In linea da: 21/02/2019

Uno zumellese al Caribe. Soggetto open per un romanzo storico glocal ambientato tra ‘500 e ‘600

di Carlo Moriggi

Abbiamo ricevuto da un amico un soggetto per un romanzo o un film scritto di recente da Carlo Moriggi, autore che abbiamo avuto modo di conoscere anni fa, in quanto collaboratore della rivista altrochemestre. Con una nota finale in cui Moriggi chiarisce che il testo si inserisce in “un genere letterario di fortune tanto recenti quanto rapinose […] noto in scienza con vari nomi, quali creative non fiction, literary nonfiction, narrative nonfiction e perfino verfabula”; secondo il curatore della sua opera, l’autore avrebbe inoltre seguito “con assoluto rigore il principio di tenere insieme, su un piano di parità e attraverso un dialogo costante, storia locale e world history”.

Fine Cinquecento. Saremo imbarcati su di un cargo DSL battente bandiera olandese, De droge Stront, salpato da Gorée (la principale isola del Mali)1 alla volta di Pernambuco, fatta salva una deviazione in Giamaica per una consegna urgente. La vecchia carretta è stipata di forza lavoro putativa africana ambosesso. Buona la presenza di bambini. In stiva maschi e femmine occupavano spazi separati. Le paredane divisorie erano solide ma crivellate di fessure. Data la merce trasportata gli armatori non avevano previsto fossero a tenuta stagna.

Dopo il terzo giorno di navigazione il cambusiere anziano, che era solito scendere nel mezzanino della stiva per fornirsi di prodotti conservati nella dispensa, notò in corrispondenza di una di quelle fessure, un commercio d’occhi insistito. Pur che si intravvedessero bianchissime, nella penombra, le palle degli occhi d’un occupante il settore maschile, ecco che una giovinetta flessuosa dai capelli ramati, di meravigliosa bellezza, dalla cui fisionomia nobilissima emanava una dolcezza angelica e verginale, mirabilmente callipigia, lasciava cadere dalle mani la cesta in erba njodax che intrecciava per solito con stupefacente eleganza, scoppiando in lacrime. Così un giorno via l’altro. In questa stiva, mormora il cambusiere anziano tra sé e sé, gatta ci cova.

Passo avanti. Da poppa le Azzorre, dove il galeone ha fatto sosta tecnica per caricare acqua, frutta e verdura e diverse botti di madera, subito sistemate nel quadrato ufficiali, non sono già più che una macchia color indaco appena visibile. Il cambusiere anziano oramai ne è certo. Attraverso le fessure correva un flusso e riflusso di sensi amorosi polifunzionali. Ma tra i tanti, nessuno che potesse stare al pari dell’ardente passione che consumava la splendida giovinetta intrecciatrice di cesti policromi. Nei giorni seguenti grazie a un mediatore culturale assegnato al conforto delle pene del carico dal reggente la provincia francescana del Mali, venne in chiaro che quell’amore aveva una lunga storia. Ed era così travolgente, così profondo e puro da indurre al rispetto anche le lingue più inclini al taglia-e-cuci. Lingue che purtroppo non mancavano nemmeno in circostanze tanto dolorose. È vero, spiegò il mediatore, che a Gorée i compagni di soggiorno ne parlavano come della Giulietta e Romeo dello stalag, ma bonariamente. Gli sguardi che riservavano loro erano benevoli. Tra l’altro sotto quelle lepidezze (va detto, esclusivamente maschili) si leggeva chiaro come il sole il rodimento immedicabile per non esser loro a godere di quel dono del cielo. Insomma la solita vecchia storia della volpe e dell’uva. Il racconto del mediatore culturale colmò di gioia e di contento l’anima del cambusiere anziano. È venuta l’ora di farvi sapere che l’anziano cambusiere, a dispetto della barba folta, di una corporatura imponente, e della serietà instancabile di cui dava mostra nel lavoro, tratti che inducevano a considerarlo una persona scostante, di carattere burbero, nemico della confidenza, era in realtà tutt’altro; era quel che si dice un pezzo di pane, buono, sentimentale e timorato di Dio (quantunque per difetto di educazione bestemmiatore compulsivo).

Saputa la storia si felicitò in cuor suo una volta di più di una cosa che gli aveva dato consolazione fin dal giorno che la De droge Stront levò l’ancora dal porto di Gorée, ovvero che quella parte di carico che andava recapitata in Giamaica non sarebbe stata dispersa pezzo per pezzo, all’asta, ma data in stock a un unico proprietario che aveva avuto l’avvertenza di pagare con molto anticipo. Per i lavoratori aveva fatto costruire un villaggio aziendale, spartano ma splendente di pulizia, con tanto di acqua corrente, fossa biologica e letamaio centralizzato. Una sistemazione, insomma, che avrebbe consentito di ricomporre in dignità sia le famiglie già formate che gli affetti in sospeso. Tutto bene? Vediamo. Anzi sentiamo.

Cosa mi significa questa canzone accompagnata dai tam-tam che sale dalla stiva delle donne, struggente, malinconica, bellissima? Peccato non si capiscano le parole. Un coro a bocca chiusa? Nei giorni seguenti la canzone risuonò sempre più spesso. E se fosse musicoterapia, si chiese all’improvviso una sera il cambusiere anziano?

Eccoci attraccati a Kingston Town. Per ragioni di comodità, poco curandosi, al solito, della creanza più elementare, gli avidi olandesi fecero scendere prima i maschi e i bambini. Le donne alla fine. Eccole una dopo l’altra scendere esitanti la passerella un passo dopo l’altro. L’ultima. Basta? Basta. La passerella fu ritirata. E la ragazza flessuosa dai capelli ramati? L’angelo dei cesti policromi. Perché non c’è?

Non c’è perché l’è ammalata. Il canto struggente delle compagne era proprio musicoterapia come aveva congetturato per ispirazione il cambusiere, un rimedio tribale che si diceva fosse stato trasmesso alle loro antenate nella notte dei tempi da Ogotemmeli, il cantore cieco. Ma il rimedio, seppur potente, non giovò. Oramai quasi del tutto perduta al mondo ella rese l’anima nel suo miserevole giaciglio, proprio la mattina dell’attracco, assistita da ultimo solo dal cambusiere anziano. Consapevole della prossima fine, fu scossa da una smania incontenibile quanto estenuata.

Attingendo alle sue ultime forze la ragazza si premette la destra sul cuore. Poi la sollevò a mezz’altezza volgendo il palmo verso l’alto. Sul palmo depose un bacio leggero come una piuma. Il niente di energia residuo lo dissipò soffiandosi sul palmo, come ad affidare al vento caldo dell’amore quel suo ultimo bacio. Il cambusiere lesse bene sulle labbra una parola, sempre la stessa, ripetuta più volte, ma non intese suono.

Noi siamo in grado di riferirvi quel che il cambusiere, anche per oggettivi problemi di ordine linguistico (non era portato per le lingue straniere), non riuscì a cogliere, ovvero che quelle ardenti parole che uno spiro allo stremo fece risalire alle labbra dagli abissi dell’anima della giovinetta furono Okangavaio, Okangavaio, amore mio. Okangavaio. Così si chiamava il giovane cui lei aveva donato il suo immenso, sconfinato amore. Suoi gli occhi biancheggianti nella penombra della stiva.

Il cambusiere le asciugò la fronte madida con una pezzetta intrisa d’acqua e aceto. Allora ella prese a fissarlo con una intensità straziante che gettò il cambusiere nella disperazione. In quella ridda incontenibile di pensieri e ricordi affiorò in un lampo, dopo decenni, inconsulto, lo sguardo con cui certe sere d’inverno, steso accanto al fuoco, lo fissava un suo cane di nome Bill.

Ella poi in un estremo sforzo toccò delicatamente con la punta dell’indice il labbro superiore del cambusiere anziano. Cosa vorrà dirmi, pensò disperato il cambusiere anziano? Forse desidera conoscere il mio nome. Certo! Il mio nome! Cosa c’è di più naturale di voler conoscere il nome di colui che, senza nulla mai chiederti, ti è stato a fianco nell’estremo anelito? Debole, santa creatura! Ma che fare? Non sarà che desidera altro?

Traversato da un lampo prese a battersi il petto con la mano a carciofo, chiedendo a ogni picchio:

– Mi? Dime stéla! Vòtu saver come che me ciame mi?

Dopo cinque o sei picchi in petto proposti con ritmo serrato e ansante intuì con la sapienza infallibile della bontà che quell’infimo moto verso l’alto accennato delle pupille della morente, un gesto impercettibile per chiunque non fosse lui, doveva essere un sì.

– Mi? El me nome, stéla? Eco el me nome, stéla! Còffen Marsango Ampelio del fu Moro Tabac. Eco el me nome!

Disse quelle quattro parole quasi mordendole, travolto da una commozione ineffabile mai provata sino a quel giorno. Avrebbe voluto dirle anche la patria di cui era natio, la sua cara patria, che, per l’esattezza, era il villaggio di Vanìe, contea di Zumelle. Ma il nome del villaggio, sommerso da uno scoppio di singhiozzi, restò prigioniero nella camera magmatica del suo strazio incandescente.

ALCUNI MESI DOPO. PIANTAGIONE GIAMAICANA. ESTERNO GIORNO.

Cosa ne è di Okangavaio? Come ha reagito alla notizia della morte dell’amata? Ma sono domande da fare? Pensa a lei notte e giorno. Sempre perso in quel tormento, capita che sul lavoro non sia più vigile di quando vada a passeggio sul lungomare. Non bada, anche per via che non conosce la lingua, ai cartelli che ricordano ai lavoratori le norme di sicurezza. I compagni, preoccupati dal suo perpetuo stato di assenza, non facevano che richiamarlo – All’occhio Okan! Questo qua è un lavoro pericoloso! Okan sta’ attento! Guarda Okan che se continui così un giorno o l’altro ci lasci le penne.

A sfidare la malasorte puoi star sicuro che si presenterà a riscuotere la sua libbra di carne a stretto giro di posta.

Un bel giorno (in realtà bruttissimo) la gramola che spremeva la linfa zuccherina dalle canne maciullandone le fibre, con le sue ganasce spietate afferrò sia il fascio di piante che il braccio destro di Okangavaio. Eccolo trascinato inesorabilmente verso i rulli. A salvarlo dalla totale spremitura fu la prontezza di spirito del suo amico e collega Amin Bakaiokò. Senza perdere un attimo, afferrata la roncola appesa su un fianco della pressa, roncola tassativamente prevista dalla legislazione antinfortunistica dell’isola, troncò dalla spalla il residuo di braccio. Santa spietatezza. Fu grazie a lei sola che la vita di Okangavaio non finì annientata in quel tremendo abisso rotante.

***

Salto, come troppo statici per un romanzo d’azione come vogliamo sia il nostro, i lunghi mesi di cura e convalescenza. Ma non posso non parlarvi di chi lo curò.

L’infermiere della piantagione, nonostante fosse oberato di lavoro a causa dei frequenti infortuni dei maschi adulti e delle endemiche intolleranze gastrointestinali dei minori, seguì Okangavaio con apprensione paterna e nell’acuzie come per tutto il periodo di riabilitazione. Specialmente i suoi impiastri di muschio furono una mano santa. Era questo infermiere un barrocciaio nativo di Monteriggioni, emigrato in Francia un po’ per medicare la malinconia della perduta repubblica senese ma soprattutto per sfuggire a un processo per propaganda antitrinitaria.

In Francia non si trovò bene. Poco ventilato il clima religioso, scarsi, duri e malpagati i lavori. Avvilito fin nelle ossa da varie tristi peripezie, decise, spes ultima dea, di cercar fortuna nel delta del Mississippi, una zona di cui aveva sentito parlare molto bene. L’occasione gliela offrì, in grazia del suo fisico bestiale, un brigantino bretone a corto di uomini di fatica. Una volta giunto nel delta fu assunto in veste di apprendista da una compagnia di cacciatori di pelli. Imparate in men che non si dica le regole base della caccia e come difendersi da serpenti e alligatori si mise in proprio con un senso di grande liberazione. Si costruì una baracca nel folto più folto della foresta palustre. Nei successivi cinque anni ebbe rapporti umani quasi solo con dei Cheyenne (ma chissà, forse erano dei Choctaw) il cui villaggio si trovava a un paio di giorni da canoa dalla sua baracca. Lo sciamano della tribù lo prese in viva simpatia, tanto da insegnargli la loro medicina, compresi i segreti, principalissimo tra i quali gli impiastri di muschio. Quella scuola fu la fortuna che per tanto tempo era andato cercando. Fu grazie a essa e a un complesso di coincidenze che sarebbe troppo lungo narrare qui che il titolare della tenuta giamaicana, a seguito di un regolare concorso per titoli, gli conferì l’infermierato.

Ecco Okangavaio pienamente rimesso. Come un leone in gabbia cammina dalla mattina alla sera attorno al dormitorio di canne e foglie di palma. Quando capita s’arresti, guarda le nuvole laggiù, dalla parte dove si leva il sole, ma ben oltre l’orizzonte regolamentare, perso nella nostalgia. Oppure, lungo tirato nella polvere della corte, muovendo i piedi come se nuotasse a stile libero, invoca in silenzio i suoi dei pagani, implora che lo salvino al più presto da quella vita stupida e vuota. Chiaro che non può più riavere il posto da schiavo che aveva prima dell’incidente. Purtroppo sull’isola il mercato del lavoro era tutt’altro che articolato. Cosa ne sarà di lui? Travolto da quel giro ossessivo di pensieri avvenne che disperò. Si convinse di non aver altra prospettiva che quella di lasciarsi morire. Ma quando era ormai a men che un passo dallo sprofondare in quel maelstrom dell’anima, freddo e privo di stelle, quando, per dirla chiara e tonda, era sul punto porre fine alla sua vita, ecco esplodergli in cuore per miracolo improvviso un’alba screziata di vivi colori. Se ciò avvenne, e avvenne, fu grazie a fratel Pedro.

Era, fratel Pedro, un missionario francescano, uscito da una famiglia benestante di ortolani dell’Andalusia, caritatevole, scattante, intelligentissimo, segaligno. Tanto fu giungere nelle Indie che diventare un antischiavista militante seppur cauto. Quando gli riferirono dell’incessante camminare in tondo di Okangavaio non ebbe pace. Doveva conoscerlo. Parlare con lui parole di verità e compassione.

Non confondetevi. Fratel Pedro schifava l’apostolato invadente, disprezzava le conversioni all’ingrosso. Il suo approccio concepiva solo la conversazione franca e diretta, uno scambio a tu per tu in cui logica e sentimento dovevano stare in continuo equilibrio. Non vi sorprenderete nel sapere che, dopo alcune settimane di dialogo a cuore aperto, sia stato Okangavaio a chiedergli la carità risanatrice del sacramento del battesimo.

Fratel Pedro accolse Okangavaio tra le sue braccia. Stettero a lungo abbracciati a lungo, in una postura peraltro insolita, i cuori in tumulto, in un silenzio agitato da sentimenti inesprimibili. La cerimonia fu volutamente sobria e riservata, ma risultò raggiante di fede vera. Tutti i presenti piansero gioia purissima.

Nei giorni successivi fratel Pedro, interpellato nel profondo della sua coscienza dal duro destino, dalla viva intelligenza e dal nobile sentire del monco, non fece che lambiccarsi notte e giorno su quale fosse il modo migliore per garantirgli un degno futuro. Quel suo orgoglioso tentativo di sostituirsi alla provvidenza, quasi poco pregiandola, per una volta non fu punito da chi di dovere. Piovve anzi fresca, balsamica la grazia sperata. Informati minuziosamente del caso da un preciso rapporto, i suoi superiori concessero sia i documenti che i mezzi perché Okangavaio potesse trasferirsi a Salamanca per studiare trivio e quadrivio in quella celeberrima università. Lo troveremo quindi, dopo quattro anni di studi affrontati con spirito equilibrato e speranzosissimo, dottore e sacerdote.

La notizia di un nero (ex schiavo e per giunta monco) versato in filosofia aristotelica fece in breve tempo il giro delle corti d’Europa. Con tutti a chiedergli, appena messo piede, – Come va? Come va? Tutto ok? Tutto ok? E lui gentilmente, – Va come va. Grazie dell’interessamento. Veda che io, perdonerà caro amico, so che lei sa già come va, come va, come va. Va bene, direi, ma soldi tanto bene non va. A soldi non direi che è proprio tutto ok.

Perdòno per perdòno, già che siamo in ballo, il lettore saluterà di buon grado un ulteriore taglio. Troppo lunghe, articolate ed economicamente misere le sue peripezie postdottorato perché il vostro amico soggettista abbia l’animo di dir di più.

Ci limiteremo a elencare quelle che furono le tappe più importanti di un tour più meschinetto che grand, penoso più che lieto. Esse furono Roma, Sorrento, Loreto. Difficile stare al mondo senza soldi e molti, ecco sì come va. Riguardato sempre come una curiosità venuta dal paese dove crescono i leoni, senza mai altro compenso che non fossero vitto e alloggio (spesso men che mediocri e, quanto al vitto, di norma assai poco confacente alla sua salute), Okangavaio pregava ogni sera perché quell’umiliante vagabondare da fenomeno da circo, funestato oltretutto da una costipazione resistente a ogni ordinario specifico da banco, avesse termine.

Ecco infine una brutta mattina, del tutto imprevista, venne l’ora di Follina. A Solighetto fu colto da un fortissimo attacco di febbre terzana. Alcuni braccianti girovaghi della Koroška, ingaggiati per il secondo sfalcio, impietositi dal suo tremendo tremazzo, lo stesero sul carro su cui stavano caricando il fieno. Fu trasportato d’urgenza all’abbazia di Follina (Quartier del Piave, Treviso). Vi restò ricoverato parecchie settimane. Una disgrazia che, in fin dei conti, fu la sua fortuna.

Ora entra in scena il vescovo di Belluno Giacomo Rovellio (lui l’artefice della sua fortuna), un friulano energico, molto odiato in città dai chierici e dalle loro facoltose famiglie per il rigore inflessibile con cui si era dato a mettere in esecuzione i canoni tridentini. Uomo tenace, certo, ma aperto. Infinite le sue curiosità. Volete saperne una? Rovellio, in quel periodo, ebbe a tenere per diversi mesi nei sotterranei muscosi del vescovado due giovani orsi, un maschio e una femmina, gemelli di latte, e ciò per il piacere impareggiabile che gli dava il guardarli giocare, ora tra loro, ora con i cani di casa. Ma lasciamo stare gli orsi. Quando compirono otto mesi, li donò al duca di Cerneglons, figura eminente della fazione strumiera, un uomo generoso con cui la sua famiglia aveva obblighi capitali. Senonché questa è un’altra storia. Torniamo a Rovellio.

Da cultore appassionato di geopolitica, un altro dei suoi pallini, letteralmente spasimava per avere resoconti di prima mano sulla vita che si conduceva nel Nuovo Mondo. Quando gli giunse notizia che a poche miglia dal suo palazzo viveva un sacerdote africano che aveva lavorato nelle piantagioni delle Indie Occidentali, mandò immediatamente una carrozza e dei famigli offrendo, loro tramite, l’ospitalità più generosa. Rovellio ordinò fosse immediatamente scialbata a calce una suite nel seminterrato, un po’ angusta forse, essendo nata come carcere, ma da ultimo dismessa come troppo solatia.

Nei mesi seguenti Rovellio, quali che fossero i suoi impegni (sicché non mancò di certo, né in diocesi né tra gli impiegati in corte, vicario compreso, chi lo criticasse aspramente), non fece un passo che fosse uno, poco importa qual che fosse il disbrigo, affari di momento o pause di svago, senza avere al suo fianco Okangavaio.

Mesi e mesi di frequentazione tanto stretta diedero modo al vescovo di compiacersi della dottrina teologica e delle attitudini pastorali del suo protetto. Tanto fece e tanto brigò fino a che ottenne dalla Congregazione pontificia competente che Okangavaio fosse incardinato nella sua diocesi con un contratto a tempo indeterminato o, come si diceva allora, in perpetuo. A quel punto gli fu possibile assegnarlo in veste di cappellano coadiutore a una delle parrocchie più importanti e popolose, quella di Vanìe, in Contea di Zumelle.

Erano tali e tante le qualità personali di don Okangavaio che gli ci volle poco, a dispetto del colore della pelle e della sua grave menomazione, per farsi amare dal pio gregge affidatogli. Oltre alla sua nativa bontà, al suo impareggiabile zelo pastorale, concorsero la sua bella voce di basso profondo, sul genere di quella di Paul Robeson (nel giro di poche settimane mise su un coro con un repertorio spiritual che diventò un’attrazione per i fedeli di tutta la valle, particolarmente nel periodo natalizio), e perfino l’abilità diabolica che acquisì in un gioco di carte popolarissimo a Vanìe come in tutta la contea (una varietà vernacolare di faraone detta bestia). Una maestria che ebbe molti aspetti positivi. In primis quella di far aumentare le entrate della luminaria. Secondariamente quello di far considerare trascurabile ai suoi compagni di gioco la circostanza che egli, venuto il suo tratto, soddisfacesse in modo macchinoso o, per dirla come la dicevano brutalmente all’inizio, che fosse lungo come la fame. Non solo. Con il passare del tempo impararono a benedire quella lentezza, essendo che dava loro la comodità di andare a far acqua in letamaio o di comandare all’oste un altro giro o di verificare con il sior l’esattezza del punteggio.

Insomma, dopo nemmeno un anno, colui che era arrivato come el negro monco divenne per tutti don Moretòn Zanchetta, quando non addirittura il caro dal balsamo! E proprio quel nome, Moretòn Zanchetta fu inciso sulla lapide posta sulla tomba in cui fu sepolto solennemente, con universale cordoglio di tutto il vicariato foraneo, il 24 settembre del 1633.

FINALE. VANÌE, INTERNO GIORNO

L’ultima scena di Uno zumellese ai Caraibi vede don Moretòn (l’ex negro monco) e Còffen Marsango seduti nella cucina della canonica di Vanìe. Va saputo che Còffen Marsango ha abbandonato la vita vagabonda. Coi suoi guadagni d’oltremare oltre a rimettere in sesto la casa di famiglia, ha impiantato un’azienda import-export il cui core business consisteva nel commercio all’ingrosso delle spade feltrine e bellunesi. Grazie alle sue larghe conoscenze oltreatlantico costruite in tanti anni di navigazione la sua impresa guadagnò in brevissimo tempo una posizione dominante sul mercato giamaicano (Trinidad, Tobago e Turks e Caicos comprese). Mercato ricco e molto liquido, grazie alla fiorente filibusta ivi attiva.

A propiziare l’incontro tra Còffen Marsango e don Moretòn, è stata, un giorno di maggio che dirvi non so, la Amabile Grisòt da Sartèna, una diplomata summa cum laude in découpage stocastico fitorelazionale nella scuola superiore parauniversitaria di sinergie olistiche predittive, un’eccellenza del nuovo istituto comprensivo ospitato nel super-barco palladiano Marcantonio Bragadin di Bella Venezia (Castelfranco Veneto). (Magnifici gli affreschi dell’aula magna. Vi consiglio caldamente la visita.)

Amabile era conosciuta in tutta la media valle del Piave come la Spadona e ciò per la qualità sopraffina del radicchio tardivo di Treviso che produceva in una sua fertilissima ortaglia segreta in riva di Piave. Le insalatone a base di radicchio, kiwi, semi di macadamia, fagioli di Lamon, patate di Cesiomaggiore, formaggio pennanera, e lardo di Casso, che serviva nel suo chiosco-bistrot di Santa Giustina innaffiate generosamente da una emulsione ottenuta con olio evo docg di Valmorel e aceto balsamico tradizionale di Carazzagno, andavano letteralmente a ruba tra chi ricercava pranzi che fossero sì sostanziosi e sapidi ma leggeri. Specialmente tra i garzoni dei maestri spadai le specialità della Spadona erano una leggenda.

Torniamo a noi. È da sapere che Amabile quella mattina si trovava nella canonica di Vanìe perché entrambi gli ospiti erano suoi clienti. Còffen Marsango soffriva di un disturbo bipolare cronico. Don Zanchetta di dolori reumatici ciclici, specie quando il tempo girava in pioggia. Personaggio fondamentale l’Amabile, come vedete, nella nostra storia e che tuttavia non faremo comparire in scena, perché intanto che i due a tavola, tra fiotti di lacrime e singulti da broncospasmo, un quartino di vin di Cipro via l’altro, ripercorrevano minuto per minuto tutte le ultime ore di vita dello sfortunato angelo callipigio dai capelli ramati di santa memoria, di colei con cui, così Moretòn come parlando a sé stesso, giurammo a Gorée “vivremo insieme, morremo insieme, e se mai più ci rivedremo ci congiunga Iddio nel ciel”, (e ciò, chiarì a Còffen Marsango, nella parlata del nostro villaggio, in baol)2 bene, lei, l’Amabile, in quel frattempo, sarà nello spazzacucina occupata a preparare, benché tra lacrime dirotte di cui più d’una ebbe a mischiarsi con l’acqua che bolliva nel calierin in rame, un infuso polifenolico medicamentoso ad ampio spettro: per l’esattezza un karkadè verde, profumatissimo: roba, letteralmente, da risuscitare i morti, anche grazie agli antociani.

THE END

(Si consiglia di far scorrere i titoli di coda sulle note celeberrime del Lederpflanzerlied di Aurelius Schatzie Punze & René Wassergrube.)

2-9 febbraio 2019

Nota. L’autore desidera precisare che per la redazione di questo soggetto si è tenuto col massimo scrupolo ai criteri regolativi di un genere letterario di fortune tanto recenti quanto rapinose. Esso è noto in scienza con vari nomi, quali creative non fiction, literary nonfiction, narrative nonfiction e perfino verfabula. Questa pratica di scrittura (che temo, occasionalmente, sia meno nuova di quanto pretenda) mira all’intrattenimento; utilizza sì fatti storici veri, controllati con scrupolo innegoziabile, ma si sforza di proporli al pubblico valendosi di tecniche narrative avanzate servite da un dettato elegante e consapevole dello stato dell’arte. L’essenziale per chi voglia misurarsi con successo in questi nuovi, promettenti territori è, come ha scritto un eminente teorico in forza all’università telematica Mario Pacheco do Nascimiento, affidarsi a un writing style (uno stile di scrittura) capace di produrre una florid prose (una prosa brillante, colorita).

Per quel che è del minuscolo contributo offerto qui l’autore raccomanda al cortese lettore di tener conto che si tratta di un soggetto in sbozzo, non di un’opera compiuta. Posso testimoniare (NdC) che nonostante le dimensioni ridotte del suo testo il Moriggi ha seguito con assoluto rigore il principio di tenere insieme, su un piano di parità e attraverso un dialogo costante, storia locale e world history, una impostazione storiografica, quest’ultima, destinata a un fenomenale futuro in quanto, secondo i metodologi più avvertiti, procede mediante coordinate spaziotemporali il più estese possibile, sempre tesa, com’è, a conseguire, all’interno di un’attitudine risolutamente cosmopolita, con la massima ampiezza di scala la profondità più vertiginosa.

  1. Evidente scapuzzo geografico del Moriggi [NdC]. []
  2. La commozione di Còffen Marsango ha radici antiche, profondamente personali. Se decise di imbarcarsi su una nave battente bandiera olandese fu a seguito di un orribile episodio occorso a suo fratello Rizzardo trent’anni prima. Alla vigilia delle sue nozze con Oliva da Gus, una giovinetta di radiosa bellezza e di costumi immacolati, uno dei feudatari di infimo rango del feudo di Zumelle, letteralmente l’ultima ruota del feudo, pretese di riesumare una pratica tanto spregevole quanto desueta, desueta al punto che negli statuti di metà ‘500 non è dato di trovarne menzione alcuna, né diretta né indiretta. Immaginate bene di quel che parlo. Venuta la notte della vigilia, una notte scura senza luna, dopo aver abbattuto la porta di casa dei genitori dell’Oliva spalleggiato da un plotoncino di sgherri suoi satelliti, tutti etilisti conclamati, si prevalse della forza per ottenere la soddisfazione cui fantasticava d’aver diritto, incurante d’ogni legge divina e umana, e perfino dell’ammonimento disperato dell’ Oliva che fu – Cosa fatta per forza non val una scarpa.

    A seguito della violenza patita in quella notte d’orrore Oliva cadde in una malinconia immedicabile che la portò in un breve volgere di giorni alla morte per crepacuore. Rizzardo trovò la sua pace impiccandosi a una trave del fienile in un’alba agostana fosca di scrosci, tuoni e saette. [NdA] []

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