In linea da: 23/06/2014

Il Risorgimento della Lega Nord

di Anna Di Qual

Pubblichiamo il testo dell’intervento tenuto da Anna Di Qual il 24 maggio 2014, in occasione della festa di storiAmestre, dove l’autrice riprende e sintetizza il suo articolo Revisionismo leghista a 150 anni dall’unità d’Italia, pubblicato su “Italia contemporanea”, aprile 2014, n. 274, pp. 120-157.

Con questo intervento, propongo di leggere il centocinquantenario dell’Unità d’Italia attraverso le lenti della Lega Nord, basandomi sull’analisi dell’annata 2011 della Padania, l’organo ufficiale del partito, e di alcune pubblicazioni di stampo divulgativo e argomento risorgimentale pubblicizzate dal giornale leghista nel corso dell’anno giubilare. Inizierò descrivendo la posizione della Lega nei confronti delle celebrazioni del 2011, cercando di interpretare le molteplicità di significati che la sua posizione sottende, per poi soffermarmi su alcuni nodi della narrazione (o meglio contro-narrazione) elaborata in quell’anno dal Carroccio sul Risorgimento e sulla storia d’Italia. Come si sa, i grandi anniversari nazionali costituiscono un oggetto di ricerca di notevole importanza: portando il passato sulla scena del presente, essi diventano degli ideali osservatori che permettono di cogliere le dinamiche più profonde del corpo sociale e di studiare il complesso rapporto che una società intesse con la sua storia.

L’opposizione della Lega al 17 marzo

Com’è noto, la posizione della Lega Nord nei confronti del 150° dell’unità d’Italia è di radicale opposizione. Le ragioni di questo antagonismo sono molteplici; ne ricordo quattro.

1. Il Carroccio nega in primis valore positivo all’oggetto celebrato. L’unità d’Italia rappresenta l’inizio o meglio la causa dei mali di cui il paese tutt’oggi soffre; la sua mancata omogeneità economica è presentata come la controprova del fallimento del progetto di unificazione, realizzato – secondo la Lega – solo da un punto di vista territoriale.

2. La Lega contesta il richiamo al sentimento di appartenenza nazionale italiano, leitmotiv del giubileo, che percepisce quale estraneo e imposto dall’alto. Tanto più “che fanno la morale sul patriottismo – sottolinea con sarcasmo un lettore del quotidiano leghista – personaggi legati a quella sinistra antimilitarista che si definiva cosmopolita”1. Falso è il patriottismo sbandierato nel corso del centocinquantenario – dice la Lega – e debole è l’idea di patria che viene proposta.

L’orizzonte di riconoscimento dei popoli del Nord, dice la Padania, non è la patria italiana, ma sono le tante piccole patrie locali, declinate di volta in volta in appartenenze regionali, provinciali e cittadine. Il passato storico delle realtà locali, pur vinte dallo stato unitario italiano, è descritto come ancora radicato nella coscienza collettiva locale, tanto da rappresentare l’autentico orizzonte di appartenenza identitaria e l’oggetto degno di essere celebrato. Le storie locali o meglio – ricorrendo al linguaggio leghista – le storie dei “Popoli regionali” diventano oggetto di feste preesistenti risemantizzate o di feste create ex novo, assunte come contrappeso della festa del 17 marzo. Alla festa dell’unità d’Italia, voluta e imposta da “Roma”, la Lega oppone dunque altre celebrazioni, altri simboli e altre narrazioni.

3. La Lega Nord sottolinea l’inadeguatezza di un giorno festivo infrasettimanale in un momento di crisi economica: al Nord che lavora e “produce PIL” oppone il Sud e “Roma” che vogliono beneficiare della “vacanzina tricolore”2. Contrastare la festa del 17 marzo facendo leva sul produttivismo settentrionale non significa solo ribadire l’antimeridionalismo leghista, ma significa anche negare importanza alla festa civile in sé, intesa come momento di condivisione ed elaborazione di una memoria condivisa; significa cioè disconoscere il senso di appartenenza collettiva di stampo civile che essa vuole creare. La definizione di un’identità collettiva reale e la costruzione di un senso di appartenenza condiviso passano – secondo la Lega – attraverso una diversa scansione del tempo, quella dettata dalle festività religiose, soprattutto quelle dei santi patroni3.

4. Quando il governo istituisce la festa del 17 marzo, al fine di evitare nuovi oneri alla finanza pubblica e alle imprese private, decide anche di trasferire per il solo 2011 le caratteristiche economiche e giuridiche proprie della festa del 4 novembre al 17 marzo. Ciò è vissuto dalla Lega come un “golpe”4, perché la festa del popolo e degli alpini viene sacrificata per la festa del re, “un’offesa alla memoria e un insulto alla storia”5. Delle due componenti insite nel 4 novembre (giornata di unità nazionale e giornata delle forze armate), la Lega fa propria la memoria dei caduti in guerra, cara all’associazionismo degli alpini e dei reduci con cui da sempre intesse uno stretto legame. 

È Gianfranco Gentilini, all’epoca vicesindaco di Treviso e figura di spicco del leghismo veneto, che si batte per la difesa del 4 novembre, per poi partecipare (unico leghista della Marca) nella duplice veste di vicesindaco (indossa la fascia tricolore) e di alpino (porta in testa il cappello verdescuro del corpo) alla festa del 17 marzo; lo fa, in una sezione degli alpini di Treviso, per rendere “omaggio ai martiri che ci hanno dato l’Unità”6 e per portare “avanti i nostri principi: ‘Dio, patria e famiglia”»7: una chiave di lettura dunque nazional-fascista.

Per concludere questa prima parte sottolineerei due questioni che mi sembrano importanti.

L’antagonismo leghista nei confronti dell’anniversario dell’unità d’Italia rappresenta il principale fattore di discontinuità del centocinquantenario rispetto ai precedenti anniversari: la Lega Nord esercita, infatti, una dura opposizione nei confronti dell’evento fondante lo stato italiano nel momento in cui fa parte della compagine politica che governa lo stesso stato italiano.

All’identità nazionale italiana contrappone identità locali, ma non solo. La difesa del calendario religioso cadenzato dalle varie feste patronali rappresenta la difesa di un’appartenenza che è allo stesso tempo cattolica e territoriale. Col rifiuto dei riti e delle date del calendario civile il Carroccio disconosce l’insieme degli eventi fondanti lo stato unitario e la repubblica (si pensi anche alla totale indifferenza o meglio all’ostilità leghista nei confronti del 25 aprile) e dà invece spazio a un’identità che è insieme cattolica e localista, a “un cattolicesimo […] declinato in chiave etnoidentitaria”8.

Il racconto del Risorgimento fatto dalla Padania

Il Carroccio non subisce passivamente la centralità che il Risorgimento gode nel 2011, anzi la alimenta consapevolmente in termini però negativi. Critica l’impianto commemorativo delle celebrazioni a cui rimprovera una vuota retorica. Più in generale pone sotto attacco la “vulgata patriottica”, promossa da una non meglio identificata storiografia ufficiale, accusata di aver imposto una visione mitizzante del Risorgimento9. Rivendica quindi la necessità di un’indagine a tutto tondo, capace di sviluppare una lettura alternativa alla “storia di regime” e capace di tener conto delle storie altre, le storie dei vinti10

Il punto di vista adottato dalla Lega Nord nella ricostruzione della vicenda risorgimentale è quello degli stati preunitari, dell’impero austro-ungarico, a volte degli stati prenapoleonici. C’è dunque un rovesciamento di prospettiva e anche un rifiuto dello stesso valore semantico del termine Risorgimento: non si trattò di un processo di “rigenerazione” della patria italiana, dopo secoli di dominazione straniera, né della creazione ex novo di uno stato; si trattò bensì del crollo di legittime entità statuali e dell’umiliazione del loro bagaglio storico e cultuale.

La scelta del 17 marzo come data del ricordo rivela agli occhi della Lega Nord i veri protagonisti dell’esperienza risorgimentale e al contempo la non eccezionalità del Risorgimento. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, viene incoronato primo re d’Italia; mantenendo la successione della numerazione regale, il sovrano conferma la continuità tra il Regno di Sardegna e il Regno d’Italia. L’unità d’Italia è dunque il frutto di una violenta conquista regia, un’aggressione di tipo coloniale, condotta dai Savoia con l’appoggio della massoneria internazionale e delle potenze straniere, contro gli altri stati preunitari, in particolare contro il Regno delle due Sicilie e contro lo Stato della Chiesa. “[L]’unità d’Italia era una specie di Risiko, giocato al Tavolo Verde delle Logge”11, “un gioco complesso e a tratti, persino, fortuito di azioni diplomatiche, trame massoniche, intrallazzi indicibili e iniziative militari”12.

Le profonde divisioni politiche che solcarono il movimento di unificazione italiana sono ridotte a banali rivalità personali tra i vari protagonisti del processo risorgimentale. Questi sono presentati in termini ridicolizzanti: “Vittorio Emanuele mal sopportava Cavour”, Mazzini “era un pericolo pubblico”, Gioberti un idealista13, Anita Garibaldi una poco di buono14. L’attenzione maggiore è però dedicata a Garibaldi, una testa calda, tutta “chiacchiera come Guevara e Obama e ben poca sostanza, il signorino che si dilettava in furti di cavalli”15. Garibaldi è l’anti-eroe per antonomasia nella contro-narrazione della Lega, che sin dal suo periodo regionalista gli ha riservato duri attacchi verbali e iconografici, soprattutto in occasione degli anniversari garibaldini. Per il centocinquantenario, nel marzo 2011, durante un raduno dell’associazione Raixe Venete a Schio (Vicenza) viene dato alle fiamme un fantoccio di Garibaldi, con al collo un cartello: “l’eroe degli immondi”. Garibaldi è interpretato come il simbolo del Risorgimento e più in generale il Risorgimento è visto come il luogo ideale nel quale si sono originate le deformazioni politiche, economiche e sociali che affliggono tutt’oggi il paese.

          

     

Il quadro interpretativo del Risorgimento proposto dalla Lega è caratterizzato da un profondo sincretismo: fa proprie cioè tradizioni narrative antirisorgimentali tra loro differenti, alcune opposte alla sua stessa visione politica. Le assume, proprio per la loro diversa origine, come controprova di un’oleografica e trasversale condanna del Risorgimento. 

Assimila l’interpretazione ultracattolica del Risorgimento: l’impostazione e il lessico adottati nel racconto leghista riprendono la lettura antirisorgimentale inaugurata dai romanzi del padre gesuita Antonio Bresciani, ampiamente diffusa nell’ultimo decennio e in voga anche in occasione dell’anniversario16. La Padania ritorna più volte sul racconto della breccia di Porta Pia, interpretandola come il simbolo dell’“attacco [sferrato dal movimento risorgimentale] ai valori cattolici […], i veri fattori identitari e unitari dei popoli italiani”17. Assume anche la lettura neoborbonica: la spedizione dei Mille è descritta come lo strumento usato dalle potenze europee per vincere il Regno delle due Sicilie, uno degli stati più progrediti d’Europa ottocentesca. Nel ritratto fatto di Garibaldi, inoltre, ripropone una tendenza tipicamente italiana di definire il carattere degli italiani in termini negativi, già a suo tempo presente nella biografia di Garibaldi a firma di Montanelli e Nozza18, che avevano proposto come “un italiano senza tempo in una società italiana senza tempo”19.

Nel corso del 2011 la Lega non vede il Risorgimento in termini solo negativi; ne recupera e fa propri alcuni aspetti. Mi limito a citarne due, riservando maggiore attenzione a quello più inedito e anche più difficile da spiegare.

1. Alla Lega piace il 1848, che riduce però a esperienza locale, decontestualizzandolo dalla portata italiana e internazionale che la rivoluzione ebbe. Si oppone, per esempio, al progetto di inserire il ricordo delle Cinque giornate di Milano nel calendario celebrativo del centocinquantenario, perché ne rivendica una valenza meramente cittadina20. Milano celebra la sua epopea, titola la Padania descrivendo le manifestazioni in costume che il programma commemorativo curato dall’assessorato al turismo, al marketing territoriale e all’identità della città propone per riscoprire “la sollevazione del popolo milanese contro l’Austria”21. La Lega, dunque, non nega la spinta e gli ideali anche patriottici presenti nella rivoluzione milanese, ma li riorienta verso una patria cittadina.

È questa un’operazione non nuova: nella costruzione dell’impalcatura simbolico-mitologica della Padania, il Carroccio ha, infatti, assimilato simboli e miti della propaganda politica risorgimentale, di cui ha mantenuto il significato originario (l’oppresso che attraverso il coraggio e il sacrificio si ribella all’invasore per riscattare l’indipendenza della propria patria), rovesciandolo però contro lo stato nazionale italiano, a vantaggio della nuova “nazione” padana. Il Va, pensiero e il mito della Lega lombarda, per esempio, prima di diventare luoghi della memoria della Lega Nord erano, infatti, appartenuti all’orizzonte mitografico del Risorgimento.

 

2. Si sa che del Risorgimento il Carroccio apprezza anche il filone federalista. Ma all’apice del pantheon federalista leghista del 2011 non c’è il federalismo democratico alla Cattaneo, bensì una presenza inedita: il massimo esponente dello stato sabaudo, Camillo Benso conte di Cavour.

A Cavour il Carroccio aveva sempre guardato come al macchinatore di segreti e complotti che machiavellicamente aveva portato all’unificazione italiana22. Lo stesso leader leghista lo aveva ritratto come il primo artefice del centralismo, colui che, temendo le spinte centrifughe, aveva preferito “usare il pugno di ferro”23

Nel 2011 la narrazione leghista compie un cambiamento di direzione. Cavour rimane il rappresentante della realpolitik di sempre, ma questa caratteristica è ora letta sotto una luce positiva: “della banda intorno al re l’unico che si è salvato è Cavour, altri non ne vedo», dice Bossi, perché “all’epoca [era] l’unico federalista”24, che “considerava l’unità una corbelleria […] e che era stato costretto a ricredersi quando Garibaldi gli aveva offerto su un vassoio il Regno delle Due Sicilie”25. È un cambiamento difficile da interpretare. In parte si può ricondurre alla scoperta fatta nel 2011 da parte della Lega della figura e dell’operato di Marco Minghetti. Ministro dell’Interno della destra storica, Minghetti subito dopo l’unità è autore di una serie di progetti di decentramento amministrativo, pensato come mezzo temporaneo per arrivare più dolcemente all’unificazione dello Stato. In Minghetti la Lega vede il braccio destro di Cavour, in cui riconosce il reale inventore delle regioni. 

La Lega si presenta come l’erede legittima dei progetti di Minghetti e di Cavour, da cui trae legittimazione. Legittimazione che viene rafforzata da un ulteriore fattore: il primo ministro “è stato fatto fuori e il re non è andato nemmeno al suo funerale”, racconta la Padania che solleva sospetti di motivazioni politiche (anti-federaliste) sull’omicidio26.

Da protagonista della costruzione unitaria del Paese attorno alla monarchia sabauda, Cavour diventa un convinto federalista, tradito dalla stessa compagine regia; da vincitore a vinto; da artefice della realpolitik a vittima più illustre del processo risorgimentale. Il tradimento di una persona diventa il tradimento dell’opzione federale alla causa nazionale, per spiegare la quale la Lega riprende risemantizzandola l’espressione gramsciana di “Risorgimento tradito”27. Facendo propria quest’espressione, il Carroccio si svincola però dall’approccio dell’analisi gramsciana fissata sull’intreccio tra progetti politici e questione sociale e investe la formula di una nuova accezione: ciò che mancò al Risorgimento non fu la rivoluzione sociale, ma la realizzazione federale dell’assetto statale.

Un nuovo Risorgimento per riscattare il paese mancato

Attorno al federalismo ruota anche la chiave di lettura dell’intera storia italiana. La storia postunitaria è descritta in termini totalmente negativi, nell’ottica di una continuità dal Risorgimento a oggi, senza fratture incisive: non costituì una frattura l’ascesa al potere fascista, né tantomeno la Resistenza e la nascita della Repubblica. Le vicende italiane sono spiegate come un susseguirsi di fallimenti dovuti alla mancata attuazione dell’idea federale: l’Italia è descritta come un paese mancato, perché non federale.

Di fronte a ciò la Lega si presenta come l’unica forza in grado di riscattare i padri federalisti e di portare finalmente a compimento l’idea federale. Sul quotidiano leghista nel corso del 2011 alle dure critiche nei confronti delle celebrazioni del 150° si affiancano titoli e commenti di questo tipo: Bossi: “il federalismo è una speranza. Bisognerebbe almeno arrivare a realizzare il progetto di Cavour”28; Zaia: “Il federalismo porrà fine a questa incompiuta [unità]. Diciamo che il Risorgimento è ancora in corso”29; o ancora: “Un nuovo Risorgimento sconfiggerà il centralismo”30. E infine “Il sogno di Cavour infranto da Garibaldi […] sembra essere tornato di stretta attualità […] si sta avverando”31.

La posizione della Lega, quindi, non si denota come di totale opposizione al Risorgimento: non solo contro il Risorgimento, ma per un nuovo Risorgimento. 

Una nota conclusiva

Per concludere mi limito a osservare due cose.

Nel 2011 arriva all’apice la produzione revisionista sul Risorgimento elaborata non solo dal Carroccio, ma anche da neoborbonici e ultracattolici32; una produzione che ha le sue origini degli anni ’80 del Novecento e che assorbe e amalgama vecchie visioni antirisorgimentali. È, questa, un’operazione di radicale importanza dal punto di vista della memoria collettiva italiana perché comporta un progressivo sfilacciamento e rovesciamento dello stesso sistema di valori su cui essa si basa.

Allo stesso tempo però la ricorrenza dell’anniversario porta la Lega, nonostante la dura contestazione dell’evento fondante lo stato italiano, ad attuare un parziale recupero del Risorgimento: la memoria della destra storica diventa funzionale al presente. In questi termini la Padania presenta e legittima, infatti, il proprio progetto politico, il federalismo fiscale in discussione in parlamento proprio nel corso del 2011.

  1. Alessandro Scipioni, Lettera a “la Padania”, “la Padania”, 11 gennaio 2011, p. 10. []
  2. Paolo Bassi, C’è la crisi, assurdo fermare il paese per la festa del 150°, ivi, 9 febbraio 2011, p. 5; Paolo Broggi, E in Campania si pensa già al ponte di 4 giorni, ivi, 12 febbraio 2011, p. 1 (così si annuncia in prima pagina l’articolo di Id., L’Italia unita …è spaccata, ivi, p. 9); Andrea Accorsi, Giù le mani dai santi. Nella rete dei tagli della manovra finiscono le tradizioni secolari e i sentimenti sul territorio. Si moltiplicano invece le solennità civili, lontane dalla gente, ivi, 9 settembre 2011, p. 2; Giuseppe Reguzzoni, Ci restano solo i falsi miti e il faccione di Garibaldi, ivi, p. 3. []
  3. Giuseppe Reguzzoni, 150°. Aperti per ferie. Stiamo diventando il Paese delle “ricorrenze civili”, ivi, 19 febbraio 2011, pp. 8-9. []
  4. R. M., Il “golpe” sul 4 novembre, ivi, 19 febbraio 2011, p. 3. []
  5. Roberto Ciambetti, Festeggiare il Regno Sabaudo? Vergogna, ivi, 20-21 febbraio 2011, p. 4. []
  6. Gabriele Moroni, Da alpino onorerò i caduti. Ma poi andrò a lavorare, “Il Giorno”, 19 febbraio 2011, p. 3 []
  7. Lucio Zanato, Festa tricolore a Treviso, anche senza Lega, “TG Treviso”, 17 marzo 2011. []
  8. Renzo Guolo, Chi impugna la croce, Laterza, Roma-Bari 2011, p. 15. []
  9. Agostino D’Antuoni, Voce all’Altro Risorgimento (finora taciuto), “la Padania”, 22 marzo 2011, p. 11. La critica leghista non è rivolta a specifiche ricostruzioni storiografiche: l’oggetto del giudizio rimane astratto. L’uso di non delineare il bersaglio della critica, ma di bollarlo semplicemente come “storiografia ufficiale” o “vulgata”, si riscontra in buona parte del revisionismo storico odierno. Per quest’ultimo aspetto si veda Angelo Boca (a cura di), La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, Vicenza 2009. []
  10. Giuseppe Reguzzoni, Prendere coscienza di come si sta facendo l’unità d’Italia, “la Padania”, 9-10 gennaio 2011, p. 7; Unità? Solo una fiction, ivi, 9-10 gennaio 2011, p. 20. []
  11. Giuseppe Reguzzoni, 150 anni: meglio pensare, prima di festeggiare, ivi, 5 marzo 2011, p. 11. []
  12. Giuseppe Reguzzoni, Plebisciti 1860. La grande truffa, ivi, 16-17 gennaio 2011, p. 14. []
  13. Paolo Franco, MassacreRai la storia, ivi, 8 gennaio 2011, p. 9. []
  14. Cfr. Quell’inutile fiction su Anita, ivi, 28 gennaio 2011, p. 20. []
  15. Cfr. Celebrazioni. Un Minoli al di là della retorica, ivi, 4 marzo 2011, p. 20. []
  16. Grande diffusione hanno avuto i libri di Angela Pellicciari che propongono una lettura del Risorgimento come guerra di religione anticattolica. Per una panoramica sulla figura, i legami politici e culturali e la ricaduta dei testi di questa autrice si rimanda a Lucia Ceci, La questione cattolica e i rapporti dell’Italia con il Vaticano, in Del Boca (a cura di), La storia negata cit., pp. 181-182. Massimo Baioni ha studiato invece la mostra Il risorgimento italiano. Un tempo da riscrivere, allestita nel 2000 all’interno del Meeting dell’amicizia di Rimini: Massimo Baioni, La “bugia risorgimentale”. Revisionismo in mostra, in Risorgimento conteso. Memorie e usi pubblici nell’Italia contemporanea, Diabasis, Reggio Emilia 2009, pp. 233-241. []
  17. Fu un attacco ai valori cattolici, “la Padania”, 12 marzo 2011, p. 3. []
  18. Il racconto della storia italiana secondo una prospettiva anti-italiana è analizzato da Mario Isnenghi, I passati risorgono. Memorie irriconciliate dell’unificazione nazionale, in Del Boca (a cura di), La storia negata cit., p. 53. Nello stesso saggio (ivi, pp. 48-53) si trova un’analisi della lettura di Garibaldi fatta da Indro Montanelli, Marco Nozza, Garibaldi, Rizzoli, Milano 1962. []
  19. Silvana Patriarca, Unmaking the nation? Uses and abuses of Garibaldi in contemporary Italy, “Modern Italy”, 15, 2010, p. 477 (il saggio alle pp. 467-483). []
  20. Polemica a Milano. V Giornate “tricolori”? Il Carroccio frena: prima parliamone, “la Padania”, 11 gennaio 2011, p. 8. []
  21. Cinque Giornate, Milano celebra la sua epopea, ivi, 16 marzo 2011, p. 16. []
  22. Elena Bianchini Braglia, Filippo Curletti agente “pentito” di Cavour, “Quaderni Padani”, 12, 2006, p. 27 []
  23. Umberto Bossi e Daniele Vimercati, La Rivoluzione. Lega: storia e idee, Sperling & Kupfer Editori, Milano 1993, p. 31. []
  24. Paolo Parenti, La cena degli ossi, “la Padania”, 6 gennaio 2011, p. 2 []
  25. Arrigo Petacco, Cavour considerava l’unità d’Italia una corbelleria, ivi, 6 gennaio 2011, pp. 14-15. []
  26. La morte sospetta di Cavour è al centro anche di due numeri dei “Quaderni Padani”, un periodico pubblicato dalla Libera Compagnia Padana, associazione vicina alla Lega. E. Fracassetti, Dossier Cavour. La morte del primo ministro, “Quaderni Padani. Bollettino a diffusione interna della Libera Compagnia Padana”, 89-90, 2010. []
  27. Gli articoli in cui viene ripreso il contributo di Gramsci sul Risorgimento sono i seguenti: Reguzzoni, Prendere coscienza di come si sta facendo l’unità d’Italia cit.; È spudorata questa sinistra che si scopre nazionalista, ivi, 22 febbraio 2011, p. 9; Reguzzoni, 150 anni: meglio pensare cit. []
  28. 150°? Senza federalismo niente festa, “la Padania”, 8 gennaio 2011, p. 1. []
  29. Paolo Bassi, C’è la crisi, assurdo fermare il paese per la festa del 150°, ivi, 9 febbraio 2011, p. 5. []
  30. Diego Scalvini, Un nuovo Risorgimento sconfiggerà il centralismo, ivi, 17 marzo 2011, p. 10 []
  31. Arrigo Petacco, Il sogno di Cavour si sta avverando, ivi, 13 settembre 2011, p. 1. []
  32. Una rassegna di queste posizioni fu presentata e analizzata da Luca Pes nell’intervento Altri modi di vedere. Borbonici, leghisti e ultracattolici presentato in uno dei laboratori didattici organizzati da storiAmestre: I tris-nipoti raccontano. Un itinerario didattico per i 150 anni dall’Unità d’Italia, Mestre 28 marzo 2011. Una panoramica di questa produzione in Maria Pia Casalena, Controstorie del Risorgimento: dal locale al nazionale (2000-2011), “Memoria e ricerca”, 40, 2012, pp. 164-182. []

Lascia un commento