In linea da: 19/05/2011

Quattro storie di immigrazione. Firenze, 2011

di Jacopo Menichetti

Pubblichiamo quattro conversazioni-interviste, realizzate nel marzo 2011 da Jacopo Menichetti, con persone – due uomini e due donne – che sono arrivate in Italia da paesi diversi, e in anni diversi, e ora vivono a Firenze. Questi incontri sono nati da una ricerca in vista di una tesi di laurea specialistica in Storia contemporanea, dal titolo “L’immigrazione straniera a Firenze dal 1980 al 2010”, discussa presso l’università di Firenze nel maggio 2011.

L’auspicio è che incontri di questo genere si moltiplichino: a Mestre, ad Amersfoort, a Bologna e in altre città ancora. Qualche anno fa avevamo pubblicato le interviste di Marco Cristante a due donne immigrate a Venezia. Le storie raccolte da Cristante e Menichetti invitano a pensare non tanto dei “fenomeni” (le migrazioni) quanto piuttosto delle vicende individuali, mostrando aspirazioni, occasioni, incertezze, fatalità fortunate o sfortunate, incontri: una comune condizione umana. Anche in questi casi viene in mente quanto scriveva Marc Bloch nell’“Apologia della storia” a proposito della “vasta esperienza delle varietà umane” e di incontri che hanno tutto da guadagnare a essere fraterni.

Le brevi storie che qui si presentano sono il frutto di alcune conversazioni-interviste svolte intorno a quattro punti fondamentali: le origini e la decisione di migrare, l’arrivo a destinazione e il primo impatto, la vita quotidiana a Firenze, le prospettive future. Ho poi elaborato il materiale raccolto, eliminando le domande, per arrivare alla forma di brevi testi scritti in prima persona.

Il primo riferisce il racconto di un somalo di quarantadue anni arrivato in seguito alla guerra scoppiata nel suo paese all’inizio degli anni novanta. Nel secondo parla una donna peruviana trentenne giunta nel 2004 a Firenze, dove adesso vive insieme al marito e al figlio. Il terzo brano riguarda una giovane filippina emigrata da sola nel 2009; l’ultimo un rumeno arrivato a Firenze negli ultimi mesi del 2010.

Conoscevo già le persone intervistate, anche se non in modo approfondito, e questo ha facilitato il contatto iniziale e lo svolgimento dell’intervista. Due delle conversazioni si sono svolte nei pressi del luogo di lavoro della persona intervistata durante la pausa pranzo; l’intervista con la donna peruviana si è svolta in un bar; quella con l’uomo rumeno nella sede di un’associazione di volontariato impegnata nel sostegno agli immigrati. Tutte le interviste si sono svolte in italiano. Nel montaggio del testo, dove probabilmente si perde molto della vivacità del dialogo, ho cercato di mantenere almeno un elemento che mi ha colpito: la brevità e concretezza delle frasi con cui tutti hanno risposto alle domande.

Come da accordi presi con le persone intervistate, le testimonianze sono anonime.

Jacopo Menichetti

In fuga dalla guerra

Intervista con un uomo di 42 anni, originario della Somalia (intervista avvenuta il 22 marzo 2011).

Prima della guerra io non stavo male in Somalia. Certo la situazione non era facile, c’erano tanti problemi, c’era povertà. Non si aveva certezza del futuro, lo Stato non era come qua, non c’erano aiuti. Sono venuto via quando è scoppiata la guerra. Sono un profugo di guerra. Quindi adesso sono vent’anni che sono in Italia. Sono scappato via dal mio paese, dalla mia città, con molta tristezza. Inoltre ho perso un fratello, che è morto, è stato ucciso. Ancora oggi è dura pensare a questo. Mio fratello è morto un mese prima della mia partenza per l’Italia. Parte della mia famiglia è ancora in Somalia, un altro fratello è qua in Italia, mentre ho anche un cugino che si è trasferito in Francia. Prima della guerra abitavamo tutti nella stessa città, adesso siamo divisi in diversi paesi, ci teniamo in contatto ma non è la stessa cosa.

Quando sono andato via dalla Somalia avevo ventidue anni, ero un ragazzo. Mi ricordo che avevo molta paura. L’Italia mi sembrava un mondo misterioso, con grandi differenze. Non avevo punti di riferimento, non conoscevo nessuno. Dovevo riniziare tutto da capo, e non sapevo cosa pensare della mia vita in quel momento, cosa sarebbe successo, come e dove costruirmi un futuro. C’erano altri somali con me, ci incoraggiavamo l’un con l’altro, per tirarci su. La prima città che ho visto è stata Bologna, dove sono stato qualche mese; poi sono venuto a Firenze, perché qua c’era un mio amico. Lui era arrivato in Italia un po’ prima di me e quindi mi ha aiutato per quel che ha potuto. Così, quando sono arrivato a Firenze, c’era almeno una persona che conoscevo davvero. Il primo periodo è stato davvero brutto, mi sentivo veramente estraneo, straniero. Non so se era la mia poca confidenza con quasi tutto quello che mi circondava, ma spesso mi capitava di sentirmi addosso gli occhi della gente, come se le persone guardassero me in maniera diversa. Non mi è mai successo niente di spiacevole, ma l’aria non mi faceva stare tranquillo all’inizio. Penso che sia anche normale, considerata tutta la mia situazione di quel momento.

A Firenze c’erano anche altri somali, ci incontravamo spesso e passavamo il tempo insieme. Grazie a un mio connazionale ho trovato il lavoro che ancora oggi faccio: sono dipendente di una ditta di pulizie. Trovare questa possibilità per me è stato molto importante, mi ha permesso di inserirmi. È un lavoro che faccio volentieri, anche se agli italiani può sembrare strano. Spesso sento dire in televisione che gli italiani non vogliono fare questi lavori. In realtà alcuni miei colleghi sono italiani.

Mia moglie è italiana. L’ho conosciuta un’estate alla festa dell’Unità. Abbiamo due figli. Penso di essere stato molto fortunato a conoscerla. Lei lavora in un supermercato. Così viviamo lei, io e i nostri figli in una casa in affitto. Il fatto di essere somalo, di essere nero, di essere immigrato con lei non è mai stato un problema. Anche i suoi genitori non hanno mai avuto niente in contrario. Tutto questo mi ha molto aiutato: in tante cose io mi sento inserito in Italia. Certamente so che la mia terra è la Somalia, ma la mia vita è qua, il mio futuro è qua. I miei figli vanno a scuola, e a volte i loro insegnanti mi hanno chiesto di andare in classe per raccontare la mia esperienza, la guerra, l’essere andato via dal mio paese. Ho sempre accettato questi inviti, anche se per me è molto difficile parlare di certe cose, perché in fondo non sai mai quale può essere la reazione di chi ti ascolta. Però è importante far conoscere queste storie ai ragazzi, perché oggi in Italia ci sono tanti stranieri immigrati qua per motivi diversi e è molto importante capire come si possa convivere tutti insieme. Per questo la conoscenza è la prima cosa.

Una famiglia peruviana a Firenze

Intervista con una donna immigrata dal Perù, 23 marzo 2011.

Abito a Firenze da sette anni, sono arrivata qui dal Perù nel 2004 con mio figlio, che oggi ha undici anni. Mio marito è stato il primo a partire, è venuto in Italia per trovare lavoro e per un periodo è stato qua solo. Poi abbiamo fatto il ricongiungimento familiare. Lui ha preso il permesso di soggiorno grazie alla sanatoria.

Mi ricordo il giorno in cui ci siamo separati per la sua partenza, ero davvero triste. Il Perù è un paese povero, diverso da qua, ci sono tanti problemi. Noi avevamo delle difficoltà, alla fine mio marito ha preso la decisione di venire in Italia per migliorare la situazione. Appena è stato possibile siamo venuti tutti e così ci siamo riuniti. È stato molto difficile rimanere lontani per tutto questo tempo, non solo per me, ma anche per mio figlio, che nei suoi primi anni non ha quasi mai visto il padre. Io e mio marito ci sentivamo per telefono, a volte era difficile perché mancava la linea. Ci scrivevamo anche ogni tanto. Quando lui è arrivato a Firenze dopo qualche giorno mi ha mandato una cartolina con il Duomo, che conservo ancora oggi. Volevamo riunirci il prima possibile ma abbiamo dovuto aspettare per sistemare tutte le cose, essere immigrato è molto complicato. Io ammiro molto mio marito.

Vivere qua ha voluto dire fare enormi cambiamenti: Firenze è una città molto grande rispetto a dove noi stavamo in Perù, tutto è diverso. All’inizio mi muovevo con una certa difficoltà a orientarmi, avevo quasi un po’di timore.

Imparare l’italiano non è stato troppo difficile, soprattutto perché mio marito ormai lo conosceva già quando io sono arrivata. Comunque anche ora non lo parlo benissimo, ma capisco e mi faccio capire.

All’inizio sentivo un grande spaesamento. Per fortuna a Firenze ci sono tanti peruviani: tra noi ci troviamo spesso e questo aiuta a sentirsi in mezzo ad altre persone. Adesso ho rapporti anche con degli italiani, soprattutto per via della scuola dove va mio figlio, che gioca anche a calcio. Lui si trova molto bene con i suoi compagni e a scuola prende buoni voti: sono molto contenta.

Altri contatti con italiani sono quelli con i miei datori di lavoro: io faccio le pulizie domestiche, frequento le case di tre famiglie italiane. In futuro però vorrei cambiare lavoro. Mio marito è autotrasportatore, per questo spesso sta lontano da casa per più giorni: il problema della distanza è rimasto anche ora insomma.

La decisione di lasciare il Perù non è stata per nulla semplice, perché là abbiamo ancora molti legami. Tuttavia viviamo a Firenze da molti anni e credo che resteremo qua. Del resto oggi è una cosa normale che ci siano persone che vanno a vivere in paesi diversi dal loro.

Una filippina che non fa la badante

Intervista a una donna filippina, 25 marzo 2011.

In Italia ci sono tanti filippini, e anche a Firenze. Hanno iniziato a venire qua da molti anni. La mia famiglia no, è rimasta là. Io, che oggi ho ventinove anni, sono partita due anni fa. Sono vissuta sempre nel mio paese, dove ho studiato e seguito dei corsi professionali.

La scelta di Firenze è stata abbastanza casuale, dovuta più che altro al fatto che qui c’è una mia amica che mi ha ospitato, e ancora vivo con lei: abbiamo una piccola casa in affitto. Sono venuta qua per lavorare e aiutare la mia famiglia ma devo dire che mi piaceva l’idea di fare un’esperienza come questa. Prima di decidere definitivamente di trasferirmi qua ho parlato con la mia famiglia, abbiamo parlato tutti insieme. Sono arrivata a Firenze con mille euro in tasca e ho cercato da subito di darmi da fare per trovare un lavoro. Gli italiani pensano che tutte le filippine facciano le badanti ma non è così. Io lavoro in una cooperativa di servizi e spero di continuare perché mi trovo bene, anche se non guadagno moltissimo e poi devo anche mandare un po’ di soldi a casa. Non ho un contratto fisso ma finora non ho avuto problemi. Tra le mie colleghe ci sono altre mie connazionali, e poi altri immigrati da vari paesi dell’Africa.

Penso di poter dire di essermi trovata bene fin dal primo momento a Firenze, nonostante la lontananza da casa, le differenze tra i paesi, la necessità di abituarsi a nuovi modi di fare della gente. La possibilità che ho avuto da subito di trovare un lavoro mi ha aiutato molto. Ho anche fatto un corso di italiano per imparare la lingua. Le difficoltà maggiori sono quando non lavoro, perché non conosco moltissime persone e nel mio tempo libero ne risento.

Non penso che resterò in Italia per tutta la mia vita. Anzi, vedo il mio futuro di nuovo nelle Filippine. Vorrei tornare a casa appena sarà possibile. Vorrei costruirmi la mia vita là.

Una migrazione recente dalla Romania

Intervista a un uomo immigrato dalla Romania, 10 marzo 2011.

Sono arrivato a Firenze quasi cinque mesi fa, alla fine di ottobre 2010. Vengo dalla Romania, da un piccolo paese vicino al municipio di R.S. Ho sempre vissuto là con la mia famiglia, mi sono sposato, ho avuto due figli. Ho 25 anni.

Sono venuto qua con mia moglie, mentre i miei due figli di sette e sei anni sono rimasti a casa insieme a mia madre. Lei ha 43 anni, è malata al cuore, dovrebbe operarsi ma ci vogliono dei soldi, ci vogliono tremila euro. Anche mio fratello più piccolo per ora è rimasto a casa. In Romania non si trova lavoro, non si riusciva a fare niente. Anche altri dal mio paese sono venuti in Italia, in tanti partono per provare a cercare lavoro, una situazione migliore. Io vorrei lavorare, come imbianchino, come giardiniere, come stalliere. Anche qua è difficile, ma un po’ meglio. Però se trovassi lavoro potrei mandare dei soldi in Romania; anche ora li mando ma pochi. Adesso chiedo le elemosina. Oggi ero al centro commerciale, ma dopo un po’ la guardia mi ha mandato via. Allora sono sceso nel parcheggio, sono stato lì tutta la mattina e ho guadagnato tre euro. Tre euro: un panino. Da quando sono arrivato ancora non mi è riuscito trovare nessun lavoro. È difficile anche cercare. Quando sono arrivato a Firenze non conoscevo nessuno. Siamo arrivati qua una mattina e subito ho costruito una baracca, perché non avevo un posto dove stare insieme a mia moglie. Abbiamo passato tutti questi mesi nella baracca, ma non c’erano altre scelte. Abbiamo paura che ci mandino via, non possiamo stare là. Ogni tanto passa la polizia a fare controlli, forse è la gente che la chiama. Ci sono anche altri come noi. Tutti che abitano nelle baracche. I vestiti che ho me li hanno dati i volontari di un’associazione. Con i soldi delle elemosina posso solo comprarmi qualcosa da mangiare e le sigarette. Anche mia moglie chiede le elemosina. Davanti alle chiese, nei centri commerciali, per strada. Molte persone non ti guardano nemmeno. Nei posti dove vado più spesso con qualcuno ho fatto amicizia. Se uno mi riconosce magari si ferma a parlare. Un signore mi ha portato dei vestiti suoi. Me li ha regalati.

Le giornate sono sempre così. Giorno per giorno. La maggior parte del tempo in giro per guadagnare un po’ di soldi. In centro non andiamo mai, restiamo in zona, vicino a dove viviamo. Per ora è così.

Forse vorrei tornare in Romania, ma con un po’ di soldi. Vorrei riunire tutta la famiglia, stare insieme. Ora posso solo parlare al telefono con mia madre, i miei bambini, mio fratello. Vado alla stazione e chiamo da una cabina. Spero che le cose migliorino.

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