In linea da: 03/12/2008

«Tradurre» dal veneto antico all’italiano moderno. Lettera al direttore di un contribuente perplesso

di Gigi Corazzol

Gigi Corazzol recensisce, sotto forma di lettera al direttore, l’edizione dell’Itinerario per la terraferma veneta nel 1483 di Marin Sanuto, a cura di Roberto Bruni-Luisa Bellini, supervisione di Marco Pasa, collaborazione di Aldo Ridolfi-Roberto Longhin, Padova, Cleup, 2008. Oltre all’autore, che ci ha messo a disposizione il suo testo, ringraziamo Rosario Morra e Walter Pilotto, che hanno preparato un’edizione a stampa, in forma di opuscolo, disponibile in un numero limitato di copie a Feltre, presso le librerie Agorà e Pilotto. Ringraziamo Rosario Morra anche per averci messo a disposizione due sue illustrazioni.

Avvertenza

Le convenzioni retoriche che autorizzano a scrivere a inesistenti direttori di riviste inesistenti sono più che polverose. A qual fine sgrullarle? per amore del tono colloquiale? per nostalgia di conversazioni?1

a Claudio Donati




Caro Direttore,

come forse ti sarà giunta voce, nella seconda metà del 2008 la lettura delle poesie di Valerio Gaio Catullo ha conosciuto, qua da noi nel feltrino, un significativo incremento. Da pastura pressoché esclusiva di liceali Catullo si è trasformato in eletta bevanda spirituale di una squadretta di pensionati inpdap, e ciò in grazia del fatto che Gian Vittore Citton questa primavera si è imbarcato nella traduzione in dialetto di una cinquantina di Carmina. Vuoi perché interpellati direttamente circa la resa di questo o quel passo, vuoi perché indotti dal suo esempio, tra gli amici di Citton è divampata una piccola epidemia catulliana. Nel mese di settembre poi, in occasione del compleanno di Citton, la libreria editrice Agorà, secondando i voti di un piccolo consorzio di amici, ha pubblicato una ventina di queste traduzioni con il titolo La stanchezza dell’airone seguita da Catulo in Cornaróta.

Proprio nel contesto di questo imprevedibile revival, Graziano Pampaloni, una volta che venne a Feltre, mi chiese se avevo voglia di dare un’occhiata a un libro uscito a Padova nell’aprile del 2008. Il libro, come da frontespizio, è il seguente:

Itinerario per la terraferma veneta nel 1483 di Marin Sanuto, a cura di Roberto Bruni-Luisa Bellini, supervisione di Marco Pasa, collaborazione di Aldo Ridolfi-Roberto Longhin, Padova, Cleup, 2008.

È un libro di 384 pagine dalla struttura complessa. In pratica i curatori forniscono

– il testo dell’edizione curata da Rawdon Brown nel 1847 (alle pagine con numero pari),

– una traduzione in «italiano moderno» del testo stabilito dall’edizione Brown (alle pagine dispari),

– la trascrizione di un manoscritto marciano dell’Itinerario edita da R. Fulin sull’Archivio Veneto,

– un imponente apparato cartografico relativo alle più importanti località visitate da Sanudo nel corso del suo viaggio. 

Dimenticavo di dire che il volume contiene un foglio volante di errata corrige inserito tra le pp. 384-385 che avverte il lettore di come l’anno di pubblicazione non sia il 2007 che si legge stampato in coda, bensì il 2008. Uno scrupolo lodevole, da additare a esempio alla gioventù studiosa. La nostra è l’epoca dell’estinzione degli errata corrige, che pure erano (e sono) un civilissimo istituto.

Ma è ora di tornare a Catullo. Graziano mi sottopone un passo della traduzione in italiano moderno, (pp. 45, 47). Te lo giro, caro direttore.

«… come il veronese Catullo pianse la passera, uccello scappato all’amica che, però nell’opera è detta passero.»

Vediamo come suona nel veneto antico di Sanudo.

Catullo «pianse la passera ocello di l’amica et l’opera è dicta passer».

A non tornare a Graziano erano specialmente due dettagli. Vediamoli uno per volta. I versi in questione recitano, lo ricorderete,

passer mortuus est meae puellae

quam plus ille oculis suis amabat.

Primo. Quale che sia la passera di Sanudo (posto anche si tratti di un passero solitario) non si tratta di un uccello scappato, bensì morto (mortuus est). Da cui volgere in italiano moderno con «pianse la passera, uccello scappato all’amica», e ammettendo pure che l’associazione dell’uccello alla passera non sia, in linea di principio, fuori posto, dice l’amico, non si può altro che tradendo la lettera del carme.

Secondo. Quel plus quam oculis suis amabat. Non ti pare, fa Graziano, che questo giro di parole consigli di intendere l’ocello del Sanudo non tanto come un uccello (scappato) ma come un oculus piccolo, un ocellus/ocello appunto, diminutivo con funzione vezzeggiativa? Bada che il Grande Dizionario della lingua italiana della Utet (d’ora in avanti il Battaglia) attesta di come l’uso di ocello per piccolo occhio era comune nel volgare quattrocentesco. Ed è uso ancor vivo oggi, sebbene deperito, ci dicono vuoi il Palazzi vuoi il Sabatini-Coletti. Passera, uccello scappato, con polenta magari? No, sai. Neanche per idea.

– Interessante, dico io. Ma, caro amico, come posso renderti servigio? Non sono mica un latinista. – Aspetta, mi ferma Graziano. Se avevo pazienza voleva sottopormi due altri passi. Uno relativo alle magistrature veneziane (i cosiddetti consigli) e l’altro alla toponomastica padovana. Per comodità ti darò, caro direttore, prima il testo in «veneto antico» e di seguito la traduzione in «italiano moderno». Le parentesi quadre sono dei curatori.

Sanudo, p. 32

«…ne li conselgi nostri rimase uno di prole mia, Censor, over ut vulgo dicitur, Auditor Novo»

Bruni-Bellini, p. 33

«coi consigli di mio cugino censore, ut vulgo dicitur [come è chiamato dal popolo] auditore nuovo».

Non credi anche tu che qui i buoni o cattivi consigli di suo cugino non c’entrino per nulla? Come contraddirlo? 

Veniamo ora ai nomi delle piazze di Padova

Sanudo, p. 42

«à cinque cosse nobile et cinque piaze, scilicet nobilium, herbatica, frumentaria, lignaria et palearia»

Bruni-Bellini, p. 43

«[si trovano] cinque cose [mercanzie] importanti che sono [poi trattate] in cinque diverse piazze [spazi]: scilicet nobilium [splendidi pezzi di carne] ortaggi, cereali, legname e travature».

Posto, mi fa Graziano, che ancora oggi a Padova risultano la piazza dei Signori, quella delle Erbe, quella della Frutta eccetera, avevo mai sentito parlare di una piazza delle travature?

– No. Mai sentita. Si vede – continuo, mai sazio come sono di lepidezze fuor di proposito – che palearia preferiscono farla derivare da palus anziché da palea (paglia). Ma lasciamo perdere le travature. Piuttosto tu, che sei filologo, riesci a spiegarmi la via che da «[piaza] nobilium» mena a «splendidi pezzi di carne»?

Ma il mio amico non è in vena di freddure.

Veniamo al favore. Dato che per un certo periodo della mia vita mi sono occupato di storia della repubblica veneta, desiderava dessi una scorsa al volume per verificare se, al di là di occasionali fraintendimenti in fatto di:

a) poesie di Catullo,

b) costituzione di Venezia,

c) toponomastica padovana,

quanto a temi e questioni specificamente storiche la traduzione dell’Itinerario di Bruni-Bellini rendesse un reale servizio al lettore profano.

– Per intanto, conclude, dai un’occhiata qua. Siccome eravamo a Feltre lui, giustamente, ad abundantiam, aprì il libro dove si parlava di Feltre.

Sanudo, p. 272

«Erra Castelan Piero Bellegno, à page 20; el castelan da pan et vin, et lire 12 al mexe a li compagni, …»

Bruni-Bellini, p. 273

«Era castellano Pietro Bellegno con venti uomini, al quale piaceva molto mangiare e bere, dà 12 lire al mese ai soldati…»

– Giurabbacco baccone tu mi colioni! – dico io cavandogli a forza dalle mani la tegola color vinaccia da cui stava leggendo (il libro ha più o meno le dimensioni di una marsigliese) – Non ci credo. Fammi vedere!

Che dio mi accecòni! – rispose lui pronto, secondo ci obbliga una traduzione del Macbeth in dialetto alto-vicentino cara a entrambi.

Così come aveva detto. Preciso alla virgola. (In effetti Sanudo intendeva dire che i venti soldati agli ordini del Castellano venivano compensati con vitto, alloggio, e 12 lire al mese). Va bene che tradurre è tradire, ma qui siamo nei paraggi di tuquoquebrutefilimi e di giudascarïotto. Antenòra pura; un ponte e una calle ed è Giudecca.

Sono peraltro lieto di parteciparti, caro direttore, che la traduzione non manca di recare sfregio anche al comune capoluogo. Alla nostra diletta Belluno-sentirsidolomiti, dico. Dove Sanudo, p. 272, scrive

«se intra in Cividal per lo borgo di Campedolo»,

i nostri hanno tradotto, p. 273

«si entra in Cividale da borgo Campendolo».

Lascio giudicare a te, caro direttore, se noi da Feltre ci si possa mai fidare di gente (i bellunesi dico) che ancora oggi hanno la nomea (diffusasi, nota bene fin nella remota padovana profonda) di impiccare i cani (in uno specifico borgo a ciò destinato) per poi lasciarli lì che il vento li dondoli. Vergognosi! Ripieno di tanta consolazione (municipale) gli chiesi di lasciarmi il libro, promettendogli che mi sarei fatto vivo presto.

2. Per ragioni che approfondirò più avanti (più precisamente a causa della determinazione della Provincia di Verona n.° 1879 del 18 marzo del 2008) ho cominciato le mie esplorazioni dal resoconto che Sanudo fa del suo soggiorno veronese. Ultimo preambolo. Assumerò, per ragioni di economia espositiva, che la trascrizione che Bruni Bellini offrono della edizione Brown sia accurata, anche se qualche confronto effettuato qua e là autorizza a dire che non mancano errori materiali. Perché mai, se il progetto consisteva nella traduzione di Sanudo in italiano moderno, non garantirsi dai rischi connessi a ogni e qualsiasi trascrizione ricorrendo a una riproduzione anastatica della stampa ottocentesca? Mistero. Oltretutto la riproduzione dell’edizione curata da Brown si può scaricare gratis da Internet (basta andare su http://books.google.it e dare le opportune istruzioni). A ogni modo Bruni e Bellini hanno preferito trascrivere. Io, come ho detto, prenderò tutto per buono perché ho un inveterato debole per i capitani coraggiosi (come per parecchio altro Kipling).

Ma torniamo a Verona e vediamo l’incipit.

Sanudo, p. 210

«Verona, a scriptori Hebraici nominatissima et a Sem filgio di Noè edificata, et Hierusalem menor vocitata…».

Bruni-Bellini, p. 211

«Verona è molto conosciuta dagli scrittori ebraici; fondata da Sem, figlio di Noè, Gerusalemme è meno citata…».

Ah, cane dall’ostrica!

Meglio fare un’altra carotatina. Vediamo la Garzaria. Cos’è la Garzaria ce lo spiegano i curatori a p. 376, nota 30.

«La Garzaria era il luogo di mercato dei tessuti esistente in tutte le città, ma particolarmente importante a Verona».

Sanudo, p. 214

«La Garzaria… è botege 12 de pani bianchi infiniti…»

Bruni-Bellini, p. 215

«La garzaria… ci sono dodici botteghe di pane bianco in infinite [forme e gusti]…»

Pani, panni. Che sia l’ennesimo infortunio causato dal cronico problema che i veneti hanno con le doppie? Senza dubbio. Con una complicanza specifica, quella di un feeling men che scarso da parte dei traduttori con la merceologia del settore tessile-abbigliamento. Facciamo una capatina a Martinengo, nella Bergamasca, che così mi spiego meglio.

Sanudo, p. 174

«Si fa molti et innumerabilli zuponi bianchi di fostagno, con assà botege, et si vende tre al ducato, et è zupadi».

Bruni-Bellini, p. 175

«In molti negozi si cucinano innumerevoli pentole di minestrone bianco di castagne che si vende a tre [porzioni] al ducato con pane inzuppato».

Perché porzioni è tra parentesi quadra? Perché i traduttori si son dati la regola di segnalare le loro giunte. Loro, per la verità, non le chiamano giunte ma integrazioni, «concepite sempre e solo per rendere chiara e scorrevole la lettura» (p. 28).

Salvo che le pentole di Martinengo, e dimmi tu, caro direttore, se non si tratti di un fior di integrazione, non sono poste tra parentesi. Questa burla ha da finir, dirai tu, chetati. Ovvio che quegli zuponi sono dei giubboni e che le castagne non c’entrano niente. Per inciso ci vuole proprio un bel toupet (disinvoltura sprezzante) per emendare in castagne una parola perfettamente dotata di senso come fostagno. Chi scrive, per contro, non saprebbe dar conto di quel zupadi finale, salvo escludere che c’entri l’inzupparci il pane. Giacomo mio figliolo, con cui mi sono confidato, mi segnala che in italiano c’è l’aggettivo giubbato, dal latino iubatus. Secondo il Sabatini Coletti giubbato vuol dire fornito di criniera folta. Escluderesti, caro direttore, che iubatus prima di finir giubbato possa essersi fatto un giretto in veneziano come zupado? Nel Dizionario del Boerio, uscito nel 1856, vale a dire nove anni dopo l’edizione Brown (1847), il lemma zupado non c’è. Di giuppe trapunte e attorcigliati drappi scrive l’Ariosto (Orlando, XVI, 50). Mettiamoci l’irsutismo delle criniere. Alle corte. Vuoi vedere che quei minestroni/giacconi di Martinengo si distinguevano per la caratteristica di essere imbottiti? Capi autunno-inverno? Bisogna controllare, si capisce, non sono mica sicuro. Mi soffermo su questo infortunio della zuppetta perché in esso si condensano le principali caratteristiche di tutto quanto il lavoro di traduzione, che sono, in sostanza,

a) fraintendere parecchio di quel che è chiaro,

b) non riconoscere (e tantomeno segnalare) le difficoltà evidenti,

c) dar fuori in ghiribizzi pirotecnici alla menoma occasione.

Consentimi, direttore, un riflusso di pedanteria biliosa a proposito delle virtù migliorative delle cosiddette integrazioni. La lettura può essere resa scorrevole ma in nessun modo chiara. Chiara sarà semmai la scrittura. Peli nell’uovo? Convengo. Ma ammettilo, Bruni e Bellini quandoquidem provocano gratis. Rientriamo in carreggiata e veniamo a chiarire cosa intendo per ghiribizzi.

Verona chiama Adige. Facciamo un salto a Rovereto.

Sanudo, p. 206

«et tuti i porti è soto Roverè se afita ducati 350; dei danari si paga il Pretor et officiali…».

Bruni-Bellini, p. 207

«…tutti i porti sono sotto Rovereto, si affitta una barca con 350 ducati, con tanto denaro si possono pagare il pretore e gli ufficiali…».

Qui le integrazioni (barbine) fioccano, la barca (ghiribizzo) fa acqua da tutte le parti, eppure non c’è nemmeno l’ombra di una parentesi quadra. Lascio giudicare a te, caro direttore, se occorreva andare avanti a leggere per rispondere alla domanda di Graziano.

Il libro costa 75 euro. Mi sono deciso a scriverti istigato da civici rispetti. Mi auguro che nessuna istituzione pubblica della nostra provincia abbia acquistato questo libro. Faccio voti perché nessuna abbia ad acquistarlo in futuro. C’è pericolo, dirai tu? Certo che c’è. L’Itinerario dedica, come hai visto, alcune pagine a Feltre e Belluno. Il libro gode del patrocinio della Provincia di Belluno. Ti pare bello che i nostri bravi bibliotecari mi considerino un patrocinio della Provincia come il due di coppe?

La ragione dei miei auspici? È presto detta. Il libro si caratterizza specialmente per la traduzione. E la traduzione è mendosa, molto mendosa. Oltretutto entro la fine del 2008 dovrebbe uscire per la Diabasis di Reggio Emilia una edizione dell’Itinerario curata da G.M. Varanini, M.S Knapton e J.E. Law (tre studiosi di prima qualità) che di euro ne costerà 19. Mancherà della traduzione e delle circa novecento tra mappe e disegni tratti da trentadue raccolte diverse che ornano il prodotto Cleup. Mi sento tuttavia di escludere che queste coloratissime appendici più la «supervisione» (sic) di Marco Pasa giustifichino un supplemento di spesa di 56 euro. L’Itinerario ha atteso 161 anni prima di essere ristampato: possiamo bene aspettare ancora qualche mese per mettercelo in casa. In caso di urgenza vi potete aggiustare, come vi ho detto, con Internet. Spero, caro direttore, che arriveremo in tempo. Al momento risulta che in Italia ce l’abbiano solo la Nazionale di Roma, la Marciana (ça va sans dire) e l’Universitaria di Padova. Vi pare il caso, cari amici bibliotecari bellunesi, di scalmanarvi? A fare come la biblioteca universitaria di Heidelberg, che ce l’ha a scaffale già bello che catalogato, più che far la figura dei solerti si fa quella, men grata, dei pissa-in-pressa (sventati). Ci tenete?

3. Caro direttore, capirai bene che, avendo lavorato per trentotto anni in scuole di vario ordine e grado, se mi son deciso a chiederti ospitalità non può essere per il solo fatto di aver trovato in un libro qualche sconvenienza. Libri se ne leggono di belli e di brutti. Fa parte del gioco. Io stesso ne ho scritti e, nonostante la mia bella età, come vedi, persevero. E tant’è scrivere che sbagliare. Sbagliare è facilissimo.

Insomma, vuoi una cronica periartrite alla spalla destra, vuoi la scarsa inclinazione naturale, vuoi l’esplicito comandamento io non sono uno che tira pietre; per primo men che meno. Né faccio gaia comunella con chi si compiace di tirarne. Ultimamente sto molto attento a evitare le cattive compagnie, particolarmente schivo gli aristarchi mandamentali, perché ho imparato da quali bassifondi del cuore peschino certe aromatiche affettazioni di virtù. Dunque perché mai ho deciso di scriverti? Te lo dico senza vane ironie. Per considerazioni di ordine politico.

I traduttori di Sanudo, supervisore o no, avrebbero mai potuto, da soli, pubblicare il libro che ho tra le mani? Questo è il punto delicato di tutta la storia.

Su come uno, arrivato a una certa età, si ingegni a tirar notte io sono di larghe vedute. Sei assetato di vita attiva? Gradisci, per dirne una, passare le domeniche a spezzare le reni alla bicicletta da corsa (in carbonio zecchino) facendola gemere e piangere su e giù per i più bastardi passi dolomitici fino a che i passi non la riducono ecce homo? Benissimo. Sappi che mi troverai al traguardo ridente. D’applausi (a te, prode) e di pietà ipocrita (per la bici in carbonio). Passiamo ai contemplativi. Volete che non sappia che c’è gente che ha pronti in stato di ne varietur diversi romanzi gotici di taglia XXXL in libero stile moresco e ciò nonostante non vi sia nessuno, ma proprio nessuno, (nemmeno loro), disposto a tirar fuori un centavo per pubblicarli? Quorum ego? Vai a sapere.

Altri ancora spendono gran parte delle ore di luce dipingendo vedute idilliche del loro paese; per lo più in stile impressionista; vedute di fantasia, si capisce. Come buona parte dei paesi veneti anche il nostro (Pedavena), grazie a vent’anni di calcestruzzo a betoniere rovesce (veneto antico roverse) propiziato da amministratori lungimiranti, sconsiglia il vedutismo meticoloso. Meglio schizzi veloci. A chi mi chiede io consiglio sempre di buttarsi su soggetti fantasy.

E cosa vogliamo dire del bricolage? Non sapete come mi capita di rimanere tutte le volte che vado in visita alle mostre di lavoretti che fioriscono in ogni dove sotto Natale a fini di beneficenza. Anzi sì. Rimango a bocca aperta a fronte di quel che, giuste le dosi, sia capace la mescola di umano ingegno e tedio prealpino.

Veniamo infine agli studi eleganti. Vuoi scrivere la storia del tuo paese in ottave? Ottimo. Ti va di stare in archivio a girar carte dalla mattina alla sera tutti i santi giorni, in modo che, come è capitato a Rawdon Brown, tu possa lasciare alla posterità (nel caso di specie al Public Record Office di Londra) 126 volumi di spogli manoscritti? Oro.

Roberto Bruni, tanto per tornare a noi, narra di sé che sono stati gli studi classici a condurlo «ad appassionarsi di storia medievale, in particolare del territorio veneto e della Repubblica di Venezia». Io sono un caldo settatore della passione. «Senza entusiasmo – dice Robert Schumann ai giovani musicisti – non porterete a termine mai nulla di buono». Anche alla dottoressa Luisa Bellini non sono sconosciute le gioie della passione generosa. Il suo ramo sembra essere la socievolezza promozionale. Laureatasi in storia dell’arte contemporanea «è tra i fondatori dell’Associazione Culturale Terzomillenio».

Dal mio punto di vista Roberto Bruni e Luisa Bellini hanno commesso un peccato venialissimo: quello di buttare, come si dice, il cuore oltre l’ostacolo. Nella vita pratica sappiamo tutti che l’organo da far arrivare indenne dall’altra parte è il cavallotto. Se sei in stato di dover buttare il cuore, a parte che è metafora sanguinolenta e un po’ staraciana, il dato empirico inaggirabile è che non hai calcolato bene né l’altezza dell’ostacolo né le tue forze.

Mi guardo bene dal fare dell’ironia. Parlo di un ramo della vita, quello del dispendio unilaterale, che conosco come le mie tasche, per diretta esperienza. Tanto per dire mi sono stampato a mie spese, per pura vanità, un paio di libretti, per non parlare di questo opuscolo in maschera di lettera. Invenduti in gran parte. Anni fa, poi, con una trentina tra appassionati, pensionati e casalinghe di Feltre, iscritti chi all’Auser chi alla associazione Fenice, abbiamo compilato un indice dei nomi di persona e di luogo presenti nei volumi secondo e terzo di una secentesca storia di Feltre edita nell’800, storia che si usa attribuire, con parecchia approssimazione, al padre francescano Antonio Cambruzzi. Noi alla fine siamo rimasti soddisfatti. Un po’ meno l’Auser e la Fenice visto il trascurabile ricavato dello spaccio. Da allora non passa anno che non troviamo qualche errore nel nostro volumetto. Per esempio abbiamo legittimato l’esistenza di un Porta Porcellio, napoletano, solo per non esserci curati di verificare sul manoscritto l’esatta grafia del nome. E infatti si trattava non di un Porta, ma di un poeta napoletano. Una volta tolto di mezzo il Porta, risalire al ben noto Giannantonio de’ Pandoni, detto il Porcellio, diventava un gioco da ragazzi. Ma intanto abbiamo un indice in cui Pandoni manca e Porta c’è. Insomma se c’è un settore di cui vanto una fin troppo lunga esperienza è quello dei lavori fatti a gratis per il puro gusto di farli, alcuni dei quali, tutto sommato, niente affatto irreprensibili (eufemismo).

Ma vedi, direttore, a me pare tutt’un altro paio di maniche, per non dire che mi infervoro, se un passatempo, una attività scacciapensieri, invece che appagarsi nel divertimento, mi deraglia in fantasie di eldorado. Anzi no. Non deraglia, non scarroccia niente affatto. Mette dritta la barra verso la costa d’oro del denaro pubblico e succede che vi trovi banane e lamponi. Altro sì che fantasie. Lupi di mare.

Tema: «Editoria di cultura e denaro pubblico. Analizzate le forme della sinergia virtuosa». Pensa che ti pensa ecco il mio svolgimento. Mi pare che il pubblico denaro possa lecitamente impollinare le opere dell’ingegno secondo quattro forme:

a) con finanziamenti diretti,

b) tramite l’acquisto garantito di una certa quantità di copie,

c) col fornire a prezzi di favore pubblici servizi,

d) indirettamente, tramite segnalazioni, pubblicità e simili.

Quei lettori cui spiaccia il moralismo in ogni sua forma sono pregati di saltare direttamente alla quarta sezione di questa lettera. Di qui in avanti, trattandosi di accertare l’edizione dell’Itinerario si sia valsa di una, o più, delle soprascritte modalità, c’è rischio che il moralismo si sprechi.

Punto a)

«Questo mese sono particolarmente orgoglioso di presentarvi una pubblicazione alla cui edizione ha contribuito anche questo Assessorato…». L’assessore in questione è il signor Flavio Manzolini, responsabile per la provincia di Padova dei settori «Industria, Artigianato, Commercio, Distretti industriali e aree termali, Rapporti con L’ESU, Identità veneta e Relazione con gli stati esteri». Il passo appena citato si può leggere su Newsletter. Notizie dalla Provincia di Padova, numero 33, giugno 2008. Anche vuol dire che l’assessorato Industria ecc. non è stato il solo ente che si sia speso. Non si precisa l’ammontare del contributo. Né io sono stato capace di trovarlo nel sito della Provincia.

Sempre dalla Newsletter (una volta si chiamavano Bollettini) si apprende di un serrato calendario di presentazioni avvenute in vari luoghi della Padovana. Nel programma di tutte quante era previsto il saluto dell’Assessore. Un saluto asciutto asciutto? Vuoi niente locandine, rinfreschi, bicchierate? Piccolezze, d’accordo.

Punto b)

Di acquisti consistenti so solo di quello della Provincia di Verona. La determinazione n. 3822 del 17 giugno 2008 prevede che l’associazione artistico culturale Terzomillenio venga liquidata con euro 6480, iva compresa, a saldo della «fornitura di n. 144 volumi». Prezzo unitario del volume: euro 45,00. Dalla determinazione appena citata si ricava un dettaglio secondario ma di un certo interesse. La Provincia di Verona aveva deliberato (pardon determinato) l’acquisto di 300 copie del volume fin dal 26 luglio del 2007 (cfr. determinazione n. 4113), cioè una decina di mesi prima dall’uscita effettiva del volume. La ragione per cui si scese da 300 a 144 la si legge nella determinazione del 17 giugno. Nel luglio del 2007 si riteneva che il prezzo del libro sarebbe stato di euro 21,60. Il 3 dicembre del 2007 la dottoressa Luisa Bellini comunicava al Servizio pianificazione e sistema informativo territoriale della provincia «che il nuovo costo del suddetto volume è pari a euro 45». Intendiamoci, non c’è niente di male in un acquisto preventivo. Esso può benissimo essere stato deciso sulla base dell’esame delle bozze. En passant: piace sottolineare come anche a Verona, oltre che a Padova, non sia solo l’assessorato alla cultura che si dedichi alla promozione dell’editoria più sostanziosa.

Punto c)

Qui mi muovo sulla base di congetture. Va saputo che pubblicare mappe e disegni conservati negli Archivi di Stato costa parecchio. Le immagini provenienti da fondi dell’Archivio di Stato di Venezia sono poco più di 250 (256, salvo errore). Quelle tratte dagli Archivi di Stato di Mantova, Padova, Treviso e Verona sono 58. Mi sono appositamente informato presso l’amministrazione archivistica su quanto si deve pagare per ottenere il diritto di pubblicare una singola immagine. Nell’eventualità che ci possano essere prezzi diversi ho esplicitamente chiesto che mi venisse indicato il prezzo minimo. Siamo attorno ai 47 euro. I conti sono presto fatti. Basta moltiplicare il numero delle riproduzioni (314) per il costo unitario (47 euro). Totale euro 14758. La spesa per ottenere i diritti di pubblicazione dagli archivi di stato non può essere stata inferiore, stante le tabelle ministeriali in essere, alla somma che si è detta. A pagina 2 si legge che il libro è stato pubblicato

CON LA

COMPARTECIPAZIONE

TECNICO-SCIENTIFICA

DELLA SEZIONE

DI FOTORIPRODUZIONE

LEGATORIA E RESTAURO

DELL’ARCHIVIO DI STATO

DI VENEZIA

Così, in capitale lapidaria corsiva a doppio interlinea. Sotto la lapide seguono: a) il logo a colori dell’Archivio di Stato di Venezia, b) il nome del direttore, c) quello del responsabile del coordinamento scientifico, d) quelli di quattro tra fotografi e funzionari. Il dubbio che mi è venuto a fronte di un riconoscimento di tale inconsueta solennità (ed è dubbio che voglio dar fuori con la massima chiarezza per non lasciare alcuno spazio a insinuazioni o ammicchi) è che questa compartecipazione possa essersi concretizzata anche attraverso l’applicazione di prezzi agevolati. Per dirla popolarmente mi sono chiesto se l’associazione culturale Terzomillenio possa aver beneficiato di uno sconto. Della legge da cui discendono queste tariffe (periodicamente aggiornate), legge conosciuta come legge Ronchey, io penso strage, i.e. che sia borbonicissima. Nondimeno vige. Pertanto, ove i curatori abbiano goduto di un prezzo di favore, siamo nel caso al punto c). 

Se gli archivi di stato praticassero i prezzi sensati della biblioteca Bertoliana, della Joppi, dell’Archivio Diocesano di Udine, dell’Archivio provinciale di Bolzano (tutti i tariffari sono consultabili su Internet) non starei in bigoncia a concionare di denari pubblici erogati in natura. A ogni modo meglio che Bruni e Bellini abbiano goduto di uno sconto piuttosto che un qualche assessorato si sia visto recapitare una nota spese di 14000 e passa euro, se non di più, visto che in apparato ci sono anche una quindicina di pezzi provenienti dalla Biblioteca Nazionale Marciana (che pratica gli stessi prezzi degli Archivi di Stato). Volete sapere come va con le Biblioteche comunali di Treviso? Spiacente. «Le richieste di riproduzioni a scopo di pubblicazione devono essere concordate con la direzione». Così, a beneplacito. Affari riservati. 

Punto d)

Come risulta dal tourbillon di loghi coloratissimi che anima pagina 5, la pubblicazione dell’Itinerario è avvenuta con il patrocinio di una regione, quella del Veneto, e di tredici province: sei venete (Venezia, manca), tre lombarde (Bergamo, Brescia e Mantova), tre friulane (Pordenone, Udine e Gorizia), una emiliana (Ferrara). Vanno aggiunti i patrocinî del Centro di Ricerche storiche di Rovigno e del Circolo di cultura Istro Veneta «Istria». 

Un patrocinio talmente corale non può lasciare indifferenti. Ragioniamo. La prima spiegazione potrebbe essere quella che ci troviamo davanti a un’opera eccezionalmente meritevole. E un bibliotecario coscienzioso cosa fa se tredici province, una regione e due circoli culturali danno il patrocinio? Se ha soldi in cassa, e sempre che non sia il solito bastian contrario, si affretta all’acquisto. Confesso che tanto assortito patrocinare mi ha suscitato qualche scrupolo, per cui mi sono rimesso al lavoro. Sono tornato sereno, caro direttore, in men che non si dica. Il libro è proprio quello che è. Ma potevo lasciar cadere io, che bibliotecario non sono ma pensionato alla mercé dei venti, l’occasione offertami dalla sorte per riflettere sull’essenza del patrocinio e sui rapporti che intercorrano tra il patrocinio e l’attività dello scrivere? Fatalità proprio in quei giorni stavo leggendo un saggio di W.H. Auden che si intitola Writing. È del 1932, è rivolto a boys, girls e rispettivi genitori (their parents), ed è una delizia che vi raccomando di tutto cuore.

Orsù, perché si scrive? 

Si scrive, risponde Auden, per due ragioni principali: per desiderio di compagnia (agli uomini accade di sentirsi soli) e per il piacere che dà lo scrivere. Nel dubbio di aver letto, al solito, con poca attenzione, ho ripassato il saggio da cima a fondo parola per parola. Auden non ne parla. Non c’è proprio traccia del patrocinio. Tutto quel che si trova alla parola patrocinio in un normale dizionario italiano-inglese è defence, pleading, legal aid. Per la cosa (un po’ anfibia) che si intende qua da noi in inglese usano piuttosto dei verbi che dei sostantivi. Verbi come to support, to sponsor, verbi insomma che implicano un fattivo intervento del portamonete. Restiamo alle ricerche storiche. Uno va in archivio (o in biblioteca) per anni; a un certo punto decide che è ora di scrivere e scrive. Dio solo sa il tempo e la fatica che gli ci sono voluti. Ha fatto tutto da solo, da adulto responsabile attento a non dar fastidio al prossimo. Cos’è questa storia del patrocinio? Di quale benedizione paterna o gratuita assistenza legale si sogna di andare in cerca? 

Se vuoi soldi, diletto ciccio mio, chiedi soldi. Se chiedi patrocinio e intendi soldi c’è rischio che, a dargli facoltà di scegliere, l’ente se la asciughi con un elogio. Le province di Padova e di Verona a ogni modo hanno dato sia denari che patrocinio. Quindi vuol dire che il patrocinio è istituto anfibio; non va inteso come puro eufemismo, come una maniera un pelo più finetta di bussare a denari. Conclusione: il patrocinio io non so capire né a cosa serva, né, una volta ottenutolo, come vada usato, ma, all’evidenza, è una cosa seria. La regione Veneto si è data una apposita legislazione a che il patrocinio non abbia a essere conferito a chi non se lo merita. (Nota bene: il patrocinio si conferisce.) La procedura, dicevo, è rigorosa. 

A differenza di quel che succede in certe province montanine in cui ci si combina con un colpo di telefono (con l’autorevole benigno a dirti – Sì, sì, altroché, metti, metti pure) chi vuole il patrocinio della regione deve fare domanda scritta almeno 60 giorni prima del giorno per cui gli serve, e deve, tassativamente, usare il modulo a ciò preordinato. La concessione del patrocinio è di competenza esclusiva della Giunta. Cosa fa la Giunta una volta ricevuta la richiesta? La sottopone «alla struttura regionale competente per materia» ove ottenerne «il prescritto parere». Quando il parere sia favorevole, l’istruttoria viene completata «con la predisposizione dell’atto di concessione del Patrocinio (maiuscolo loro) che viene firmato dal Presidente della Giunta Regionale e inoltrato al richiedente». Nel caso in questione il Presidente Giancarlo Galan ha fatto di più che firmare l’atto di concessione. Il referto della «struttura regionale competente per materia» deve essere stato talmente entusiastico da indurlo a scrivere di suo pugno, verbigrazia, non solo la firma sull’atto, ma anche la Presentazione che apre il volume. Leggiamo Galan.

«La Regione del Veneto accoglie, dunque, con particolare piacere la pubblicazione dell’Itinerario, promossa dall’Associazione culturale Terzomillenio di Vo’, constatando la condivisione e l’urgenza di un comune percorso di analisi e riscoperta delle antiche testimonianze documentarie, essenziali per la corretta lettura del presente e per l’individuazione delle vocazioni che stanno alla base del futuro assetto e dello sviluppo sostenibile della nostra regione». 

Savî sentimenti. Gradendo, continua col segnalare la bontà delle mappe come fonti.

Parliamoci seriamente. Se il testo approntato da Bruni e Bellini sotto la supervisione di Marco Pasa ha trovato la via della stampa è anche grazie alle amministrazioni provinciali di Padova e di Verona; ed è anche perché in regione il lavoro è parso meritevole di sostegno, come «attento e straordinario» (p. 7), alle strutture competenti per materia prima ancora che agli amministratori. E non da ultimo perché una sezione dell’Archivio di Stato di Venezia, con l’approvazione del direttore, ha ritenuto di prestare all’impresa la sua compartecipazione tecnico-scientifica. Vuoi non approfondire?

4. L’approfondimento passa, caro direttore, affrontando un tema che so stare a cuore, oltre che a me e a te, alla nostra amata rivista. Il tema è quello dei rapporti che la divulgazione debba intrattenere con l’erudizione e la filologia. A Bruni e Bellini erudizione e filologia piacciono fino a un certo punto. Sentiamoli. Questa pubblicazione

– «non vuole essere erudita» (p. 18);

– si contenta di «dare al lettore, soprattutto giovane, una rappresentazione reale di come poteva essere la vita alla fine del ‘400» (p. 18). Sottinteso per dare una rappresentazione reale della vita l’erudizione non serve;

– la traduzione in italiano moderno è «volta a fini dichiaratamente divulgativi» (p. 27);

– Bruni e Bellini segnalano onestamente come la trascrizione di Rawdon Brown a volta ponga problemi non facilmente sormontabili «la soluzione dei quali avrebbe comportato quanto meno la revisione della trascrizione di R. Brown e lo studio del manoscritto di Marin Sanudo. Tale, peraltro lecita, insistenza filologica (grassetto mio) non rientra nelle nostre finalità» (p. 27). 

In ossequio alle suddette finalità (tra cui, se non intendo male, c’è anche il diritto di tirar dritto quando non si capisca) le note di Brown sono state eliminate. Il compito di sbrogliare le difficoltà del testo di Sanudo è stato affidato, anziché all’insistenza filologica, a quelle speciali integrazioni in parentesi quadra di cui ho detto, intese esclusivamente a «rendere chiara e scorrevole la lettura». Salvo che in realtà Bruni e Bellini un po’ di note le hanno fatte. Le hanno chiamate chiarimenti redazionali: «…proponiamo solo alcuni chiarimenti redazionali per facilitare la lettura». In tutto sono 44 e occupano una pagina e mezza (pp. 375-376, ammirevole concisione). La sezione del libro in cui compaiono i chiarimenti redazionali reca in testa il titolo Note

Quanto alla sostanza questi chiarimenti si possono dividere in quattro famiglie: 

a) superflui (n. 3 Tito Livio, n. 5 Narsete),

b) gratuiti, quali siano da reputar tali giudicherà ogni lettore a suo gusto, 

c) eccentrici (n. 17, n. 26, in cui si illustra il significato della parola marcheschi, vedi infra); oppure la n. 39, dove si va al nocciolo dell’espressione mero e misto imperio,

d) meditabondi, tipo la n. 43: «Da quanto afferma il Sanuto la coltivazione degli ulivi e dei vigneti era particolare in Istria, forse per l’aridità forse per il vento».

Parliamoci di nuovo seriamente. Un buon apparato di note è essenziale in qualsiasi progetto divulgativo. Non esiste il lettore che sa tutto. Come sai fin troppo bene, caro direttore, le note costano fatica a chi le fa e fanno crescere i costi di stampa. Tempo, fatica, denaro sono risorse scarse da gestire al meglio. Perché un apparato sia buono bisogna che il curatore abbia le idee chiare sul destinatario dell’opera e sul tipo di servizio che intende fornirgli. Occorre insomma un piano economico attento gestito con una adeguata disciplina intellettuale. 

O si decide di non fare nemmeno una nota (per forsennato che sia è un criterio) o ci si tiene a un qualche disegno. Non si può fare economia col seminare note a casaccio o smettendo quando si è stufi.

Non è vero che se ci rivolgiamo a un giovane dobbiamo mettere in nota chi è Tito Livio. Se al giovanotto interessa sapere chi è Tito Livio basta una garzantina, Wikipedia, l’enciclopedia dei ragazzi. Non è certo l’apparato dell’Itinerario di Sanudo che deve prendersi carico di soddisfare curiosità di questo genere.

Un criterio poteva essere quello di limitarsi a fornire al lettore la forma in uso nei moderni repertori. «Dionisio mirabile architecto» (pp. 32; 96) basterà volgerlo in «l’ottimo architetto Dionisio» (pp. 33, 35; 99)? Tutta quanta la gioventù saprà riconoscere in quell’ottimo «architetto Dionisio» Dionisio da Viterbo? Restiamo in Tuscia. Conte di Petilgiano? Una nota tipo Nicola Orsini (1442-1510) condottiero, non la vedo superflua. Petilgiano? Mi spingerei a un vedi Pitigliano (Grosseto). Ognibene da Legnago? Nota: Bonisoli Ognibene dei (c. 1412-1474). Cardinal Roverelle (p. 88)? Nota: Roverella Bartolomeo (1406-1476). Se uno ha sotto mano il secondo volume della Hierarchia Catholica dello Eubel può spingersi a dar la data del concistoro in cui fu nominato cardinale (1461). Del palazzo che il Roverella allora si stava facendo costruire (non compido) parla anche Wikipedia. Nota bene. Ho messo il cognome prima del nome giusto per conformarmi allo stile degli indici. Chiaro che la nota vera e propria dovrà recitare Bartolomeo Roverella, Ognibene dei Bonisoli eccetera. Il Benedetto qui nunc lege? La nota lo svolgerà in Alessandro Benedetti (c. 1450-1512) Se il redattore ha sotto mano la monografia che Giovanna Ferrari nel 1996 ha dedicato al Benedetti sarà benvenuto un cenno bibliografico. In primis perché Benedetti non è poi così noto, poi perché quello della Ferrari è un bel libro, terzo perché si occupa di cerchie venete e veneziane familiari al Sanudo, quarto perché lo ha pubblicato Olschki, una casa editrice il cui catalogo non è tra i più maneggiati dalla gioventù.

E quel lege, trasformato in legge (voce del verbo leggere), andrà adeguatamente spiegato2

Insomma, la vera divulgazione consiste nell’offrire ai lettori dell’Itinerario l’indispensabile per

a) intendere il testo per quel che è, vuoi col chiarire, ove possibile, le difficoltà del testo, vuoi, dove non sia possibile, col segnalarle; 

b) ampliare, se lo vogliono, per mezzo dei più comuni repertori le loro informazioni. 

Va sempre ricordato che Sanudo, oltre ad avere le cognizioni e l’esperienza del mondo che si hanno a diciassette anni, si trovò a traversare da cima a fondo una terraferma tutt’altro che omogenea dal punto di vista della lingua parlata. L’incomprensibilità del bergamasco, tanto per fare un solo esempio, era proverbiale già allora, tanto che, di lì a poco, il bergamasco sarebbe diventato, per restarlo poi per secoli, una risorsa pregiata per i commediografi. 

Scrivere, come fece, praticamente in presa diretta esponeva di continuo il giovanissimo Sanudo, specialmente ove si trattasse dei nomi di località piccole o di famiglie non particolarmente eminenti, ai rischi connessi con la necessità di scrivere a orecchio, secondo quel che sentiva dire. Oppure a valersi di forme gergali, tipo i da Buvolo (si veda infra), perfettamente intelligibili allora nel suo ambiente, ma meno, e di molto, oggidì. Già solo il tenersi alla strategia di identificare persone e luoghi segnalando come si usi scriverli oggi avrebbe conferito all’apparato e delle dimensioni governabili e una coerenza intellettuale. Sarebbe stato insomma, un apparato utile. Dio sa, per contro, quale sia il servizio che rende una nota come la 17 (p. 375), che trascrivo qui, per contezza del gentile lettore.

«17. Nel medioevo il territorio era merce di scambio. Ciò valeva anche per paesi e città la giurisdizione delle quali, evidentemente non la proprietà, poteva essere compravenduta o data in pegno. Nel De bello ferrariensis lo stesso Sanudo afferma che il Polesine divenne veneziano perché dato in pegno alla repubblica dal duca di Ferrara a garanzia di finanziamenti non onorati».

Nel Medioevo? E Nizza e Savoia? E l’Alaska? E quel De bello ferrariensis? Non sarà il caso, a parte sistemare la concordanza, di somministrare al giovane lettore il minimo necessario per sapere dove e come trovarlo? Tanto per fare un esempio se il nostro va sull’OPAC (Open access catalogue) dell’SBN (Sistema bibliotecario nazionale), realizzato dall’ICCU (Istituto centrale per il catalogo unico) e cerca tra gli antichi un libro che abbia per autore Sanudo/to e per titolo De bello ferrariensi (senza s, mi raccomando) resta con un palmo di naso. Altro paio di maniche sarà se tra le opere di Sanudo cerchi i Commentarii della guerra di Ferrara, che allora sì avrà soddisfazione. Salvo che, come si ricava dal titolo, l’opera è in volgare. Fu pubblicata a Venezia nel 1829 in una edizione speciale per nozze. Io il libro (si fa per dire, sono trentuno paginette) non l’ho né letto, né visto ma mi si assicura da persona fededegna che sul fatto che sia in volgare (e niente affatto in latino) non ci piove. Tant’è che anche Bruni e Bellini, elencando i titoli delle opere scritte dal Sanudo (p. 13), danno il titolo in volgare. Verità vecchia come il cucco eppure sempre nuova: la nota saputella spesso ponde una cappella.

Si deve a questa risoluta impostazione divulgativa la circostanza che i rimandi ad altre fonti e, come si dice in gergo, alla letteratura secondaria, siano praticamente inesistenti. Io ho notato, sempre salvo errore, un unico riferimento bibliografico oltre al Brown, ed è all’edizione che Angela Caracciolo Aricò ha recentemente curato del De origine, situ et magistratibus urbis Venetae, ovvero la città di Venetia (1493-1530)

Da tutto quel che si è detto fin qui si disegna con tutta precisione quel che Bruni e Bellini pensino nel fondo dei loro cuori della filologia e dell’erudizione: che esse siano in primis et ante omnia dei diaframmi artatamente posti da un ceto di mandarini per impedire alla gente comune la degustazione diretta dei testi. Non uso a caso la parola degustazione (per me ingrata). Ecco un passo di A. Ridolfi, un altro dei collaboratori. Lo si legge a p. 28. Della parola Terraferma Ridolfi scrive che essa è «da degustare lentamente per sentirne tutta la forza, per saggiare tutta la trama di sicurezze che porta con sé». 

Non pare anche a voi di stare immersi fino alle ginocchia nel frasario barocchissimo che, fatta carne di porco del buon gusto e della misura, giostra alla brava tannini, mineralità, polifenoli, sentori di piccoli frutti e retrogusti di questo e quell’altro? Insomma se il vino è buono, e quello di Sanudo, dicono Bruni e Bellini, è d.o.g.c., bastano un calice, un decanter, una candela, un someiller lustro di gel e d’acquavelva e siamo a posto. Non serve altro. Al resto penserà Sanudo, di pronta beva com’è, con i suoi «spaccati di vita… normale» (p. 17) di «una freschezza, una sintesi descrittiva assolutamente incantevoli» (p. 17); sarà lui a far sfilare davanti agli occhi di uno stupefatto lettore «le favolose zuppe bianche di castagne di Martinengo», le «bellissime botteghe di pane bianco» di Verona (p. 17). Lui solo, tête-à-tête, vi travolgerà con un’esplosione di perlage, limpidezze, fragranze vuoi rotonde, vuoi speziate, di confettura, eccetera eccetera.

La vera difficoltà, ci dicono Bruni e Bellini, consiste nel tradurre il volgare di Sanudo in un italiano accessibile a tutti. La sfida è tutta qui, nella traduzione.

«Chi trascrive, quindi, come chi traduce, deve entrare nello spirito e nella mente di chi ha scritto e accompagnare questa sua immedesimazione con la conoscenza di fatti, luoghi e persone» (p. 28).

Come non essere d’accordo. Si capisce che la lettura diventa scorrevole se i curatori conoscono bene «fatti, luoghi e persone». Erudizione e filologia non mirano ad altro, anzi non sono altro che un impegno disciplinato e sistematico volto a rendersi edotti al meglio di «fatti, luoghi e persone». 

Nelle cucine in cui spazzettano quelle due povere cenerentoline niente «favolose zuppe bianche di castagne di Martinengo», niente «bellissime botteghe di pane bianco a Verona», niente Auditori nuovi bresciani o padovani (p. 15), nessun «Giorgio Pisani, chiamato Pilade, bresciano» (p. 15). Dubito anche che troveremmo dei «Rectores sedentii loco inferiori» o degli indovinelli da sfinge mannara quali «i Sindaci fieri faciant proclamationes suas, vulgari servare, teoris infra reipti. «La forma è sostanza» (p. 13). Per inciso: e se quel sibillino teoris infra reipti fosse una trascrizione estrosa di tenoris infrascripti? Sia come sia, sapranno loro. Tornando a bomba, non pare anche a voi che le virgolette, per non parlar del resto, siano piazzate alla bella marinara? Se vi pare è perché siete della brutta razza disfattista che ogni volta che si senta ammonire che «la forma è sostanza» si mette a ridere (per non piangere).

Il filologo cosa fa? Legge tutto, legge con calma, fa schede nominative di tutti i personaggi che incontra sulla sua strada. Dunque, a parte il rifiutare senza condizioni la circostanza inaudita di Auditori nuovi bresciani o padovani, imbattendosi (a p. 370) in un Pylades nodaro concluderà che quel Pilade era uno dei componenti dello staff che i tre Auditori si erano portati al seguito, e niente affatto un nomignolo del Pisani.

Per un moderno lettore il Sanudo non basta a sé stesso. La conoscenza dei fatti passa necessariamente per la conoscenza di altri testi, antichi e moderni. Anzi la esige, come spero di dimostrare con l’esempio seguente relativo al tribunale di Vicenza.

Sanudo, p. 236

«In questo rengo ne intra alcuni deputadi, et in le cosse criminal spazano qual è soi capitoli».

Bruni-Bellini, p. 237 

«In questo tribunale possono entrare solo persone deputate a discutere le cause in criminale nei capitoli di loro competenza».

Cosa c’è che non va? Non è che a Vicenza entrassero in tribunale solo persone deputate a discutere le cause. È che, diversamente da molte altre giurisdizioni della terraferma, ci entravano (come giudici, non come pubblico) i deputati ad utilia o, se volete, la Consoleria o Consolato; un organismo composto di otto deputati laici e quattro dottori. Il rettore veneto (con i suoi due assessori) non era escluso dal collegio giudicante, ché, anzi, era lui a presiederlo. Solo che le sentenze erano emesse a maggioranza, e il voto del rettore contava per uno. Questo del Consolato era un privilegio tanto gelosamente difeso dalla classe vicentina quanto male accetto ai rettori veneziani. 

Minuzie? Sì e no. La conoscenza di fatti luoghi e persone non avviene per sintesi a priori. Bisogna darsi il fastidio di informarsi. Sono ormai più di trent’anni che Claudio Povolo scrive sul sistema giudiziario veneto e particolarmente su quello vicentino. I suoi libri non sono rarità bibliografiche, si trovano ovunque. Come ovunque si trova il volume Nobiltà e popolo ecc. di Angelo Ventura. Non vi vanno a genio Povolo e Ventura? De gustibus. Provate con Gaetano Cozzi. Nemmeno lui? Solo fonti? Potrete sempre leggervi le relazioni dei rettori da Vicenza. Sono a stampa da quel dì.

Altro esempio, a conferma di una tesi ovvia quale quella che nessun libro, mai, basta a se stesso. Metti che Sanudo parli di una derivazione della Brenta che passa per Rosà e va fino a Cittadella (p. 246). Va da sé che non è il caso di chiamarla fiume (p. 247). È una brentella (un canale), non un fiume. Quella poi aveva anche un nome proprio e una storia specifica. Era detta il Rosà, ed era stata derivata nel 1370 «per iniziativa di Francesco da Carrara», come Raffaello Vergani non manca di raccontarci a p. 39 della sua recente monografia intitolata Brentella (Treviso 2001).

Sempre in merito alla conoscenza dei fatti consentimi un ultimo rilievo. 

Sanudo, p. 312 riferisce sul parlamento friulano

«Qui [ a Udine] fano el suo conseio di castellani, el qual chiamano Parlamento».

Bruni-Bellini, p. 313

«Qui i Castellani eleggono il loro consiglio, che chiamano Parlamento».

Cosa c’è che non va? Giusto il fatto che il parlamento friulano non era un organismo elettivo. Il parlamento friulano non veniva eletto. Nel parlamento friulano si siede. Siede di diritto chi ne ha diritto. Stop. Basta la più elementare storia del Friuli. Se non fosse che è una cosa che spiega per filo e per segno anche il Sanudo. Per inciso, sempre in merito alla conoscenza di fatti, cose persone: dire, come fanno Bruni e Bellini, che «tutti i componenti del Maggior Consiglio potevano, in ogni momento, verificare o chiedere conto di qualsiasi spesa della Repubblica, costringendo ad una perfetta trasparenza amministrativa» (p. 15) non è nemmeno una sciocchezza: sono lallazioni di innocenti.

Passiamo alla conoscenza delle persone. Già che siamo a Udine cominciamo da Udine. Se Sanudo chiama Sovergnani i Savorgnan (p. 312) è un buon motivo per lasciare Sovergnani nella traduzione? Si consideri che (sempre a p. 312) Sanudo fa menzione di un Marco Antonio Sabellico, vir doctissimus, che è appunto il notissimo umanista che si sa. Sa solo Dio per quale pulsione divulgativa i traduttori abbiano modificato Sabellico in Sebellico. Tra i collaboratori dell’opera oltretutto compare, vivo, deo gratias, tra vivi, un Andrea Sabellico.

Passiamo a Legnago. Sanudo (p. 120) scrive che è legnaghese un «Ogniben literato, sì de latine et greche letere erudito, fu disipullo de Victurino Feltrense». Si sbaglia. Ognibene dei Bonisoli era di Lonigo, non di Legnago. Sanudo viene tradito dall’assonanza Legnago/Lonigo. Mentre Sanudo ha ragione di scrivere (p. 120) che era legnaghese, di Porto, il «Benedecto, qui nunc lege». Il passo nella traduzione (p. 121) diventa «Benedetto, qui nunc lege». Il grassetto è dell’originale. I curatori hanno creduto di mettere in grassetto tutte le parole latine al fine «di far risaltare il momento di transizione, alla fine del medioevo, dallo scritto latino allo scritto volgare» (p. 27). Lasciamo perdere quel lege (che se è latino non può essere altro che un imperativo) e torniamo a Benedetto

Saprà arrivarci per conto suo senza note, senza nemmeno uno straccio di integrazione in parentesi quadra, ci arriverà, dicevo, il nostro giovane a identificare in quel Benedetto il dottor Alessandro Benedetti? E poi anche ammettendo che quel lege vada preso per una tracimazione preterintenzionale del grassetto (un refuso) cosa mi ricaverà il garzone da quel puro e semplice le(g)ge? Cosa vuol dire che legge? Naturale che i dottori (di una volta) sapevano leggere. A proposito del latino un’altra inezia, en passant. Siamo ad Albona.

Sanudo, p. 370

«Qui è tuti Schiavoni, et non sano latin».

Bruni-Bellini, p. 371

«[Gli abitanti] sono tutti slavi e non conoscono il latino».

Per conto mio latino non è la traduzione giusta di latin. Dubito per esempio che se Sanudo fosse mai passato qua per Pedavena avrebbe trovato tra gli abitanti, pur niente affatto slavi, tanta gente che sapesse di latino (inteso come lingua di Tito Livio o di Catullo).

Ma torniamo ad Alessandro Benedetti per affrontare un problema serio. Per quel che riguarda la trascrizione dei cognomi e delle famiglie patrizie veneziane e di quelle eminenti di terraferma, i curatori/traduttori non hanno creduto di darsi una regola. Questa non-scelta dà luogo a inconvenienti così numerosi e stravaganti che non si può procedere altro che per pochi esempi estratti a caso.

Navazer (p. 202) può sia restare Navazer (p. 203) che mutarsi in Navagerio. Pizamano sovente è Pisamano (p. 203). Teupullo (p. 198) capita diventi Teopoli (p. 199). Muazzo può uscire sia Mudasso (p. 273) che Mudazo. Vituri capita sia reso talvolta con Vittori, talaltra con Veturio (p. 161), un per l’altro. Bondimier (p. 364) mi resta Bondimier (p. 365). Un’antologia portatile di questo bizzarro (dirò poi chiaro e tondo perché lo considero bizzarro) criterio editoriale lo si trova alle pp. 250-51.

Sanudo, p. 250

«…andai a Noventa per ritrovar uno de Synici, era il Veturio andato ivi da la sua brigata, et una bella caxa. Questa villa di Noventa è bellissima, piena di caxe di muro de Veneti nostri, zoè di Hironimo Malipiero, di Piero Vituri, di Chimento Thealdini de Troylo Malipiero et f., di Martin Pisanelo et ha una bela chiesiula, la caxa di Nicolò Bafo, di Ant.° Marzelo, di Jac.° Gusoni, di Zuan Da Rio, et di quelli da Buvolo».

Bruni-Bellini, p. 251 

Mi limito a dare la trascrizione dei nomi e cognomi. Sono sottolineati quelli per i quali avrei qualche perplessità.

Girolamo Malimpiero

Pietro Vetturio

Cimento Tealdini

Troilo Malimpiero e figlio

Martin Pisanello

Nicolò Baffo

Giacomo Gusoni

Giovanni del Rio

Quelli da Buvolo

Di Cimento Tealdini non so nulla. Malimpiero, Vetturio, Gusoni, del Rio sono forme parecchio meno consuete di Malipiero, Vitturi, Gussoni, Dario. Quanto al Pisanello non ho fatto ricerche ma sarei dell’opinione che il diminutivo valga a designare un qualche ramo dei Pisani. E i da Buvolo? Basta aver letto qualche altro testo di Sanudo oltre all’Itinerario, per intendere che i da Buvolo sono i Contarini di San Paternian, quelli che commissionarono a Marco Lombardi/o la famosissima scala a chiocciola (bovolo, appunto). 

E lascio stare i Prioli che spesso restan Prioli, il Fantino Georgio (p. 34) che metamorfosa in Giorgio Fantino (p. 35), l’Augustino Barbadigo che diventa Agostino Barbaro (pp. 74, 75; 88, 89), il Piero Donado che diventa «Piero Donaldo [Donà]» (pp. 238-39). Sul Giosafat Barbaro che mi stramba in Giuseppe mi riservo di fare due parole più avanti.

Con la terraferma non va meglio. Dei Sovergnani s’è gia detto. Sono disposto a scommettere un paio di euro che i conti di Valvarolo di p. 307 sono conti di Valvasone e che il Bort.° di Porzil (p. 306) sia piuttosto da identificare un Bartolomeo di Porcìa che di Porcile (p. 309). I capodistriani «Vargelio» (p. 348) restano Vargelio (p. 349). Se modificano un Chieregato vicentino è per farlo diventare Chiaregato (p. 89), alla faccia della attuale sede della Pinacoteca. I Luschi, sempre vicentini, non diventano mai Loschi. Battista da Drisano mi diventa al massimo Dresseno (pp. 238, 239). Non mai Trissino.

Ma non è che con i personaggi della grande storia le cose vadano meglio. Vi sottopongo un passo che traggo dalle pp. 98 e 101.

Sanudo, p. 98

«Le squadre ancora inimiche, Capitaneo il duca di Kalavria Alfonso di Ferdinando fiol, et cugnato dil tyranno marchese, conte di Petilgiano, et altri Io vidi…».

Bruni-Bellini, p. 101

«Le squadre nemiche erano capitanate dal duca Alfonso di Calabria, figlio di Ferdinando e cognato del tiranno marchese, conte di Potigliano, ed anche altri ho visto».

A questo punto, per comodità del lettore e, spero, per supplemento di chiarezza, aggiungo una traduzione fatta da me.

«Ho visto le squadre nemiche capitanate dal duca Alfonso di Calabria, figlio di Ferdinando e cognato del tiranno marchese [Ercole d’Este], il conte di Pitigliano ed altri».

Niccolò Orsini (1442-1510) è condottiere di buona rinomanza, tanto che anche Wikipedia gli ha dedicato una scheda biografica. Il conte di Pitigliano (un paese attualmente in provincia di Grosseto) è lui.

Voglio chiudere questa parte sulla traduzione dei nomi con un ulteriore esempio e un fervorino. L’esempio mi è suggerito dal fatto che quest’opera ha goduto, come ho già ricordato, della compartecipazione tecnico-scientifica dell’archivio di stato di Venezia (d’ora in avanti tutto minuscolo). Cosa c’è di male se (p. 89) il Giosafat Barbaro di Antonio Provveditore in Polesine e capitano di Rovigo di Sanudo diventa Giuseppe Barbaro? Niente, se non fosse che nella famiglia Barbaro il nome Giosafat è un nome illustre. Sono di un Giosafat Barbaro (1413-1494) le notissime relazioni di Russia (1436-1451) e di Persia (1473-1478) di cui sono stati proprio degli archivisti dell’Archivio di Stato di Venezia (qui maiuscolo), a provvedere una indimenticata edizione. Segnatamente Raimondo Morozzo della Rocca e Maria Francesca Tiepolo. Archivisti che, per costumi, dottrina e senso dell’istituzione, potranno sembrare alle dinamiche dirigenze sinergiche e multimediali ora in serpa dei tipi un po’ vintage. Vintage? Come no? Che i loro nomi siano sempre benedetti. Senza dire che il Provveditore in Polesine è proprio il nostro viaggiatore (si veda, volendo approfondire, la voce nel Dizionario biografico degli italiani, 6 [1964], pp. 106-109, a cura di R. Almagià).

Avanti col fervorino. Perché diavolo far tanto furugozzo (lombardismo) per una trascrizione dei cognomi un po’ spensierata? Eccolo qua il solito vizio mandarinero di tener distante la gente comune, specialmente i giovani, dalle fonti da cui pura spurga l’acqua termale che è elisir ricostituente della nostra identità.

E no, cicci diletti, vi conosco mascherine, con me non attacca mica. Uniformarsi alle grafie consolidate non è vezzo da mandarini eruditi o, peggio, filologici. È portare il rispetto che si deve al lavoro di generazioni e generazioni di studiosi. Diamo retta a Schumann:

«Abita gente anche nella valle vicina alla nostra. Siate modesti. Voi non avete mai pensato o inventato niente che altri non abbia già pensato o inventato prima di voi. Ed anche quando lo abbiate fatto dovreste considerarlo un dono del cielo, da condividere con gli altri».

E significa portare rispetto alla gioventù, cui, come è noto, maxima debetur reverentia. (È latino, ma niente grassetto qua da me.) L’erudizione e la filologia non sono d’ostacolo alla divulgazione. Anzi, sono le sue collaboratrici più fidate. E bisogna che le siano, erudizione e filologia, pedisseque. Fieramente, inflessibilmente, ostinatamente pedisseque. Lo vuole la modestia. Se tutto va bene, ci riuscirà, al massimo, di aggiungere qualche goccia a un lago che è il risultato di uno sforzo collettivo durato secoli.

Come si fa a condividere con i giovani qualcosa che ci preme se le grafie e le informazioni, anziché controllarle col massimo scrupolo, le buttiamo là alla sanfassòn? Poniamo che il giovane che sta a cuore ai curatori di questo libro decida di voler sapere di più in merito a qualche fatto o a qualche persona citati nell’Itinerario. Supponiamo che per orgoglio o per discrezione (ottimi motivi entrambi) desideri muoversi per conto suo tra le voci del Dizionario biografico degli italiani, della Treccani, tra gli indici della Storia della cultura veneta, tra quelli della recentissima Storia di Venezia pubblicata dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, eccetera eccetera. Dove diavolo va con Teopoli? Google gli fa il menarello: forse cercavi Teocoli. E lui non cercava Teocoli. E nemmeno Felice Càccamo o Peo Pericoli. Comprendi divulgatore mio, l’importanza degli standard?

(Ai divulgatori, con il cuore in mano, fraternamente. Non credete a chi vi racconta con piglio da matamoro che fare un buon indice dei nomi di persona, di luogo e delle materie più importanti sia erudizione barbogia, perché non è vero. È gente che non vi vuole bene. Malevoli pisquani. Arrivato alla mia età la penso esattamente come G.C. Lichtenberg «Il divieto di stampare libri notevoli se non provvisti di un completo indice potrebbe essere molto utile». Fare bene un indice, cari amici, è la miglior profilassi conosciuta contro la proliferazione delle cappelle. Senza contare che a fare un indice ci si impratichisce nell’uso dei cosiddetti strumenti di consultazione, quegli strumenti che in quattro e quattr'otto ti tirano fuori dai guai. Prendiamo per esempio il termine marcheschi. Sanudo dice che a Rovato non c’era un contingente militare perché gli abitanti, essendo marcheschi, si difendevano da soli (p. 156). Voi su marcheschi avete servito ai vostri lettori la nota che segue.

«Il termine marchesco sta a significare una entità politica dotata di forza propria ed esercitante il proprio potere su un vasto territorio circostante, ciò giustificava la volontà e la possibilità di esercitare il diritto alla propria difesa» (p. 375).

Vi fosse venuto in mente di usare il Battaglia, invece che ponzare a sproposito attorno al termine marca, avreste visto che marchesco, e come aggettivo e come sostantivo, viene da (S.) Marco; significa appartenenti a, fedeli a San Marco, cioè alla repubblica di Venezia. Tutto qua, altro sì che un vasto territorio circostante. E, sempre il Battaglia, vi avrebbe rimandato a un monte di scrittori coevi, tra cui Machiavelli, che in una famosa lettera da Verona del 1509 a proposito dei contadini veneti scrisse…, eccetera eccetera. Nel caso di Rovato marcheschi non significa altro che fedeli sudditi di Venezia.

Impratichirsi dei principali strumenti di consultazione per un divulgatore è essenziale. In più è divertente. Uno tira l’altro, ci si diverte, si impara a farsi furbi (piemontesismo) e si scansano i guai.

Fermiamoci un momento su Rawdon Brown. In anni e anni di lavoro ve ne siete fatti una opinione tanto buona da indurvi a rilasciargli un diploma (postumo) di merito distinto.

«Stabilita quindi la sua indiscussa professionalità non rimane che conoscere chi era Rawdon Brown. Le ricerche bibliografiche non hanno dato alcun esito» (p. 28).

A parte la natura squisitamente patafisica dell’attestato, ragioniamo un momento. Credete sul serio che in un secolo e passa dalla morte di Brown a nessuno sia mai venuto in mente di scrivere una riga su si lui? Su uno che, in vita sua, ha fatto da guida per Venezia a John Ruskin, che tra il 1864 e il 1866 ha pubblicato i sei volumi del Calendar of State Papers in the Archives of Venice, per non parlare dell’edizione dell’Itinerario e di molto altro? Nossignore che non è possibile.

Lo sapete anche voi, pur che facciate mente locale, che non è possibile. Bastava fare un giretto su Wikipedia. Lì un po’ di notizie ci sono. Compresa quella che anche gli inglesi hanno il loro bel dizionario biografico. Lo chiamano Oxford DNB, dove l’acronimo sta per Dictionary of National Biographies. C’è sia a stampa che in linea (on line). Fateci una capatina; vedrete che non è tempo perso. Se andate sull’OPAC dell’SBN vedrete che oltre che al catalogo unico delle biblioteche italiane vi danno la possibilità di transitare con un clic ai cataloghi della British Library, della Library of Congress, della Bibliothèque Nationale de France, e del consorzio californiano Melvyl. Vi raccomando specialmente quest’ultimo. Morale. Vedete, cari amici, anch’io, quando vado a funghi, scrivo poi sul mio diario che le mie ricerche non hanno dato alcun esito. Ma è solo perché non so i posti. Porcini nei boschi qua intorno ce n’è a bizzeffe. L’ultimo che mi han mostrato (non l’ho trovato io, al solito) è un libro di 160 pagine a cura di R.A. GRIFFITHS e di J.E. LAW. Si intitola Rawdon Brown and the Anglo-Venetian Relationship, ed è stato pubblicato nel 2005 a Stroud, Gloucestershire, Inghilterra. Trabocca, sapete, di bibliografia. Fine delle confidenze fraterne).

5. Chiudo, caro direttore, parlando, per una volta, con tutta la serietà di cui sono capace. Il problema che mi opprime non è tanto quello che un libro di così scarsa qualità (direi che è uno dei lavori più scarsi che mi sia finito in mano da quando mi interesso di storia veneta) abbia beneficiato di considerevoli sovvenzioni pubbliche. Ad angustiarmi, parlo da cittadino pensionato, è l’idea di vivere in una società in cui ci sono settori che non si curano di attenersi a standard condivisi. Settori in cui i filtri o mancano o sono fuori servizio. 

È l’aleatorietà del sistema di erogazione del denaro che mi sconcerta. Ci sono in giro parecchie oneste, serie tesi di dottorato che, riviste e rimaneggiate a dovere, varrebbe la pena fossero pubblicate. Non occorrerebbero grosse somme. Per ognuna basterebbero tremila, tremilacinquecento euro. Non si trovano quasi mai. L’Itinerario ha macinato euro pubblici a decine di migliaia. Ti paiono, caro direttore, soldi ben spesi? Parlo da contribuente. 

A questo punto il copione prevede che si butti la croce addosso ai politici. Dagli alla casta. Nel nostro caso non la vedo così semplice. Il libro, per esempio, ha avuto un supervisore. Si chiama Marco Pasa. L’OPAC dell’SBN segnala 18 tra libri e opuscoli di Marco Pasa. Ma mi risulta che ne abbia pubblicati più di 18. Sono tutti libri e articoli di storia. Pasa, laureato a Bologna, si definisce geostorico; in qualche comunicato stampa viene presentato come architetto. Attualmente lavora, non so con quali mansioni, presso l’archivio di stato di Verona (qualche comunicato stampa lo designa come vicedirettore). Sono tutte notizie che ho estratto dalla rete. Non conosco di persona né Pasa né i suoi scritti. Ma stando ai dati che ho raccolto non c’è motivo per mettere in dubbio che il professor Marco Pasa non sia quel che si dice un addetto ai lavori

Non entro nel merito della supervisione che Pasa abbia esercitata. Faccio fatica a credere che qualcuno che non sia Bruni e Bellini abbia dato anche solo una scorsa alla traduzione. Comunque non sono affari miei. Le supervisioni non sono la naja di una volta. Ci si può esimere. Uno le fa come crede. Se la clientela si chiama soddisfatta, non si discute. Affari loro.

Mi metto invece volentieri nei panni di un amministratore provinciale veronese, nel caso la signora Laura Poggi, assessore ai beni ambientali, cui venga chiesto di acquistare un certo numero di copie dell’Itinerario. Un assessore non è tenuto a sapere di storia veneta. Basta che si informi. E lei si informa. Si informa e gli viene detto che il libro postulante ha goduto della supervisione di un funzionario dell’amministrazione archivistica, funzionario che, come risulta da diverse pubblicazioni, è anche uno studioso in proprio della storia del territorio veronese. 

Cosa farà l’assessore? 

Dirà – Va bene, architetto Scamperle, tutto a posto, faccia la determinazione di acquisto. 

Vi sentite di muovere qualche rimostranza all’assessore Poggi? Io, stando ai documenti che conosco, no di certo. A parte, forse, l’aver cofirmato questa perla di storia universale (p. 8). 

«Un itinerario straordinario, che parte dal mondo tolemaico, attraversa la rivoluzione copernicana e approda al mondo globalizzato, per parlarci della nostra terra e della nostra gente: un ringraziamento a quanti hanno contribuito a disegnare questo percorso».

Ma l’amministrazione provinciale di Padova? E la regione del Veneto, con tutto il suo aggrondato ambaradam di moduli preordinati e istruttorie volte ad accertare se le iniziative patrocinate siano effettivamente meritevoli per le loro finalità sociali, culturali, artistiche e scientifiche, come si è tutelata? Anche in regione il nome di Marco Pasa vale da apritisesamo?

E le altre undici province patrocinanti come si sono regolate? E l’archivio di stato di Venezia che garanzie usa richiedere per accordare la propria compartecipazione tecnico-scientifica

Devo confessarti, caro direttore, una mia mania senile. Sono ossessionato da una faccenda che chiamo, tra me e me, la rottura del patto. Mi spiego. La (buona) vita associata si regge su un’infinità di patti non scritti. Se vedo che il semaforo è verde io conto di traversare l’incrocio sano e salvo. Se sono le dieci di un lunedì mattina mi aspetto che la bottega del fornaio Raveane sia aperta. E così via. Fossi un assessore e avessi bisogno di un buon consulente cercherei di sceglierlo dotto nell’arte sua e integro; poi, nei limiti della prudenza e fino a prova contraria, mi fiderei dei suoi responsi. 

Bene. Nel campo della cultura lo stato ha delle amministrazioni espressamente dedicate alla cura dei beni archeologici, architettonici, pittorici, librari, archivistici e via elencando. A volte sono smilzi drappelli a volte no, a volte hanno pochi mezzi a volte no. L’assunto per cui sono state create è che per gestire al meglio musei, biblioteche e archivi, occorrono degli specialisti. 

Anche in ospedale ci aspettiamo di trovare degli specialisti. Quando mandiamo i figlioli a scuola o all’università confidiamo che verranno istruiti da degli specialisti certificati. Naturalmente, come sempre e dovunque, ci saranno i bravi e i meno bravi. A ogni modo, fatti salvi i comportamenti erratici dei singoli, ci aspettiamo che una amministrazione (oltre a redigere carte dei servizi, roba anche questa piuttosto patafisica) abbia come primo obbiettivo quello di fare del suo meglio. Torniamo al nostro assessore, comunque al decisore di spese eletto dai cittadini. Nei limiti consigliati dalla prudenza e dall’esperienza, egli deve bene avvalersi delle consulenze rese dalle amministrazioni deputate (statali, regionali, provinciali, comunali che siano). Se non lo fa, se fa di testa sua perché non si fida, o perché si fida di più dei compagnucci della parrocchietta, siamo alla guerra di tutti contro tutti, vale a dire che ci siamo trasferiti armi e bagagli al capolinea opposto a quello della civile conversazione. Ma per quel che riguarda Verona direi che hanno seguito la via maestra. E allora? È giusto crocifiggerli? Sarebbe comodo poter buttare tutte le responsabilità sulle spalle dei politici. Non si può.

Questo libro, di cui ti ho parlato fin troppo, va considerato per un sintomo di una qualche indisposizione sociale o come un incidente che può capitare, una rondine che non fa la minima primavera? Soccorrimi, direttore, ti prego, presto e bene. Cosa vuoi che sappia del mondo un pensionato inpdap di paese. A sentir i referti mattutini che ci scambiamo tra noialtri (pensionati di paese) il mondo è sempre che va a remengo, ogni giorno peggio.

Mi duole peraltro doverti segnalare che, passati oramai sei mesi abbondanti dall’uscita del libro, non risultano pubbliche prese di distanza da parte dell’archivio di stato di Venezia. Mi risulta invece, grazie a un comunicato stampa della Provincia di Verona datato 25 giugno 2008, che, tra le numerose festevoli presentazioni dell’opera fiorite in mezzo Veneto, se ne sia tenuta una il 26 di giugno del 2008 nel Foyer del Teatro Nuovo di Verona. Oltre all’Assessore ai Beni Ambientali Laura Poggi, ai due curatori e al supervisore, il comunicato stampa annunciava che avrebbero presenziato alla cerimonia un dirigente dell’archivio di stato di Venezia, i direttori degli archivi di stato di Verona e di Brescia e la direttrice della Biblioteca nazionale Marciana. 

«Gli interventi critici – recita il comunicato – si alterneranno alla lettura di alcuni passi in cui si esibiranno gli attori del Teatro Nuovo di Verona, accompagnati da un duo strumentale, sotto la regia di Paolo Valerio».

Deve essere stata proprio una bella serata elegante. Sia ringraziato il duo strumentale che ci permette di congedarci da quel fin troppo affollato Foyer per riparare nella musica da camera. Nostra guida ancora una volta Robert Schumann. Infilo tutti di seguito due o tre dei suoi consigli ai giovani musicisti nella speranza che i giovani cultori di storia feltrina abbiano a trarne il giovamento che ne ho tratto io in vecchiaia, ma anche per modo di saluto affettuoso, caro direttore, a te e ai lettori della nostra amata rivista.

– Suonate sempre come se il maestro fosse lì ad ascoltarvi.

– Chiedete sempre ai vecchi del mestiere quali pezzi convenga studiare; risparmierete un sacco di tempo.

– Le leggi della morale ordinaria valgono anche per la musica.

(A parte, da solo, davanti a uno specchio)

– Altrosì che divulgazione versus erudizione e filologia. C’è un solo modo – mormora – per fare le cose a modo, sia negli studi che nella vita, e consiste nel cercare di farle a modo. 

(Adesso, sempre davanti allo specchio, provo a conferire al mio viso parecchie espressioni: ora grave e solenne, ora rispettosa, ma leggermente sorridente, ora rispettosa, ma senza traccia di sorriso). 

– Perché, specchio, mi sono tanto infervorato?3

Un po’ che siano fumigamenti residui di una antica fiamma (ottantanovista? quarantottarda?). Aggiungici una recente passioncella per Schumann scrittore. Senti questa Luigino, se non par espressa per te.

«Non dovete contribuire alla circolazione di pezzi non buoni, ma al contrario, osteggiarli con tutti i mezzi a vostra disposizione».

Ah che crudeltà pietosa, ah che intransigenza incantevole! Incantevole? Diciamo pure parole sante. Sennonché oggi, 2 novembre 2008, commemorazione dei defunti, apprendo che uno dei tre libri di «storia padovana e regionale» che la Giuria del Premio Brunacci di Monselice ha «vivacemente apprezzato e ha il piacere di segnalare…» è l’Itinerario, a cura di Luisa Bellini e Roberto Bruni. Vuoi farti meraviglia se, alla presentazione tenutasi a Treviso il 7 di novembre 2008, curatori, supervisore, presidente della provincia e assessore ai beni ambientali siano stati fiancheggiati dal direttore della biblioteca e dei musei civici e da quello dell’archivio di stato? Appréciation (del Brunacci) oblige.

Bisogna che proceda assolutamente a un esame di coscienza. Non pretenderò mica di capirne più io, pensionato inpdap dormitante (e magari fosse solo quandoquidem) della autorevole Giuria del premio Brunacci di Monselice e di svariate apicalità (vulgo direttori) venete e lombarde? Domani vedrò di fissarmi una data in agenda. Esame di coscienza, dici? Domani? In agenda? Ma se è bianca immacolata da anni! Sei folle (piemontesismo)? Impegnativa del medico e check-up full optionals. Di corsa.

Gigi Corazzol, 2 novembre 2008

Promemoria di inizio anno

C’è poco da fare gli uomini di mondo, sbagliare si sa che è inevitabile, ma spiace. Tanto più se lo si fa mentre si additano sbagli altrui. Ho pensato di mettere per iscritto il percorso che mi ha portato allo sbaglio innanzitutto a uso promemoria: due le cose da ricordare

a) come si lavora,

b) che bisogna pensarci su non due ma dieci volte prima di fare i sapienti.

Se poi il promemoria potrà essere utile a qualcun altro tanto meglio, ma ci mancherebbe solo che, approfittando del carnevale, dopo aver fatto la figura del somaro fatto e finito mi mettessi in capo il gibus del pedagogo.

Primo errore, madre di tutto il resto (vedi nota 2). Non mi è nemmeno passato per la testa che il Benedetto potesse essere altra persona da Alessandro Benedetti. Non mi sono perciò curato di controllare l’Introduzione biografica (pp. 69-104) che apre il libro di Giovanna Ferrari dedicato al Benedetti (L’esperienza del passato. Alessandro Benedetti filologo e medico umanista, Firenze, Olschki, 1996. L’avessi fatto, come dovevo, avrei immediatamente avuto modo di prender nota

a) «Alessandro Benedetti è veronese, non di Legnago: l’errore di Maffei che ha dato avvio a una tradizione tenace, deriva dalla confusione con un noto maestro di umanità, Benedetto Brugnoli (“Benedictus de Leniaco”)» (p. 69 e nota);

b) che nel 1483 il Benedetti era medico condotto a Modone (p. 79);

c) che non si parla di suoi incarichi universitari prima del 1490 (senza dire che si tratta di notizie assai tarde, e dubbie la loro parte (83-84).

Questo elementare (e doveroso) riscontro avrebbe tolto di mezzo il Benedetti e posto il problema (immediatamente risolto dalla Ferrari) di identificare quel «Benedetto qui lege». Bisogna che me lo ricordi. Si viene a capo solo dei problemi che si individuino espressamente come tali. Non c’è niente di peggio dell’essere convinti di sapere. Meglio, dieci volte meglio, dubitare anche a fronte delle cose che dovessero parere le più scontate. Aprire di nuovo i libri che si crede di aver letto e rileggerli. Niente di più. Ma è arte, da me, male appresa, e che ho difficoltà continue a ritenere. Si capisce che, occorrendo di scapuzzare, spiace. Ma, come diceva la mia mamma disinfettandomi il ginocchio, è colpa tua e ti sta bene.

Gigi Corazzol

Pedavena, 2 gennaio 2009

  1. Per ricognizioni di dettaglio, perlustrazioni internet e stesura sono debitore di parecchie persone. Per un paio di settimane abbondanti, mi son sentito riportare all’atmosfera di quelle occasioni di spensierata, disinteressata, appassionata, egualitaria lettura di testi che nell’università di una volta erano dette seminari. Nome che a scriverlo ora mi suona un po’ ridicolo, salvo che la cosa erano, a volte, esperienze intime e serie. Revival malinconico, si capisce, come è di tutto quel che butti fuor di stagione. Dato a ognuno, nominato o no che sia, quel che ognuno sa essere il suo, devo una speciale gratitudine a Graziano Pampaloni, Filippo Benfante, Piero Brunello, Giacomo Corazzol, Pietro De Marchi, Valter Deon, Michael Knapton, Matteo Melchiorre, Reinhold Müller, Walter Pilotto, Mirella Vedovetto. []
  2. Lamico Paolo Pellegrini, che ringrazio, mi segnala che il Benedetto in questione non è Alessandro Benedetti, ma il notissimo Benedetto Brugnoli (1427-1502), legnaghese anche lui. Dal 1466 fino al 1502 lesse grammatica, retorica e altre scienze nella scuola pubblica di S. Marco, quella «a presso il campaniel». Infortunio che suona conferma della regola che la nota saputella (la mia, in questo caso) ponde la cappella. []
  3. Sono a farti rispettosamente notare, caro direttore, come il signor Pavel Ivanovic’ Cicikov sia stato sorpreso a comportarsi davanti a uno specchio esattamente come me. Curiosa, inesplicabile coincidenza. []

Lascia un commento