In linea da: 07/06/2009

Le fortificazioni sono concepite per essere future rovine

di Piero Brunello

Piero Brunello presenta e discute la nuova edizione di un «classico» di storiAmestre: I forti di Mestre. Storia di un campo trincerato, a cura di Claudio Zanlorenzi, seconda edizione, Cierre, Sommacampagna 2009. Il volume contiene scritti di Piero Brunello, Fabio Brusò, Gianni Facca e Claudio Zanlorenzi. Per una scheda completa, rimandiamo al sito dell’editore. Sono riflessioni avviate quando il termine «deterrenza» era di moda, e che risultano utili in questi tempi di fantasmagoriche basi militari, cittadelle autosufficienti in tutto, costruite su cunicoli e depositi sotterranei, che a forza di allargamenti sono destinate a circondare una città intera. Come già le pagine di Marco Fincardi pubblichiamo questo intervento pensando al movimento No Dal Molin.

Nota dell’autore. Riprendo i punti 2 e 3 dalla nota L’immaginario degli ingegneri militari scritta per l’edizione 1997 del libro, pubblicata allora nel sito del Coordinamento per il recupero del campo trincerato di Mestre, e non più consultabile; aggiungo il punto 1 e il paragrafo finale. (p.b., maggio 2009)

1. Trovandosi spesso ad Anversa negli anni Sessanta, W.G. Sebald venne a sapere dell’imponente cinta di fortificazioni costruite fin dal Seicento attorno alla città. Gliene parlò Austerlitz, un uomo conosciuto alla stazione centrale, che gli spiegò come «per premunirci contro l’irruzioni delle forze nemiche, siamo costretti a circondarci, in fasi successive, di sempre nuove opere di difesa, e questo finché l’idea degli anelli concentrici, che si spostano vieppiù all’esterno, non urta nei suoi limiti naturali». Sebald stette ad ascoltare, e fu sorpreso nell’apprendere «con quanta ostinatezza generazioni di architetti militari […] si siano mantenute fedeli a un’idea radicalmente sbagliata». L’idea sbagliata consiste in questo: pensare di poter garantire la sicurezza di una città costruendovi attorno un anello di forti e di bastioni. C’erano cose che non venivano messe in conto: che le fortezze più imponenti attirano anche le forze nemiche più imponenti; che il nemico può ignorare le fortificazioni e scegliere un’altra zona di combattimento; e infine che le fortificazioni risultano subito superate, «a lavoro appena concluso, se non addirittura prima», per via dei nuovi sviluppi dell’artiglieria. La storia non è magistra di niente che riguardi le tecniche di fortificazione. Austerlitz spiegò che nel 1832 la fortezza di Anversa fu ridotta a un cumulo di macerie dopo un assedio.

La cosa avrebbe dovuto dimostrare «tutta la follia» del sistema assedio-fortificazione, ma «l’unico insegnamento che incomprensibilmente se ne trasse fu quello di ricostruire, e molto più possente di prima, la cinta intorno alla città e di spostarla ancor più verso l’esterno». Nel 1859 la vecchia cittadella e i forti più esterni furono spianati per costruire una nuova cinta lunga nove o dieci miglia, e otto forti situati a oltre mezz’ora di marcia. Trascorsi nemmeno vent’anni, il progetto «si rivelò già inadeguato per via della gittata dei cannoni, fattasi nel frattempo più lunga, e della crescente forza distruttiva degli esplosivi». Nuova cinta ancora più esterna. L’ultimo forte, portato a termine alla vigilia della prima guerra mondiale, si rivelò «completamente inutile per la difesa della città e del territorio». Gli edifici sovradimensionati, questa la conclusione di Austerlitz, «gettano già in anticipo l’ombra della loro distruzione e, sin dall’inizio, sono concepiti in vista della loro futura esistenza di rovine»1.

Questa è anche la conclusione che si ricava dal libro I forti di Mestre. Storia di un campo trincerato, a cura di Claudio Zanlorenzi, ripubblicato da Cierre a distanza di dieci anni dalla prima edizione, e di venti da quando fu pubblicato in una versione più ridotta2. Sebald mette in rilievo l’ostinazione dell’ingegneria militare europea a perseguire vecchi schemi a dispetto dell’esperienza. Vorrei indicare due elementi di questa mentalità, almeno per il periodo che va da metà Ottocento alla prima guerra mondiale, quando cioè furono costruiti i forti di Mestre, e lo farò prendendo proprio a riferimento le conclusioni che si traggono leggendo il libro curato da Zanlorenzi: il primo elemento è l’idea fanciullesca dell’esplosivo come fuoco d’artificio, il secondo è il modello della città-macchina.

2. In Europa dopo la metà dell’Ottocento – come si legge in I forti di Mestre – furono prodotti e cominciarono a essere utilizzati nuovi materiali esplosivi: in Francia la melinite, in Prussia e poi in Germania il fulmicotone. Ora, gli effetti sempre più devastanti di questi materiali non venivano collegati a immagini di morte, a corpi fatti a pezzi, a città sventrate, bensì suscitavano da un lato un senso magico di avventura, di fantasmagoria e di spettacolo pirotecnico, e dall’altro una reazione di meraviglia di fronte al «progresso» della scienza. Notizie di questo genere erano diffuse soprattutto da riviste rivolte a un pubblico appassionato di «scoperte scientifiche», di «progresso della tecnica», di esplorazioni in Africa, di descrizioni di usi e costumi di «primitivi» e popoli lontani, di navi a vapore, di telegrafi e mongolfiere, di viaggi del mondo in ottanta giorni. Uno dei testi a decantare queste meraviglie è Viaggio al centro della terra, di Jules Verne: un celebre romanzo, uscito nel 1864, i cui protagonisti si ritrovano sepolti sotto un enorme strato di granito dopo un naufragio in un mare sotterraneo. E come riescono a risalire sulla superficie della terra? Stupore, sbalordimento, ammirazione…

Ecco il passo nella traduzione di Carlo Fruttero e Franco Lucentini (Einaudi, Torino 1989):

«L’islandese andò alla zattera, e ne ritornò in breve con l’occorrente. Cominciò a scavare con la piccozza un fornello da mina. Ma anche questo era un lavoro considerevole, trattandosi di fare un buco sufficiente per contenere cinquanta libbre di fulmicotone, la cui potenza esplosiva è quattro volte maggiore di quella della polvere da sparo ordinaria. Ero in preda a una prodigiosa sovreccitazione. Mentre Hans lavorava, aiutai attivamente mio zio a preparare una lunga miccia fatta con della polvere inumidita e racchiusa in un budello di tela. – Passeremo! Dicevo. – Passeremo! ripeteva mio zio. […] Accostai alla fiamma la rozza miccia, che cominciò subito a crepitare, e tornai correndo verso la riva. Saltai subito alla zattera. Allontaniamoci! Disse mio zio. Hans, con una spinta vigorosa, fece indietreggiare la zattera, e presto ci trovammo a una ventina di tese dalla riva. Fu un momento di estrema emozione. Il professore, cronometro alla mano, non staccava gli occhi dalla lancetta dei secondi. […] Che cosa avvenne allora? Il rumore dell’esplosione credo di non averlo neppure inteso. Ma la forma delle rocce cambiò in un istante sotto i miei occhi: i dirupi si aprirono come una cortina. Vidi un insormontabile abisso aprirsi in piena riva. Il mare, preso da vertigine, non fu più che un’onda enorme, sul dorso della quale la zattera s’inclinò quasi perpendicolarmente. Fummo rovesciati tutti e tre. In pochi secondi la luce dette luogo alla più profonda oscurità. Poi sentii l’appoggio solido mancare, non ai miei piedi, ma alla zattera. Credevo che stessimo colando a picco. Ma non si trattava di questo. Malgrado le tenebre, il fracasso, la sorpresa, compresi ciò che doveva essere accaduto. Oltre il macigno che avevamo fatto saltare c’era un abisso. L’esplosione aveva determinato una specie di terremoto in quell’imbocco attraversato da crepe, l’abisso s’era aperto, e il mare, trasformato in torrente, ci trascinava con sé. […] Riuscivo difficilmente a connettere, durante quella corsa vertiginosa che rassomigliava a una caduta. A giudicare dall’aria che mi sferzava il volto, la nostra velocità doveva superare quella dei treni più rapidi. Accendere una torcia in quelle condizioni era dunque impossibile, e il nostro ultimo apparecchio elettrico s’era rotto al momento dell’esplosione».

3. Osservo i disegni dell’epoca riprodotti ne I forti di Mestre: strutture sepolte sotto enormi masse di terra o riparate dietro spesse lastre di acciaio o pesanti strati di calcestruzzo; cupole metalliche a forma di schiena di tartaruga in grado di aprirsi, permettere il tiro di un cannone e richiudersi; un sistema di movimenti ordinati, prevedibili, regolari, comandati da un unico centro. La cupola si alza quando il nemico è a tiro e torna sotto terra automaticamente dopo lo sparo; il cannone viene ricaricato dagli artiglieri, e così via. Una serie di cupole, a breve distanza l’una dall’altra, sono montate sopra una struttura sotterranea in calcestruzzo e muratura. Le truppe accedono dall’alto grazie ad appositi ascensori, e nei locali sotterranei trovano tutto quanto serve. Gallerie collegano le stanze sotterranee destinate alla truppa, alle munizioni, alle vettovaglie. All’interno l’illuminazione artificiale è garantita in ogni punto. All’esterno minuscole torri gettano fasci di luce elettrica sulla campagna circostante. Tutto il congegno è mosso da un potente motore centrale sepolto al centro della fortezza. I soldati sono raffigurati piccoli, tutti uguali uno all’altro, ciascuno al posto che gli è stato assegnato: sono appendici dei macchinari e dei congegni meccanici.

La storia insegna che basta un niente perché s’interrompano collegamenti, aria, luce, acqua e cibo. Ma questa è l’epoca del sistema di produzione industriale in grandi manifatture, e il forte-macchina riflette il modello di città-macchina che si andava affermando in Europa. Architetti e filantropi disegnano edifici su più piani e composti di molti appartamenti per singole famiglie, in ognuno dei quali arriva la forza motrice prodotta da un’unica macchina a vapore collocata nello scantinato. L’energia si distribuisce grazie a un sistema di ingranaggi, di alberi e di cinghie di trasmissione orizzontale e verticale. Una rete di tubi distribuisce l’illuminazione artificiale e l’acqua. Una stessa forza motrice fa azionare bagni, lavanderie, essiccatoi, macchine per il bucato. Con la stessa logica sorgono progetti di ospedali e di caserme, con pilastri incastrati su basi di calcestruzzo, ossatura in ferro, muri in mattone, capriate di ferro collegate da verghe tenute insieme da bulloni. Riscaldamento e ventilazione sono assicurati da un congegno mosso da un solo motore posto alla base dell’edificio, da cui parte la rete dei tubi e delle condotte d’aria che si diramano per scale, corridoi, gallerie, officine, magazzini, dispense, camere, sale comuni3.

Forti-macchine, città-macchine, fabbriche-macchine. Ciascuno, ciascuna, al suo posto, obbedisce al funzionamento della macchina. Aveva ragione Austerlitz, quando, raccontando a Sebald le trasformazioni di Anversa nel corso dell’Ottocento, diceva «che la visione di una città operaia ideale, sorta nella mente di alcuni imprenditori filantropi, si era trasformata di colpo nella prassi di accasermare la gente». Del resto, concludeva, «i nostri migliori progetti si ribaltano sempre nel loro esatto contrario al momento della realizzazione»4.


1 W.G. Sebald, Austerlitz [2001], trad. di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2002, pp. 21-27.

2 I forti del campo trincerato di Mestre: storia, ambiente, prospettive di riuso, a cura di P. Brunello, Libreria Utopia 2, Venezia 1988; I forti di Mestre. Storia di un campo trincerato, a cura di C. Zanlorenzi, Cierre, Verona 1997 e 2009 (scritti di P. Brunello, F. Brusò, G. Facca, C. Zanlorenzi).

3 G. Teyssot, «La casa per tutti»: per una genealogia dei tipi, in R.H. Guerrand, Le origini della questione delle abitazioni in Francia: 1850-1894, a cura di G. Teyssot, Officina, Roma 1981, pp. LXXV-XCIC.

4 Sebald, Austerlitz cit., p. 36.

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