In linea da: 23/09/2012

L’8 settembre nei ricordi di Corrado Vivanti

di Gigi Cameroni

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che un nostro recente ma già buon amico ci ha spedito dopo aver letto i ricordi sull’8 settembre che abbiamo pubblicato le scorse settimane.

Cari di storiAmestre,

non mi conoscete ancora e io vi conosco da poco. Vi dico come è capitato. Una mia e vostra cara amica milanese mi ha segnalato i ricordi sull’8 settembre che avete pubblicato sul vostro sito. Mi ha colpito soprattutto la testimonianza di Angelo Vianello, con il commento di suo figlio Dario e i rimandi a storie simili segnalati da Pietro Monai. A parte che quella di Vianello è una storia che sembra di leggere i Miserabili, c’è l’emozione di quelle voci amiche sentite nel buio, voci che fanno luce, letteralmente. Persone che spontaneamente aiutano altre persone in circostanze pericolosissime e decisive. Sapremmo, saprei fare lo stesso, se capitasse? È quel che penso sempre – con timore e incertezza – quando mi imbatto in racconti del genere, o quando sento certe notizie, le cronache di questi anni neri (avrete capito che ho fatto un giro anche nella vostra sezione Quaderni: la mia amica mi ha detto che me li procurerà).

Ci ho pensato sopra un po’, alla fin fine credo che forse la nostra conoscenza – e frequentazione se il caso ci offrirà un’occasione – potrebbe cominciare con un piccolo scambio, o un contributo se credete. Il tema è proprio questo: 8 settembre e aiuto gratuito offerto a sconosciuti in circostanze critiche.

Avrete saputo che – fatalità – l’8 settembre scorso è morto lo storico Corrado Vivanti, che aveva 84 anni. Sui giornali e in rete sono stati pubblicati molti necrologi, ricordi, profili commemorativi. Tutti hanno menzionato il suo ruolo di curatore della Storia d’Italia Einaudi. Anch’io, che storico non sono, lo conoscevo così: quei volumoni ce li ho in casa, all’epoca la vendita rateale e l’inflazione rendevano l’acquisto un sacrificio non così grande; come sarà capitato a molti, col tempo sono andati a finire negli scaffali più alti della libreria di casa, e le copertine verdi hanno preso un colore che non vi dico.

Facendo qualche ricerca in internet, ho visto che Vivanti negli ultimi anni aveva scritto vari ricordi autobiografici. Il più facile da trovare è quello pubblicato nel 2007 dalla rivista online Mediterranea. Ricerche storiche, numero 9. Si intitola Un ragazzo negli anni del razzismo fascista e il pdf si scarica dall’indirizzo http://www.mediterranearicerchestoriche.it/, cercando sotto il menu “Rivista” e quindi il numero 9.

Mi è piaciuto molto, intanto perché le pagine di Vivanti su Mantova ricordano tanto quelle di Giorgio Bassani su Ferrara: la città di provincia, l’ambiente sociale comunque agiato (il padre aveva un’azienda di trasporti, ma anche la madre lavorava: aveva una pellicceria; entrambi avevano cominciato giovanissimi), la descrizione della grande casa e delle strade, il lessico famigliare, l’impatto immediato delle leggi razziali sulla vita quotidiana, da un giorno all’altro – le vacanze del 1938 interrotte dalla campagna antisemita, quando gli altri ospiti della pensione cominciano a chiedere se per caso non sono ebrei: non ricorda una pagina de Gli occhiali d’oro?

Peraltro Vivanti tocca anche la questione dei rapporti con il fascismo prima delle leggi razziali:

L’educazione ricevuta a scuola aveva fatto di me e di mio fratello (allora al ginnasio) due convinti fascisti. È vero che al settimanale «il Balilla», spesso distribuito a scuola, preferivamo il «Corriere dei piccoli», che compravamo regolarmente per seguire le avventure di Bibì e Bibò, del signor Bonaventura e dell’assai poco marziale soldato Marmittone, mentre ci annoiavano le eroiche gesta dei personaggi illustrate dal «giornalino» ufficiale. Ma «la conquista dell’Impero» ci appassionò come di dovere, e ne seguimmo con entusiasmo le varie fasi su una carta geografica dell’Etiopia, che appendemmo in camera nostra, segnando con bandierine tricolori l’avanzata. A scuola – ero ormai in terza elementare – il maestro Zampieri ci insegnava gl’inni del momento. Ne ricordo uno, non so se di sua creazione: «Su Italia, sorgi è l’ora, / Galliano aspetta l’alba dall’Endertà. / Di sangue gronda, divien bandiera, / e di quel sangue rosseggia Macallé. / Campane a stormo, sirene urlanti al ciel: / la Grande Voce sorpassa i monti e i mar; / il duce chiama la giovinezza, / ne fa la spada, l’aratro per l’avvenir». A casa si rideva all’idea che noi fossimo una spada o un aratro, ma lo si metteva in conto alla non eccelsa vena lirica dell’autore. Esultammo nel maggio del ’36 nell’ascoltare il discorso del duce in cui annunziava che il maresciallo Badoglio aveva telegrafato di essere entrato in Addis Abeba, e da allora, a scuola, fu un’orgia di temi sull’Impero che rinasceva sui colli fatali di Roma. Invece la guerra di Spagna, cominciata nell’autunno successivo, lasciò freddo mio fratello e (per conseguenza) me: comprammo, forse all’inizio del 1937, una carta della Spagna, l’appendemmo al posto di quella dell’Etiopia, ci procurammo le bandierine falangiste, e poi lasciammo tutto lì. Per quale ragione non saprei dire (p. 118).

Questa citazione mi sembra anche un buon esempio per farvi capire come procede il racconto di Vivanti. Mi pare proprio lo sguardo di uno storico, nel senso che scrive sapendo quanta discussione storiografica c’è dietro ormai, no?

Lo stesso vale per la questione che più mi preme segnalarvi: quel che accadde alla famiglia Vivanti a partire dal 25 luglio 1943 e soprattutto dopo l’8 settembre. Vivanti mette in valore l’anonima generosità, i rischi presi gratuitamente: fa un apologo della Resistenza civile e allo stesso tempo ne approfitta per ragionare sul mito degli “italiani brava gente”. Non aggiungo altro, ve lo passo qui sotto, così come l’ho letto, giusto scorciato in qualche punto.

Vi ringrazio e vi saluto cordialmente

Gigi Cameroni

***

Corrado Vivanti, Un ragazzo negli anni del razzismo fascista, “Mediterranea. Ricerche storiche”, 9 (2007), pp. 111-132 (online all’indirizzo http://www.mediterranearicerchestoriche.it/), le citazioni che seguono pp. 125-130:

Vivemmo spensieratamente i 45 giorni di Badoglio. Con molta ingenuità, purtroppo largamente condivisa, pensavamo che la difficile situazione potesse risolversi presto e in modo soddisfacente. Divoravamo «il Corriere» di Filippo Sacchi, così diverso dai giornali letti fino allora, e ci appassionavamo ai dibattiti sul recente passato e sul nuovo assetto che avrebbe dovuto avere l’Italia. Si sperava che le leggi razzistiche venissero rapidamente abrogate, ma di questo non vi era segno alcuno. Tuttavia gli ebrei potevano adesso muoversi con maggiore libertà e, quasi per festeggiare il nuovo stato di cose, andammo a passare una settimana a Molveno, insieme con alcuni amici. L’annunzio dell’armistizio – almeno per il modo in cui fu dato – giunse quasi inatteso.

La sera dell’8 settembre, attraversando piazza Canossa verso le 8 […] sentimmo la notizia da una radio a tutto volume. Dei soldati in libera uscita si domandavano sconcertati cosa ciò potesse significare per loro. Anche noi ce lo domandavamo. Sembrava impossibile che quel passo fosse stato compiuto senza qualche garanzia per il Paese, in modo da metterlo al riparo dalla rappresaglia tedesca. Invece l’inettitudine e la viltà di Vittorio Emanuele III e dei suoi ministri fecero volgere le cose al peggio.

La risposta giunse subito. Fin da quella notte sentimmo i mezzi corazzati tedeschi entrare in forza in città. L’indomani mattina ci furono i primi spari e le prime vittime. Venimmo a sapere che erano stati ammazzati un prete e una donna (don Leoni e Giuseppina Rippa) per avere prestato aiuto a soldati catturati dai tedeschi. Restammo chiusi in casa, ma nel pomeriggio fummo messi in allarme: i fascisti avevano cominciato a fare irruzione in alcune abitazioni di ebrei. Da varie parti arrivò il consiglio di lasciare Mantova. La zia Clara suggerì di rifugiarci a Carpi, dove vivevano sua madre e altri suoi parenti, e la mattina del 10 settembre eravamo in treno, pensando di doverci assentare per pochi giorni. Solo quando ci persuademmo che la permanenza lontano da Mantova era destinata a durare, cercammo una sistemazione meno accampata, sempre a Carpi, presso una famiglia di cugini della zia Clara, che ci misero generosamente a disposizione una parte della loro abitazione.

Da allora la nostra esistenza fu affidata al senso di umanità altrui. Oggi si ripete spesso che occorre sfatare la leggenda rosa degli «italiani brava gente», e certamente è vero che anche fra gli italiani vi fu chi si rese responsabile di atti di violenza e di ferocia, di crimini e di azioni vigliacche come la delazione di ebrei con tragiche conseguenze (per la denuncia di un fascista lo zio Giulio venne arrestato e deportato ad Auschwitz). Nondimeno bisogna pur ricordare che la maggior parte degli ebrei italiani che si sono salvati, ha trovato protezione persino fra persone che non avevano mai conosciuto prima, spinte unicamente da sentimenti di solidarietà. Per parte nostra, di tali persone, avemmo la fortuna di conoscerne parecchie. Anche a Carpi, infatti, vivemmo nei primi tempi piuttosto spensieratamente: nonostante le «leggi razziali» era difficile accettare di essere considerati diversi dagli altri italiani, tanto più quando questi si comportavano in modo cordiale. Così, non appena trovavamo un momento di apparente tranquillità, ci lasciavamo andare, senza dubbio con una buona dose di incoscienza. Ma era anche un modo per «difendersi», per non scoraggiarci e avvilirci, e certamente servì ad acquistare forza e riuscire a superare i momenti più drammatici che seguirono. Il rischio era che quei comportamenti, certo sconsiderati, finissero in tragedia, come purtroppo accadde a tanti.

È difficile pensare che la nostra presenza (e la nostra appartenenza alla «razza ebraica») potesse essere ignorata in una piccola città come Carpi, dal momento che non facevamo niente per nasconderci, anzi circolavamo liberamente, stringendo nuove conoscenze. Fra l’altro, prendemmo l’abitudine di uscire verso sera tutti insieme, noi quattro e gli zii con il loro bambino di pochi mesi in carrozzina, per andare a passeggio nella splendida piazza cittadina. Un giorno Arrigo venne a sapere che nel Castello c’era una bella biblioteca e decidemmo di andarvi la mattina dopo: misure amministrative razzistiche ci avevano precluso a Mantova la frequentazione della Biblioteca comunale e ci parve di rifarci dopo un lungo digiuno nei locali che erano stati la reggia dei Pio. Solo verso mezzogiorno ci scotemmo dall’incanto della lettura e ci avvicinammo alle finestre verso la piazza. Fu un colpo! Lungo le mura del Castello erano schierati carri militari tedeschi e numerosi soldati si aggiravano intorno: pareva presidiassero il centro della città e tememmo volessero intraprendere qualche azione. Con il cuore in gola riuscimmo a lasciare la Biblioteca dalla parte posteriore e corremmo a casa, dove trovammo i genitori angosciati. Per fortuna erano solo truppe di passaggio e già nel pomeriggio erano ripartite. Ma cominciammo a sentirci malsicuri.

Più grave si delineò la situazione qualche giorno dopo. Papà e mamma, fin dai primi tempi, avevano voluto fare rapidi viaggi a Mantova per prendere abiti e oggetti rivelatisi necessari dopo la partenza precipitosa, e non lasciare le cose del tutto abbandonate in casa e in negozio. Da allora, quasi ogni settimana ripeterono quel viaggio, nonostante i pericoli che comportava. Tanto vale dirlo subito: fu un rischio inutile, perché la casa finì occupata, quel che c’era dentro fu portato via e solo in parte recuperato dopo la guerra, mentre la merce del negozio, nascosta fuori città, fu trovata dalle autorità «repubblichine» in seguito a una spiata, sequestrata e messa all’asta. I miei, tuttavia, continuarono a lungo quel loro andirivieni, finché un giorno, appena scesi dal treno, vennero bloccati dal capostazione di Mantova, che conosceva bene papà: il suo vecchio lavoro lo aveva portato quasi quotidianamente in stazione. Quella mattina d’ottobre i fascisti avevano dato inizio a una retata di ebrei e li stavano concentrando in via Govi, nel Ricovero israelitico, da dove furono tutti deportati ad Auschwitz. Il capostazione aveva avuto notizia di quegli arresti e si preoccupò che i miei non finissero nelle fauci del lupo. Li condusse nel suo ufficio, si assicurò che la linea ferroviaria fosse sgombra, poi – camuffato papà da ferroviere – li fece accompagnare nella stazione di Romanore, dove restarono fino a quando, nel tardo pomeriggio, c’era un treno per Carpi. Allora, dopo essersi assicurato che lungo la linea ferroviaria non ci fosse sorveglianza di fascisti o tedeschi, diede via libera con il telegrafo interno, permettendo ai miei di tornare relativamente tranquilli.

È uno dei tanti episodi che rivelano quale atteggiamento responsabile assunsero molti italiani verso gli ebrei. Se nei primi tempi delle «leggi razziali» i gesti di solidarietà furono più rari, sia perché gli anni della dittatura avevano ottuso la capacità di reagire, sia perché non sempre ci si rendeva conto di che cosa comportassero quelle disposizioni vessatorie, quando la persecuzione mise a repentaglio le vite stesse, ci si prodigò generosamente. Quei gesti non erano privi di rischi anche gravi. Chi oggi parla della Resistenza come di un fenomeno vissuto da una minoranza, trascura – più o meno in buona fede – che, se a contrastare con le armi tedeschi e fascisti erano alcune centinaia di migliaia di persone, la loro esistenza fu resa possibile dalla solidarietà delle popolazioni fra cui operavano, che aiutarono, rifornirono, informarono e non di rado ospitarono e curarono i combattenti. Nazisti e fascisti lo sapevano tanto bene che ricorsero al terrore per isolare i partigiani, procedendo alla distruzione di interi paesi e al massacro indiscriminato degli abitanti. Si è tanto chiacchierato degli «anni del consenso» e non si vorrebbe tenere conto del «dissenso», tanto più spontaneo e consapevole, capace di arrivare a forme di disobbedienza aperta e di soccorso agli avversari e alle vittime della repubblica di Salò, quasi che tali atti non avessero un preciso valore, non solo morale, ma politico.

La retata degli ebrei mantovani ci fece capire che la situazione stava precipitando e che era necessario cercare un rifugio più sicuro. Fino allora non avevamo voluto allontanarci troppo da Mantova anche perché a fine settembre un nostro cugino, l’avvocato Giulio Vivanti, era stato arrestato come «badogliano» e temevamo il peggio. Per fortuna, dopo qualche settimana di detenzione in via Poma, amici del tribunale riuscirono a farlo rimettere in libertà. Cominciammo a preoccuparci di trovare un luogo dove fosse possibile nasconderci. Qualcuno ci suggerì di rivolgerci al segretario del vescovo di Carpi per avere un consiglio e, se possibile, indicazioni. Il primo venne dato: «Allontanatevi da Carpi al più presto: stanno allestendo un campo di concentramento qui vicino, a Fossoli, e la zona diventa pericolosa». Indicazione di nascondigli, invece, non seppe offrirne. «Anch’io – confidò – sono disperato: ho qui vari ebrei nascosti, anche stranieri, e non so dove mandarli».

Avvenne un caso strano: arrivò alla mamma una cartolina illustrata (un mezzo di comunicazione assai usato in tempo di censura, perché la corrispondenza aperta era meno soggetta a controlli), che ci invitava a recarci a Tirano, vicino a Sondrio: «Cara Clelia, perché non vi decidete a venire tutti da noi, in questo paese così tranquillo, lontano dai pericoli della guerra?» Se il senso del messaggio era chiaro, la firma era sconosciuta: Emilietta Solci. Inutilmente la mamma si lambiccò il cervello cercando di immaginare chi fosse: alla fine, sconcertati da quel tono stranamente familiare, mentre ignoravamo tutto della firmataria, decidemmo di non dar seguito all’invito, più tardi rivelatosi prezioso.

Intanto il tempo passava e la situazione si faceva sempre più minacciosa. Gli ospiti carpigiani ci indirizzarono a una loro parente di Soliera, pensando potesse darci aiuto, e una mattina assai presto Arrigo ed io prendemmo la bicicletta per andarle a parlare. Era il 30 novembre, un giorno freddo e brumoso, e appena arrivati in paese, entrammo in un caffè per prendere qualcosa di caldo: su un tavolino scorgemmo il giornale «Il solco fascista» con un gran titolo a metà pagina: Decreto di arresto per tutti gli ebrei. Ci guardammo in faccia spaventati e, bevuto in fretta un cappuccino, ci precipitammo fuori per cercare la possibile ospite. Questa ci assicurò che al più presto qualcuno della famiglia sarebbe venuto a Carpi per parlare con papà e la mamma, e l’indomani si presentarono due giovani. Dissero che, discutendo della cosa in famiglia, avevano escluso la possibilità di un nascondiglio a Soliera o nei dintorni, troppo rischioso per la vicinanza di Fossoli, di cui anche loro erano informati. Il solo rifugio possibile era «in dle val dal Po», dove avevano deciso di recarsi entrambi per sottrarsi alla leva militare, lasciando capire che si sarebbero uniti ai partigiani. Se Arrigo ed io volevamo andare con loro, sarebbero stati ben contenti, ma escludevano di potersi far carico anche dei nostri genitori. Non ce la sentimmo di lasciarli e rifiutammo. Erano le prime voci che sentivamo sui partigiani, anche se qualche volta la radio aveva inveito contro i «banditi badogliani».

Per parte nostra cominciammo a vedercela brutta. Avevamo conosciuto un medico a Carpi e la mamma – sebbene fosse una donna forte ed equilibrata – arrivò a chiedergli «qualcosa» per eventuali situazioni estreme. Naturalmente rifiutò, cercando di rincuorarla. Penso che fossimo terrorizzati dalla stessa indeterminatezza del pericolo: sapevamo degli arresti e della reclusione in campi di concentramento, ma certamente allora ignoravamo l’esistenza dei campi di sterminio. Si sentiva però che la minaccia era peggio che mortale. Da Mantova, la Fiora ci mandò una notizia, in qualche modo confortante, per il tramite di un vecchio amico, Virgilio Saccani: era anche lui proprietario di una pellicceria a Mantova, ma evidentemente non seguiva la logica della Concorrenza sleale (come mostra il film). Ci informava che potevamo tentare di rifugiarci in Svizzera, passando da Como: la signora Moschini Valentini aveva in affitto una villa non lontana dal confine e si era dichiarata disposta ad aiutarci. A questa informazione si lega un episodio un po’ grottesco: ci venne detto che per essere accolti in Svizzera era necessario dimostrare di essere ebrei e bisognava quindi mostrare il certificato di nascita su cui, a differenza della carta d’identità, veniva stampigliato: «di razza ebraica». Ce lo procurammo e lo portammo con noi con grave rischio. Naturalmente la diceria era infondata e il certificato non servì mai.

Il suggerimento di andare in Svizzera ci aveva sulle prime sconcertato, e non solo per i pericoli del viaggio: cosa avremmo fatto in un paese straniero? Come si sarebbe potuto vivere? […] Soprattutto papà si dichiarò contrario all’espatrio. La stessa educazione ricevuta in tutta la sua vita, lo portava a rifuggire da una simile avventura, e solo con riluttanza finì col persuadersi della necessità di prendere quella decisione. Così, ai primi di dicembre, accompagnati dal signor Virgilio (il nome della guida di Dante era davvero appropriato), partimmo in treno per Milano: viaggiammo in piedi nella calca del corridoio, ben contenti al pensiero che il controllo sarebbe stato più difficile. Infatti arrivammo senza inciampi e trovammo ospitalità da una cognata di Saccani. Ripartimmo l’indomani mattina per Como e all’arrivo in stazione provocai una certa emozione nei miei, perché, rimasto un po’ indietro nella folla, venni fermato da un milite che mi fece uscire dalla fila diretta all’uscita per chiedermi, indicando la mia valigia: «Hai sigarette?» «Ma io non fumo!» risposi indignato, e la mia ingenuità dovette apparire così disarmante che quello mi lasciò subito andare.

Nella villa, che in contrasto con il nostro stato d’animo era immersa in un’atmosfera calma e lussuosa, fummo bene accolti, ma si seppe che avremmo dovuto attendere il tardo pomeriggio. Qualche ora dopo venne il proprietario agitatissimo: aveva saputo di noi e, temendo conseguenze per sé, insisteva con la signora Moschini perché ci facesse partire al più presto. Restammo invece per tutto il giorno, finché a sera arrivò quello che avrebbe dovuto accompagnarci al confine, annunciando che gli svizzeri avevano chiuso la frontiera e non accoglievano i fuggiaschi. Era una misura che ripeterono saltuariamente più di una volta, senza nessuna logica e senza preavviso, provocando in tal modo molte vittime, che sulla via del ritorno vennero spesso catturate. Anche noi corremmo quel rischio: non potemmo ritornare a Milano fino alla mattina dopo e pernottammo nella villa, dove c’era abbondanza di divani e tappeti; due treni partivano prima delle 8 e finimmo col perdere il primo: su quello, venimmo a sapere giunti a destinazione, era stata fatta una retata.

Ormai l’ultima possibilità era l’offerta della misteriosa signora Emilietta. Il buon Saccani partì per Tirano in avanscoperta. Al suo ritorno fu in grado di rassicurarci: spiegò chi fosse la signora Solci, una cliente della mamma, a lei nota con il cognome di ragazza e non con quello del marito, l’avvocato Solci, che fu poi prefetto della Liberazione a Mantova. Ci raccomandò, per suo incarico, di assecondare al nostro arrivo a Tirano l’accoglienza che le nipoti avrebbero inscenato in stazione, venendoci incontro, chiamandoci per nome e buttandoci le braccia al collo come a parenti carissimi che finalmente rivedevano. A Tirano, infatti, i militi fascisti vigilavano sospettosi quella stazione di confine e fermavano chi si aggirava spaesato. Partimmo presto la mattina del 15 dicembre e il viaggio in treno fu lungo, quasi quattro ore; in vari momenti ci impaurimmo alla vista di militi e controllori, ma tutto andò per il meglio, senza incidenti, e all’arrivo si svolse, sotto gli occhi di alcuni poliziotti, la scena degli abbracci.

Più difficile si presentò la situazione una volta arrivati. La signora Solci ci accolse con grande affetto, ma ci avvertì che le guide, partite la notte prima con altri ebrei, non erano ancora tornate. Si trattava di contadini del luogo, suoi affittuari, usi ad arrotondare i magri guadagni con un po’ di contrabbando; conoscevano quindi i sentieri di montagna verso il confine e adesso, per un compenso decisamente modesto, mettevano a frutto la loro esperienza per i fuggiaschi. Avevano già portato in salvo non pochi conoscenti dei Solci, da loro invitati a recarsi a Tirano, come avevano fatto con noi, organizzando una rete di espatrio, che merita di essere ricordata. Quel giorno, però, l’attesa si faceva critica: le ore passavano e non arrivava nessuno. O meglio, verso le 5 di sera venne dalla signora Solci il commissario di polizia di Tirano per avvertirla di essere stato informato che in casa sua c’erano ebrei: di lì a un’ora avrebbe compiuto un’ispezione. Sempre più ansiosi, passammo nella casa delle nipoti, che cercarono, per quanto potevano, di rassicurarci. Finalmente, dopo le 7 arrivarono le due guide. Dissero però che erano stanche, avendo camminato tutto il giorno e la notte prima, senza riposarsi se non per un paio d’ore. Lì per lì pensammo che volessero tirare sul prezzo; invece, poveretti, erano stanchi davvero e non misero in discussione il compenso. Alla fine, resisi conto del pericolo che correvamo, dal momento che la polizia locale era informata della nostra presenza, accettarono di accompagnarci. Non se la sentivano, però, di caricarsi del peso delle nostre valigie, e ci promisero di portarle due giorni dopo.

Tirammo fuori quello che si poté indossare o portare a mano, pensando che non avremmo più rivisto le nostre cose. Viceversa, puntualmente quarantotto ore dopo, anche le valigie arrivavano in Svizzera e ci venivano consegnate, senza che quelle brave persone avessero ricevuto una lira di più.

***

Cari amici,

riprendo la parola per dirvi che Vivanti prosegue raccontando le vicissitudine del passaggio in Svizzera: una lunga marcia cominciata alle 8 di sera, con il passo raggiunto alle 2 del mattino, la discesa precipitosa verso la frontiera, un’ora trascorsa nel casotto delle guardie di frontiera svizzere in attesa della concessione dell’asilo. Un esilio tutt’altro che comodo, ma la salvezza; così Vivanti nelle ultime righe del suo articolo: «A Coira, dove per quasi una settimana si dormì accalcati nella platea del teatro locale, a una signora che lamentava quella sistemazione promiscua, sentii la mamma rispondere di non volerci far caso: era sollevata da quando aveva visto scomparire dai miei occhi il lampo di paura che vi aveva scorto nelle ultime settimane in Italia. Almeno il nostro piccolo nucleo familiare era in salvo. A turbarci, però, cominciarono di lì a poco a filtrare le prime tragiche notizie della Shoàh» (p. 132). E qui chiude, e così io. (g.c.)

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