In linea da: 22/12/2012

Un restauro o un falso storico? Notizie da Sutrio (Udine)

di Anna Di Qual

Torniamo sul tema aperto da Claudio Zanlorenzi sulle scritte di forte Mezzacapo a Mestre. Anna Di Qual abita a Sutrio, un paese in provincia di Udine che – ci racconta la nostra corrispondente – conserva alcune scritte fasciste, ma nel 1944 fu parte del territorio della repubblica partigiana della Carnia. Fu anche luogo di un eccidio commesso da soldati delle SS e della RSI. Vicino a dove ogni anno si commemora quel tragico fatto, un committente privato fa restaurare, con sovvenzioni della Regione, una scritta fascista quasi illeggibile sul muro di una vecchia segheria che dovrà diventare un museo. “Mio padre è tornato da Dachau che pesava quaranta chili e ora si vede quella scritta lì”, dice chi non dimentica. Ma la cronaca di Anna Di Qual riflette anche sul gesto del restauro e sulla filologia. La cancellatura non è anch’essa un segno storico da restaurare? e un restauro che sposta più in alto sul muro di un edificio una scritta e allarga la fascia bianca in cui è inserita, si può chiamare ancora restauro?

Una presenza silenziosa e lontana

Le ho sempre notate le scritte fasciste sui muri del mio paese, Sutrio (Carnia, in provincia di Udine). Non mi hanno mai dato fastidio: così sbiadite le percepivo come la testimonianza di un passato storico lontano. La retorica del regime che ci stava dietro mi sembrava non potesse aver presa; a volte ci ridevo su. Mi chiedevo come la gente avesse potuto credere e riconoscersi in quegli slogan. Alcuni anni fa le avevo fotografate – erano quattro, superstiti solo parzialmente – per “salvarle” da una perdita che pensavo inevitabile, con l’idea di fare prima o poi una piccola ricerca. Mai però avevo ragionato sul loro restauro, fino a una riflessione di Suan.

Una proposta ignorata

Tre anni fa Suan Selenati, all’epoca consigliere comunale di centro-sinistra ad Arta Terme, paese limitrofo al mio, sottopone all’attenzione degli amministratori di Sutrio il problema delle scritte mussoliniane. Precisando la sua distanza ideologica e politica dal fascismo, Suan ragionava sull’opportunità di conservare questi slogan murari riconoscendone il «valore assoluto dell’importanza storica». «Ritengo – scriveva nella lettera indirizzata al comune di Sutrio – che in quanto reperto storico di straordinaria importanza, testimone dell’orientamento politico di una parte della comunità carnica, sia necessario recuperare, vincolare e conservare questa traccia così immediata e viva della storia del nostro popolo». Invitava soprattutto ad un’attenta analisi dei reperti, in modo da evitare «opere di ristrutturazione o riedificazione degli edifici interessati, tali da poter comportare un rischio per i reperti ancora presenti sul territorio, procedendo in futuro, al recupero e alla manutenzione ordinaria degli stessi» (le citazioni sono tratte da g.g., Appello per salvare le scritte fasciste, in «Messaggero Veneto», ed. di Udine, 14 maggio 2009, p. 15).

Un restauro a sorpresa

Nel maggio 2012 vengono tolte le impalcature e i teli protettivi dalla facciata di un edificio in restauro all’ingresso del paese. Si tratta di un’ex segheria, uno degli esempi di archeologia industriale più significativi della zona. Il restauro, su commissione di proprietari privati, è reso possibile da un contributo regionale di 2 milioni e 800 mila euro e ha finalità didattico-museali.

Lo svelamento della facciata suscita un generale stupore perché rende visibile il restauro di uno dei quattro slogan mussoliniani ancora parzialmente superstiti in paese. La scritta dice: «anche con l’opera quotidiana minuta ed oscura si fa grande la patria, Mussolini». La sorpresa è dovuta al fatto che del restauro della scritta non se ne sapeva nulla in paese; la gente non ne era a conoscenza, non se ne parlava. Anch’io resto disorientata: mesi prima mi ero fermata ai limiti del cantiere dell’ex segheria per dare una veloce letta al cartello di cantiere e per guardare l’immagine che presentava la segheria a lavori conclusi: avevo notato che la striscia della scritta non c’era. Spinta dalla curiosità avevo chiesto all’ufficio tecnico del comune di poter vedere i progetti e la relazione progettuale del restauro: in questi non c’era riferimento né attenzione alla scritta fascista né al suo restauro. 

Le reazioni in paese

La reazione del paese di fronte al restauro non è solo di sorpresa. Ci sono posizioni contrastanti. Da un lato c’è il riconoscimento della scritta fascista come segno storico: è storia, il recupero è doveroso, inutile fare polemiche. Dall’altro lato ci sono, invece, contestazioni su più livelli. 

Il restauro della scritta è interpretato come apologia di fascismo. Un ex partigiano sottolinea questo facendomi notare che lo slogan è a pochi metri da un monumento in ricordo delle vittime di un eccidio compiuto da nazi-fascisti nell’estate del 1944, a cui la via è dedicata: «Mi vieni a scrivere su via Martiri della Libertà una scritta di Mussolini? Andiamo, è un controsenso, è una provocazione». O ancora: «Mio padre è tornato da Dachau che pesava quaranta chili e ora si vede quella scritta lì».

Altri invece dicono: «Io sono d’accordo con la scritta, la scritta non è un’apologia del fascismo. È una frase che può essere applicata anche oggi, ma scrivere che l’ha fatta Mussolini, insomma…».

Molti rimarcano la posizione della scritta perché si trova all’ingresso del paese: c’è perplessità perché questa diventi quasi un biglietto da visita di Sutrio. Ci si chiede quale sia la posizione dell’amministrazione comunale in merito: una scritta con tanto di firma di Mussolini a inizio paese non va a toccare anche l’immagine stessa del paese? È previsto un cartello esplicativo sul significato storico del fascismo e della repubblica partigiana della Carnia?

Alcuni sottolineano inoltre che l’intervento di restauro è stato fatto con soldi pubblici; e si chiede se gli stessi finanziamenti, la stessa volontà di restauro e la stessa silenziosa accettazione sarebbero riservati al recupero di scritte o simboli del terrorismo rosso. Altri, invece, evidenziano l’assenza di legame formale-architettonico tra la scritta e l’architettura della segheria: la fabbrica è antecedente al periodo fascista, mentre la scritta – dicono – è una momentanea, imposta e casuale (il primo muro del paese) stratificazione successiva. Scritta ed edificio cioè non rappresentano una concezione unitaria da salvare con il restauro; rivendicano un restauro purista. 

Alcune di queste posizioni sono rimarcate a inizio luglio, durante una riunione dell’ANPI locale, indetta per discutere di questo restauro e per illustrare il programma commemorativo dell’eccidio del 21 e 22 luglio 1944. Partecipano circa una decina di persone. Il segretario dell’ANPI di Tolmezzo riporta la posizione della sede provinciale: è un reperto storico, per cui va recuperato. Contrari invece si mostrano i membri locali. Chiedono al vicesindaco presente quale sia la posizione dell’amministrazione comunale in merito. La richiesta finale è che il comune provveda quantomeno a coprire la scritta con un drappo in occasione delle commemorazioni dell’eccidio 22 luglio, che come ogni anno si svolgeranno a pochi metri dall’ex segheria.

La cerimonia del 22 luglio si svolge senza contrasti. L’invito di coprire la scritta non è accolto. L’amministrazione comunale partecipa con un discorso del sindaco, senza alcun accenno al restauro. L’intervento del segretario dell’ANPI di Tolmezzo dice che la barbarie fascista non potrà essere ripristinata nemmeno da restauri di scritte mussoliniane. I membri ANPI, che avevano partecipato alla riunione e che annualmente sono presenti alla commemorazione, quest’anno non ci sono. Per protesta?


La segheria negli anni 1910

(foto tratta dal fondo Giuseppe Schiava, consultabile online all'indirizzo http://www.sirfost-fvg.org/index.asp, ID foto: 123961)

L'edificio della segheria nel 2008 (foto di Anna Di Qual)


L'edificio della segheria nel luglio luglio 2012 (foto di Anna Di Qual)

       

L'edificio della segheria nel dicembre 2012 (foto Anna Di Qual)

Com’era, dov’era? Restauro o falso storico? Le mie perplessità

Il silenzio con cui è stato gestito questo restauro mi infastidisce: credo che avrebbe avuto senso informare la gente su questa decisione. Ma c’è dell’altro: c’è qualcosa che non mi torna del restauro, anche a livello formale. Sono convinta che non sia stato fatto un restauro filologico. Riprendo in mano le fotografie che avevo fatto qualche anno fa e le metto a confronto con la situazione post-restauro. 

Le mie foto che ritraggono lo slogan da vicino non sono nitide a causa della luce; non riesco (questo anche per la cattiva condizione della scritta) a leggere tutte le parole, soprattutto non vedo la firma di Mussolini. C’era? Si vede chiara però una lacuna. Nel luglio 2012 torno di nuovo al limite del cantiere. Osservo da vicino la scritta per vedere com’è stata trattata quella lacuna: se cioè l’integrazione sia riconoscibile da vicino; non riesco a distinguere differenze tra la parte che era lacunosa e il resto della scritta. La fascia bianca (all’interno della quale c’era la scritta) è stata aumentata a dismisura in altezza. Inoltre, la stessa scritta non è più nel posto originario: prima lambiva il piano delle finestre del primo piano; ora è 15/20 centimetri più in alto.

Resto basita. Non è un’operazione filologicamente scorretta? Il restauro non è un intervento finalizzato a ripristinare il com’era e dov’era? Perché la scritta è stata alzata? Credo la scelta sia stata dettata dal fatto che a fianco di questa facciata è in progetto la costruzione di una struttura in legno. Questa avrebbe nascosto la scritta nella sua posizione originaria; ho conferma di questo a metà dicembre, quando la struttura in legno viene costruita.

La segheria è stata restaurata con finalità didattico-museali. Allora mi chiedo: non sarebbe stato doveroso riprendere la scritta dov’era-com’era e cercare un modo per vederla dall’interno della nuova struttura in legno o da un particolare percorso esterno all’edificio? Non avrebbe questo significato restaurare un segno storico per il suo mero valore storico? Che significato ha questo intervento ex novo? Cos’è diventata ora quella scritta? È ancora un segno storico? O è piuttosto un falso di quel segno? Spostando la scritta cosa si è voluto recuperare? Il solo segno storico o piuttosto messaggio e mittente? 

E ancora mi chiedo che ruolo ha avuto la soprintendenza in questa scelta, se lo ha avuto. Possibile che questa scritta non sia tutelata e vincolata dalla legislazione? Il Decreto Legislativo 42/2000 all’articolo 11 tutela come beni culturali affreschi, stemmi, graffiti, iscrizioni. Non rientrano in questa categoria anche gli slogan mussoliniani? E allora perché l’ex segheria è tutelata e vincolata solo in quanto bene paesaggistico?

Non più lontane né silenziose

Cerco gli anziani del paese, raccolgo le loro testimonianze: voglio sapere quando sono state fatte queste scritte, se ce n’erano delle altre, dove; e quando sono state cancellate, come, per decisione di chi. Non sono più lontane e silenziose quelle scritte ora. Dietro ogni muro, ogni scritta c’è una storia. Una storia personale, di famiglia, anche di appartenenza politica.

Tra le altre mi colpisce la storia di una scritta, oggi leggibile a fatica sulla facciata di una casa disabitata che dà sulla piazza del paese. Era la casa di Antonio Del Negro, su cui fu fatto scrivere – mi raccontano – la scritta più politica, perché Toni era di sinistra: “Coloro che io preferisco sono quelli che lavorano duro secco sodo in obbedienza e possibilmente in silenzio”. Mi dicono che a guerra finita il proprietario provvide a coprire la scritta con una mano di calce. In un archivio fotografico trovo la conferma della cancellazione: una fotografia della casa, datata 1946, mostra la fascia tinteggiata. Quella che pensavo fosse una scritta sbiadita per effetto del tempo, ora scopro che è ricomparsa per effetto del tempo.

Le domande che mi pongo sono due. Se la scritta ha valore storico, non ha valore storico anche la decisione e il gesto di cancellarla? Quale sarebbe in questo caso il segno storico da recuperare? Quale sarebbe un buon restauro?

La casa di Antonio Del Negro (al centro), nel 1946

(foto tratta dal fondo Giuseppe Schiava, consultabile online a partire dall'indirizzo http://www.sirfost-fvg.org/index.asp. ID foto: 122962)

La vecchia casa di Antonio Del Negro, oggi (foto Anna Di Qual)

La vecchia casa di Antonio Del Negro, oggi, dettaglio: la scritta riemersa (foto Anna Di Qual)

La cancellazione delle scritte è un punto su cui le fonti orali che ho raccolto sono discordi. Alcuni dicono che nel dopoguerra il comune diede ordine di cancellare le scritte come ogni altro simbolo del regime, altri invece parlano di un lento degrado e di una definitiva distruzione delle scritte man mano che le case venivano risistemate. 

La contraddizione la trovo sulla stessa scritta, quella che si trovava su una delle ultime case del paese: “Bisogna essere forti prima di tutto nel numero”. La signora che ci abita mi racconta che la scritta era visibile fino al ’76, quando l’hanno tolta con i lavori post-terremoto. Trovo però una foto scattata intorno agli anni Cinquanta che ritrae la casa con la fascia ritinteggiata. Possibile che sia stata ritinteggiata a guerra finita, come alcuni anziani mi raccontano, e che poi sia riemersa col tempo?


 

La casa della scritta "coperta e riscoperta"

(foto tratta dal fondo Giuseppe Schiava, consultabile online a partire dall'indirizzo http://www.sirfost-fvg.org/index.asp. ID foto: 126852)

Sarebbe questo un punto sul quale fare delle ricerche, un punto da studiare. Capire qual è stata la storia di quelle scritte non solo durante il regime, ma anche dopo. Vederle e leggerle come segni storici, e restaurarle come tali.

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