In linea da: 13/06/2014

Avvisi per i posteri. Dalla Prima guerra mondiale. 7

di Marco Toscano

Settimo appuntamento con le letture del nostro amico Marco Toscano intorno alla prima guerra mondiale, e alla guerra in generale.

Cari di storiAmestre,

ho ripreso in mano e riletto Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, accorgendomi per la prima volta che il protagonista del libro è il cognac. Mio nonno mi raccontava che gli davano roba forte da bere in grandi dosi prima dell’attacco alla baionetta. Perché?, chiedevo io. Perché non riesci ad ammazzare un uomo a sangue freddo, mi raccontava; e poi passavano i preti in trincea, a benedire e a cancellare i peccati al momento dell’assalto. 

Pensavo a questo quando ho letto quello che un tenente colonnello – famiglia piemontese di militari – dice a Lussu più o meno all’inizio del libro: “Io mi difendo bevendo. Altrimenti, sarei già al manicomio. Contro le scelleratezze del mondo, un uomo onesto si difende bevendo. È da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! È orribile! È per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall’altra”. Alla domanda se avesse mai ucciso qualcuno con le sue mani, Lussu risponde “Io spero di no”. Il tenente colonnello riprende: “Io, nessuno. Già, non ho visto nessuno. Eppure se tutti, di comune accordo, lealmente, cessassimo di bere, forse la guerra finirebbe. Ma se bevono gli altri, bevo anch’io”, eccetera. In un altro punto del libro – un passaggio che si trova spesso nei libri e nelle antologie per la scuola –, Lussu racconta di avere nel mirino un ufficiale austriaco che si sta accendendo una sigaretta, ma rinuncia a sparare, perché si rende conto di avere di fronte un uomo; Lussu era un ufficiale e interventista (“facevo coscientemente la guerra, e la giustificavo moralmente e politicamente”), il suo dilemma era questo: “Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo, così, è assassinare un uomo. […] così… un uomo solo… io non sparo”.

Per questa scheda non sceglierò un brano sul cognac (e ce ne sono tanti), ma il racconto di una decimazione, verso la fine del volume. L’episodio è il seguente: una mina austriaca distrugge le trincee italiane e seppellisce i reparti che le presidiavano; la posizione è occupata dagli austriaci; alle spalle, l’artiglieria italiana apre il fuoco colpendo sistematicamente i propri reparti ricoverati in grandi caverne (“La stessa terra tremava sotto i nostri piedi. Quello non era tiro d’artiglieria. Era l’inferno che si era scatenato”); una compagnia italiana al riparo dentro una grotta scavata male, “stordita da un martellamento ininterrotto, soffocata dal fumo degli scoppi, priva del suo comandante” e terrorizzata dalla volta che sembrava “crollare da un momento all’altro e schiacciarli tutti”, esce all’improvviso all’aperto e si rifugia in un avvallamento; il maggiore (che aveva già bevuto da solo una bottiglia di cognac “e aveva mandato in giro tutto il comando del battaglione per trovarne una seconda”) vede un ammutinamento (ce n’era stato uno poco tempo prima al grido di “Abbasso la guerra”), esce dalla sua caverna e ordina la decimazione; la compagnia viene messa in riga; l’aiutante maggiore sceglie un soldato su dieci; alle obiezioni di un capitano sul fatto che non si trattava di un ammutinamento di fronte al nemico, il maggiore rivendica il diritto di essere “arbitro della vita e della morte dei soldati posti sotto il mio comando, se infrangono la disciplina di guerra”, e si appella alle disposizioni del generale Cadorna; intanto venti soldati sono messi sull’attenti per l’esecuzione; il capitano si rifiuta di comandare il plotone di esecuzione per motivi di regolamento (era comandante di compagnia, non di plotone). Qui il maggiore punta una pistola sul capitano e gli ripete l’ordine: ed è a questo punto – non dimentichiamo che tutto avviene mentre infuriano i colpi di artiglieria – che comincia la mia breve scheda. 

Un anno sull’altipiano fu scritto tra il 1936 e il 1937 in un sanatorio svizzero, dove l’autore era ricoverato per curare una grave malattia polmonare contratta in carcere e al confino per antifascismo: evaso da Lipari, si era rifugiato in Francia, dove aveva contribuito a fondare Giustizia e libertà. Lussu ricorda che non avrebbe mai scritto il libro “senza le insistenze di Gaetano Salvemini”, che presumibilmente ne fu il primo lettore. Il testo uscì a Parigi per le Edizioni Italiane di Cultura nel 1938, e in Italia per Einaudi dopo la Liberazione, nel 1945. La vicenda è ambientata nell’altipiano di Asiago tra il giugno 1916 e il luglio 1917. È noto che Un anno sull’altipiano ispirò il regista Francesco Rosi per il suo film Uomini contro (1970).

Ringraziandovi ancora per l’attenzione, vi saluta il vostro

Marco Toscano

Un episodio di decimazione, di Emilio Lussu

– Insomma, – gridò il maggiore, puntando nuovamente la pistola sul capitano, – lei eseguisce o non eseguisce l’ordine che io le ho dato?

Il capitano rispose:

– Signor no.

– Non lo eseguisce?

– Signor no.

Il maggiore ebbe un attimo di esitazione e non sparò sul capitano.

– Ebbene, – riprese il maggiore, – ordini che un plotone della sua compagnia passi in riga.

Il capitano ripeté l’ordine al sottotenente comandante il I° plotone della 6a. In pochi minuti, il plotone uscì dalla caverna e passò in riga. Il sottotenente ricevette dal maggiore, e lo ripeté ai suoi soldati, l’ordine di caricare le armi. Di fronte, immobili, stupiti, i venti guardavano.

Il maggiore ordinò di puntare.

– Punt! – ordinò il tenente.

Il plotone si mise in posizione di punt.

– Ordini il fuoco, – gridò il maggiore.

– Fuoco! Ordinò il tenente.

Il plotone eseguì l’ordine. Ma sparò alto. La scarica dei fucili era passata tanto alta, al di sopra della testa dei condannati, che questi rimasero al loro posto, impassibili.

Se vi fosse stato un concerto fra il plotone e i venti, questi si sarebbero potuti gettare a terra e fingere d’essere morti. Ma, fra di loro, non v’era stato che uno scambio di sguardi. Dopo la scarica, uno dei venti sorrise. L’ira del maggiore esplose irreparabile. Con la pistola in pugno, fece qualche passo verso i condannati, il viso stravolto. Si fermò al centro e gridò:

– Ebbene, io stesso punisco i ribelli!

Egli ebbe il tempo di sparare tre colpi. Al primo, un soldato colpito alla testa stramazzò al suolo; al secondo e al terzo, caddero altri due soldati, colpiti al petto.

Il capitano Fiorelli aveva estratto la pistola:

– Signor maggiore, lei è pazzo.

Il plotone d’esecuzione, senza un ordine, puntò sul maggiore e fece fuoco. Il maggiore si rovesciò, crivellato di colpi. 

Nota. Tratto da Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano (1945), introduzione di Mario Rigoni Stern, Einaudi, Torino 2000: la citazione del tenente colonnello, p. 37; l’episodio dell’ufficiale austriaco, pp. 136-138 (le citazioni pp. 136 e 138); l’episodio della decimazione, pp. 194-200. (m.t.)

Le puntate precedenti:

6. Corina Corradi, La scena si faceva sempre più spaventosa

5. Helena M. Swanwick, Il senso dell’onore è causa di guerre 

4. Romain Rolland, Ciascuno ha il suo Dio e combatte quello degli altri

3. Guglielmo Ferrero, Cesarismo, burocrazia, esercito

2. Bertha von Suttner, La storia insegna l’ammirazione per la guerra

1. Kurt Tucholsky, Una lettera ai posteri

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