In linea da: 07/11/2013

Albert Camus ha cent’anni (1913-2013)

a cura di Alessandro Bresolin

Il centenario di Albert Camus (che cade precisamente il 7 novembre 2013) ha suscitato anche in Italia un gran numero di iniziative e di pubblicazioni. Il nostro amico Alessandro Bresolin, che da tempo è impegnato a studiare e divulgare gli scritti e il pensiero di Camus, ha curato un’antologia di scritti e realizzato una monografia, entrambi in uscita in questi giorni. Su gentile concessione degli editori, pubblichiamo uno dei brani dell’antologia (pubblicata da Castelvecchi) e l’introduzione allo studio monografico (pubblicato dalle Edizioni Spartaco).

1. Come essere felici in un mondo assurdo

Da parte mia, qui come ovunque, credo solo alle diversità, non all’uniformità.

Albert Camus

Negli ultimi vent’anni è frequente leggere o sentir dire che il pensiero di Albert Camus è attuale. Non era così quand’era in vita, e non lo è stato per molti anni dopo la sua morte. Ma sostenere che il suo messaggio è attuale può essere fuorviante se lo si vuol ridurre a un moralista solitario o a un critico delle derive del marxismo e dei regimi dell’Est. Come sostiene la figlia Catherine, che gentilmente ha concesso un’intervista per chiudere questo saggio, Camus era tra quelli che interrogano e parlano direttamente all’uomo e per questo noi oggi continuiamo ad interrogarci sul senso del suo messaggio, che metteva profondamente in discussione la società in cui viveva, quella francese ed occidentale.

A Camus, tubercolotico a diciassette anni, è capitato di vivere costantemente in stato di malattia e di conflitto: nato durante la Prima Guerra mondiale, a ventitré anni fu spettatore di quella di Spagna, sua seconda terra natale; subito dopo, la Seconda Guerra mondiale fino ai suoi trentadue anni; la guerra fredda e la minaccia nucleare a partire dalla fine degli anni Quaranta e infine il tragico conflitto in Algeria, dal 1954 alla sua morte. Non essendo un autore sistematico, il suo pensiero e il suo agire politico vanno rintracciati e ricostruiti a partire dai suoi saggi, dai suoi articoli, dai suoi appelli pubblici e dalla testimonianze dei suoi amici e dei suoi compagni: vi si troverà in primo luogo un atteggiamento di costante diffidenza, dopo la sua fuoriuscita dal Partito comunista, nei confronti della politica intesa come sistema partitocratico, fondato cioè sui movimenti politici di massa. 

I temi di interesse costante nella sua vita oltre alla politica in se stessa furono l’Europa, l’Algeria, il Mediterraneo. Argomenti distinti, ma legati tra loro e che certo sono ancora attuali. Camus era tra coloro che credono che la Storia non sia quella costruita dai libri, ma quella che si vive. La sua posizione di fronte ad essa infatti è quella di un testimone: siamo ciò che viviamo, e di questo dobbiamo testimoniare. La storia della sua vita è quella di chi vede colare a picco il proprio mondo per l’incapacità di rigenerarsi, di riformarsi, di accettare in poche parole la realtà delle cose e trovare un equilibrio. Costruire, creare, rinascere, sono verbi che lo scrittore franco-algerino usava di frequente, contrapponendoli sia a conservare che a rivoluzionare. In un mondo che diventa incomprensibile, in cui lo slogan si sostituisce al dialogo, in cui i conflitti si susseguono con intensità crescente, il suo messaggio ci dice che la possibilità di costruire una società vivibile per tutti esiste. A patto di osare il cambiamento, perché la società è in perenne trasformazione, e il mancato adeguamento delle istituzioni alla realtà causa malesseri sempre più profondi: «Ma la storia è sempre in movimento e i popoli si evolvono insieme ad essa. Non esiste una situazione storica definitiva. Chi non vuole adattarsi al ritmo delle sue variazioni deve rassegnarsi a restare indietro. Per aver ignorato queste verità elementari, la politica francese in Algeria è sempre in ritardo di vent’anni sulla situazione reale» [Albert Camus, Le Malaise politique, in Actuelles III. Chroniques algériennes 1939-1958, ora in Albert Camus, Œuvres complètes, IV, 1957-1959, Gallimard, Paris 2008, p. 345].

Quel ritardo fece della sua causa per un’Algeria libera e democratica, costruita all’interno di un processo civile di decolonizzazione, una causa persa. Ma spesso proprio le cause perse e la non risoluzione dei quesiti che ponevano sono alla radice dei problemi di chi viene dopo. Nell’ultimo capitolo de La Gioventù assurda, intitolato “La comunità che non abbiamo”, Paul Goodman riprende una tesi dello storico-sociologo-antropologo americano Benjamin Nelson, teorico dello studio comparativo delle civiltà, secondo il quale l’utilità e il senso della storia è quello di riscattare dall’oblio le cause perse del passato. Una causa persa molto spesso riflette l’esigenza mancata, e quindi frustrata, di un cambiamento, di una trasformazione sociale. 

Partendo da questa premessa, indagare le cause perse della storia a cosa e a chi serve? Ai giovani, si risponde Goodman: «Sono del parere che, quando mutamenti sociali fondamentali non avvengono al momento giusto, le generazioni successive sono imbarazzate e disorientate dalla loro mancanza […]. Il cumulo delle rivoluzioni mancate o compromesse dei tempi moderni, con le ambiguità e gli squilibri sociali conseguenti, ricade soprattutto sulla gioventù, rendendole difficile crescere» [Paul Goodman, La Gioventù assurda. Problemi dei giovani nel sistema organizzato, Einaudi, Torino 1964, p. 207].

Le parole chiave di questo libro potrebbero essere: Algeria, anarchia, appartenenza, colonialismo, decolonizzazione, Europa, federalismo, Francia, guerra, Italia, nazionalismo, pace, socialismo, Spagna, giustizia e libertà. Ma anche comunità, quella che non abbiamo.

Le sfumature del pensiero anti-dogmatico, universalista e cosmopolita di Camus, al di là delle ideologie, non si confanno a chi è abituato a dividere il mondo in bianco e nero, noi e loro, comunisti e fascisti, occidente e oriente, terre di cristianesimo e terre d’islam. Il suo pensiero si leva contro i manichei di ogni sorta, proteso non a giustificare un’ideologia o una guerra, ma a cercare di capire come evitare la guerra, come lenire, se non guarire, le malattie, e a come essere felici in un mondo assurdo.

[Tratto da Alessandro Bresolin, Camus. L’unione delle diversità. Il lascito umano e politico di un uomo in rivolta, con un’intervista inedita alla figlia Catherine, Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere 2013, pp. 5-8.]

2. Albert Camus, Intervista a «Servir» (20 dicembre 1945)

Ciò che colpisce i lettori delle cronache che le vengono dedicate, è di trovare il suo nome associato spesso a quello di Jean-Paul Sartre, come se lei fosse un discepolo del filosofo esistenzialista. Ora, Lo straniero è ben lontano dai racconti sartriani; lo stesso vale per Il mito di Sisifo, dove lei critica…

Dove, precisamente – m’interrompe Camus – critico la filosofia esistenzialista. In verità pochissimi sanno con esattezza cos’è l’esistenzialismo. Così si spiegano molte cose. Tutto quello che posso dire, da parte mia, è che:

1 – Non sono un filosofo. Non credo abbastanza alla ragione per credere a un sistema. Ciò che m’interessa, è sapere come bisogna comportarsi. E, più precisamente, come ci si può comportare quando non si crede né in Dio né nella ragione.

2 – L’esistenzialismo ha due forme: una, con Kierkegaard e Jaspers, sfocia nella divinità attraverso la critica della ragione; l’altra, che chiamerei l’esistenzialismo ateo, con Husserl, Heidegger e Sartre, sfocia anch’esso in una divinizzazione, ma che è semplicemente quella della Storia, considerata come l’unico assoluto. Non si crede più in Dio, ma si crede nella Storia. Da parte mia, capisco bene l’interesse della soluzione religiosa, e percepisco l’importanza della Storia in modo molto particolare. Ma non credo né all’una né all’altra, in senso assoluto. Ci penso e m’infastidirebbe molto d’essere costretto a scegliere in modo assoluto tra sant’Agostino e Hegel. Ritengo che debba esserci una verità sopportabile tra i due.

La lettura di numerosi articoli che ha scritto per «Combat» dà l’impressione che tra le sue preoccupazioni essenziali ci sia il problema arabo: lei è uno dei pochi in Francia a definirne i termini, il che ha suscitato numerose speranze negli ambienti musulmani. Potrebbe precisare per i nostri lettori in quale percorso bisognerebbe impegnarsi per arrivare a una vera politica franco-araba feconda e creatrice?

Sarebbe troppo lungo parlarne. Diciamo solo che se la Francia è ancora trattata con dei riguardi, non è per il suo glorioso passato – la gente oggi se ne infischia delle glorie passate – ma perché è una potenza araba, una verità che novantanove francesi su cento ignorano. Se la Francia non concepisce, nei prossimi anni, una grande politica araba, essa non ha più futuro. Una grande politica, per una nazione impoverita, non può che essere una politica esemplare. Ho solo una cosa da dire a questo proposito: la Francia faccia radicare realmente la democrazia nel mondo arabo e avrà con sé non solo l’Africa del Nord, ma anche tutti i Paesi arabi che tradizionalmente sono a rimorchio di altre potenze. La vera democrazia è un’idea nuova nei Paesi arabi. Per noi, varrà quanto cento eserciti e mille pozzi di petrolio.

Da dove viene questo attaccamento profondo per l’Africa del Nord, condiviso insieme a lei da molti di noi che sono stati portati in quella regione dagli eventi della guerra?

Ci sono nato, è un grande Paese dalle forze intatte. Lontano dal suo cielo, mi sento sempre un po’ in esilio. Mi capirà, dal momento che lo conosce anche lei.

Il giornale «Combat» ha chiesto spesso al governo e ai partiti di definire in modo netto la politica che ritengono più auspicabile per la Francia. Allora mi permetto di chiederle se vuole spiegarmi, a sua volta, la sua posizione.

«Combat» nel suo momento ha definito una posizione politica. Nonostante le apparenze, siamo modesti. La nostra generazione ci metterà dieci anni per creare le proprie formule; mi auguro che ci riesca e io lavorerò al mio posto; altrimenti non nascondo che la mia simpatia andrà a quei partiti che, tradizionalmente, difendono i lavoratori di ogni specie.

Da qualche tempo ha rinunciato alla sua attività giornalistica. Posso chiederle il motivo?

I miei motivi mi sembrano buoni.

Il successo della sua ultima opera teatrale Caligola mi spinge ad affrontare un altro argomento. I critici parlano continuamente di un teatro filosofico. È d’accordo con loro?

Il mestiere del critico consiste nel trovare delle definizioni. Quello degli scrittori è di comporre delle opere. È impossibile che le due cose coincidano sempre.

Lei pensa che anche il suo teatro abbia un «messaggio», come si dice oggigiorno, da dare agli uomini? In caso affermativo, qual è questo messaggio?

Non mi sono mai preso per Cristo. La mia salute è buona, la ringrazio.

Tra tutte le sue attività, so che ce n’è una di cui non vuole parlare, quella nella Resistenza. Ci tengo comunque, per concludere, a chiederle un ricordo di quell’epoca.

Dimenticate dunque la Resistenza. Spazientisce quelli che non l’hanno conosciuta, e i più non sono sopravvissuti. Tutto quello che possiamo dare loro, è il silenzio e la memoria.

Ancora un’ultima parola sulle conclusioni che può formulare sullo stato d’animo politico e morale che, dall’estate 1944, si è delineato in Francia e nel mondo.

La Francia e il mondo dal 1944? Nel 1960, potremo esprimere un giudizio che avrà una o due possibilità su cento di essere equo. Da qui ad allora, che i francesi siano pazienti con la Francia, e la Francia paziente con il mondo; è l’auspicio più rivoluzionario che possa formulare.

[Tratto da Albert Camus, Calendario della libertà, a cura di Alessandro Bresolin, Castelvecchi, Roma 2013, pp. 39-42; il testo originale si può leggere in Albert Camus, Œuvres complètes, sous la dir. de Jacqueline Lévi-Valensi, II, 1944-1948, pp. 659-661.]

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