In linea da: 20/06/2014

Avvisi per i posteri. Dalla Prima guerra mondiale. 8

di Marco Toscano

Ottavo appuntamento con le letture del nostro amico Marco Toscano intorno alla prima guerra mondiale, e alla guerra in generale.

Cari di storiAmestre,

togliendolo dalla sua custodia di cartone, ho pensato: ecco un libro del Sessantotto italiano, e non solo per la data in cui fu pubblicato. Plotone di esecuzione, di Enzo Forcella e Alberto Monticone (Laterza, Bari 1968) raccoglie 166 sentenze su circa centomila emanate da tribunali militari italiani durante la guerra. Era la prima volta che la storiografia si occupava a fondo dell’argomento. Prima di allora, come scrive Enzo Forcella nel saggio premesso alle sentenze intitolato Apologia della paura, nessuno voleva parlarne, accettando il mito della guerra che finalmente «realizza l’unificazione morale del paese malgrado la sua persistente e profonda spaccatura sul piano politico, economico e sociale». La guerra, così diceva il mito, aveva trasformato i soldati in eroi: peccato che questa qualifica fosse stata elaborata da una “minoranza” attraverso monumenti, lapidi e medaglie al valore «senza chiedere il parere degli interessati» (Forcella, p. XIV). 

In tre anni e mezzo di guerra ci furono 350mila processi: almeno il 6% delle truppe fu oggetto di denuncia ai tribunali militari italiani, in gran parte per diserzione (oltre 160mila); condannati 101.665, cioè il 62,6% dei processati. La maggior parte dei disertori, oltre 160mila, perlopiù tra la primavera del 1917 e la primavera del 1918, erano soldati «che si allontanavano da reparti arretrati, in riposo, e, più raramente, di nuova costituzione». Il secondo reato in ordine d’importanza è l’indisciplina (24.500 condanne). Circa 10mila infine le condanne per mutilazione volontaria, messa in atto «nella maggioranza dei casi […] dai più sprovveduti fra i soldati, spesso contadini analfabeti che adoperavano i metodi più rozzi per menomarsi, con conseguenze talora altamente drammatiche» (Monticone, p. 339): «Timpani forati con i chiodi, cecità procurate spalmandosi negli occhi secrezioni blenorragiche, ascessi ottenuti con iniezioni sottocutanee di benzina petrolio piscio, mani mozzate con colpi di vanghetta o stritolate sotto grossi massi, colpi d’arma da fuoco sparati a bruciapelo alle mani o ai piedi» (Forcella, p. XVIII). Oltre 4mila le condanne a morte, di cui 750 eseguite; centinaia (difficile dire quante) le esecuzioni sommarie. In questo modo si avverò l’augurio di un interventista come Guido Dorso (in seguito noto antifascista) che due mesi prima dell’entrata in guerra aveva auspicato l’avvento di «una minoranza audace e geniale che trascinerà per la gola questa turba di muli e di vigliacchi a morire da eroi o a vincere da trionfatori» (cit. in Forcella, p. XIV).

«Basterebbe una sola fucilazione per mettere a nudo la sostanza autoritaria sulla quale poggia il preteso consenso delle masse combattenti» (Forcella, p. XVI). Le decimazioni, cioè le esecuzioni di soldati estratti a sorte, non furono molte, ma la minaccia della decimazione contribuì «a definire un clima» (Monticone, p. 451), come del resto la mitraglia alle spalle dei soldati spinti all’attacco. La circolare del generale Cadorna del 28 settembre 1915 era chiara: «ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto prima che si infami dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato freddato da quello dell’ufficiale» (cit. in Monticone, p. 450n). L’Italia ha «il primato nelle esecuzioni capitali a seguito di sentenze dei tribunali militari» (Monticone, p. 455n).

Per la scheda sceglierò una condanna emessa da un tribunale militare per l’ammutinamento della brigata Catanzaro, la notte dal 15 al 16 luglio 1917, su cui sono comparsi nel frattempo parecchi studi. Ecco come viene presentato l’episodio nel libro: «L’ammutinamento della brigata Catanzaro (141° e 142° regg. fanteria) fu uno dei più gravi episodi di rivolta di tutta la guerra. Nel corso della sparatoria notturna furono uccisi due ufficiali e nove soldati, feriti altri due ufficiali e 25 soldati. Al mattino del 16 luglio, placatosi l’ammutinamento, furono senz’altro fucilati 16 soldati arrestati con le armi cariche e le canne ancora calde per gli spari. Si procedette inoltre alla decimazione della 6a compagnia del 142° reggimento, ammutinatasi in massa: furono così fucilati altri 12 soldati. Seguirono poi regolari procedimenti davanti ai tribunali di guerra» (p. 236, in nota).

Ringraziando per l’attenzione, vi saluta il vostro Marco Toscano

La rivolta della Catanzaro, da Plotone di esecuzione

C. F., della provincia di Chieti, anni 20, celibe, incensurato; L. P., della provincia di Bari, anni 27, ammogliato con prole; P. L., della provincia di Bari, anni 21, fornaio, celibe, analfabeta, incensurato; S. O. della provincia di Macerata, 21 anni, celibe, incensurato; tutti soldati nel 141° e nel 142° fanteria; condannati alla pena di morte mediante fucilazione nel petto per rivolta, come agenti principali; C. L. della provincia di Firenze, 22 anni, operaio, celibe, incensurato, e F. A., della provincia di Foggia, 21 anni, carrettiere, celibe, incensurato; soldati negli stessi reggimenti, condannati a 15 anni e 10 mesi di reclusione militare per complicità nella rivolta. Tribunale militare di guerra del VII corpo d’armata. Zona di guerra, 1 agosto 1917. Sentenze di morte eseguite nel settembre dello stesso anno. […]

La notte tra il 15 e il 16 luglio, una gravissima rivolta sorse nei reggimenti 141° e 142° di fanteria costituenti la brigata Catanzaro, i quali avevano avuto l’ordine di partire da S. Maria la Longa per la linea.

I primi colpi di fucile e le agitazioni incomposte dei soldati partirono dai baraccamenti del 141°, ma quasi subito il movimento si estese anche a quelli del 142°; la rivolta perciò si manifestò in modo impressionante e raggiunse il suo culmine verso la mezzanotte essendo stata messa in azione dai ribelli anche qualche mitragliatrice contro le truppe d’ordine, che giusta le previdenti disposizioni dei superiori comandi erano state dislocate opportunamente per impedire che i rivoltosi dilagassero nei vicini abitati, come sembrava fosse loro obbiettivo.

Ne sorsero conflitti per i quali rimasero uccisi, vittime del loro dovere, il tenente P. R. e il carabiniere B. F., e feriti diversi ufficiali e uomini di truppa.

La rivolta fu totalmente domata verso le ore quattro. Risulta dalla relazione in atti e dalle deposizioni dei testi assunti in giudizio che la rivolta era stata concertata in precedenza fra gli elementi facinorosi dei due reggimenti.

I militari comparsi oggi in giudizio debbono rispondere del reato di rivolta, ed essendo stata la loro reità chiarita più rapidamente per maggiori elementi di accusa da loro stessi e dai denuncianti forniti, fu ritenuto opportuno portarli senza indugio al dibattimento senza attendere la definizione dell’istruttoria necessariamente più lunga, riflettente i numerosissimi altri indiziati, dei quali alcuni anche latitanti. Passando ad esaminare partitamente la posizione dei singoli imputati, si osserva in ordine al C. F., come mentre il tenente P. si sforzava di tenere a bada un gruppo di una quarantina di uomini l’accusato piombasse tra di essi gridando «fuoco! fuoco!»; l’ufficiale lo afferrò per il collo, e gli strinse il fucile, che dovette tosto lasciare perché ancora scottante; di ciò approfittò il soldato per sottrarsi alla stretta dell’ufficiale, il quale però fu sollecito a strappargli il piastrino di riconoscimento, che appariva attraverso la giubba sbottonata per modo che si poté senza alcun dubbio identificare il colpevole nella persona dell’odierno accusato.

Per quanto riguarda il L. P., la prova della sua partecipazione alla rivolta si sussume da una lettera da lui scritta alla propria moglie ed intercettata dalla censura, nella quale egli confessa di aver preso parte attiva alla rivolta, e si vanta di aver ucciso un carabiniere, dopo averlo maltrattato ripetutamente col calcio del fucile; onde per questa sua confessione è stata a lui addebitata oltre la partecipazione alla rivolta anche l’uccisione del carabiniere.

Il C. L., lo S. O. e il F. A. hanno in lettere da loro spedite, e dalla censura sequestrate, descritta la rivolta con frasi tali da non lasciare dubbio sulla partecipazione alla rivolta stessa («Si è fatta la rivoluzione»; «abbiamo fatto sciopero … da qualunque parte noi facevamo fuoco»; «alla Brigata Catanzaro abbiamo fatto una rivolta» e manifestano poi, tutti propositi di diserzione al nemico).

Infine il P. L. è indiziato perché quando, la mattina dopo, il reggimento iniziò la marcia di trasferimento, egli si rivolse contro i conducenti delle automitragliatrici, che accompagnavano il reparto, per mantenere la disciplina e prevenire nuovi disordini, gridando quasi in preda a morboso furore «Vigliacchi, ci avete traditi!».

Il L. P. asserisce che quando scrisse la lettera era in istato di ubriachezza: ma ciò devesi escludere pel tenore della lettera stessa la quale dà una descrizione precisa dei dolorosi avvenimenti di quella sera, sebbene per quanto riguarda l’uccisione del carabiniere sorga il dubbio al Tribunale che l’imputato, abbia voluto attribuire a se stesso l’infame uccisione del povero milite per un sentimento perverso di vanagloria. Risulta invero dalla deposizione del capitano dei RR. CC. T. che il carabiniere B. è stato ucciso in condizioni di fatto del tutto diverse da quelle accennate dall’accusato nella lettera.

Ma se è da porsi in dubbio che egli abbia ucciso il carabiniere, è certo invece per il tenore della lettera e per la malvagità di cui ha dato prova anche semplicemente vantandosi di un sì nefando delitto non suo, che egli prese parte cosciente e attiva alla rivolta, di cui l’uccisione del carabiniere fu un episodio.

Il naufragio dell’alibi tentato dai predetti accusati, le varie loro contraddizioni ed infine il tenore delle loro lettere convincono il Tribunale che essi attivamente parteciparono alla rivolta, sia pure in grado e con responsabilità diversa.

Nota. Tratto da Enzo Forcella, Alberto Monticone, Plotone d’esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza, Bari 1968. Il volume è composto dal saggio di Enzo Forcella, Apologia della paura, pp. IX-LXII; da una antologia di sentenze, pp. 3-409; dal saggio di Alberto Monticone, Il regime penale nell’esercito italiano durante la prima guerra mondiale, pp. 413-533 (cifre e dati alle pp. 437-455). In un profilo-ricordo scritto nel 1999, lo storico Guido Crainz ha scritto che Plotone d’esecuzione fu il vero Sessantotto di Forcella (scomparso appunto nel ’99): «bisogna aver fatto il liceo nei primi anni Sessanta (o – peggio – negli anni Cinquanta) per capire davvero come suonasse dissacrante quella sua Apologia della paura che apre il libro. Plotone d’esecuzione segna, come è noto, una grande rottura storiografica: fa epoca, costituisce cesura, infrange l’oleografia mitica della “guerra patriottica”» (Guido Crainz, Il percorso intellettuale di Enzo Forcella, “Annale Irsifar”, 1998 [ma stampa 1999], pp. 95-107, la cit. pp. 101-102). (m.t.)

Le puntate precedenti:

7. Emilio Lussu, Un episodio di decimazione 

6. Corina Corradi, La scena si faceva sempre più spaventosa

5. Helena M. Swanwick, Il senso dell’onore è causa di guerre 

4. Romain Rolland, Ciascuno ha il suo Dio e combatte quello degli altri

3. Guglielmo Ferrero, Cesarismo, burocrazia, esercito

2. Bertha von Suttner, La storia insegna l’ammirazione per la guerra

1. Kurt Tucholsky, Una lettera ai posteri

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