In linea da: 11/12/2012

Minatori del bellunese. Una lettera e due ricordi

di Fabrizio Zabeo

Per tre generazioni, gli uomini della famiglia Boz emigrano dal Bellunese verso la Lorena, dove si sposano con una compaesana. Gli uomini lavorano sotto terra, nelle gallerie delle miniere, le donne pascolano le capre sulla collina. Viaggi di andata e ritorno, famiglie che si ramificano, qualcuno resta in Francia, un altro compera un terreno dove costruirsi una casa a Favaro Veneto, vicino ai lavori di Porto Marghera. Parenti sparsi per il mondo; Mestre, una tappa nelle migrazioni di un famiglia. Nella lettera di Fabrizio Zabeo, una prima risposta alla proposta di ricerca di Giovanni (Franco) Colle sull'armata perduta di Cambise?

Cari amici di storiAmestre,

sono contento che l’orologio di mio nonno abbia suscitato il vostro interesse, e vi ringrazio per la pubblicazione. Ho pensato di mostrarvi quell’oggetto dopo aver letto sul sito di quella ricerca non ancora cominciata sull’emigrazione bellunese verso Mestre: “l’armata perduta” l’avete chiamata.

Come avete potuto leggere, anche Enrico Boz detto Quinto, era un emigrante dal bellunese. Nato nel 1909, emigrò una prima volta in Francia a 18 anni, nel 1927; rientrò in Italia qualche anno dopo, ma poi, nella seconda metà degli anni Trenta (più precisi è difficile: le date variano un po’ nei racconti di famiglia) si stabilisce definitivamente a fare il minatore in Lorena, nel villaggio di Volmerange-les-Mines. “Les Mines”: “le miniere”, il toponimo dice tutto; aveva preso questo nome nel 1920, quando era tornata francese dopo la prima guerra mondiale. Siamo proprio al confine con il Lussemburgo, la Germania è a due passi. Pensate che Quinto è sepolto lassù, con mia nonna Angelina Arboit (che era di Rocca d’Arsiè).

      

Enrico Boz detto Quinto e Angelina Arboit

Per la famiglia Boz, la strada dell’emigrazione era già stata aperta: in quelle miniere aveva lavorato Antonio, il mio bisnonno, padre di Quinto, e prima di Quinto ci era andato un altro figlio di Antonio, Guglielmo, dunque un mio prozio. Per me queste miniere sono tutte una genealogia. Infatti fu a Volmerange-les-Mines, negli anni Cinquanta, che mia madre, una delle figlie di Quinto, incontrò mio padre, Corrado Zabeo. Mio padre era arrivato lassù nel 1951, avvisato da suo zio Onofrio che si trovava già lì: sapeva che il nipote era in cerca di lavoro e gli aveva confermato che se voleva e si adattava ci sarebbe stato sicuramente un posto anche per lui. Anche mio padre minatore. Erano i tempi della meccanizzazione: mio padre (che già aveva il vantaggio di avere la patente, una cosa non tanto comune in quegli anni) si ritrovò a manovrare una macchina speciale che se non altro rendeva il lavoro un po’ meno pesante e massacrante di quanto lo fosse stato per mio nonno Quinto. Nel frattempo dal 1952 Quinto era diventato suocero di Corrado, che aveva sposato Gina Boz. Io sono nato poco dopo, nel 1953, mia sorella nel 1959. Quante famiglie create dalla miniera!

Poi noi, a differenza dei nonni, siamo rientrati in Italia. Nel 1961, mio padre ha avuto l’occasione di acquisire il posto di suo padre, Arturo, che lavorava alla Esso Standard Italiana. Perciò la nostra migrazione si è fermata qui. Ci siamo stabiliti a Favaro, dove io sto tuttora. I parenti sono sparsi per il mondo, ma nonostante questo riusciamo a sentirci di frequente e anche a rivederci.

Quel che vi ho raccontato qui brevemente si ritrova con più dettagli nei ricordi che mia mamma e mio papà hanno pubblicato qualche anno fa. Li ritrovate qui sotto. Se credete, pubblicateli insieme a questa mia.

Cordiali saluti

Fabrizio Zabeo

PS. I ricordi di Gina Boz e Corrado Zabeo sono tratti da Come a filò. I ricordi, le storie, il passato nel presente della memoria, Associazione culturale Terra Antica (Favaro Veneto)-Helvetia, Spinea (Ve) 2009, pp. 163-167. Ho riassunto io stesso le notizie biografiche su Gina e Corrado, mentre ho ripreso integralmente le loro testimonianze, con minime correzioni rispetto al testo a stampa.

Gina Boz, nata in Italia, vive molti anni in Francia: il padre, nato nel 1909 a Feltre, emigra in Francia a 18 anni, per lavorare nelle miniere della Lorena, ritornando in Italia due volte per fare il servizio militare e, successivamente, per pochi anni nel 1933. Nel 1935, costretto dalle cattive condizioni di vita sempre in cerca di un lavoro migliore, si trasferisce definitivamente in Francia con la famiglia. A Volmerange-les-Mines, nei primi anni Cinquanta, Gina conosce e sposa Corrado Zabeo.

Mio papà, che era nato nel 1909, andò a lavorare a 18 anni in Francia, nel 1927; si sposò nel 1933, ritornò in Italia perché come tutti aveva voglia di ritornarci. In Italia faceva diversi lavori: cesti, andava ad aiutare nei campi a tagliare l’erba, è stato anche a lavorare nelle miniere in Toscana. Poi nel 1938, qui la miseria era tanta, ritornò definitivamente in Francia, a Volmerange-les-Mines; io avevo lì tutti i miei familiari.

Ritornò a lavorare in miniera in Francia; quando mio papà lavorava in miniera, i minatori dovevano prendere manualmente i sassi un po’ per volta; a causa del lavoro in miniera si ammalò.

Mi ricordo che il marito di una mia amica ha lavorato nelle miniere di carbone in Belgio, e che la galleria era bassa così, basso così…

Abitavamo in un villaggio per minatori, detto colonia, tutte le case erano lungo una strada a circa un chilometro, un chilometro e mezzo dal paese. Erano case a schiera, composte da sette appartamenti, ogni famiglia aveva l’orticello e la stalla per i conigli.

Che bello che era lì, che c’era la collina, il bosco, sul terreno sopra la miniera si potevano pascolare gli animali, noi avevamo le capre.

Volmerange-les-Mines era poco distante dalla Linea Maginot, durante la guerra non è successo niente però per sicurezza ci hanno fatto sfollare in un altro paese. La vecchia miniera abbandonata era un rifugio in caso di pericolo. Ora la Linea Maginot si può visitare; ci hanno fabbricato dentro delle abitazioni.

Nei primi anni non c’era molto rispetto per gli italiani, eravamo chiamati “macaronì”, ce l’avevano un po’ con noi, poi dopo – quando hanno imparato anche loro a mangiare i maccheroni – hanno avuto più rispetto.

Io andavo a scuola a piedi, si andava anche a fare la spesa a piedi in paese. Io da bambina ci andavo ogni giorno e dovevo percorrere tutta la strada della colonìa e le anziane mi dicevano: «Gina mi compri questo, Gina mi compri quest’altro», e io tornavo con tanto peso.

Poi hanno messo dei camion che venivano nella colonìa a vendere la roba da mangiare, ma noi delle volte andavamo a fare la spesa in Lussemburgo a Dudelange, dove la roba costava di meno.

Mi sono sposata a diciotto anni e mezzo, nel 1953; i nostri figli sono nati in Francia. In Italia siamo ritornati nel 1961.

Corrado Zabeo emigra in Francia, in cerca di lavoro, nel 1951, dopo aver fatto il servizio militare. Qui conosce e sposa Gina Boz. Rientrano in Italia nel 1961 e viene ad abitare a Favaro, che si stava sviluppando come un quartiere urbano di Mestre.

Sono nato a Fiesso d’Artico il 22 agosto 1927, sono venuto ad abitare a Favaro nel 1963.

Ho incominciato a lavorare a 14 anni, in un cantiere navale di Venezia, nella zona di Sant’Elena: partivo da Dolo alle sei della mattina e tornavo alle otto di sera.

In questo periodo, appena finita la guerra, ho fatto anche lo sminatore, con un dragamine nel mare di fronte al Lido; eravamo diretti dall’alto da un dirigibile. Ho lavorato fino a quando sono andare a fare il servizio militare, in Marina, nell’Isola della Maddalena. Avrei dovuto imbarcarmi a Taranto, ma siccome avevo la patente automobilistica di 1° e 3° grado mi hanno fatto fermare nell’isola e messo a disposizione come autista dell’ammiraglio. A volte ero messo a disposizione di donna Clelia, la figlia di Giuseppe Garibaldi; aveva allora 83 anni, io andavo a prenderla a Caprera e la portavo in motoscafo a Palau e poi in auto a Santa Teresa di Gallura.

Dopo il servizio militare sono ritornato a casa, qui c’era una crisi tremenda, facevo l’autista di camion, ma ero assunto senza pagamento delle marchette. Ho lavorato così per sei mesi. Poi è venuto mio zio dalla Francia e gli ho chiesto: «Lì lavoro ce n’è?».

Lui m’ha risposto: «Finché ne vuoi, puoi andare a lavorare in stabilimento, puoi andare con il camion con un’impresa, puoi venire in miniera…».

E io nel ’51 sono partito per la Francia, e sono andato in Lorena, a mezzo chilometro dal confine con il Lussemburgo. Sono andato a lavorare nella miniera di ferro dove lavorava mio zio [Onofrio Sartori].

In miniera c’erano emigranti di varie nazioni, almeno otto-nove; si andava d’accordo, eravamo rispettati.

Il paese dove sono andato si chiama Volmerange-les-Mines; i minatori vivevano in un villaggio, la colonìa, distante dal paese circa un chilometro e mezzo. Le case erano costruite lungo una strada.

La miniera aveva tre strati; si andava dentro con il trenino, non con l’ascensore; c’erano sessanta chilometri di gallerie, si lavorava a cottimo. Nelle miniere di carbone c’erano invece dei cunicoli, i minatori lavoravano procedendo a carponi e così gli venivano i calli sugli avambracci e sui ginocchi. Le gallerie delle miniere di ferro erano invece ampie: nelle gallerie del primo strato l’altezza era di due metri, nel secondo strato, alla profondità di 800 metri, l’altezza era di 10 metri. Per proteggerci dalla caduta dei materiali, fissavamo al soffitto una rete metallica con dei grandi bulloni; prima le protezioni erano in legno.

Io lavoravo nelle gallerie del terzo strato, a 1.200 metri di profondità. Come sicurezza avevamo le lampade ad acetilene: quando aumentava nell’aria l’anidride carbonica si spegnevano. Mentre mangiavamo qualcosa, alle dieci, venivano i topi a prendere i pezzi di pane; i topi, se c’era pericolo, scappavano via, erano un avvertimento.

Il turno di lavoro era dalle sei della mattina alle due del pomeriggio. Dopo tre-quattro anni che ero lì sono arrivate le macchine; prima lavoravamo a mano, ogni colpo di piccone rispondeva l’eco con cento colpi, le vibrazioni duravano per dieci minuti.

Lavorando a mano producevano 25-27 tonnellate, con le macchine avanzavamo di tre metri in tre metri, producevamo più di 50 tonnellate, e lì guadagnavamo bene, meglio degli altri lavori. Mandavo dei bei soldini a casa.

Non avevo assicurazione per la pensione: dovetti fare lì un’assicurazione volontaria pagata da me e in parte dalla miniera.

Quando sono tornato dalla Francia ho potuto comprare il terreno a Favaro per costruire la casa. Nel 1961 in questa via allora erano quasi tutti campi.

Tornato in Italia ho lavorato con la Esso, prima come autista per il trasporto del carburante, poi nel controllo delle petroliere che dovevano scaricare.

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