Ca’ Rossa. Comincio invece da quando abitavo in fondo a via Bissuola e quando potevo andavo a correre. Dove? Nei campi dove oggi sorge il quartiere Pertini. Poi, quando mi sono trasferito a Favaro prendevo invece da Dese le stradine di campagna in direzione dell’aeroporto, con fondo di monti; di per sé era tutta campagna anche dalle parti di via Pionara, dove oggi sorge l’area dei centri commerciali, ma abitando a Favaro era un posto scomodo.

Ricordo questo per dire che, quando abbiamo fondato sAm, la possibilità che Mestre avesse al proprio interno spazi verdi non necessariamente attrezzati a parco pubblico ma ad attività ortofrutticole o a campi, non era per niente campata in aria. Se denunciavamo “l’orrore del vuoto” che presiedeva all’esistenza di Mestre (o, per dirla in modo ironico, alla fede nella sua esistenza), era perché pensavamo di poter far qualcosa per cambiare le cose.

Nella seconda metà degli anni Ottanta l’epoca delle casette autocostruite il sabato e la domenica su minuscoli lotti era finita, era finito anche il periodo dei quartieri popolari, mentre continuavano a costruire le ultime cooperative edilizie. Insomma, un intervento pubblico era possibile. È stata molto importante la scelta di assicurare parchi alla città (Bissuola, Hayez, Albanese, e ultimo San Giuliano), anche se non soprattutto per la socialità che promuovono. Tuttavia ho sempre avuto l’impressione che i parchi siano una moneta di scambio, quasi un modo per dire: noi vi diamo un parco, voi dateci mano libera sul resto. E infatti gli spazi verdi che ho ricordato sono cementificati. Il che ci suggerisce di non lasciarci abbacinare da quella che chiamiamo politica, ma invece chiederci: chi comanda sulla città? quali insieme di interessi la governano? E poi: chi ha proposto e deciso? dove se n’è discusso? Insomma per capirne qualcosa dobbiamo guardare ai dati opachi e non a quelli strillati nei giornali e nelle discussioni politiche solo apparentemente pubbliche, che devono essere trattati per quello che sono, e cioè attività di marketing.

Veniamo all’oggi e al futuro. Ci sono ancora possibilità concrete di applicare quell’idea di quel continuum urbano-rurale che può contrastare l’impoverimento della vita delle metropoli? Sì, è ancora possibile, in primo luogo qui vicino a dove ci troviamo. La Festa di San Martino a forte Mezzacapo dimostra infatti l’esistenza di una realtà ortofrutticola tuttora viva.

In una prospettiva più generale, resta aperta la salvaguardia delle aree attorno all’aeroporto, minacciate dal progetto del Quadrante di Tessera, e attorno a Dolo, interessato dal progetto di Veneto City, e c’è tutto un rammendo territoriale da curare, di cui molte associazioni si sono prese a cuore. Dopo l’alluvione del 2007 storiAmestre ha istituito un gruppo di lavoro sul Marzenego, dalle risorgive alla laguna: il sito ilfiumemarzenego.it, e alcune pubblicazioni che abbiamo prodotto, a cominciare da Acque alte a Mestre e dintorni, credo possano essere utili per l’intervento paziente che ci aspetta.

2. Dove è possibile organizzare oggi un incontro pubblico come questo a cui partecipiamo oggi? Prima di costituire ufficialmente storiAmestre, dal 1986 al 1988, ci trovavamo nell’allora Teatro alla Bissuola, e lì abbiamo tenuto il primo convegno. Avevamo la sede in Corte del Castello, a ridosso della Torre, una location curiosa per un’associazione che privilegiava la storia dei quartieri e delle periferie, se non fosse che la condividevamo con il MCE, come da allora abbiamo continuato a fare (ora siamo in via Ciardi, alla Cipressina).

Ecco, allora esistevano i Quartieri, con le proprie strutture amministrative. Anni dopo le circoscrizioni vennero ridisegnate e denominate Municipalità. Per scegliere in quale sala incontrarci e promuovere un incontro pubblico c’era molta scelta. All’inizio l’uso era gratuito, in seguito a pagamento ma con tariffe accessibili anche ad associazioni che come noi vivono delle tessere dei soci. Negli anni abbiamo quindi utilizzato la sala del Consiglio di Quartiere di via Sernaglia, la sala del Municipio di Mestre, il teatro Lipiello alla Cipressina, l’edificio di via Tiepolo e la sala del Consiglio della Municipalità di Zelarino Chirignago, le biblioteche di Marghera e di Mestre, l’emeroteca di via Poerio, la sede degli Itinerari educativi alla ex scuola De Amicis o in via Portara (l’ultima volta alle ex scuole Roncalli in viale San Marco), la saletta o la sala grande del Centro Candiani. Vado a memoria, di sicuro dimentico qualcosa. Le domande, che poi avevano la forma di poco più di una comunicazione, andavano presentate direttamente alla sede che di volta in volta ci ospitava.

Non sono mancati tentativi di controllare l’uso degli spazi pubblici. Nel maggio 1991 per esempio scrissi a nome di storiAmestre una lettera ai giornali cittadini per contrastare il progetto di far pagare gli spazi per iniziative a cui il Comune stesso o il Consiglio di Quartiere non avessero dato il patrocinio. Nella mia lettera (che avevo dimenticato e che ho ritrovato di recente cercando un documento nell’archivio dell’associazione) scrivevo che il progetto avrebbe penalizzato le associazioni come storiAmestre che non avevano finanziamenti pubblici; in secondo luogo il progetto avrebbe avuto come conseguenza “di diminuire la libertà su cui si fonda l’associazionismo e di concedere ancora di più gli spazi pubblici ai partiti”.

Non è stata l’unica volta in cui ho sbagliato le previsioni. Gli spazi pubblici non erano destinati ai partiti (che allora tentavano di fagocitare la società civile, ma di lì a poco sarebbero scomparsi), ma ai privati. Faccio l’esempio più noto. Quando abbiamo fondato storiAmestre c’era un unanime accordo che l’ex distretto di via Poerio sarebbe stato assegnato alle associazioni per un museo cittadino. Nei primi anni Ottanta per esempio alcuni studenti coordinati da Giorgio Sarto e dall’équipe dei docenti che insegnavano nel corso sperimentale dell’Istituto per Geometri G. Massari di Mestre (si trattava del corso del triennio 1980-1983) realizzarono il rilievo degli spazi dell’ex Distretto, proponendo sala per sala il contenuto di quello che chiamavano Museo di Mestre.

Nel 1996 la rivista Altrochemestre pubblicò due proposte di storiAmestre, sotto il titolo Musei, relative a un “Museo del Novecento” e un “Museo delle Fortificazioni”; nello stesso anno l’associazione promosse un convegno dal titolo Un museo a Mestre? Per un museo del Novecento, riprendendo in mano il progetto dell’Istituto Massari, e pubblicandone poi il rilievo nel libro degli Atti usciti l’anno dopo.

Cosa sia successo lo sappiamo. L’ex distretto è passato in mano di una Fondazione privata, e l’ex scuola De Amicis, che a un certo punto era stata fatta balenare alle associazioni come il classico contentino in cambio della perdita dello spazio in via Poerio, è in abbandono e nessuno ha saputo dirmi che fine farà.

Di tutti gli spazi pubblici che le associazioni culturali hanno utilizzato negli ultimi trent’anni, in pratica oggi ne sono rimaste a Mestre solo un paio: il Centro Candiani e la Biblioteca civica. Una volta abolite le municipalità, gli spazi che queste gestivano non possono più funzionare. Ma come si fa per poter utilizzare uno spazio pubblico? L’associazione fa una domanda, che viene vagliata prima dall’assessore al Turismo e in seconda battuta dal Capo di Gabinetto; la risposta positiva si accompagna alla co-organizzazione, il che evita il pagamento dei canoni per le locandine o per occupazione del suolo pubblico; in questo caso l’associazione riceve un logo, composto dal Leon moéca simbolo del Comune e dalla scritta “Le città in festa” (il plurale non è un refuso mio), che dovrà a sua volta inserire nella locandina. In altre parole esiste un’unica cornice (un format, per dirlo con le parole delle delibere) in cui vanno inserite tutte le iniziative (gli eventi, per rimanere nel nuovo lessico). Questa cornice che in sostanza è un calendario, si chiama, non chiedetemi perché, “Le città in festa” o “Città in festa” (interessante anche l’oscillazione tra l’idea di una o di due città). Quando, in vista di questo incontro, mi sono documentato sull’iter pensavo di aver capito male, ma mi è stato confermato che è proprio così: prima l’assessore al turismo e poi il capo di gabinetto. E così mi sono accorto dell’istituzione di un “Settore Programmazione e Gestione degli Eventi e Tutela delle Tradizioni”, all’interno di una “Direzione Sviluppo, Promozione della Città e Tutela delle Tradizioni”.

Certo, metti di voler evitare il timbro, un’associazione può sempre chiedere uno spazio comunale e pagarlo. Quanto paga allora? Per poter svolgere nella sala conferenze del Candiani un’iniziativa che non risponda “ai requisiti delle linee programmatiche del Centro pubblicate sul sito” (niente di più facile, nel caso nostro, visto che non contemplano la Storia), si paga tra i 350 e i 450 euri. Ora, noi di storiAmestre non vogliamo e non possiamo permettercelo.

Ma, al di là di questo, le iniziative di storiAmestre rispondono ovviamente alle linee programmatiche dell’associazione pubblicate nel proprio sito, in regola con la Costituzione e la buona creanza: perché dovrebbero rispondere alle linee programmatiche decise di volta in volta da un ufficio comunale, per poter utilizzare uno spazio pubblico?

Si sa che le trasformazioni del sentire comune vengono accettate in modo irriflesso perché sono opera del tempo e del vocabolario. Nel nostro caso, nelle delibere del Comune di Venezia si parla di “promozione turistica e culturale”. Non sarebbe meglio dire: turistica o culturale? E poi perché tutto deve trasformarsi in un “evento”? Tutto questo ricorda un ufficio di censura, perché stabilisce che gli spazi pubblici vengono graziosamente concessi a condizioni decise dall’assessore al turismo e dal dirigente più alto in grado che risponde unicamente al sindaco.

Il Circolo Unione Atei Agnostici Razionalisti di Venezia (UAAR) ha denunciato più volte di essere sistematicamente escluso dall’utilizzo degli spazi destinati a “Le città in festa”. Anche il contesto è importante: c’è un Ufficio Tutela delle Tradizioni che stabilisce che cosa è tradizionale. Senza dire che l’invito di festeggiare può suonare grottesco se, come è successo a sAm e all’associazione Dalla guerra alla pace, viene scoperta a forte Mezzacapo una targa per ricordare un giovane soldato di Trivignano fucilato senza processo nei giorni della ritirata di Caporetto. In quell’occasione decidemmo perciò di rifiutare la co-organizzazione e la conseguente cornice, e di promuovere un’iniziativa autonoma: vi aderirono, oltre alla Municipalità Chirignago Zelarino (peraltro già formalmente abolita) altre associazioni che sono qui presenti.

Questa situazione può far riscoprire il gusto dell’autonomia. Il Negozio Piave 67 a Mestre o l’Ateneo degli Imperfetti a Marghera, con cui collaboriamo, ne sono un buon esempio, per non dire delle associazioni qui presenti. Questo però non può significare acquiescenza verso una politica di chiusura degli spazi e di privatizzazione di quelli esistenti. Credo che su questo le associazioni debbano protestare in nome della libertà di espressione e di associazione, e per ribadire che gli spazi pubblici non sono di proprietà delle giunte comunali.

3. Per finire, una breve riflessione per rispondere alla domanda: come si chiama e che cosa definisce lo spazio urbano in cui viviamo? Quando è nata storiAmestre, esisteva una città di terraferma suddivisa in quartieri. L’apprendistato politico si faceva nel proprio quartiere. Quartieri dormitorio? Sì, se si intende che gli uomini lavoravano a Porto Marghera e dormivano nel bacino di reclutamento della manodopera raggiungibile in bici o in treno. No, se si vuol dire mancanza di una vita associata.

E oggi? Le aree in terraferma in grande e rapidissima espansione, ormai fuori controllo, mi sembrano due: l’aeroporto di Tessera e la stazione di Mestre.

Dell’aeroporto sappiamo; ma anche tutta la zona tra la fine di via Piave e via Ca’ Marcello assomiglia a un enorme check-in, con un flusso continuo di persone che si tirano dietro trolley da e per Venezia. Lo spazio non è pensato per residenti. Avete mai provato a portare o prendere qualcuno in macchina alla stazione di Mestre? Potendo, si fa prima a usare la stazione di Mogliano o di Maerne. E che dire del più che prevedibile caos nei trasporti tra Mestre, in particolare dall’area della stazione, a Piazzale Roma a Venezia?

Nel 1926 il comune di Mestre venne assorbito da quello di Venezia, ma l’unificazione non è che si sia proprio ben realizzata. Solo oggi sembra concretizzarsi compiutamente quello che mai era successo da allora, e cioè per la prima volta Mestre è assorbita da Venezia. Una città dormitorio? Sì, non più di lavoratori ma di turisti. Paradossale che questo avvenga quando Venezia non è più una città pensata per residenti. Possiamo discutere se e in che misura Mestre sia entrata finalmente a far parte della Grande Venezia sognata da Volpi, ma per guardare al futuro conviene piuttosto pensare a un’altra tappa nella costituzione di quella nuova entità che molti chiamano Veniceland. In altre parole questo processo di unificazione tra Mestre e Venezia, in nome della speculazione edilizia e della monocultura turistica, danneggia entrambe.

Chi ha pensato a M9 dichiara che il museo potrebbe essere ovunque. Vero, ma sarebbe da aggiungere: ovunque ci siano flussi turistici da intercettare. Per questo M9 non si trova a Mestre, ma a Veniceland. Il fenomeno è chiaro, basta fare una ricerca di Airbnb a Mestre e a Marghera. Le conseguenze sono altrettanto chiare: ed è su questo che dobbiamo riflettere e intervenire.

Nota. Questo intervento nasce da discussioni con Fabio Brusò che mi ha proposto il tema, con Luca Pes all’interno della promozione di un seminario permanente dal titolo provvisorio “Atlante delle trasformazioni” che storiAmestre avvierà in autunno, e con il Gruppo di lavoro sul Contratto di fiume (Giovanna Lazzarin, Giorgio Sarto, Mario Tonello, Fabrizio Zabeo e Carlo Cappellari) che sta organizzando un convegno dal titolo “L’acqua è finita. Il futuro delle risorgive e delle acque di risorgiva” (Castelfranco, sabato 26 ottobre 2019). Grazie infine a Filippo Benfante con cui ho discusso il testo.

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