In linea da: 07/05/2012

Camminare. Pagine da un Quaderno di sAm

di Matteo Melchiorre

Fra qualche giorno, sarà Matteo Melchiorre inaugurare la nuova iniziativa di storiAmestre: “Spunti-ni” storici. In vista di questo incontro che, lo ricordiamo avrà luogo il 10 maggio, alle 17,30 presso la sede del Centro di documentazione sulla città contemporanea, riprendiamo sul sito un altro intervento di Melchiorre, pubblicato nel Quaderno numero 4, Andare a vedere, dedicato all’inchiesta, al reportage e al resoconto.

Qui il tema […] è il camminare come metodo, o pretesto, d’inchiesta. Il che si regge sull’assioma secondo il quale, camminando, si può fare inchiesta: osservare, ascoltare, decifrare segni, notare cambiamenti, incontrare persone, praticare tagli nelle vedute. Ciò comporta un elogio del camminare, che indubbiamente va fatto. 

Prima di questo elogio, però, vorrei sgombrare il campo da altri elogi del camminare. C’è troppo rischio che anche il mio finisca con l’essere tendenza e moda. Si sono formati infatti molti luoghi comuni sul camminare che sono diventati anche pratiche di massa o filosofie ruspanti. Alcune categorie: shopping, trekking, footing, walking, camminare sul tapis-roulant, street zen, camminare con la tazza di latte appena munto nelle adiacenze di un agriturismo immerso nel verde (e dunque slow food, eccetera); modi di camminare impostati e regolamentati: camminare delle modelle; camminare di chi si riconosce in un gruppo (il punk, il giocatore di calcio, l’hip-hop); camminare come rifiuto: della società moderna, della velocità, del traffico, dell’urbanesimo. 

Ci sono, tuttavia, fuori da questi luoghi comuni, anche gli osservatori camminanti di professione. Sono coloro che partono e camminano per osservare, per annotare, per registrare. Ad esempio l’inchiesta in tv: il giornalista discende tra le genti e, mezzo microfono e telecamera, dà vita alle esistenze inesistenti. Il giornalista cammina; ma, dietro di lui, cammina anche la telecamera. Perciò l’inchiesta scivola nell’invadenza. 

Anche gli antropologi camminano spesso. Usano di frequente questionari e camminano in cerca di intervistati. Ci sono persone che, davanti al predatore, combattono fieramente dando mostra di sé; altre si danno alla macchia o fanno riccio, e stanno zitte.

Oltre al camminare slow food e oltre all’inquisitore professionista, ci sono però camminari che portano alla comprensione del nesso che intercorre tra il camminare-osservare e l’individuo che cammina, col suo temperamento. Ho la convinzione che questi camminari disvelino di più. Fermo restando che il camminare per andare a vedere non è una scienza deliberata, ma è l’attitudine naturale di chi pensa o è curioso. Talete è caduto nel pozzo mentre camminava.

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Non potrei dimenticare Robert Walser e il suo racconto La Passeggiata. Non descrive altro che una passeggiata. Lo scrittore è alla scrivania che scrive. È colto da una «certa nota grave», che gli impedisce di scrivere. Pianta tutto. Va in strada e inizia la sua passeggiata. Walser descrive insegne, interni di negozi, librerie, parla con persone, si emoziona per paesaggi naturali e strade. Il tutto descritto e osservato mentre il protagonista sta dietro alle sue faccende. 

Cosa c’è da imparare da La Passeggiata e da un camminatore incallito, tale era anche nella realtà, come Walser? 1. Si esce di casa e si cammina per scacciare la noia; 2. si va a vedere mentre si fanno le proprie cose, senza creare artificiosamente occasioni; 3. si parla con chi si incontra per strada; 4. ci s’emoziona, all’occorrenza; 5. ci si stizzisce, all’occorrenza; 6. si cerca, mentre si cammina, di vedere tutto, dal cane che beve a una fontana agli stivaletti di una signora, in un campo visivo non delimitato; 7. si cammina cammin facendo, facendosi cioè attirare, da questo o da quello, senza motivo; 8. il vedere deve provocare; 9. camminare piano e guardare piano. In sintesi, con parole di Walser: «Che cosa c’è di più delizioso, di più semplice e bello, dal tempo dei tempi, che l’andare a piedi (ammesso che la partita scarpe e stivali sia in ordine)?». Oppure: «A spasso […] ci devo assolutamente andare, per ravvivarmi e per mantenere il contatto col mondo; se mi mancasse il sentimento del mondo, non potrei scrivere nemmeno mezza lettera dell’alfabeto, né comporre alcunché in versi o in prosa. Senza passeggiare sarei morto e da tempo avrei dovuto rinunciare alla mia professione, che amo appassionatamente».

Insomma si esce. Si cammina e si vede. Non si cammina per vedere. Il fatto è camminare e non osservare; osservare è una conseguenza del camminare. È una buona idea.

In fin dei conti è qualcosa di molto simile a quest’altro camminare: «Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre 1628, don Abbondio». Poi si fermava a guardarsi oziosamente intorno. Finché, alla svolta della stradicciola, saltan fuori i bravi, uno seduto sul muretto, l’altro braccia incrociate, in piedi.

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Il camminare, la cui complessità e irriducibilità spero di aver fatto cogliere, dovrebbe essere in più anche un «metodo» di inchiesta. Ma non ci sono e non ci potrebbero essere metodi. Il punto è che si cammina. Nel mentre, si vede, si annusa, si fiuta, si sta all’erta. Senza costrizioni, tensioni, fatiche. Si va e, quasi casualmente, si intercettano luoghi o persone. Camminare è un buon «metodo» per l’inchiesta se resta un pretesto e non diventa un «metodo». 

Potrebbe finire tutto qua, con un individuo che cammina e si guarda attorno. C’è però un passo successivo, possibile. Scrivere, o comunque raccontare in qualche modo, quello che si è visto camminando. Allora il camminare diventa resoconto, racconto, poesia, romanzo, saggio, fotografia, inchiesta. L’incedere e le vedute dipendono molto dagli stati e dal temperamento di chi cammina. L’importante, credo, è che il camminare sia immotivato e casuale, oppure motivato da motivi contingenti. Perdere tempo. Mettersi a piedi con la noia o con qualche cupezza d’animo. Dover andare dal parcheggio o dalla stazione a un qualche posto. Passeggiare in città, attraversare campagne, rischiare sui cigli delle strade. 

Il camminare ha una velocità: quattro o cinque all’ora. Quattro o cinque all’ora non è una velocità migliore o peggiore di altre per l’osservazione. Va benissimo anche andare a vedere in macchina, se serve col conforto dell’aria condizionata. Zanzotto gironzola in macchina sui Colli Euganei, guarda, ricorda e racconta. 

Resta il fatto che camminare è andare a quattro o cinque all’ora. Questa velocità ridotta ha la virtù sgretolante del dettaglio. Permette di rompere le parole in lettere, le facciate delle case in finestre, i labiali delle gente in frammenti di discorsi. Dal camminare il dettaglio emerge con più facilità. Si perde in visione d’insieme ma si guadagna in riduzione della scala d’osservazione.

Si può camminare con l’intenzione di guardare qualcosa in particolare: case, strade, operai, alberi, zaini. Ma si può anche demandare tutto alla passeggiata in sé, ché faccia lei: lasciare cioè che l’intorno venga incontro e che non sia il camminatore ad andare incontro all’intorno. I modi di guardare e le scelte di cosa registrare della parte di creato che si passeggia, oltre che dipendere dai temperamenti, possono conseguire da frizzi personali: guardare solo da X metri in su, guardare solo un lato di strada, guardare solo i cantieri di costruzioni residenziali, guardare solo donne con capelli mori e borsa della spesa, guardare solo campanili.

Da risolvere è anche il problema di come ricordarsi ciò che si è visto. Occorrerebbe essere mimetici, non dar nell’occhio con apparecchi di registrazione, dal taccuino alla telecamera. La migliore sarebbe camminare, guardare, tornare al chiuso, sedersi, e annotare. Se invece c’è da annotare un’insegna o un’ordinanza comunale o un’epigrafe carina o qualsiasi altra cosa si giudichi meritevole di una memoria puntuale, bisogna tirar giù. Ma senza dar nell’occhio. Io uso ultimamente il cellulare. Si va in «messaggi», «scrivi messaggio» e si digita, attivato il T9, l’appunto. Quindi, anziché inviare il messaggio, si fa: «opzioni», «salva messaggio» e lo si salva nella cartella «bozze», o in un’altra creata ad hoc. 

Chi oggi volesse camminare e osservare deve leggere Franz Hessel. Fu amico di Benjamin e visse tra Parigi e Berlino. Tra le sue prose, una si chiama L’arte di andare a passeggio. Hessel era, e si definiva al pari di Benjamin, un flâneur. I contenuti de L’arte di andare a passeggio sono quelli della flânerie; ma Hessel, dà consigli puntuali a passeggiatori principianti, esorta all’osservazione di quanto è immediatamente vicino, suggerisce di informarsi sul conto di ciò che si vede. Istruisce insomma il camminatore accorto. Basti questa sorta di aforisma: «La strada è dunque una specie di libro: leggila». Chi cammina per il gusto di camminare tanto quanto chi cammina per osservare e raccontare dovrebbe tenere Hessel in una tasca. 

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Oggi, s’è già detto, prolificano gli inquisitori camminanti professionisti. Oltre a costoro ci sono però anche scrittori buoni che camminano. Ho in mente Gianni Celati. Nella notizia anteposta a Verso la foce egli chiama questo genere di resoconto «racconto d’osservazione» e/o «diario di viaggio». Potrebbero essere buoni nomi per un genere dell’inchiesta? Una delle occasioni predilette da Celati per osservare il paesaggio della pianura emiliana, che egli sente molto vicina, è la camminata. Penso a un racconto che si chiama Un paesaggio con centrale nucleare. Celati si descrive mentre cammina, vede, annota, parla, chiede. Cammina solo alla bisogna; nel caso possa usa anche la macchina, si siede a un bar, viaggia in bicicletta. Celati non ha quell’impeto luddista nel confronto dei mezzi di trasporto che hanno altri camminatori-osservatori. Ancora, il suo è un camminare che va alla deriva. Non si preclude l’osservazione con temi o con soggetti, si va a vedere quello che la strada, il cammino fanno venire incontro. Celati cammina e scrive, Luigi Ghirri, dietro di lui, fotografa. Il camminare-osservare che va alla deriva è testimoniato proprio dalle foto di Luigi Ghirri

Sono sicuro di aver dimenticato, di non conoscere a sufficienza, di non aver letto abbastanza. 

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Il mese scorso, costretto a portare la macchina alla revisione, mi sono trovato a piedi, obbligato a camminare attraverso la zona industriale di Feltre. Abbassati gli occhi ho visto un accendino rosso e l’ho calciato via. Mi è venuto subito in mente che un accendino è anche il protagonista di un racconto di Trevisan. E, subito dietro, mi sono ricordato anche, in forma vaga, una frase dei Quindicimila passi. Sono entrato in una libreria in centro, per sfogliare i Quindicimila passi e cercare la frase cui pensavo. Trovata. Sul camminare che vivo io, nella terra dove vivo io, credo siano tutto quanto c’è da dire:

«Ma ora, pensavo camminando, in questi anni, oggi, adesso, il nostro camminare è trasformato in un aggirarsi furtivo per un territorio dominato da una nevrastenia di ordine superiore, perennemente costretto sulla difensiva da un latente, ma costante, stato di assedio, e a questo scopo fortificato e il più possibile isolato».

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(Tratto da Matteo Melchiorre, Camminare, in Andare a vedere. Inchiesta, reportage, resoconto, atti della giornata di studio organizzata da storiAmestre ed Etam-Animazione di comunità e territorio (Mestre, 19 novembre 2004), a cura di M.L. Granzotto e C. Pasqual, storiAmestre (collana “Quaderni”, 4), Venezia 2005, pp. 37-47, le cit. alle pp. 37-38, 42-44, 45-47; abbiamo omesso le note).

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