In linea da: 02/02/2015

Giardini paradisiaci. Dallo “spunti-no storico” del 28 novembre 2014

di Anna Maria Dal Moro, con una presentazione di Maria Giovanna Lazzarin

Pubblichiamo il testo della relazione tenuta da Anna Maria Dal Moro allo “spunti-no storico” del 28 novembre 2014, e dedicata alle immagini dei giardini nel Corano. In una breve introduzione, Maria Giovanna Lazzarin spiega le ragioni di questo incontro con storiAmestre.

Presentazione, di Maria Giovanna Lazzarin

Di uno che va in pensione non si smette mai di dire che è fortunato, ma sotto sotto ci si chiede: che farà mai adesso?

Quando nel 2013 incontrai dopo molto tempo Anna Maria Dal Moro mi disse che una volta andata in pensione aveva realizzato il suo sogno: studiare l’arabo, reiscrivendosi all’università e laureandosi con una tesi sul giardino islamico. Per me fu una doppia sorpresa: da dove veniva il desiderio di studiare l’arabo? che mondo si celava dentro il giardino islamico? 

Nel 2013 storiAmestre si occupava, tra l’altro, di come la nostra specie stesse sottomettendo lo spazio naturale e irreggimentando i fiumi, e cercava segni che andassero invece nella direzione di rispettare i segreti processi delle acque, dell’humus, degli altri viventi. Così pensai di proporre all’associazione di invitare Anna a parlare di giardino islamico in uno degli spunti-ni storici. 

In testa avevo un libro di Luigi Zangheri in cui cita un passo di Senofonte – che per primo ha usato la parola paradeisos per indicare i giardini – in cui ricordava come Ciro il Giovane “in tutte le terre in cui va a soggiornare, s’impegna perché diventino giardini, i cosiddetti paradisi, pieni di tutte le cose belle e buone che la terra è solita produrre” (Luigi Zangheri, Brunella Lorenzi, Nausikaa M. Rahmati, Il giardino islamico, Olschki, Firenze 2006, p. 18).

L’idea di giardino ha una lunga storia e accomuna culture diverse, pensavo. E infatti il dibattito seguito alla presentazione de Il giardino islamico, ambienti e immagini del Corano da parte di Anna Maria Del Moro, che ha animato lo spunti-no storico del 28 novembre 2014, ha fatto emergere assonanze tra quelle immagini e l’immaginario dei partecipanti, risvegliando ambienti sepolti come il giardino dell’eden, il paese di cuccagna, il paradiso di Dante.

Gli eventi del 7-9 gennaio 2015 sono arrivati dopo a farci capire, se ce n’era ancora bisogno, che non si può recintare il proprio o l’altrui giardino e che la realtà è più complessa di quello che vorremmo.

Giardini paradisiaci: ambienti e immagini nel Corano, di Anna Maria Dal Moro

Ho intrapreso lo studio dell’arabo con entusiasmo perché era la chiave di accesso non tanto a una lingua, quanto piuttosto a un universo culturale a me sconosciuto, ricco di storia, arte, regole di vita. 

La spinta a studiarlo, e la sfida personale che ha comportato, è l’omaggio che ho voluto rendere al mio papà, che per motivi di lavoro aveva vissuto in Siria. Benché si fosse fermato a lungo in quel paese, mio padre aveva imparato solo poche parole di arabo, poche parole che tuttavia, nel ricordarle, ancora oggi mi stimolano a proseguire lo studio di una lingua piuttosto difficile.

Ho visitato la Siria molti anni fa, nel corso di due viaggi: il primo l’ho fatto per accompagnare la mamma che andava a raggiungere papà, il secondo per far loro visita nell’appartamento a Homs. È passato un bel po’ di anni: esattamente nel 1967 il papà che lavorava per la società Saipem venne inviato a Homs per avviare una fabbrica chimica di fertilizzanti. L’anno dopo ho accompagnato la mamma che voleva raggiungerlo per fermarsi a vivere in Siria. Quella volta ci rimasi circa un mese. Nel 1969 ci sono ritornata. La mamma era ormai ben padrona del territorio, si muoveva in città a fare la spesa e a curiosare tra i negozi da sola nonostante avesse la possibilità di farsi accompagnare da un autista con la jeep. Era molto indipendente e così io l’accompagnavo nelle esplorazioni cittadine. La jeep è servita per tutte le bellissime escursioni lontano dal centro di Homs, come a Damasco, a Palmyra, nel deserto. Nel 1970, avviato l’impianto, l’avventura siriana è finita.

Affrontare un testo come il Corano, mi ha obbligato a operare una scelta tra le numerose piste da seguire: quello più vicino alla mia sensibilità è stato il sentiero che si snoda all’interno dei giardini coranici. 

Giardini – jannat – parola usata solitamente al plurale, indica il Paradiso originario e, per estensione, il mondo futuro. Il testo del Corano li rappresenta ricchi di grazie divine per sollecitare l’immaginario dei fedeli in modo da poter comprendere la profondità della ricompensa divina. La descrizione del giardino del Paradiso ha ispirato architetti arabi, iraniani, turchi e indiani nell’allestire i parchi di molti edifici e nel disegno dei mosaici nelle moschee. Vi sono raffigurati paesaggi, giardini fioriti e alberati, attraversati da fiumi ondosi dove l’ombra degli alberi soddisfa il sogno dell’uomo del deserto.

Nel XIII secolo in Persia il poeta Sa’adi, che apparteneva allo stile iracheno, scrisse dei canzonieri che avevano come cornice dei giardini: Golestan, il giardino delle rose, e Bustan, il frutteto.

Anche il paesaggio tessuto in molti tappeti è un giardino cosparso di fiori: è il giardino che si può portare all’interno della casa.

Sono le rappresentazioni di bellezze naturali a descrivere il Paradiso. L’ingresso del giardino è l’inizio di una nuova vita, ma è anche il punto in cui l’uomo arriva alla fine del suo viaggio terreno. La morte diventa il momento culminante della vita perché rappresenta la piena realizzazione della vita stessa.

Nel Corano vi sono indicazioni precise che riguardano un sistema di valori e credenze da seguire: su questi verterà l’interrogatorio di Munkar e Nakir, i due angeli demandati da Dio alla tomba dei defunti per certificare se la loro fede è stata retta e caso mai assegnare la ricompensa divina perché “l’alloggio è buono presso Dio”. Il Giardino sarà il premio per chi nel corso della vita saprà esercitare la pazienza, grande virtù che si accompagna a costanza, fermezza, resistenza, solidità, risolutezza. Verrà riconosciuta anche la generosità dell’uomo, in particolare nel precetto dell’elemosina che dovrà essere elargita senza la ricerca di una lode. Sarà poi il premio dovuto a chi segue l’invito al pudore, comportamento morale sia per gli uomini che per le donne.

Insieme a pazienza, generosità, pudicizia vengono premiate la testimonianza fedele della verità, il rifiuto dell’usura, il rispetto dei divieti alimentari e, più in generale, tutte quelle virtù che rendono buono l’uomo. Su tutte le virtù, sta la preghiera che, per l’Islam, è atto di sottomissione e di adorazione da seguirsi lungo tutto il corso della vita terrena. Il Giardino è quindi dono finale quando l’Altissimo dirà: “L’ora si avvicina, si è spaccata la luna”.

Ecco alcune citazioni a proposito:

“…quelli che temono il loro Signore avranno giardini alla cui ombra scorrono i fiumi, nei quali rimarranno eternamente…” (Corano 3:196).

“Porta il lieto annuncio a quelli che credono e compiono buone azioni, per loro ci sono giardini alla cui ombra scorrono i fiumi e ogni volta riceveranno un frutto come dono…” (Cor. 2:25).

“Chi ha fatto del bene riceverà del bene in questo mondo e migliore è la dimora dell’aldilà, com’è bella la dimora di chi teme Dio, i giardini di Eden alla cui ombra scorrono i fiumi.” (Cor. 16:30)

“…li farò entrare nei giardini alla cui ombra scorrono i fiumi come ricompensa che viene da Dio, presso Dio c’è un premio buono.” (Cor. 3:195).

Le parole “alla cui ombra scorrono i fiumi” alludono alle fronde degli alberi, che sono sottintesi, ma di cui si desidera siano ricchi i giardini. Alcuni alberi sono indicati per nome – come il melograno, la vite, l’acacia –, altri invece sono citati come “l’albero del Paradiso”, a manifestare la bellezza e il dono divino. Sono “alberi buoni”, che hanno radici sane e frutti ottimi perpetuamente. Sono alberi che emanano profumi di muschio e ambra; sono immortali e benedetti come il Tuba, albero del Paradiso, il cui nome rimanda alla delizia, bellezza, beatitudine e felicità. Quest’ultimo non assomiglia a nessun albero esistente sulla terra, e Maometto lo descrive con immagini meravigliose: tronco immenso di rubino, frutti come perle preziose che hanno il gusto del miele e dello zenzero, e alle radici sgorgano copiose le sorgenti di vino. È sotto quest’albero che, secondo la tradizione islamica, si riunirà la comunità del musulmani nel giorno del Giudizio.

Sono giardini con “fiumi” a dimostrare che l’acqua è l’elemento vivificante del luogo. L’acqua è la fonte primaria dell’esistenza degli esseri, simbolo di sviluppo spirituale; l’acqua incanta la vista e colpisce l’udito poiché fluisce, zampilla, mormora e proviene da fiumi, ruscelli, sorgenti che sgorgano nel giardino del Paradiso come la sorgente Tasnim: la radice di questa parola significa sommità, abbondanza, ed è a questa fonte che i beati si disseteranno mescolando un liquore… Perciò insieme all’acqua c’è il vino, bevanda che, considerata illecita in vita, diviene lecita nell’aldilà. 

Il vino è uno degli elementi del Paradiso; infatti il Profeta ne Il viaggio notturno e l’ascensione del Profeta dice: “Vidi un luogo beato, un grande regno irrigato da sette fiumi, un fiume d’acqua, un fiume di latte, un fiume di vino, un fiume di miele….” (Il viaggio notturno e l’ascensione del Profeta nel racconto di Ibn ‘Abbas, a cura di Ida Zilio Grandi, prefazione di Cesare Segre, postfazione di Maria Piccoli, Einaudi, Torino 2010, p. 45).

I fiumi di acqua inalterata rappresentano l’arricchimento della conoscenza nella sua purezza, poiché l’acqua consente agli esseri viventi di vivere.

Il latte, essendo cibo adatto ai bambini, è nutrimento all’innocenza e alla disponibilità a un cammino indirizzato alla perfezione dell’anima.

Il miele è il piacere dell’estasi, stato di chi ha trovato la perfetta sapienza. 

Infine, il vino è delizia.

Anche in un passo della Genesi viene indicata la presenza di fiumi: “un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino poi di lì si divideva e formava quattro corsi” (Gn 2:10). Quanti fiumi? L’iconografia classica del giardino islamico ne raffigura quattro: così è nell’atrio dei Leoni nel palazzo Reale di Alhambra e in numerose miniature in cui viene raffigurato il giardino islamico.

Nel Corano si legge: “…il giardino promesso a quelli che temono Dio è questo: ci saranno fiumi di acqua incorruttibile e fiumi di latte dal gusto inalterabile e fiumi di vino delizioso a bersi e fiumi di purissimo miele. Lì i beati si compiaceranno di ogni frutto e del perdono del Signore” (Cor. 47:15).

L’acqua dunque disseta, e inoltre permette alle piante e ai fiori di esistere, di espandere i loro profumi, di mostrare i loro colori e di donare i loro frutti. 

Il colore dominante è il verde, colore che gioca un ruolo simbolico nell’islam perché è il colore della vegetazione che si rigenera, il colore del risveglio e dell’immortalità rappresentata dai rami sempreverdi. L’uomo verde, patrono dei viaggiatori, simboleggia la provvidenza divina e, per l’islam, è il colore della conoscenza. Verde è anche riposo per gli occhi dopo il sole accecante del deserto, invita alla pace e alla tranquillità.

Altri colori spiccano in questo giardino: dal bianco opale delle perle, simbolo di innocenza, all’incanto delle bellissime vergini dalla pelle perlacea e dagli occhi nerissimi, brillanti e modesti, fino ai cromatismi dei frutti che pendono copiosi dai rami.

La lucentezza delle sete e dei broccati fa risplendere anche l’argento delle coppe e l’oro dei gioielli di cui sono ricchi i beati:

“Entrate nel giardino voi e le vostre compagne e rallegratevi. Attorno si andrà con vassoi d’oro e calici, lì avranno ciò che allieta l’anima e fa dolci gli occhi” (Cor. 43:68).

“Quanto a quelli che hanno creduto e agito bene Dio li accoglierà nei giardini alla cui ombra scorrono i fiumi: saranno adorni di monili d’oro e di perle, avranno vesti di seta perché sono stati guidati alla parola ottima, perché sono stati guidati alla via del Degno di lode” (Cor. 22:14).

Pertanto per la contemplazione di Dio in questo luogo c’è pace, innocenza, purezza e luminosità ma anche adorazione e calore stimolati dai rossi rubino delle guance delle Huri e dei tronchi di alcuni alberi. 

Le Huri sono le vergini del Paradiso promesso. Sono descritte come perle nascoste, preziose, tutte di uguale giovinezza e mai sfiorate da alcuno. La loro purezza fisica e l’assenza di imperfezioni morali sono il riflesso della luce divina: fronte bianca come la luna, volti splendenti, sguardo pieno di pudore. Abitano in tende ariose, e con grazia camminano assieme ai loro sposi nei dolci paesaggi del giardino.

Oltre all’acqua, l’altro elemento che caratterizza il giardino è la vegetazione, lussureggiante, incorruttibile vivificata dai ruscelli; ed è lì che i giusti potranno stare adagiati su morbidi cuscini protetti dall’ombra fresca degli alberi e circondati dal mormorio delle acque.

Insieme ai melograni, alle acacie e a un universo botanico, sono presenti alcuni elementi di arredamento: cuscini, teli di tessuti preziosi, letti per percepire e godere con maggiore intensità dei piaceri del Paradiso. Tali descrizioni rendono più comprensibile e immaginabile la condizione del devoto nell’aldilà, un mondo ricco di simboli e significati da interpretare:

“…in un giardino alto dove non si ode alcun discorso vano, con una sorgente che scorre, letti alti, coppe di fronte, cuscini in fila, tappeti distesi” (Cor. 88:10).

“Entreranno nei giardini di Eden, lì saranno adorni di bracciali d’oro e di perle, lì i loro abiti saranno di seta…” (Cor. 35:29).

Le piante sono a foglia perenne, poiché niente deve mutare e perire e tutto deve sottolineare il mantenimento di una giovinezza eterna e la presenza dell’acqua che rende fertile il giardino che Dio ha donato all’uomo; lo scorrere dell’acqua suggerisce un flusso al cuore di parole divine, e gli alberi frondosi e verdeggianti inducono a una protezione divina eterna: tutti doni della grazia di Dio.

Gli alberi e tutta la natura che circonda il beato sono forme di incontro con Dio, simboli di salvezza. E tra i colori e le forme degli alberi c’è la loro ombra. L’ombra richiama per lo più oscurità, assenza di luce, e sposta il pensiero verso la difficoltà di percepire e di conoscere, fino allo spaesamento e disorientamento. Ma nel giardino del Paradiso l’ombra cambia di natura: essa accoglie e protegge; non diverrà mai pura e semplice tenebra perché resta in intimità con la luce. Rinvia allo splendore di Dio, è una luce scura, è l’ombra del divino: “eccoli adagiati lì sui letti alti dove non patiranno sole cocente o gelo, l’ombra è vicina, sopra di loro”.

Le piante presenti riconducono ad altrettanti simboli.

L’acacia rappresenta la vita, assenza di malvagità, innocenza. Pianta sacra già presso l’antico Egitto, è simbolo di speranza e della persistenza dell’anima oltre la soglia della morte fisica.

Anche il melograno cresce nel giardino del Paradiso, e per i suoi numerosi semi è simbolo di ricchezza, fertilità, fecondità e benedizione, tanto che in tutta l’area arabo-mediterranea è usato per benedire i matrimoni e per inaugurare il ciclo dell’aratura. Il Corano pone la melagrana, con il dattero e l’uva, fra i doni che la terra fa all’uomo che, in Paradiso, è invitato a goderne pienamente. 

Il fiore di loto è un simbolo antichissimo sinonimo di pulizia e purificazione: nasce infatti immacolato dallo stagno fangoso per innalzarsi: allo stesso modo il fedele si può innalzare e trasformare in un’ anima degna di essere accolta nel giardino del Paradiso.

C’è la palma, pianta ricca di significati simbolici, tra cui la vittoria, la rinascita, l’immortalità. La sua funzione si collega all’albero della vita per simboleggiare l’eternità del Paradiso.

Tra la flora del giardino è presente la vite. Compare spesso come tema delle opere dei mosaicisti, dei decoratori con pampini, tralci e grappoli maturi.

C’è inoltre il giuggiolo che, secondo la tradizione, segnava il luogo dove l’angelo Gabriele, che accompagnava il Profeta nella sua ascensione, si separò da lui.

Si legge nel Corano: “…staranno tra alberi di loto senza spine e acacie allineate e ampie d’ombra…” (Cor. 56:4). Questo è l’ambiente ideale per la pace, l’ozio, per la festa e la contemplazione. I cinque sensi vengono sollecitati: la vista con la varietà dei colori, l’olfatto con il profumo dei fiori e del muschio, il tatto con le presenze che si creano all’ombra degli alberi, il gusto con la bontà dei frutti, e infine l’udito con il mormorio dell’acqua che è la voce del giardino stesso.

L’acqua è fonte di vita e dono divino (sura della Luce: “Dio ha creato tutti gli animali dall’acqua”); sempre presente nei riti di sacralizzazione e purificazione, necessaria per le abluzioni (“con acqua pura”), condizione indispensabile per la validità della preghiera. Acqua del pozzo Zamzam, acqua sacra della sorgente nella corte di Hijr, ai piedi della Ka’ba: qui giungono i pellegrini per il rituale al momento dell’annuale preghiera collettiva. Ma l’acqua è anche quella dei carovanieri, dei pozzi delle oasi, delle fontane, della pioggia: dono di Dio. E infine, e soprattutto, c’è l’acqua che si oppone al fuoco dell’Inferno.

L’accento sull’aspetto del piacere, molto forte nel Corano, richiede un’interpretazione allegorica e spirituale: sono delizie di immaginazione, non vissute sensibilmente. Le descrizioni di piaceri terreni servono a far comprendere, almeno in minima misura, la gioia celeste, una gioia spirituale nel godere dei frutti che i fedeli preparano con le loro mani, con le loro buone azioni. Coloro infatti che hanno compiuto cose buone, al momento del trapasso saranno affiancati dagli angeli, non dovranno temere o essere afflitti. Gli angeli, dalle sembianze umane e con quattro ali, descritti come “fiamma purissima”, sono messaggeri di luce: il loro compito è l’adorazione, l’obbedienza e il servizio da rendere costantemente a Dio.

Gabriele, Michele e Azraele, che accompagneranno i credenti nel loro viaggio verso l’Altissimo, apriranno le porte del giardino in cui i credenti godranno della beatitudine e dei doni di Dio in eterno oltre la morte: un percorso che ha come premio la pace. “Dio è la pace” è la frase ripetuta tante volte tra le formule delle preghiere giornaliere. Il Paradiso è la casa della pace e i suoi abitanti useranno il saluto “la pace sia con voi”: pace interiore e pace con il Creatore.

“Nel giorno in cui Lo incontrerete il vostro saluto sarà: ‘Pace’. Egli vi ha preparato una splendida ricompensa” (Cor. 33:41).

“Non sentiranno, lì, discorsi futili, voci di tentazione, solo una parola: ‘Pace’, ‘Pace’…” (Cor. 56:4).

“…e i fiumi scorreranno ai loro piedi nei giardini della beatitudine… e il loro saluto sarà: ‘Pace’…” (Cor. 10:9).

I cinque obblighi del musulmano sono credere all’esistenza degli angeli, all’unicità di Dio, ai suoi libri, ai suoi profeti, al giorno del giudizio finale. Fuori dai giardini, come recita il versetto 71 della sura Maria (“…e nessuno di voi avrà scampo”), gli uomini sono radunati per ascoltare l’ordine decretato dal Signore. Vi è chi passerà oltre e chi precipiterà per sempre nella Geenna.

In questo stretto passaggio il credente e il miscredente, il buono ed il malvagio, sono per un momento accomunati: c’è un “nodo” umano che lega il bene dal male. L’itinerario è giunto al termine, si chiude l’intero percorso della vita, l’uomo cerca di comprendere il senso della sua vita: la strada dell’errore e del peccato è un sentiero ingannevole e fuorviante; la strada della conoscenza, dell’equilibrio, dell’armonia conduce alla rinascita vera perché porta a desiderare di entrare nel grande giardino del Paradiso: “chi ha avuto fede in Dio ha afferrato l’impugnatura salda, che non si spezza”, e dunque “gustate il frutto delle vostre azioni. Servi Miei credenti, la Mia terra è vasta”. 

Consigli di lettura

Il Corano, traduzione di Ida Zilio Grandi, a cura di Alberto Ventura, Mondadori, Milano 2010.

Il Corano, a cura di Gabriele Mandel, Utet, Torino 2011.

Angelo Scarabel, I fiumi del Paradiso. Considerazioni alla luce dei commentari coranici e delle tradizioni islamiche, “Indiosiatica”, numero monografico I fiumi sacri, a cura di Gian Giuseppe Filippi, 6, 2009, pp. 435-480.

Il viaggio notturno e l’ascensione del Profeta nel racconto di Ibn ‘Abbas, a cura di Ida Zilio Grandi, prefazione di Cesare Segre, postfazione di Maria Piccoli, Einaudi, Torino 2010.

Encyclopédie de l’Islam, nouvelle édition établie avec le concours des principaux orientalistes, E. J. Brill; G.-P. Maisonneuve & Larose, Leiden; Paris, 1960-2009.

Malek Chebel, Dizionario dei simboli islamici, Arkeios, Roma 1997.

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