In linea da: 17/06/2015

Rovine, segni del paesaggio e una moneta da 2 euri (e mezzo)

di Piero Brunello

Una notizia legata al bicentenario di Waterloo – il Belgio che conia una moneta commemorativa fuori corso da 2 euri e mezzo perché la Francia non ne vuol sapere di quella legale da 2 – fa riaprire I miserabili di Victor Hugo al capitolo in cui lo scrittore racconta la sua visita ai luoghi della battaglia, avvenuta duecento anni fa.

Una bella mattina di maggio del 1861 Victor Hugo, allora cinquantanovenne, visitò Waterloo, in Belgio, come raccontò in un capitolo de I miserabili, che sarebbe uscito l’anno dopo. Da una decina d’anni viveva in esilio: nel 1851 si era opposto al colpo di Stato di Luigi Napoleone, il nipote di Bonaparte per cui lo scrittore aveva coniato il soprannome “Napoleone il piccolo” e che nel 1852 si sarebbe proclamato Napoleone III imperatore dei francesi.

Una locanda, uno stagno con le anatre: dove si trovava? Una contadina gli disse: a Hougomont. Oltre le siepi, all’orizzonte, attraverso gli alberi s’intravvedeva un’altura con in cima qualcosa che assomigliava a un leone. Hugo prese il viottolo ed entrò nel cortile di un vecchio castello trasformato in una fattoria. Una porta del Cinquecento: all’intorno era tutto crollato. Un pozzo, la buca per il letame, una cappella sormontata da un piccolo campanile, carretti; un puledro saltava, un tacchino faceva la ruota, galline beccavano sparpagliate sul terreno, un cane da guardia digrignava i denti. Era lì che i soldati inglesi di Cooke avevano tenuto testa per sette ore all’assalto dei soldati francesi, quel giorno di giugno di oltre quarant’anni prima, facendo naufragare i sogni di Napoleone. «Egli – Hugo parla di se stesso in terza persona come di “un viandante” – si trovava nel campo di battaglia di Waterloo».

Come poteva presentarsi la scena quel 18 giugno 1815? Bisognava usare l’immaginazione. C’erano più edifici, poi demoliti, con angoli e rientranze. Gli inglesi vi si erano barricati, i francesi riuscirono a penetrarvi. I primi presero gli assalitori ad archibugiate da ogni parte, da dietro ai muri, dall’alto dei granai, dal fondo delle cantine, da tutte le finestre, da tutti gli spiragli, da tutte le fenditure delle pietre”; i francesi accumularono fascine e le incendiarono. I segni del combattimento si vedevano ancora nella tromba della scala, “squarciata dal pianterreno fino al tetto”; una decina di scalini rimanevano incastrati nel muro, “tutto il resto assomiglia a una mascella sdentata”. Nella cappella, dove avvenne un massacro, Hugo vide l’altare e una vecchia vetrata tutta rotta a terra. Il fuoco appiccato dai soldati francesi aveva bruciato la porta e il pavimento, e aveva cominciato a corrodere i piedi del Cristo in legno: poi si fermò. Miracolo, dicevano in paese. Probabilmente Hugo era accompagnato da qualcuno della fattoria che gli faceva da guida: proprio l’accenno alla tradizione sul Cristo salvato dalle fiamme lo farebbe pensare.

Tornato nel cortile, Hugo parlò di sicuro con qualcuno di casa. Come mai a uno dei due pozzi mancavano secchio e carrucola? Gli risposero che era pieno di scheletri. L’ultimo ad averlo usato si chiamava Guglielmo Van Kylsom (Hugo doveva avere un quadernetto per prendere appunti), un giardiniere che il giorno della battaglia si nascose in una cantina mentre la sua famiglia, come le altre, si rifugiava nei boschi. Scoperto dai soldati inglesi, fu obbligato a portar loro da bere. Il giorno dopo furono gettati dentro il pozzo trecento morti. In famiglia si diceva che non tutti erano morti e che la notte si sentirono voci chiedere aiuto. Hugo notò che la base del pozzo era scomparsa sotto le ortiche; una piccola conca di pietra raccoglieva l’acqua piovana, “e di tanto in tanto un uccello viene qui a bere dalle foreste vicine e poi vola via”. L’unica che ricordava qualcosa era una donna dai capelli grigi, che all’epoca della battaglia aveva tre anni: “mia sorella, maggiore di me, aveva paura e piangeva; ci portarono via nel bosco, io ero tra le braccia di mia madre; appoggiavano l’orecchio in terra per ascoltare, io imitavo il cannone e facevo bum bum”.

Macerie e rovi: il giardino patrizio in rovina. Hugo contò quarantatré colonnine ancora sulle loro basi; le altre erano gettate a terra tra l’erba, “quasi tutte scalfite dalla moschetteria”. Passando nel frutteto grazie ad alcuni scalini, Hugo contò trentotto feritoie praticate dagli inglesi ad altezza irregolare; fece caso che erano aperte solo sul muro verso mezzogiorno, perché da lì veniva l’attacco principale. Questo muro era nascosto da una siepe; quando i francesi la scavalcarono, non si aspettavano di essere investiti da “un uragano di mitraglia e di palle” proveniente da tutte e trentotto le feritoie. “Così – scrive Hugo – cominciò Waterloo”. Lo scrittore passò sotto il bucato steso su corde tra gli alberi e s’inoltrò in un terreno incolto, affondando i piedi nelle buche scavate dalle talpe. “Bauduin ucciso, Foy ferito, il massacro, la carneficina, un rivo di sangue inglese, tedesco francese, furiosamente mescolato insieme, un pozzo stipato di cadaveri, il reggimento di Nassau e il reggimento di Brunswick distrutti”… Hugo fantasticava mettendo assieme tutto ciò che aveva letto sulla battaglia: “Duplat ucciso, Blackman ucciso, le guardie inglesi mutilate, venti battaglioni francesi su quaranta del corpo di Reille, decimati, tremila uomini, in quella sola bicocca di Hougoumont, presi a sciabolate, squartati, sgozzati, fucilati, bruciati”… Perché? Che senso ha avuto? «e tutto questo – si rispondeva amaramente Hugo – perché oggi un contadino possa dire a un viaggiatore: “Signore, datemi tre franchi; se volete vi spiegherò l’affare di Waterloo!”».

C’erano guide turistiche, quindi, a Waterloo, per quanto improvvisate (“contadini”) che accompagnavano i visitatori dietro compenso. A ricordo dell’evento era stata rialzata una collina con un monumento con il leone, ed era stato aperto una sorta di museo, che lo scrittore stesso visitò. Si stava evidentemente strutturando una memoria legata al turismo. Ma a questo punto Hugo abbandona la cronaca del suo sopralluogo e rievoca la battaglia, inserendo a momento debito descrizioni dei luoghi e particolari della sua visita.
L’ipotesi controfattuale con cui si apre il racconto tornerà in tutto il capitolo, supportato da altri particolari: se non fosse piovuto la notte dal 17 al 18 giugno 1815, Napoleone avrebbe vinto e la storia d’Europa sarebbe cambiata. Il piano di Napoleone (“tutti lo ammettono”, dà per scontato Hugo) era “un capolavoro”: puntare al centro dello schieramento nemico che stava sulle alture, tagliarlo in due, impadronirsi di Bruxelles, “ributtare il tedesco nel Reno e l’inglese in mare”. L’immagine di Napoleone che d’ora in poi viene rievocata è quella resa canonica nei decenni precedenti: montato a cavallo, l’imperatore segue dall’alto con un cannocchiale gli esiti dei suoi ordini e l’eroismo dei suoi soldati.

Hugo era consapevole che per dipingere una battaglia “ci vogliono pittori possenti che abbiano nel pennello il caos”: infatti “l’urto delle masse ha riflussi incalcolabili”, i piani dei due capi – Napoleone e Wellington – “s’incastrano l’uno nell’altro e si deformano l’uno per causa dell’altro”, e quando “rivi di sangue scorrono illogicamente […] i battaglioni sono fumo”; inoltre a un certo punto il combattimento “si fa individuale, e si frantuma in innumerevoli episodi particolari”, cosa che impedisce “di fissare in modo assoluto la forma di quel pauroso nembo che si chiama una battaglia”. Tuttavia Hugo ritiene che lo storico abbia tutto il diritto di riassumere: e per farlo assume, pur senza dichiararlo esplicitamente, l’angolo di visuale di Napoleone il quale – è Hugo a scrivere – “non faceva mai cifra su cifra la somma crudele del particolare; poco gli importavano le cifre, purché dessero quel totale”. E così eccolo, nelle pagine di Hugo, Napoleone a cavallo sopra un poggio girare il cannocchiale su tutti i punti del campo di battaglia, mentre intorno a lui rumoreggia il tuono; e altrettanto fa Wellington, che tutto il giorno rimane a cavallo, “inquieto ma impassibile”, salvo mormorare a mezza voce, ammirando la carica a cavallo dei corazzieri francesi: “sublime!”.

Questo modo di raffigurare Napoleone, commenta Hugo, “è quasi superfluo: prima di descriverlo tutti l’hanno veduto”. Ma era davvero una scelta scontata? e davvero tutti l’avevano visto o lo vedevano così? Non parlerò di Tolstoj, che stava per pubblicare Guerra e pace, in cui avrebbe reso patetica la pretesa di Napoleone di dominare gli Eventi e di impersonare lo Spirito dei Tempi. Ma ricorderò almeno Stendhal, che oltretutto aveva partecipato alla spedizione in Russia.

La Certosa di Parma di Stendhal è del 1839. Anche lì si racconta Waterloo, in presa diretta. Fabrizio, diciassettenne, scappa di casa per unirsi al glorioso esercito di Napoleone, viene arrestato come spia e aiutato a fuggire dietro pagamento di cento franchi dalla moglie del carceriere che gli fornisce l’uniforme di un ussaro morto in prigione, e grazie a una vivandiera raggiunge le prime linee. Era piovuto molto. Il rumore dei colpi di cannone s’infittisce, si cominciano a sentire gli spari di fucileria. Alla vista di un cadavere con il viso sfigurato, a cui erano state rubate le scarpe, Fabrizio è sul punto di sentirsi male; la vivandiera scende dal carretto e gli porge un bicchiere di acquavite (il primo della giornata). D’un tratto, in uno strepito assordante, si parte al galoppo. Fabrizio vede sprizzare a grande altezza zolle di terra, sente accanto a lui un grido secco, sono due ussari colpiti da proiettili di cannone; un cavallo tutto insanguinato si dibatte nel fango, senza riuscire ad alzarsi; il fumo impedisce di distinguere alcunché dalla parte verso cui si avanza. Alla vista di un corazziere a cui stavano amputando la coscia, Fabrizio si ferma e trangugia uno dopo l’altro quattro bicchieri di acquavite; quando risale a cavallo, è ubriaco.

“Tutto a un tratto il maresciallo d’alloggio gridò ai suoi uomini: – Non vedete dunque l’imperatore, sacr…! – Subito la scorta lanciò a squarciagola il Viva l’imperatore! È facile immaginare come sbarrò gli occhi il nostro eroe; ma non gli riuscì di scorgere che dei generali che galoppavano, seguiti anch’essi da una scorta. Le lunghe criniere ondeggianti che portavano sugli elmi i dragoni del seguito gli impedirono di distinguerne le facce”.

Costretto a lasciare il suo cavallo a un generale rimasto senza, Fabrizio si ritrova a piedi e piange per essere stato tradito e derubato da quei corazzieri ai quali si era unito e che credeva fratelli. Affamato e stanco, entra in un bosco e viene soccorso dalla vivandiera della mattina, che lo fa salire sul suo carretto, dove si addormenta. Quando si sveglia, l’esercito francese batte in ritirata, i soldati non obbediscono più.

Non seguirò Hugo nel racconto della battaglia: vale la pena leggerlo direttamente. Mi limito a dire che anche Hugo elenca molti casi fortuiti e molti imprevisti, che alla fine segnarono l’esito della giornata: ma diversamente da Stendhal, per Hugo anche gli episodi casuali sono voluti dalla Storia, che li utilizza per perseguire i propri scopi, in un’ottica ottimistica ed evolutiva. A Waterloo l’Europa delle monarchie affrontò la Francia per riaffermare il potere dei sovrani; l’alleanza controrivoluzionaria vinse, i troni e gli altari si affratellarono; tuttavia alla fine “la rivoluzione” riapparve. “La controrivoluzione fu involontariamente liberale, come per un fenomeno corrispondente, Napoleone era stato involontariamente rivoluzionario”. In altre parole “un ordine costituzionale suo malgrado è nato a Waterloo con gran rammarico dei vincitori”: e tutto questo “perché nel pomeriggio di una giornata estiva, un pastore aveva detto a un prussiano in un bosco: passate di qua e non di là!”. Insomma, concludeva Hugo, non ci resta che ammirare “la prodigiosa abilità del caso”. Se non si voleva parlare di Rivoluzione, si parlasse di Progresso o di Domani: ma era questo il senso della Storia. E la Storia si serviva di tutto – individui in primo luogo – per affermarsi.

A Hugo non piaceva quella collinetta sormontata dal monumento con il leone dedicato a Wellington. Intanto perché il lato impervio e scosceso era stato trasformato in un dolce pendio uniforme. All’epoca della battaglia lungo la cresta della rilievo correva oltretutto una specie di fossato che da lontano – cioè da dove Napoleone osservava con il suo cannocchiale – non si poteva vedere: e fu questo a causare la disfatta della cavalleria francese che precipitò in un dirupo inaspettato. Modificando i segni del paesaggio, si cancellava il caso fortuito e si sminuiva il genio di Napoleone, mentre veniva esaltato Wellington. In secondo luogo, se c’era un vincitore quello non era Wellington, ma i suoi soldati e meglio ancora il popolo inglese; in terzo luogo perché i popoli civili non dovevano assumere a emblema un guerriero e un combattimento, ma “i pensatori”, e quindi nel caso specifico Goethe e non Blücher, Byron e non Wellington, a maggior ragione sapendo com’erano andate le cose dopo quella battaglia. “Spesso – conclude Hugo – una battaglia perduta è un progresso conquistato: meno gloria, maggior libertà”. Ma quando scrive “gloria”, Hugo, che era figlio di un generale di Napoleone, sembra pensare alla Francia, e quando scrive “libertà”, sembra pensare anche all’Europa. “Che cos’è Waterloo? Una vittoria? No: una cinquina. Cinquina vinta dall’Europa, pagata dalla Francia”. Non sembra che oggi le cose siano cambiate di molto, se si pensa che il governo di Parigi ha impedito l’emissione di una moneta da 2 euri per commemorare il bicentenario di Waterloo: la proposta veniva dal governo belga, si direbbe per motivi turistici (il Belgio oltretutto nel 1815 non esisteva ancora); la moneta, come il monumento sulla collina, commemora la vittoria di Wellington su Napoleone, e non la libertà dell’Europa come voleva Hugo; e questo, agli occhi del governo francese, sminuisce la gloria della Nazione.

PS. Per Hugo la Storia aveva le sue ragioni e perseguiva scopi con cui gli individui dovevano indentificarsi. Ma per Hugo, il dio della Storia era ostile a ogni potere costituito; dopo di lui la Storia continua a realizzare lo Spirito, ma si identifica con la forza, e quindi la ragione, dei più forti.

Nota. Ho utilizzato le seguenti edizioni: Victor Hugo, I miserabili, traduzione di Marisa Zini, Mondadori (collana Oscar), Milano 1988, vol. I, pp. 301-355 (parte II, libro I); Stendhal, La Certosa di Parma, traduzione di Camillo Sbarbaro, Einaudi, Torino 1975 [prima ed. 1944], pp. 29-68 (fine del cap. 2, cap. 3-4, inizio cap. 5). Per il confronto tra Hugo e Stendhal seguo da vicino Nicola Chiaromonte, Fabrizio a Waterloo, in Id., Credere e non credere, introduzione di Geno Pampaloni, il Mulino, Bologna 1993, pp. 23-42 (il Ps sulla credenza nella “forza dei più forti”, p. 42).

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