In linea da: 02/12/2011

Immagini e parole per raccontare: “Zelarino Novecento”

di Claudio Pasqual

Il 28 ottobre 2011 si è tenuta, presso la sala consiliare della Municipalità di Chirignago Zelarino, la presentazione del libro di Giuliano Codato, Zelarino Novecento. Percorsi di storia e di vita tra campagna e città, Quaderni del Centro di documentazione sulla città contemporanea, Zelarino 2011 (collana “Obiettivo Novecento”). Pubblichiamo qui l’intervento di Claudio Pasqual. Tutte le foto sono tratte dal libro citato.

1. Quando al Centro di documentazione sulla città contemporanea, del quale sono responsabile a nome di storiAmestre, è stato proposto per la pubblicazione, tramite i buoni uffici di Claudio Zanlorenzi, il lavoro di Giuliano Codato su Zelarino nel secolo scorso, subito mi è tornato in mente un dettaglio: “ma scusa, Claudio, non ne avevi già scritto uno tu?”. Me lo ricordavo, quel libro uscito nel 2001 sempre per la nostra associazione, Un comune del distretto di Mestre. Storie di Zelarino e Trivignano dall’Unità alla Grande Guerra. Non sarebbe risultata sovrabbondante, una tale letteratura su un luogo così piccolo e tutto sommato periferico come il nostro?

Cartolina con il municipio di Zelarino, primi del Novecento

Mi è stato fatto notare che la cronologia non coincideva, e che uno poteva essere anche considerato la continuazione dell’altro: Zanlorenzi fino alla Grande Guerra, Codato il Novecento. E poi erano diversi il taglio, l’impostazione: il primo una monografia storica, il lavoro di uno storico; il secondo una ricostruzione tra storia e memoria, ma con l’apporto fondamentale di un punto di vista antropologico, sensibile agli aspetti e alle componenti culturali della collettività sociale. Così, dopo averlo letto e avendone apprezzato la qualità, Zelarino Novecento. Percorsi di storia e di vita tra campagna e città volentieri è stato accolto nella collana “Obiettivo Novecento”.

L’immagine in copertina del libro presenta il centro di Zelarino alla fine degli anni Cinquanta

La parola “Obiettivo” va intesa qui in senso letterale: si tratta di un oggetto, più precisamente il dispositivo con questo nome della macchina fotografica. Si pubblicano in questa collana libri fotografici. Perché dunque in questa collana, come secondo numero dopo la biografia e le fotografie di Renato Romanello? Perché Codato, ricostruendo la storia di Zelarino nel Novecento, ha confezionato un racconto per parole e immagini, dove le seconde, e cioè un centinaio di fotografie, non hanno un carattere puramente esornativo ma sono documenti, una ricca fonte di informazioni sui “luoghi” e le “persone” – i titoli delle sezioni in cui sono riunite le foto – e la loro vita, e su come sono cambiati nel tempo.

Casa rurale del centro del paese, demolita negli anni Sessanta

2. Giuliano a Zelarino c’è nato e ci ha sempre vissuto. Appartiene a una famiglia che abita lì almeno dal Settecento: gente che ha dato il proprio nome a una località, Campi Codato, vicino al Forte della Gatta – cosa certamente non da tutti –, e per questo luogo ha sviluppato un forte attaccamento. A un certo punto della sua vita, Giuliano ha pensato di dare un proprio contribuito alla ricostruzione del passato della sua Zelarino. La sua attenzione è caduta su una particolare classe di documenti: le fotografie.

Le fotografie, lo sappiamo, sono per storici e antropologi un “dispositivo di memoria”; personalmente, preferisco chiamarle, con un’immagine semplice, l’interruttore che accende la luce dei ricordi, e questi ricordi possono riguardare cose che sono state esperienza vissuta dalla generalità degli appartenenti a un gruppo sociale. Tutti l’abbiamo sperimentato di persona: fissando nel tempo l’immagine di una varietà di eventi e situazioni, pubbliche e private, le fotografie fanno da innesco ai ricordi di cui si compone il libro delle nostre memorie individuali e collettive. Giuliano ha raccolto una gran quantità di fotografie, scatti ufficiali o comunque destinati a un uso pubblico e immagini private, provenienti dagli album di famiglia di una schiera di parenti, amici e conoscenti.

1. 2.

1. Anni Trenta, raccolta del grano; 2. 1958, Primo maggio. Benedizione degli automezzi

La fotografia può servire a un’importante operazione. Essa appartiene al complesso dei segni tramite i quali è possibile costruire o evocare la memoria di una collettività, in questo caso gli abitanti di una periferia urbana già piccolo centro di campagna, attorno all’immagine di oggetti (spazi, edifici, monumenti), eventi, persone riconosciuti come costitutivi della propria storia e identità.

Scatti pubblici e immagini private, nell’archivio di Codato. Foto di famiglia che normalmente “parlano”, comunicano solamente a quello che gli antropologi chiamano “fruitore iniziatico”, chi ha scattato la foto e i suoi intimi, soltanto per loro sono un veicolo di significati e ricordi; ma quando come qui riguardano riti di passaggio – battesimi, comunioni, matrimoni – diventano occasioni, tramiti materiali di memoria collettiva, capaci di parlare a tutti, attraverso il confronto e lo scambio tra vissuti personali, su pratiche e comportamenti codificati che sono patrimonio comune della nostra cultura, sulle loro modificazioni di senso e di rilevanza sociale.

1951. Padri saveriani con allievi missionari

La forma che Giuliano ha scelto inizialmente e che ha praticato più volte per innescare un processo di rammemorazione collettiva è stata quella delle mostre fotografiche, organizzate con il Comitato Festeggiamenti di Zelarino. Erano mostre a carattere tematico, su aspetti determinati della vita passata di Zelarino. Un “come eravamo” per comprendere “chi siamo” e quale percorsi abbiamo fatto per arrivarci.

Cartoline da Zelarino

3. Ma a un certo punto Giuliano ha deciso che la fotografia non bastava, che bisognava affinare la ricerca e perciò si è affidato alla storia orale, e cioè a raccogliere il ricordo vivo, l’esperienza diretta di testimoni degli eventi. Vicino a lui aveva il suo genitore, nato a Zelarino e con un padre anche lui di Zelarino; poteva dunque contare su una genealogia e sulla tradizione di fatti cronologicamente anche distanti. È l’autobiografia di un altro Codato, il padre di Giuliano, che leggiamo in questo libro e che il figlio ha raccolto dalla viva voce del genitore.

Ma Zelarino Novecento non si esaurisce in questo, non è un’autobiografia. Con la tecnica del montaggio incrociato, un controtesto interrompe a più riprese la narrazione e serve all’autore per argomentare ed esporre, prendendo spunto dalla rievocazione paterna, in chiave storica ma con forti venature antropologiche, su momenti e figure, aspetti e temi significativi di vita zelarinese novecentesca.

Un filo rosso percorre il racconto dell’anziano genitore e annoda fra loro le due parti. “Modernizzazione”: questa la parola chiave, il tema conduttore e unificante. Si dipanano sotto i nostri occhi la trama di un’esistenza individuale e, contemporaneamente, le vicende di una piccola comunità mentre avanza una modernità destinata a cambiare nel profondo l’una e l’altra, passando inevitabilmente attraverso gli snodi, gli scenari politici e sociali, i traumi e le tragedie della storia novecentesca. Ritroviamo nel piccolo mondo zelarinese alcuni motivi fondamentali della “grande trasformazione” italiana:

– il passaggio dalla società agricola alla società industriale;

– l’urbanizzazione;

– i cambiamenti nel mondo del lavoro, dalla terra alla fabbrica e da contadini a operai;

– la crisi del sistema patriarcale, proprio di un certo mondo rurale, e l’affermazione della famiglia nucleare;

– la scolarizzazione di massa e l’ingresso nella società del benessere.

Tutto questo mentre la “Grande Storia” entra a forza e si riverbera, né potrebbe essere altrimenti, nel microcosmo di Zelarino: le due guerre mondiali e in mezzo il fascismo, la Resistenza, la ricostruzione, l’autunno caldo e la contestazione studentesca, gli anni di piombo…

4. Non rimanendo chiuso nel cerchio delle vicende strettamente private ma aprendosi alla considerazione del peso che nella nostra vicenda personale ha il mondo in cui ci troviamo immersi, il racconto di Codato padre diventa testimonianza di un vissuto comune e di una dimensione pubblica cui anche Zelarino partecipa e che rappresentano il precipitato locale di fatti, fenomeni e processi che ne oltrepassano grandemente i confini. Tenere assieme, come componenti di un’unica realtà, il piccolo mondo di Zelarino e una prospettiva generale è impegno anche di Giuliano; dove esso si manifesta con tutta evidenza è nelle cronologie, nelle quali l’accostamento di accadimenti locali a fatti italiani e internazionali, del tutto soggettivo come qualsivoglia frutto di una scelta personale, è tuttavia capace di suscitare echi e suggestioni specialmente nel lettore che, come chi scrive, di un segmento di tale storia è stato spettatore quando non direttamente partecipe.

Il testimone, però, non è lo storico, che analizza con distacco e spirito critico i fatti. È uno che seleziona i suoi ricordi in sintonia con la coscienza di sé del momento, se ne serve per costruire e presentare al mondo una sua identità, personale e sociale, li carica di affettività ed emotività talvolta contrastanti e ambigue.

Nel racconto di Codato padre, l’attraversamento del secolo e il suo approdo sono rivissuti con un misto contraddittorio di apertura e sconcerto. I cambiamenti che la modernità porta con sé non sono sempre facili da cogliere, o quantomeno il linguaggio resta indietro, non si trovano le parole giuste per nominarli, questi cambiamenti: ancora negli anni Ottanta, Zelarino è nelle parole del nostro “il mio piccolo paese”.

Il crollo, magari repentino, di determinati modelli all’apparenza solidi e duraturi produce smarrimento e incomprensione: “non ci capisco più niente” è il commento di fronte ai fatti di Tangentopoli e alla rapidissima dissoluzione di un intero sistema politico. Nell’uomo educato al tempo di un mondo contadino oggi scomparso, certi aspetti del vivere moderno suscitano perplessità e un poco di disagio: di fronte ai condomini di tanti appartamenti spuntati come funghi anche a Zelarino, l’anziano si chiede, senza trovare risposta, come sia possibile abitare in quei cubicoli, senza un po’ di terra da farci l’orto. Ecco, il pezzettino di terreno fuori casa dove tirar su, nel tempo libero dalla fabbrica e poi da pensionato, lattuga e pomodori, è l’elemento di continuità tra passato e presente che fa da ancoraggio a un’identità sottoposta ai contraccolpi e agli scossoni di radicali cambiamenti esistenziali e sociali. Di quel passato contadino si rammentano con affetto, contrapponendoli all’isolamento e alla solitudine del vivere odierni, il senso di comunità, la conoscenza di tutti con tutti, il sostegno reciproco spontaneo nella piccola società paesana.

Alla fin fine, tuttavia, si avvertono nell’uomo l’animo ben disposto, l’atteggiamento sereno, senza recriminazioni e rimpianti, di fronte a così grandi cambiamenti. Lo si coglie da certe immagini e situazioni – l’autonomia conquistata, la casa di proprietà, i mai abbastanza benemeriti elettrodomestici, i figli sistemati e i nipotini da viziare, le serate davanti al televisore, l’ironia bonaria e in fondo in fondo accondiscendente al vezzo “civile” e “borghese” della moglie per il giardinetto fiorito davanti casa –; ma più efficacemente ancora lo si coglie dal tono complessivo della narrazione. Sicché suona retorica la domanda finale, “era migliore il tempo della mia giovinezza, agli inizi del Novecento, oppure oggi che il progresso ci ha dato più comodità e possibilità economiche?”, alla quale poi lo stesso Codato padre risponde, facendone una questione di aspettative generazionali: “forse tutto sembrava più bello perché eravamo più giovani, guardavamo al futuro con fiducia e ottimismo”.

5. Codato figlio, che storico di mestiere non è ma che del mestiere conosce i rudimenti, si sottrae a simili interrogativi; di Zelarino, dove pure egli è nato e tuttora vive, si sforza di dare una rappresentazione con l’occhio dell’osservatore freddo e distaccato. Un ritratto di una società prima paesana, poi profondamente trasformata dall’urbanizzazione, che ci viene riproposto con la forza delle immagini nel ricco repertorio di fotografie, di cui prima si diceva, che formano la seconda parte di questo libro.

1 commento per Immagini e parole per raccontare: “Zelarino Novecento”

  • Sam

    Banale! Solo parlando di Giuliano si è parlato di Zelarino, per il resto è stato adattato alla storia o ai pensieri delle persone anziane soltanto nominando questo paesetto. Se ci fosse stato scritto Campagna Lupia al posto di Zelarino non sarebbe cambiato niente visto che le vicende che si raccontano sono successe in tutti i paesi di campagna.

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