In linea da: 10/02/2008

Greetings from Mestre

di Claudio Pasqual

Una nuova serie di cartoline illustrate su Mestre suggerisce di ripensare come è stata rappresentata la città negli ultimi trenta-quarant’anni. Finita la città industriale, la classe dirigente della città formula la sua proposta per la città post-industriale. Mentre si passa da «Saluti» a «Greetings», le immagini della città industriale del Novecento sono sostituite da quelle che vogliono vendere al XXI secolo un “centro” di Mestre raffigurato secondo canoni che si sperano graditi al consumo e al turismo, possibilmente internazionale.

La sera del 19 settembre 2007, in apertura del “talk show” Mestre e l’ornitorinco alla ricerca di una identità, nell’ambito dell’ottava edizione de La Piazza dei Sapori. Mostra alimentare delle regioni italiane, organizzata in piazza Ferretto dalla Confesercenti di Venezia, è stato proiettato I’m from Mestre, un video (regia di Andrea Biscaro, sceneggiatura di Samuele Costantini) prodotto per la stessa Confesercenti da Bmovie. Il finale del video è una lunga processione di mestrini che da soli o in gruppo si succedono a ripetere, con allegra baldanza e con tono d’orgoglio, «I’m from Mestre». Nell’occasione, però, non solo immagini in movimento e tecnologie digitali ma anche un revival per appassionati: nuove cartoline illustrate di Mestre. 

Un revival, appunto, perché di cartoline ne esistono tante, di questa città, che è stata un soggetto molto fotografato, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta e fino ai primi anni Ottanta, quando invece ogni produzione è cessata. Motivo per il quale oggi nessuno troverebbe da comprare nelle tabaccherie e dai giornalai cartoline recenti di Mestre (e per la verità nemmeno le vecchie, sparite in fretta dai normali punti vendita; chi voglia acquistarne comunque non deve disperare, il circuito degli antiquari, specie dei mercatini, ne offre ancora un buon assortimento1). 

Qualsiasi località, anche la più piccola e sperduta, un tempo non lontano, prima del web, della posta elettronica e delle fotocamere digitali, aveva le sue immagini in cartolina. Per Mestre esisteva una ragione specifica: era un posto di militari, con varie caserme, e il soldato ama mandare a casa un’immagine del luogo dove sta facendo la naia, anche per averne poi un ricordo. Tuttavia, da un certo momento in avanti, come si diceva poc’anzi, il vuoto. Più niente o quasi, fino a questo fatto nuovo: ora Confesercenti di Mestre pubblica e mette in vendita una serie di sei cartoline illustrate dedicate alla città2. Le ho comprate subito e vedendole mi è venuta l’idea di confrontarle con quelle vecchie o, meglio, con l’ultima produzione, quella dei Sessanta e Settanta, considerato l’aspetto che voglio trattare la più densa di suggestioni e implicazioni.

Anni fa, di cartoline da Mestre si era occupato Domenico Canciani per l’associazione storiAmestre3. Il lavoro di Canciani risultava un saggio di iconologia dell’identità cittadina: come la città si era rappresentata in momenti diversi della sua storia novecentesca. A me invece interessava svolgere un ragionamento a partire dal lato estetico; verificare le epifanie e le forme del senso del bello nel tessuto urbanistico e il loro mutare nel tempo; salvo accorgermi strada facendo di quanto questo aspetto sia intrecciato con quello dell’autorappresentazione identitaria cittadina.

Le cartoline degli anni Settanta sono in gran parte scatti panoramici e vedute dall’alto, che inquadrano distese di palazzoni, incroci di strade, cavalcavia, fasci di binari, distributori di benzina. Acciaio, asfalto e cemento. Le vie sono piene di auto e biciclette, i marciapiedi di gente che va e viene. Sono immagini in movimento, quadri di ordinaria vita quotidiana, che trasmettono l’idea di una realtà operosa, dinamica, attiva. La città che qui si mette in scena è la città delle relazioni, dei flussi, del lavoro. Niente arte da contemplare e ammirare. Non c’è alcuna apparente bellezza nei luoghi rappresentati, almeno non secondo i più tradizionali canoni estetici: niente monumenti storici, opere più o meno insigni del passato, quelle poche che a Mestre sopravvivono – e che, le rare volte che compaiono, risultano annegate e quasi indistinguibili nella congerie degli oggetti urbani –, ma neppure originali innovative ardite avveniristiche architetture contemporanee. Non solo i soggetti ma le stesse immagini, sotto il profilo formale e della tecnica e della riproduzione fotografiche, non hanno alcuna pretesa artistica. Composizioni banali, luci sparate e sovresposte, colori piatti: sembrano scatti di fotografi della domenica, e il documentarismo non c’entra, perché esso non va mai disgiunto dalla ricerca della qualità formale. Sono proprio e solamente brutte foto.

Eppure, a guardarle e riguardarle e pensandoci su, mi è balenato che un’idea di bellezza c’è eccome, sottesa e raffigurata in queste immagini: sta nella modernità degli oggetti, dei particolari e degli insiemi, delle situazioni rappresentate. È la modernità stessa che è bellezza, la quale è connaturata e intrinseca a essa: pompe di benzina, lampioni, insegne di negozi, camion cisterna e filovie, belli perché icone e simboli di modernità. L’estetica della modernità reificata in certi suoi oggetti caratteristici sulla scena urbana. A essere rappresentati sono spazi e luoghi che potrebbe essere tanto Mestre quanto un qualsiasi centro urbano industriale del Novecento. Solo in poche cartoline compaiono edifici e luoghi esclusivamente mestrini; nota tra le altre cose Canciani: “Mestre come Manhattan con i cavalcavia percorsi in notturna dai fasci colorati dei fari delle auto in corsa; […] ecco Porto Marghera come Amburgo con le navi cariche di lavoro e portatrici di benessere”4

La qualità della foto e dello sguardo sono diversi, tuttavia sembra che i fotografi mestrini di cartoline dei Sessanta e Settanta abbiano colto in contemporanea quella “città media” al centro del lavoro di un fotografo come Gabriele Basilico5. Da anni il lavoro di Basilico si è concentrato sulla ricerca della forma della “città media”, evidente nei nuovi quartieri centrali o nelle periferie residenziali di moderna architettura, dove continuamente si crea e muta la città attuale. Mestre sarebbe dunque un luogo per eccellenza di questa medietà, sarebbe una proiezione locale di un’identità comune e omogenea di città: la rappresentazione autentica di Mestre corrisponderebbe alla “forma uniforme” della città contemporanea. Nelle cartoline che illustrano la città dagli anni Sessanta agli anni Ottanta risalta dunque la convinzione che Mestre vada riconosciuta nella sua modernità, che la sua propria essenza sia data dall’essere moderna (come dire, questa è Mestre: palazzoni sopraelevate e camion, questi segni della modernità ne sostanziano l’identità, altro è inutile o ingannevole mostrare).

 

Cosa vediamo invece nelle sei cartoline presentate da Confesercenti durante La Piazza dei Sapori, nella tarda estate 2007?  Il palazzo Da Re in Piazza Ferretto. L’edificio della Provvederia in Via Palazzo. Il Municipio di Mestre. La Torre dell’Orologio. Una panoramica di Piazza Ferretto dall’alto della torre medesima. La fontana della piazza e sullo sfondo il duomo. Sono i luoghi esclusivi della città, dunque, che appartengono soltanto a essa; e si va dal Medioevo al primo Novecento (la recentissima fontana con il Nudo di donna di Viani nell’ultima foto, a guardare bene, non è il vero soggetto; vero soggetto è la neve che turbinando nel vento vela con un candido merletto, in un’immagine molto glamour, il duomo e i vecchi palazzi in fondo alla piazza).

 

Siamo all’opposto delle cartoline anni Sessanta e Settanta. Volendo, nuove opere degne di nota ed esclusivamente mestrine non mancherebbero: avrebbero potuto fotografare, per fare degli esempi, il Centro Culturale Candiani, il Vega, il NOM (Nuovo Ospedale di Mestre), la Porta Rossa di San Giuliano, i ponti strallati. Invece no: è ciò che è “antico” che fa Mestre, ovvero Mestre è bella solo in ciò che è “antico”: questa è l’idea proposta da Confesercenti. E Mestre in queste cartoline appare effettivamente bella. Le foto sono molto curate, eleganti: risaltano la composizione sapiente dell’immagine, le inquadrature impeccabili, la ricerca di preziosismi formali, che si spinge fino all’artificio, per l’uso di filtri ottici e con le dominanti colorate che tingono di un rosso e di un giallo innaturali i cieli mestrini. Se ogni rappresentazione è interpretazione e contiene dunque una dose di soggettività e parzialità, induce un effetto di deformazione e distorsione, la libertà creatrice attinge qui all’arbitrio e all’inverosimiglianza, genera illusione ottica. Montagnana, Cittadella, Castelfranco Veneto, Noale: ora Mestre la si potrebbe tranquillamente scambiare con una di queste cittadine. Le immagini delle nuove cartoline sono studiate per emulare quelle che si vedono nelle guide turistiche e le cartoline di luoghi storici in centri urbani di antica genesi e conformazione. Mestre diventa città d’arte: una città immaginaria.

 

Intendiamoci su “antico”: qui si tratta di quella patina che si dà ai mobili perché sembrino antichi. Sarà forse “modernariato” il termine giusto? Le cartoline di Confesercenti ci trasportano in un viaggio a ritroso non certo all’epoca del castrum romano, né nel Medioevo o ai lontani tempi della Lega di Cambrai, tanto cari a eruditi e appassionati di antichità locali, ma in un luogo che molto assomiglia alla “vecchia Mestre” antecedente all’industrializzazione e alla modernizzazione, prima di Volpi e di Porto Marghera, prima dell’avvento a ritmo travolgente della “nuova Mestre”, la città del Novecento industriale e moderna. La Mestre di oggi sarà postmoderna e postindustriale. L’iniziativa di Confesercenti non appare avere, banalmente, un valore solo artistico ed estetico o pubblicitario; piuttosto, sotteso all’operazione traspare l’intento di proporre un’immagine nuova di Mestre, buona appunto per questo nostro presente postindustriale, come luogo accattivante per le pratiche del tempo libero e del consumo, il turismo, il passeggio, lo shopping. E poco conta, ai fini della costruzione di un immaginario, che questa “Mestre bella” perché “antica” sia un prodotto di invenzione, modellato su consolidati stereotipi stile

Touring Club. Impossibile non vedere comunque, in questa riproposta e valorizzazione di luoghi “storici” che si compie con la totale rimozione della modernità, una declinazione del “postmoderno” come regressione.

 

Il risultato è all’altezza del fine, corrisponde pienamente alle attese? Personalmente ci vedo delle incongruenze, delle note stonate, delle sbavature, nella rappresentazione di Confesercenti. Sorprende, mai me la sarei aspettata, una certa cupezza dello sguardo, l’impressione di un’idea un po’ plumbea della città. Gravano su strade e palazzi cieli carichi di pioggia o velati da una cappa fosca e opprimente, oppure colti dopo un acquazzone, ancora ingombri di grosse nuvole scure. La scena è sempre debolmente illuminata; soltanto in un caso, nella panoramica di Piazza Ferretto, splende il sole e il cielo è terso. A rafforzare la sensazione di cupezza, in queste inquadrature, nei momenti fissati per sempre sulla pellicola, i luoghi sono deserti: rari i passanti, uno o due, ripresi in campo lungo e quasi invisibili, dissolti nello sfondo, e anche nella panoramica la piazza è quasi vuota, di fatto non c’è nessuno. Non ci si mostrano luoghi delle relazioni sociali, della vita di relazione, ma spazi oggettualizzati, e transiti, da percorrere e osservare passando di là. Traspare un’idea antiquaria della città o peggio: un’idea museale. Mestre, certo, appare bella, ma tanto quella precedente era animata e vitale, tanto questa è senza vita, una città morta, una ghost town.

 

Nessuna delle due rappresentazioni che ho voluto porre in evidenza è totalmente e assolutamente autentica. Personalmente, comunque, quale raggiunga il maggior grado di verosimiglianza giudico che sia un interrogativo retorico: sono più vicini all’essenza di Mestre, nella loro incapacità di vedere e quindi nel loro forse involontario effetto di mascherare le trasformazioni in corso, come ha pensato Canciani, gli anonimi scorci e panorami dall’alto delle cartoline anni Sessanta oppure le belle immagini di una città mai esistita o che semmai non esiste più da un pezzo, nel bene e nel male definitivamente tramontata?

 

 


Si ringrazia la Confesercenti per la disponibilità a pubblicare le cartoline.

1 Proprio in questi giorni (dicembre 2007), tuttavia, ho scoperto che un tabaccaio di via Pio X ne tiene ancora qualcuna in un espositore all’esterno del negozio, sotto il portico; ne ho comprate sette, a colori, non datate ma risalenti probabilmente ai primi anni Ottanta. Il titolare mi ha assicurato che sono le ultime rimaste.
2 Le cartoline sono una produzione Photostudio Walter Tesan/Mestre-Venezia.
3 D. Canciani, Immagini urbane. Le cartoline di Mestre, in Mestre infedele. Confini comunali in terraferma e rapporti tra Mestre e Venezia, a cura dell’associazione storiAmestre, Portogruaro 1990, pp. 65-84.
4 Ibidem, p. 66.
5 Si vedano ora i suoi “scatti mestrini”: Mestre Gabriele Basilico, catalogo della mostra (Mestre, Galleria Contemporaneo, 10 novembre 2007-5 gennaio 2008), Vittorio Veneto 2007.


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