In linea da: 25/09/2016

Nomadi o migranti, vagabondi o braccianti. Da un reportage di John Steinbeck (1936)

di Filippo Benfante

Note di lettura su John Steinbeck, I nomadi (Milano, Il Saggiatore, 2015), pensando a un amico.

Circa un anno fa (il finito di stampare è dell’agosto 2015) è uscito per Il Saggiatore un libro di un centinaio di pagine, in una bella rilegatura con copertina illustrata: I nomadi, di John Steinbeck1. Di recente mi sono procurato un pretesto per leggerlo – l’ho fatto più o meno per lavoro – e una copia attraverso la biblioteca del mio quartiere.

1. Il libro raccoglie sette articoli che Steinbeck scrisse per il quotidiano San Francisco News, pubblicati per la prima volta dal 5 al 12 ottobre 1936. Componevano un reportage sulla vita dei braccianti che affluivano nelle regioni rurali della California dagli stati dove le campagne erano state colpite prima dalla Grande depressione e poi da una serie di tempeste di sabbia, nota come Dust Bowl. Nella maggior parte dei casi erano piccoli proprietari rovinati, che avevano perso casa e terra, avevano caricato la famiglia e quel poco rimasto nelle loro auto ed erano partiti alla ricerca di guadagni.

Sono tradotti da un’edizione recente, uscita nel 1988 per la casa editrice Heydey di Berkeley, sotto il titolo The Harvest Gypsies, la cui traduzione letterale suona più o meno Gli zingari del raccolto. Le traduttrici italiane, Francesca Cosi e Alessandra Repossi, o forse la redazione della casa editrice, hanno preferito la soluzione I nomadi.

2. Il lettore è accolto da una breve nota redazionale “L’OPERA” e quindi da una sorpresa, una introduzione firmata da Charles Wollenberg, ripresa dall’edizione americana del 1988, ma non annunciata nel frontespizio (e di conseguenza assente anche nei cataloghi bibliografici). È una lettura utile, offre notizie sul contesto storico e sociale, sulla biografia di Steinbeck e sulla collocazione del reportage all’interno del lavoro letterario che l’autore stava realizzando negli stessi anni.

Stando a Wollenberg, il San Francisco News aveva commissionato il lavoro a Steinbeck (poco più che trentenne, ma già scrittore affermato) subito dopo l’uscita del suo In dubious battle2, romanzo-resoconto di uno sciopero di braccianti, in California: il libro gli aveva fatto guadagnare la fama di esperto di quell’area e dei problemi della manodopera agricola.

Il reportage fu appoggiato anche dall’agenzia federale denominata Resettlement Administration (potremmo tradurre come Ufficio per il nuovo insediamento, o per la sistemazione) creata per mettere in piedi e gestire campi per lavoratori migranti, e che allora cercava di creare consenso intorno alla sua azione. Steinbeck girò per la California su un furgone da panettiere accompagnato talvolta da un funzionario di questa agenzia, Tom Collins. È il Tom a cui Steinbeck avrebbe dedicato il suo libro più famoso, The Grapes of wrath (in italiano Furore), uscito nel 1939; su di lui è modellato uno dei personaggi del romanzo, la cui stesura prese le mosse proprio dall’esperienza fatta in California nel 1936. L’edizione americana del reportage richiama questo aspetto nel sottotitolo: on the road to the Grapes of wrath.

3. Il contesto è quello di regioni coperte di colture specializzate che al momento del raccolto hanno bisogno di una grande quantità di manodopera, ma non prima né dopo: prevede quindi impiego di uomini che non risiedono stabilmente nel territorio.

“Pesche e uva, luppolo e cotone non possono essere raccolti da braccianti stanziali. Per esempio, un grande pescheto che durante tutto l’anno richiede il lavoro di venti uomini, ne richiederà ben duemila per il breve periodo della raccolta e del confezionamento. E se la migrazione di questi duemila non avviene, se dev’essere rimandata anche solo di una settimana, il raccolto marcirà e andrà perduto” (pp. 34-35).

La California va avanti così dalla fine dell’Ottocento, a ondate: prima erano usati cinesi, poi giapponesi, poi messicani, poi filippini. Dopo la progressiva chiusura delle frontiere all’immigrazione, dopo la crisi del 1929 e l’inizio della Grande depressione, è stata la volta degli agricoltori americani rovinati.

“I primi arrivati in California erano, senza eccezioni, braccianti nullatenenti. Non è così per i nuovi migranti. Questi ultimi sono piccoli agricoltori che hanno perduto le loro fattorie, o braccianti che vivevano con la famiglia dei proprietari nel puro stile americano di una volta. Uomini che hanno lavorato duramente nelle proprie fattorie e sanno che cosa significhi essere orgogliosi di possedere la terra e di vivere a stretto contatto con essa” (pp. 37-38).

Questo è un cambiamento decisivo. I californiani erano abituati ad avere a che fare con immigrati stranieri, considerati sfruttabili a volontà, “ostracizzati, segregati e ammassati come bestie” (p. 36), arrestati e rimpatriati se solo provavano a organizzarsi per rivendicare condizioni migliori. Ma ora quella disprezzata manodopera a bassissimo costo è composta da cittadini americani, o meglio da famiglie americane: sono addirittura l’incarnazione dell’“idea americana”, perché discendono dai pionieri partiti per colonizzare le pianure dell’Ovest solo qualche generazione prima.

4. Steinbeck parla di almeno 150.000 migranti senzatetto che percorrono la California, spostandosi di volta in volta dove pensano di trovare lavoro.

Alcune immagini restano impresse: “Il viaggiatore di passaggio a cui capita di assistere agli spostamenti dei migranti sulle strade principali, li trova misteriosi, perché d’improvviso le carreggiate si riempiono di bagnarole coperte cariche di bambini e di biancheria sudicia, di utensili da cucina anneriti dal fuoco. I carri merci e i vagoni aperti che avanzano sui binari sono carichi di uomini. E poi, altrettanto d’improvviso, questa gente scompare dalle strade principali. Nelle vie secondarie e lungo i fiumi vicini, dove c’è poco passaggio, sono sorti gli accampamenti squallidi e sporchi dei vagabondi, e i frutteti si riempiono di raccoglitori, tagliatori ed essiccatori” (p. 34).

L’auto è fondamentale: è il mezzo su cui avviene la migrazione, quello su cui si si sposta all’interno della California, quello che serve da deposito delle poche cose rimaste e anche da ricovero. La benzina è un genere di prima necessità, al pari del cibo. Arrivare al momento giusto è decisivo, per ottenere un impiego e non dover cedere le proprie braccia a un prezzo troppo vile. Se arrivi quando già non c’è più bisogno delle tue braccia, rischi di restare bloccato: non hai più un soldo per andartene perché hai speso tutto per arrivare sin lì. Lo stesso può accadere per una fatalità: per esempio se la coltivazione viene distrutta da una grandinata o da una pioggia eccezionale.

L’accoglienza riservata a questi lavoratori è fatta di diffidenza e ostilità. Gli argomenti sono i soliti: sono visti come persone “sporche e ignoranti”, che “portano malattie, richiedono una maggiore presenza delle forze dell’ordine”, che – dal momento che hanno figli da mandare a scuola – “fanno aumentare le tasse per l’istruzione scolastica all’interno di una comunità”. Sono temuti anche come “sovversivi”: gente capace di aver l’idea di organizzarsi in sindacato, che può “mandare a monte le colture stagionali semplicemente rifiutandosi di lavorare”. “Non vengono mai accolti in una comunità o nella vita comunitaria. Vagabondi di fatto, non è mai concesso loro di sentirsi a casa dove sono richiesti i loro servizi” (tutte le citazioni da p. 35).

5. Nelle descrizioni Steinbeck mantiene sempre un tono sobrio. Dice, bisogna andare a vedere “che tipo di persone sono” questi nuovi arrivati. Intanto sono famiglie reduci da viaggi durissimi, durante i quali “spesso hanno visto morire i propri figli”. “Le loro auto si sono rotte e le hanno riparate con l’ingegnosità degli uomini della terra. Spesso hanno dovuto rattoppare gli pneumatici, che si consumavano dopo poche miglia” (p. 38); “arrivano in California dopo aver speso tutti i soldi per il viaggio, al punto di vendere, durante il tragitto, coperte, utensili e i loro attrezzi da quattro soldi per comprare la benzina. Arrivano frastornati e abbattuti, in genere mezzi morti di fame, e hanno una sola necessità da soddisfare immediatamente, quella di trovare un lavoro con una paga qualunque per dare da mangiare alla famiglia” (p. 37).

Il secondo articolo è dedicato alla descrizione delle condizioni di vita in quelli che allora, come oggi, erano definiti “campi abusivi”.

“Gli accampamenti abusivi si trovano in tutta la California. Quello tipico è situato sulle rive di un fiume, vicino a un canale d’irrigazione o lungo una via secondaria dove è disponibile una sorgente. Da lontano sembra una discarica cittadina, e potrebbe anche esserlo, dato che i materiali con cui è costruito provengono dalle discariche cittadine. Dappertutto si vedono stracci sporchi e rottami di ferro, e case fatte di erbacce, di latte schiacciate o di cartone. Solo avvicinandosi molto si capisce che sono case” (p. 45).

Le condizioni del proprio ricovero, le condizioni dei propri vestiti, le cure che ancora si possono prestare ai figli sono un indizio del tempo trascorso dall’inizio della migrazione. Steinbeck comincia da una famiglia che è sulla strada da poco. Vive in “una casa di circa dieci piedi per dieci, costruita esclusivamente con cartone ondulato. Il tetto è a punta, le pareti sono fissate a un telaio di legno. Il pavimento di terra battuta viene spazzato, e lungo il canale d’irrigazione o nel fiume melmoso la moglie sfrega i vestiti senza il sapone, e cerca di lavare via il fango con l’acqua fangosa. Il morale di questa famiglia non è del tutto a terra, perché i bambini, che sono tre, hanno ancora degli abiti, e la famiglia possiede tre vecchie trapunte e un materasso sfondato e gibboso. Ma i soldi, tanto necessari per il cibo, non si possono usare né per il sapone né per i vestiti” (pp. 45-46). Basterà l’arrivo dell’inverno e delle prime piogge per squagliare la casa fatta di cartone; i vestiti non potranno seguire la crescita dei bambini; il prolungarsi della malnutrizione esporrà tutti i membri della famiglia alle malattie. In queste condizioni qualsiasi contrattempo può essere fatale. Un piccolo infortunio può far cominciare un circolo vizioso: giornate di lavoro perse, medicine inaccessibili, noie fisiche che diventano incurabili, bambini mandati al lavoro, rapporti famigliari e di vicinato che tracollano.

“Gli estranei che vogliono offrire il loro aiuto non sono ben accolti nel campo. Lo sceriffo locale ogni tanto fa un’incursione per trovare un ricercato e, se ci sono disordini tra la manodopera, può accadere che i vigilantes brucino le baracche. Gli assistenti sociali e gli ispettori hanno preso nota dei casi critici. sono archiviati e a disposizione per i controlli. Le famiglie sono state interrogate più e più volte sulle loro origini, sul numero dei figli vivi e di quelli morti. Tutto qui. Capita molto spesso ma non sortisce alcun effetto” (p. 53).

“L’ospedale della contea non ha spazio per morbillo, orecchioni, pertosse; eppure queste malattie sono spesso letali per i bambini indeboliti dalla fame. E anche se sentiamo tanto parlare delle cliniche gratuite per i poveri, questa gente non sa come ottenere assistenza e quindi non la riceve affatto. Inoltre, dato che la maggior parte dei contatti che hanno con le autorità sono spiacevoli, preferiscono non cogliere quest’opportunità. […]

Se questi uomini rubano, se tra loro si sta diffondendo un atteggiamento di sospetto e di odio per le persone ben vestite e soddisfatte di sé, il motivo non è da ricercare nelle loro origini né in una presunta debolezza di temperamento” (p. 54).

Su questo argomento torna anche nel quinto articolo della serie, dove spiega che i sussidi di disoccupazione sono praticamente inaccessibili per i migranti. Sempre in queste pagine altre note sulla vita delle famiglie dei migranti, per esempio i redditi (da 150 a 400 dollari all’anno) o la dieta (assenza di grassi animali e proteine, non c’è latte per i bambini; “Persino la pellagra è tutt’altro che sconosciuta”, p. 83). “La preparazione del cibo è molto primitiva. La cucina consiste in genere in un buco scavato nel terreno o in una latta di cherosene aperta sul davanti, con uno sfiatatoio per il fumo. Se gli adulti hanno lavorato dieci ore nei campi o nei capannoni di confezionamento, non hanno voglia di cucinare. Finché hanno soldi, quindi, comprano cibo in scatola, e quando le risorse scarseggiano vivono di amidi poco cotti” (p. 83).

Partorire espone madre e nascitura al rischio della morte; la mortalità infantile è spaventosa.

Questo l’atteggiamento delle autorità locali: “Per affrontare problemi del genere, le comunità della California impiegano metodi davvero molto antichi. Il primo consiste nel non credere che il problema esista e nel negarlo con forza. Il secondo nel rifiutare ogni responsabilità a livello locale, dal momento che queste persone non sono residenti. E il terzo e più stupido di tutti prevede di scacciare il problema al di là dei confini della contea per mandarlo in un’altra contea. Lo scaricabarile che consiste nel far passare di mano fra le contee gli elementi indesiderabili è come il gioco della palla avvelenata” (p. 80).

Il sugo è nelle parole di un ragazzino con cui Steinbeck parla in un accampamento abusivo: “Quando hanno bisogno di noi, ci chiamano migranti, e quando abbiamo finito il raccolto, diventiamo vagabondi e dobbiamo toglierci dai piedi” (p. 41).

6. Il quarto articolo della serie è dedicato ai campi allestiti dalla Resettlement Administration. Qui il tono diventa apologetico.

“Il governo offre gli spazi per le tende. Le strutture permanenti sono semplici e comprendono bagni, gabinetti e docce, un edificio amministrativo e un luogo dedicato all’intrattenimento” (p. 65).

“In questo accampamento vengono fornite acqua, carta igienica e alcune scorte mediche. Un dirigente è sempre sul posto” (p. 66).

Per essere ammessi bisogna accettare tre condizioni: “(1) gli uomini devono essere veri braccianti intenzionati a lavorare; (2) devono contribuire alla pulizia dell’accampamento; (3) al posto dell’affitto devono dedicare due ore alla settimana alla manutenzione e alle migliorie del campo” (p. 66).

L’accoglienza dei nuovi arrivati è affidata ai comitati organizzati nei campi: le Buone Vicine per esempio: “non sono assistenti sociali qualificate, ma hanno qualcosa che forse conta di più: la comprensione che nasce dall’aver vissuto un’esperienza simile. Ai nuovi arrivati non è accaduto nulla che non sia già successo ai membri del comitato” (p. 71).

“Gli abitanti dei campi federali [due al momento del reportage, capaci di accogliere 200 famiglie ciascuno] non sono un gruppo selezionato. Sono i tipici nuovi migranti. Vengono dall’Oklahoma, dall’Arkansas, dal Texas e dagli altri stati colpiti dalla siccità. In passato, l’ottantacinque per cento di loro è stato proprietario di una fattoria, fittavolo o bracciante. Il restante quindici per cento comprende imbianchini, meccanici, elettricisti e persino professionisti” (p. 70).

Se non ho capito male, si poteva risiedere nel campo per un periodo di tempo limitato, poi la rotazione era obbligatoria. Secondo Steinbeck, la vita nei campi governativi permette di conservare la “dignità”, una parola chiave per lo scrittore: “Non è stata impiegata per indicare un atteggiamento presuntuoso, ma soltanto per esprimere il senso di responsabilità di un uomo nei confronti della comunità. Un uomo ammassato in un gregge, circondato da guardie armate, affamato e costretto a vivere nella sporcizia perde la propria dignità: perde il suo ruolo virtuoso all’interno della società, e di conseguenza perde interamente la sua etica sociale. In questo senso, non esiste miglior esempio della prigione, dove agli uomini è sottratta la dignità e si verificano continuamente crimini e infrazioni alle regole” (pp. 66-67).

Steinbeck sostiene che nei campi le migliori condizioni materiali e la facoltà di auto-organizzarsi (beninteso sotto la supervisione delle autorità federali) hanno prodotto esperienze di “democrazia semplice e pratica” (p. 67). E infine conclude. “Il successo di questi accampamenti federali nel trasformare potenziali criminali in cittadini fa sembrare un po’ stupida la consuetudine di spendere denaro per i gas lacrimogeni” (p. 72).

7. Gli altri articoli della serie sono dedicati all’atteggiamento dei grandi proprietari (il terzo), alla storia della manodopera immigrata non americana (il sesto) e ad alcune proposte per migliorare la situazione.

Steinbeck denuncia lo strapotere e i metodi dei grandi proprietari e il clima da guerra civile che hanno creato. “Il datore di lavoro di un grande ranch ha un atteggiamento di disprezzo e di diffidenza, i suoi strumenti sono le minacciose pistole dei sorveglianti. I lavoratori sono ammassati come animali. Si adottano tutti i metodi possibili per farli sentire inferiori e insicuri. Al minimo sospetto che gli uomini si stiano organizzando, vengono cacciati dal ranch con le pistole puntate. I proprietari sanno che, nel caso in cui si costituisse un’organizzazione, dovrebbero spendere per gabinetti, docce, condizioni di vita dignitose e per l’aumento dei salari” (p. 61).

“Le associazione dei grandi coltivatori trovano che la legge sia inadeguata ai loro bisogni; e sono diventate così potenti che in tribunale non è possibile accusarle di aggressione, disordini e incitamento alla rivolta, rapimento o fustigazione” (p. 63). Hanno messo in piedi “un sistema terroristico che sarebbe inaudito persino nei paesi fascisti. In California l’ottusa strategia dei grandi coltivatori e dei proprietari assenteisti delle aziende agricole speculative non ha prodotto altro che disordini, tensioni e ostilità. Portare avanti questo approccio significa mettere a rischio in maniera criminale la pace dello stato” (p. 64).

Sui pericoli per la democrazia e sull’incombere del fascismo torna anche in conclusione del suo ultimo articolo: “I metodi fascisti sono più diffusi, vengono applicati con maggior forza e più apertamente in California che in qualsiasi altra parte degli Stati Uniti. Per combattere questa filosofia sociale dilagante, e per mantenere in questo stato una forma di governo democratico, occorrerà un’organizzazione militante e vigile formata da persone della classe media, lavoratori, insegnanti, artigiani e liberali” (p. 103, liberals nell’originale, quindi da intendersi più o meno come “progressisti”).

La soluzione ai problemi della manodopera in California, infatti, dovrà venire: 1) dall’incremento dei campi federali; 2) dal divieto di ostacolare la sindacalizzazione dei braccianti, che va anzi incentivata, per mettere fine allo spadroneggiare dei grandi proprietari, arrivare a dei salari decenti e ristabilire un’equità sociale.

8. Secondo Steinbeck, i sindacati finalmente nasceranno in California perché i lavoratori americani sapranno organizzarsi e farsi valere, a differenza di quanto accaduto con gli immigrati non americani, disposti a farsi sfruttare non solo perché più mansueti o più ricattabili, ma perché non hanno mai conosciuto livelli di vita più alti né una società democratica regolata da rapporti liberi. È uno dei temi portanti del libro, che spinge l’autore dell’introduzione, Wollenberg, a parlare apertamente di un atteggiamento razzista da parte di Steinbeck.

Nella sua breve postfazione, Cinzia Scarpino, studiosa di letteratura angloamericana, tende a sfumare questo giudizio, riconducendolo in sostanza alle circostanze in cui il reportage (e poi Furore) nascevano. La Scarpino inquadra il reportage di Steinbeck nella vasta opera di propaganda con cui il governo degli Stati Uniti sostenne le misure del New Deal, mobilitando scrittori e cineasti. “Un intervento rivolto ai contribuenti delle classi medio-alte, per convincerli, anche commuovendoli, della necessità e della bontà dei programmi federali di assistenza all’economia e all’agricoltura” (p. 106).

Nella postfazione veniamo a sapere (p. 107) ancora che gli articoli apparsi sul San Francisco News erano corredati da alcune fotografie di Dorothea Lange (è del 1936 la sua celeberrima foto Migrant’s Mother che documenta la stessa situazione raccontata da Steinbeck). In questo senso, il reportage si inserisce pienamente nel genere del photo-essay book, “libro documentario a cavallo tra reportage fotografico, sociologico e letterario”, che fu tipico di questi anni (e che tramontò una volta passati questi anni).

Anche l’edizione italiana de I nomadi presenta un bell’inserto di foto realizzate dalla Lange e da alcuni altri fotografi rimasti anonimi, ma la maggior parte delle immagini sono anteriori o posteriori al 1936.

PS Ho scritto queste note perché mi sarebbe piaciuto parlarne con il mio amico fiorentino Piero Colacicchi – nel libro ci sono così tante cose che rimandano ai suoi interessi, alle sue letture, alle sue esperienze –, ma non posso più farlo.

Caro Piero, quanto ti suonano familiari le descrizioni di Steinbeck? E a parte l’apologia del campo, non ti sembra buona la battuta sui soldi spesi per i gas lacrimogeni?

Avremmo discusso del titolo scelto per l’edizione italiana, che non ti sarebbe andato giù. Dopo ti avrei fatto notare anche la pagina del copyright “© 1936 San Francisco News / Introduzione © Charles Wollenberg”. Avranno avuto a che fare anche con l’agente degli eredi di John Steinbeck come a noi e agli amici delle Edizioni Spartaco capitò con l’agente degli eredi di John Dos Passos quando traducemmo il suo Facing the chair scritto per salvare Sacco e Vanzetti? Non si impara mai a scansare le grane…

Ne vuoi sapere un’altra bella? Cercando su internet, mi sono accorto di questo libro: Contadini sulla strada: il declino dell’agricoltura familiare, a cura di Fabrizio Bottari, con uno scritto inedito di John Steinbeck, fotografie di Dorothea Lange, Savona, Pentàgora, 2013. Da una presentazione del volume disponibile in rete leggo che “l’inedito” è un opuscolo pubblicato senza scopo di lucro nel 1938 dalla Simon J. Lubin Society, che riunì i sette articoli del reportage del 1936 e un epilogo scritto per l’occasione da Steinbeck. Questa edizione si intitolava Their blood is strong (da cui in italiano Il loro sangue è forte), che riprendeva la frase “Hanno resistito a tutto e possono resistere a cose peggiori, perché hanno il sangue forte” (p. 38 dell’edizione Il Saggiatore).

Stando al SBN, il libro curato da Fabrizio Bottari si trova in pochissime biblioteche; l’editore di Savona esiste ancora, si direbbe che – volendo togliersi la curiosità – una copia si può ordinare da loro. Su Bottari, vedi il ritratto con intervista pubblicato da Giorgio Boatti sul sito doppiozero, nell’aprile 2015, dove si ricorda anche la sua edizione di Steinbeck.

Una trascrizione di The Harvest Gypsies si trova, con qualche difficoltà, in rete, sul portale “New Deal Network: The Great Depression, the 1930s, and the Roosevelts Administration”, a partire da questo link http://newdeal.feri.org/steinbeck/hg01.htm.

  1. John Steinbeck, I nomadi, traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, postfazione di Cinzia Scarpino, appendice fotografica di Dorothea Lange, Il Saggiatore, Milano 2015, 113 p. []
  2. La battaglia nell’edizione italiana curata nel 1940 da Eugenio Montale che in quegli anni, come è noto, viveva a Firenze. Ho in casa una recente edizione tascabile di quel libro, sempre di Bompiani; me l’ha regalata un amico, nei primi anni 2000, mentre facevamo una ricerca su Carlo Levi a Firenze, che partiva da un fondo di lettere e documenti rimasto presso la famiglia di Piero Colacicchi. []

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