In linea da: 24/07/2013

Il 25 luglio 1943 a Venezia

a cura di redazione sito sAm

Il 15 giugno 1934 una piazza San Marco gremita acclamava Mussolini e Hitler. Coreografia di regime? Senz’altro, ma non solo: anche consenso di massa e conformismo. Nove anni dopo, il 26 luglio 1943, nella stessa piazza si svolsero manifestazioni per festeggiare la caduta di Mussolini che, contrariamente alla catastrofe che ne sarebbe seguita, sembrava alimentare ogni speranza. Di questultima giornata presentiamo tre documenti: un brano del diario di Franco Calamandrei che in quel periodo viveva a Venezia (lavorava all’Archivio di Stato); la cronaca pubblicata dalla “Gazzetta di Venezia” del 26-27 luglio 1943; un ricordo di Armando Gavagnin – pubblicato per la prima volta negli anni Cinquanta – che aveva già alle spalle quattro anni di carcere per antifascismo.

Non bastano scene di felicità a cancellare anni di passività e di silenzi: e la libertà è una pratica che va costruita nei rapporti sociali. Alcuni in quella giornata ci provarono.

1. Dal diario di Franco Calamandrei

26 luglio – Venezia

Pochi minuti dopo le sei dal mio letto dove ormai mi tiene solo il dormiveglia odo come in sogno giù nella calle, sotto la finestra, una voce virile gridare: – Cittadini, Mussolini non c’è più, Badoglio è capo del governo – nel silenzio dell’alba. Salto dal letto, spalanco i battenti, guardo già e vedo nell’umido chiarore sciroccale del crepuscolo l’uomo che guarda verso di me, attirato dal rumore che ho fatto aprendo, mentre un passante si è fermato e lo guarda perplesso. Il banditore ripete il suo grido, aggiungendo che alle 9 tutti si sia in piazza per dimostrare. La sua voce ha qualcosa di commosso e di ilare, e insieme di incerto, come di chi si provi a un linguaggio insolito. Io non so far altro, per manifestare il mio giubilo, che battere le mani una contro l’altra. Apro la porta della camera, e la padrona di casa, il marito, il figlio bambino entrano e insieme ci congratuliamo. Mi lavo e vesto rapidamente. Intanto si sente il banditore che continua il suo giro per le calli vicine, e finestre che si spalancano, voci che rispondono, si muovono a sorpresa, ma come intirizzite ed incredule; le voci femminili sono le più pronte, più generose e più facili. Esco. I passanti si guardano l’un l’altro in volto, e sorridono, come ragazzi di una burla che ancora non si sa se andrà impunita. Le donne nelle file sono più vive e animate, già si levano improperi individuali a Mussolini. […]

Usciamo con Gasperi e Bacci e incontrato Sassu ci spingiamo fino a Campo S. Margherita dove si dice abbiano assalito la Casa Littoria. Nel Campo troviamo molta animazione, ma nessun segno di violenza. Torniamo. Un soldato, incrociandoci, ci fissa con un sorriso così raggiante che c’è tutto il suo cuore contento, tutte le parole che vorrebbe dire: è un richiamato, è anziano, la famiglia lontana, qui non conosce nessuno, certo, e spera di tornare a casa, ora. Andiamo da Spina, il trattore, e ci congratuliamo. Spina dice – Bisogna andare calmi. – Ci avviamo verso la Piazza. Già appaiono dovunque bandiere tricolori, alle finestre, e portate da gruppi che sboccano in piazza. La folla si forma, la gente già parla liberamente, recrimina contro il fascismo e Mussolini. Un primo oratore viene levato a braccia e parla: inneggia al Re e a Savoia: evidentemente un questurino. Ma da un’altra parte della piazza l’assembramento si fa più vivo e tutti si riversano là. Gente si abbraccia e si bacia. Uomini piangono. Parla un socialista, un avvocato, noto in città. Inalzato sopra la folla saluta col pugno chiuso e diecine di braccia gli rispondono con lo stesso saluto. Poi viene cantata Bandiera Rossa. L’avvocato parla, la mano gli trema, la voce è coperta dal suono delle campane. Poi è la volta di un ufficiale di marina: inalzato sopra la calle si toglie il cappello e indica l’insegna dell’arma: grandi applausi gli rispondono, scompare. E altri oratori si improvvisano in diversi punti della piazza. I motivi sono gli stessi: – Morte a Mussolini, viva la libertà, il popolo lavoratore, i contadini e gli operai, sono vent’anni che aspettiamo questo giorno, amnistia, viva Matteotti, ecc. ecc. – E in tutte le bocche con un tono che commuove di vocaboli arrugginiti, non adoprati da molto tempo, timidi ancora, non ancora assunti a retorica. […]

Dai balconi della Procuratia di Napoleone altri oratori si mostrano e parlano, e le loro parole si affiochiscono e perdono. Altrove, giù nella piazza, vi sono di quelli, evidentemente questurini, che richiamano la folla alla fedeltà verso i Savoia, propongono di manifestar simpatia al Duca di Genova, intonano la canzone del Piave. Un vecchio, con grande barba fluente, salito su un tavolo da un’altra parte, dopo aver esposto tutte le sue benemerenze personali e familiari, conclude: – Non sono più tollerate tessere, ciondoli e distintivi! – Sopraggiunge Vedova, che ci abbraccia tutti come un ciclone, e poi vola su al balcone, a mostrarsi, a mostrare festante, giocondo, fraterno, la camicia rossa che ha indossato: mi ricorda Dussardier di Flaubert. Ci sediamo al Florian, e viene sorbito da chi un tè, da chi un vermut. Intanto – lo sapremo dopo – colonne di dimostranti vanno alle carceri a chiedere la liberazione dei detenuti politici, al Comune a chiedere le dimissioni del Podestà. Per le Mercerie compaiono affissi compilati e stampati da privati. Uno attira specialmente la gente, che vi si ammassa d’intorno, e i più lontani se lo fanno leggere ad alta voce dai più vicini. È firmato da un Luigi Gatto, processato e condannato – anche questo è stampato nel manifesto – non so quante volte per reati politici. Mussolini vi è chiamato «tiranno, rettile schifoso, ecc.». Una colonna di ragazzi e giovinastri, dietro ad una bandiera, sfila cantando, con accompagnamento di chitarra: – Il tamburo della banda di Affori… – Le vecchie che girano tra la folla, lungo il tumulto, ormai inerti, insensibili, come relitti sui flutti, così corrosi ormai, spolpati che nulla più può mutare per loro. La padrona di casa, a cui il marito per mezzo di una lettera ha ordinato di andare a dormire da un’amica, fuori di casa, perché durante la manifestazione ha abbracciato un uomo in un impulso di gioia. Pomeriggio. In Piazza San Marco si rinnovano i gruppi di manifestanti intorno a bandiere. Un ufficiale della Milizia, seduto con fare provocante al caffè, viene invitato a strapparsi i fasci dalle mostrine: poi lo costringono, e buttati i fasci in una sputacchiera vi sputano sopra. Altri portano in cima a un palo un busto di Mussolini, a bersaglio di proiettili e contumelie. Ma la Polizia e l’Esercito oggi hanno l’ordine di disperdere i manifestanti. Una colonna di guardie di Finanza si schiera a traverso la piazza e carica di corsa la folla: ma sono impacciati e come esitanti. I poliziotti fanno meglio il loro mestiere: arrestano due o tre dei più scalmanati, li portano via ammanettati, tirandoli per i capelli, dando loro palmate in testa; uno, portato via così, grida terrorizzato. Poi lo stesso avvocato di stamattina arringa la folla. Evidentemente egli ha il consenso dell’autorità. Invita il popolo alla calma e all’ordine, promettendo soddisfazione a tutte le sue legittime richieste. La manifestazione si scioglie. La sera, cena in trattoria dei pittori e delle signori intellettuali, brindisi alla Libertà. Coprifuoco. Spari nella notte, rumore di colonne di soldati su dai selciati. 

[Tratto da: Franco Calamandrei, La vita indivisibile. Diario 1941-1947, a cura di Romano Bilenchi e Ottavio Cecchi, prefazione di Romano Bilenchi, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 103-106.]

2. Cronaca pubblicata nella “Gazzetta di Venezia”

Già verso le ore 8 di stamane piazza S. Marco è andata affollandosi di gente d’ogni ceto e categoria, accorsavi per spontanea iniziativa coll’entusiasmo del grande avvenimento che ha commosso ogni cuore.

Dai tre piloni antistanti la basilica sventavano nell’aria luminosa del mattino le bandiere tricolori della patria rinata. Anche tutte le finestre delle Procuratie palpitavano di drappi tricolori.

La folla sorreggeva cartelli di ogni dimensione e d’ogni colore con vibranti scritte inneggianti all’Italia, alla libertà e reclamavano la liberazione dei prigionieri politici.

I membri del Comitato antifascista, da tempo costituitosi nella nostra città come in tutte le altre città d’Italia, riunitisi tempestivamente nella notte al primo annuncio dell’evento, sono accorsi a presiedere l’imponente adunata di popolo. Dal balcone centrale dell’ala napoleonica si sono affacciati successivamente a parlare attraverso un improvvisato megafono di cartone, con parola infiammata e commossa cui spesso interrompevano le grida della folla acclamante, i cari oratori del Comitato suddetto, sorti a interpretare la volontà e il sentimento del popolo tutto nella storia ora che la patria attraversa.

Prende per primo la parola il noto professionista concittadino avv. Enrico Longobardi, che viene fatto salire sul davanzale del balcone. Egli dice: “A nome del Comitato dei partiti antifascisti costituito già da parecchi mesi in Venezia e in tutta Italia, ringrazio il popolo veneziano d’esser convenuto al nostro primo appello, per salutare la caduta del regime che da vent’anni opprime l’Italia”.

Uno scrosciante applauso sale dalla folla che risponde alle parole dell’oratore con grida di vibrante entusiasmo.

Parla quindi l’ing. Luigi Martignoni. “Dopo vent’anni di soprusi e di schiavismo – egli dice – finalmente torna a brillare nel cielo del popolo italiano la libertà. Seguiamo con attenzione gli sviluppi della nuova situazione creatasi con i noti comunicati, e facciamo voti che essa sarà conforme ai desideri del popolo italiano libero e lavoratore. Viva la libertà”.

Nuovi applausi del popolo, che l’interrompe per udire la voce del successivo oratore, l’avv. Giovanni Giavi. “A nome del partito socialista italiano – dice l’avvocato – dichiaro che esso è in linea con tutto il popolo italiano in questo primo passo verso la conquista della libertà. Invito i compagni lavoratori a conservare in questo critico momento la massima disciplina e aver fiducia nei loro capi. Esprimo tutta la nostra solidarietà nei confronti dei perseguitati politici, che nelle carceri e nelle colonie di confino hanno tenuta alta la bandiera. E a nome del partito da me rappresentato ne chiedo l’immediata liberazione. Viva il popolo lavoratore! Viva l’Italia! Viva la libertà!”

Quindi il professor Roberto Aumüller, dopo il saluto all’Italia nuovamente libera, ha presentato al popolo veneziano il dottor Antonio Spongia, redento istriano, che il 4 novembre 1918 ebbe quale presidente del locale Comitato di salute pubblica l’altissimo onore di consegnare la sua città natale di Rovigno d’Istria alle truppe italiane liberatrici.

Dopo aver recato alla cittadinanza il saluto dell’Istria redenta il dott. Spongia ha invitato la popolazione a solennizzare la giornata della libertà col canto del fatidico inno garibaldino “Si scopron le tombe”.

Tra gli oratori ricordiamo ancora l’avv. Gianquinto, che issato in mezzo alla piazza sulle spalle di alcuni cittadini, ha inneggiato alla fine della schiavitù e all’avvenire di libertà e di giustizia che aspetta l’Italia.

Nel corso della manifestazione popolare si sono succeduti altri oratori fra cui l’avv. prof. Florian e l’avv. Cisco che hanno riconfermato l’unanime universale sentimento di gioia e di fermezza patriottica che pervade l’Italia tutta.

La piazza è rimasta affollata ancora per molto tempo mentre si sono avvicendate dovunque nelle vie e nei campi centrali la manifestazioni popolari. Però è stato conservato dovunque un ordine perfetto che se mantenuto fino all’ultimo, costituirà una preziosa collaborazione al benessere di tutti.

Una colonna di popolo si è diretta quindi all’Arsenale per chiedere all’AR il duca di Genova la liberazione dei carcerati politici. Il principe si è mostrato proclive ad accogliere la proposta rivoltagli, quanto spiacente di non poter personalmente esaudirla per il fatto che il potere politico non è stato ancora fuso con quello militare e ha indirizzato quindi i capi del corteo in prefettura dove una commissione ha potuto conferire all’uopo con preside della provincia.

[Tratto da: “Gazzetta di Venezia”, 26-27 luglio 1943, p. 1, riprodotto in La Resistenza nel Veneziano. II. Documenti, a cura di Giannantonio Paladini, Maurizio Reberschak, Università di Venezia – Comune di Venezia Assessorato Affari Istituzionali – Istituto Veneto per la storia della Resistenza, Venezia 1985, pp. 63-65.]

3. Dai ricordi di Armando Gavagnin

Esco di casa, molta gente mi conosce, mi segue, si forma un corteo. Parlo per primo in piazza San Marco, sui tavolini del Florian, e mi par di compiere una cerimonia di riconsacrazione, parlo sul Molo, poi vengo portato fino ai Giardini dalla folla entusiasta che vuol farmi parlare dall’alto del monumento a Garibaldi.

Sulle spalle di compagni, volo al fianco dell’Eroe, parlo, m’inebrio.

Scendo; bisogna pensare ai nostri compagni che sono in carcere. Siamo ai Giardini, è vicino l’Arsenale: andiamo a parlare al duca di Genova, comandante militare marittimo, che in questo momento è il padrone del vapore, perché anche i poteri civili sono passati alle autorità militari.

Difficoltà all’ingresso, presto superate. Si fa avanti l’ammiraglio comandante in seconda. Niente da fare: desidero parlare col duca. Non si può, bisogna dire perché, bisogna vedere. Non mi muovo se non viene il duca. Intanto la folla ci chiama da fuori, grida il proprio entusiasmo. “Viva l’Italia! Viva la libertà!”

Gli arsenalotti accorrono in massa; alle grida esterne corrispondono quelle interne. Viene il duca, livido. Saluta militarmente, contenuto. Poche parole secche; tentenna, non dipende da lui; insisto, molla.

Usciamo. Dai gradini dell’ingresso rendo noto l’esito. Entusiasmo. Ancora a San Marco, a Rialto, mentre una commissione parte per il carcere. Da tutte le parti arrivano compagni, bandiere, ci inonda il sole. In piazzetta dei Leoncini dico le ultime poche parole della giornata.

[Tratto da Armando Gavagnin, Vent’anni di resistenza al fascismo. Ricordi e testimonianze, Comune di Venezia, Venezia 1979, pp. 414-415 (prima ed. Einaudi, Torino 1957).]

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