In linea da: 10/04/2015

Il mondo di oggi guardato da un editorialista di ieri. 18

di Alain, a cura di Giacomo Corazzol

Nuovo appuntamento con il filosofo francese Alain letto e tradotto da Giacomo Corazzol.

L’intelligenza, di Alain

È da un pezzo che son stufo di sentir dire che Tizio è intelligente e Caio no.

Questo modo leggero di giudicare le menti mi spaventa come la peggiore delle stupidità. Qual è l’uomo che, per quanto mediocre lo si giudichi, non possa padroneggiare la geometria, qualora proceda con ordine e non si scoraggi? Il passaggio dalla geometria a più alte e ardue ricerche è analogo a quello dall’immaginazione errante alla geometria; le difficoltà sono le stesse: insormontabili per l’impaziente; inesistenti, invece, per chi ha pazienza e non ne considera che una alla volta. In rapporto a queste scienze, circa l’invenzione e ciò che si usa chiamare “genio” mi basterà dire che se ne vedono gli effetti solo dopo lunghi lavori; e se un uomo non ha inventato nulla, non posso sapere se è solamente perché non l’ha voluto.

Lo stesso uomo che ha indietreggiato di fronte al volto glaciale della geometria, lo ritrovo vent’anni dopo a fare un mestiere che ha scelto e svolto con impegno e lo vedo passabilmente intelligente in quello che ha praticato; altri invece, quelli che vogliono improvvisare prima di aver lavorato a sufficienza, dicono sciocchezze al riguardo, pur essendo ragionevoli e competenti in altre cose. Tutti, infine, li vedo spropositatamente sciocchi su questioni di buon senso, e questo perché non vogliono guardare prima di parlare. Tutto ciò mi ha portato a formulare l’idea che ciascuno è intelligente nella misura in cui vuole esserlo. A questo proposito il linguaggio avrebbe potuto fornirmi ragguagli più che bastevoli: perché imbecille vuol dire, per l’appunto, debole; allo stesso modo, l’istinto popolare mi mostra in un certo senso a dito quale sia la differenza tra un uomo di giudizio e uno sciocco. Volontà, e preferirei anzi dire lavoro, ecco quello che manca.

Quando mi viene voglia di misurarli, ho poi preso l’abitudine di considerare gli uomini non tanto dalla fronte, ma dal mento. Non la parte che combina e che calcola, che basta sempre, ma la parte che azzanna e non molla più. Il che significa, per dirla altrimenti, che una mente buona è una mente ferma. Per indicare chi giudica secondo il costume e l’esempio, anche il linguaggio comune parla di un debole di mente. Cartesio, la cui grande ombra ci precede di gran lunga, ha posto al principio del suo celebre Discorso delle parole che sono citate più spesso di quanto non siano comprese: “Il buon senso è a questo mondo la cosa meglio distribuita”. Ha però chiarito questa idea in maniera più diretta là dove, nelle Meditazioni, ha detto che il Giudizio è una questione di volontà, e non di intendimento, giungendo così a chiamare generosità ciò che comunemente si preferisce chiamare intelligenza.

Nell’intelligenza non si arriva mai a trovare delle gradazioni. Ridotti a questioni semplici, come fare due più due quattro, i problemi sono talmente facili da risolvere che la mente più ottusa ci si raccapezzerebbe senza fatica, non fosse impacciata da difficoltà immaginarie. Direi anzi che nulla è difficile: è l’uomo che è difficile per se stesso. Intendo dire che lo sciocco assomiglia a un asino che scuote le orecchie e si rifiuta di andare. Per umoralità, per collera, per paura, per disperazione; sì, è un vorticoso insieme di simili cause a renderci sciocchi. Questo animale sensibile, orgoglioso, ambizioso, permaloso preferirà far la bestia per dieci anni piuttosto che lavorare per cinque minuti in tutta semplicità e modestia. Come chi, al pianoforte, si scoraggia e, avendo sbagliato tre volte di fila, molla tutto. Tuttavia, se si tratta di fare le scale, si lavora volentieri; se si tratta di ragionare, invece, non se ne ha voglia. Forse per la sensazione che un uomo può sì sbagliare con le mani, ma non gli è permesso sbagliare con la mente se non al prezzo di una grande umiliazione, in quanto essa è suo intimo e peculiare appannaggio. Vi è certamente un furore nelle teste limitate, una specie di rivolta, come una dannazione volontaria.

Si dice talvolta che a fare la differenza è la memoria e che la memoria è un dono. Nei fatti, però, si constaterà che, nelle cose in cui si applicano, tutti mostrano di avere sufficiente memoria. E quelli che si stupiscono del fatto che un bravo pianista o un bravo violinista possa suonare a memoria mostrano semplicemente di ignorare il lavoro ostinato che fa di un uomo un artista. Credo che la memoria non sia una condizione per lavorare, ma piuttosto l’effetto del lavoro. Ammiro la memoria del matematico e, anzi, la invidio; il fatto è, però, che non ho fatto le scale quanto lui. E perché? È che ho voluto comprendere subito e che la mia mente pasticciona e riluttante si è gettata in qualche errore ridicolo di cui non sono riuscito a darmi pace. Ognuno di noi ci mette poco a condannarsi. L’infatuazione di sé consiste nel punire il primo impulso. Di qui quell’indomabile timidezza che cade prima di aver raggiunto l’ostacolo, che inciampa di proposito, che rifiuta ogni soccorso. Bisognerebbe essere capaci, all’inizio, di sbagliare e di riderne. Al che si dirà che coloro che rifiutano il sapere sono già sufficientemente frivoli. Sì, ma la frivolezza è terribilmente seria: è come giurare di non dedicarsi a nulla.

Ne concludo questo, che i lavori di uno scolaro sono prove per il carattere, e non per l’intelligenza. Si tratti di ortografia, di una versione o di un’operazione, si tratta di passar oltre l’umoralità, si tratta di imparare a volere. 

28 aprile 1921

[Alain, Propos. I, texte établi et présenté par Maurice Savin, Gallimard, Paris 1956, pp. 203-205, sotto il titolo Épreuves pour le caractère; trad. di Giacomo Corazzol, il titolo è redazionale]

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