In linea da: 15/05/2007

Primo maggio a Parigi negli anni Novanta

di Antonio Canovi e Marco Fincardi

I nostri amici Canovi e Fincardi ci hanno concesso di ripubblicare il loro articolo Osservazioni sul tradizionale corteo nella capitale francese negli anni Novanta, apparso per la prima volta in “Il Calendario del popolo”, a. LII, n. 603, novembre 1996, pp. 6-10. Si riprende qui con alcune minime modifiche.

Negli anni Novanta abbiamo assistito ad alcuni Primo maggio. Proviamo a descriverli.

Nel 1996 il concentramento è stato alla Gare du Nord, consueto capolinea per chi arriva dalla banlieue operaia e comunista. Il corteo, imboccati i grandi viali, si è ingrossato dirigendosi verso place de la République. L’ha fiancheggiato – nella reciproca indifferenza – l’esiguo presidio musicale della Joc: l’organizzazione giovanile operaia cattolica. Di là, si è diretto verso la piazza dalle più forti simbologie politiche: place de la Bastille. Sono queste due piazze a costituire abitualmente i due poli di riferimento per il percorso della grande manifestazione popolare, patrocinata dalla Cgt, a cui si affiancano talvolta altri sindacati. Sono importanti punti di raccordo nella viabilità del centro cittadino, contrassegnati da grandi monumenti che evocano la storia rivoluzionaria nazionale.

Altri raggruppamenti politici o sindacali cercano contemporaneamente di attestare una loro presenza in altre zone meno strategiche della città. A volte ci prova anche il Front National di Le Pen, senza però riuscire ad acquisire la visibilità a cui aspira. A questi tentativi della destra razzista di inserirsi in qualche modo della tradizione del Primo maggio manca una massa di manifestanti e di curiosi anche lontanamente raffrontabile al corteo «rosso».

In giro per la città, intanto, fin dal primo mattino – in ogni piazzetta, e a ogni incrocio – l’attenzione viene richiamata da numerosissimi disoccupati o commercianti improvvisati e petulanti, che vendono mughetti. È una tradizione commerciale che in questo secolo ha inserito la propria simbologia primaverile nel giorno del Primo maggio, ma senza incrociarsi con le simbologie dei lavoratori.

Se raggiungiamo il concentramento con la metropolitana, all’uscita si rimane subito sorpresi dalla musica orientale a volume elevatissimo e da un penetrante odore di merguez e kebap abbrustoliti alla griglia alla maniera araba e turca. Sembrerebbe di trovarsi in una grande festa in un paese mussulmano, tra tanti ambulanti che arrostiscono carne da mettere nei panini, tanta gente che si incontra e si saluta dandosi la mano e poi portandosela al petto. Molte persone sono indaffarate a diffondere volantini e giornali la cui caratterizzazione etnica salta agli occhi prima ancora di quella politica, oppure sono arrampicate a grappoli sul grande basamento dei monumenti o sul tetto di furgoni e piccoli autobus privati, a reggere orgogliosamente striscioni e a scrutare dall’alto la caotica folla amica.

Diversi megafoni fanno a gara a chiamare persone a raccolta, o a diffondere brevi avvisi in lingue a noi sconosciute. Il paesaggio è dominato cromaticamente dal rosso di enormi striscioni e bandiere, che delimitano i concentramenti dei vari gruppi etnici o sono appoggiati alle recinzioni dei monumenti e agli automezzi. Su molte di queste insegne campeggiano ritratti stilizzati di eroi o martiri nazionali, o di Marx, Lenin e Mao, qualche volta anche di Stalin. Risuonano frequenti slogan rivoluzionari, o piuttosto richiami enfatici e un po’ aggressivi alle identità di gruppo.

L’immensa periferia metropolitana riversa nel centro cittadino uno spaccato di società estremamente inconsueto. Quel pomeriggio – almeno per poche ore – sono i «dannati della terra» ad appropriarsi di una città che normalmente appartiene ad altri. La cosa appare evidente, immediata, tanto da non sembrare nemmeno una forzatura, in quella particolare occasione. È una ritualità collettiva che si incanala «naturalmente» nella scenografia di un giorno che si sa diverso dagli altri, col suo folklore – aggressivo ma non minaccioso – che fa da contenitore e da espressione civile a un’elevata conflittualità, che impedisce alla manifestazione di ridursi a una obsoleta celebrazione.

Non è certo questo il volto solito della riva destra della Senna, nel centro cittadino. Né è consueta questa esuberanza gioiosa e al tempo stesso recriminatoria di tanti immigrati, che invadono i grandi viali urbani, prendendone il controllo. La massa dei manifestanti sembra una rappresentazione dal vivo di quei soggetti antagonisti emergenti che aveva individuato oltre trent’anni fa Herbert Marcuse.

Quando il corteo sindacale prende corpo e si avvia, pare quasi impossibile che questa massa confusa possa incanalarsi lungo un percorso prestabilito in modo ordinato. Invece questo accade automaticamente, senza intoppi. La partenza della marcia di questa folla è sempre carica di tensione, come se si trattasse di un miracolo, da tutti fiduciosamente atteso, da cui deve scaturire l’immagine della forza collettiva.

Più della metà del corteo è composta da asiatici. Almeno diecimila saranno i curdi. I turchi sono ancora di più. L’ideologia rivoluzionaria di estrema sinistra, il clima festoso e ancora di più la condivisione collettiva delle difficoltà imposte dalla vita di immigrato e esiliato fanno sì che tra loro non sorga il minimo screzio durante la manifestazione. E anche questa assoluta mancanza di incidenti sembra un miracolo. Non c’è nessun segno di ostilità tra il concentramento curdo e quello turco: i più imponenti e battaglieri di tutto il corteo.

A un primo sguardo, riesce difficile individuare quale possa essere il denominatore comune tra tutti questi gruppi, che esibiscono con convinzione le loro appartenenze tradizionali, le loro diversità. Ma pensando alla storia remota del Primo maggio, si può credere che le dimostrazioni negli Stati Uniti e in Svizzera alla fine del secolo scorso assomigliassero abbastanza a queste. Anche quei cortei aggregavano lavoratori e disoccupati emigrati che si sentivano degli esiliati, che a un’assimilazione difficile e intaccante le loro identità preferivano rivendicare l’emancipazione, attraverso la protesta.

Rispetto agli anni precedenti, comunque, una massiccia presenza di servizi d’ordine francesi ha fatto da cornice alla manifestazione. Il ripetersi di attentati terroristici nel centro cittadino, alla fine del 1995, ha fatto ritenere opportuna tale precauzione. A volte con discrezione, a volte meno, è stato il Pcf a inserirsi come garante supplementare dell’ordine nella manifestazione, senza lederne comunque lo spirito internazionalista. Delegazioni comuniste francesi hanno intervallato i raggruppamenti espressione degli immigrati dei vari movimenti di liberazione del terzo mondo. Ma lo spirito della manifestazione non è mutato rispetto ad anni più tranquilli.

Alla massa enorme dei turchi si aggrega, per affinità politica, anche la sparuta rappresentanza di un gruppo guerrigliero peruviano, che si nota più che altro perché mascherata con fazzoletti e passamontagna sul volto, e per i cartelli portati su petto e schiena da questi pochi latino-americani.

A loro seguono un migliaio di giovani tamil. Tutti maschi. Abbigliati per lo più con giubbotti bomber color bordeaux. Molti di loro completano questa tenuta militaresca col basco scuro e un bracciale rosso con l’insegna di una testa gialla di tigre. Scandiscono slogan solo nella loro lingua.

Tra curdi e turchi, che avanzano a ranghi serrati, gli uomini portano camice e giacche scure. Ai bordi di ogni fila si distinguono quelli del loro servizio d’ordine, con un piccolo bracciale rosso. Tutti i giovani – cioè la stragrande maggioranza di loro – hanno un’impostazione molto marziale, nel ritmare instancabilmente e all’unisono i loro slogan in lingua nazionale, e in francese i richiami all’internazionalismo proletario. Anche le donne lo fanno, con espressione meno bellicosa degli uomini. E sono queste a destare maggiore impressione. Nessuno degli slogan evocati dai diversi spezzoni del corteo è così impressionante e rende così il senso di un esercito alla conquista della città, come i ranghi serrati di migliaia di giovanissime madri che quasi tutte avanzano spingendo un passeggino col loro bambino più piccolo. E non poche di loro sono rese anche più imponenti, nel loro procedere, da un nuovo stato di gravidanza. Per un Occidente messo numericamente in difficoltà dal calo demografico, nessuna immagine saprebbe rendere il senso dell’«invasione» in modo più efficace del loro l’incedere determinato, dell’avanzare inarrestabile di queste giovani fanterie femminili e infantili, che parrebbero capaci di travolgere ogni ostacolo col loro numero.

Stupisce che – per un giorno – la visibilità del mondo mussulmano nella metropoli possa ribaltarsi a favore delle piccole minoranze turche e curde, laiche e fortemente politicizzate. L’Africa è debolmente rappresentata, nonostante l’elevatissima presenza, nei quartieri periferici parigini, di immigrati dalle ex colonie francesi in quel continente, in prevalenza nordafricani. Viene appunto da chiedersi che rapporto ci sia tra queste rilevanti assenze e le tensioni esasperate da cui sono scaturiti i recenti sanguinosi attentati a Parigi, attribuiti agli integralisti islamici algerini. Del Maghreb non si noterebbe la presenza nel corteo, se non fosse per i variopinti abiti folklorici del Sahara occidentale: altri esiliati allontanati dalla guerra – bambini e adulti – con le loro danze in tondo, al canto delle arie tradizionali sarawi e degli inni del Fronte Polisario. Di neri c’è solo una poco appariscente delegazione di senegalesi. Così pure mancano rappresentanze indocinesi.

Nel 1996, dopo un inverno segnato dal ripetersi di attentati nel centro cittadino e di microrivolte nelle periferie popolate di poveri immigrati, una parte della cittadinanza – quella che vota largamente per Chirac – non può certo rimanere rassicurata da una dimostrazione così massiccia di questi lavoratori e disoccupati arrivati da diversi angoli del mondo, spesso in fuga dalla guerra e da persecuzioni politiche. Anche in una società effettivamente multirazziale come quella francese, ci si ostina a vederli come stranieri, potenzialmente pericolosi. E lungo le strade e nella metropolitana i cestini per rifiuti sono ancora chiusi ermeticamente, per il timore di nuove bombe dei terroristi. In ogni caso, non pare composta da questo genere di persone diffidenti e ostili la folla parigina di curiosi assiepati sui viali o alle finestre dei palazzi, a fare ala alla fiumana dei dimostranti in corteo.

Quanto ai militanti sindacali e della sinistra francese, se ne ritrovano un po’ lungo tutta la manifestazione. Sono prevalentemente di media età. Non solo del Pcf, che pure sono la maggioranza tra i francesi in corteo. Non numeroso, ma rumorosissimo e composto anche di entusiaste ragazzine, è il raggruppamento «umanista», che si richiama nientemeno che al poeta Prévert, portando su cartelli e magliette il suo ritratto.

È invece evidente la diserzione di quei quadri generazionali che hanno animato la vita di altre gloriose stagioni del movimento operaio francese e momenti critici della storia nazionale. Frequentandoli nel loro ambiente, il loro commento suona un po’ così: «Ah, non è più il Primo maggio di una volta!». Non è la filosofia dei soli vecchi francesi, ma anche di tanti vecchi emigrati naturalizzati – italiani innanzitutto – che un tempo vedevano come irrinunciabile dimostrazione d’orgoglio attestare la propria presenza nei ranghi del grande corteo. Così pure mancano rappresentanze di associazioni che richiamino la resistenza. Capita comunque di incontrare, dispersi nella massa del corteo, isolati anziani che procedono in modo testimoniale, bardati di rosso o di scritte memori del Front Populaire (le «belles journées» del 1936): sono facilmente uomini col loro basco nero; e talvolta si confondono con qualche vecchio anarchico. Ma i vecchi, qui, sono essenzialmente i sessantottini, reduci di una stagione di lotte di cui hanno formalmente abbandonato le esteriorità pittoresche.

Si riconosce poi la presenza animata dell’estrema sinistra francese, che abita ancora la scena parigina. Ciascun gruppo è abbigliato in modo da connotarsi immediatamente per la propria collocazione culturale. Ma è essenzialmente il raggruppamento trotzkista di Lutte ouvrière a occupare la loro scena e a emergere. Appaiono con una selva di bandiere rosse, con tanti ragazzini coi capelli colorati o abbigliati dark, ma anche – a reggere le bandiere e a delimitare questo compatto e corposo spezzone – quarantenni o cinquantenni ben vestiti e dall’aspetto acculturato, che avanzano fischiando, senza mai smettere, l’Internazionale: il loro modo di rendere solenne la parata delle loro memorie di un maggio di tanti anni fa. Si tengono in coda a chiudere il davvero variegato corteo.

La cosa che colpisce di più, in questi cortei parigini degli anni Novanta, è la rinnovata consapevolezza della rilevanza scenografica in una simile manifestazione di piazza. Contrariamente a quanto si verifica in Italia (se si fa eccezione per i due enormi cortei antiberlusconiani: a Milano, per il cinquantesimo 25 Aprile, e a Roma con lo sciopero generale in difesa dello stato sociale) qui tenere la piazza, esibirne platealmente la conquista, è ancora considerato un gesto collettivo di importanza politica vitale. Ciascuno, scegliendo di prendervi parte, sa di mettere in scena se stesso e dedica la massima attenzione a darsi un colore sociale e culturale appropriato, che renda più appariscente e denso di significati il proprio spazio rituale di gruppo, attualizzando il riproporsi di una tradizionale immagine conflittuale di sfida alla normale routine metropolitana e a una certa civiltà.

Al di là di un espressionismo folklorico che ha precise funzioni politiche, non mancano, in verità, le immediate parole d’ordine antigovernative, sostanzialmente dedicate a due temi: una politica di accoglienza più garantista e generosa verso gli immigrati, e la difesa dello stato sociale. A farsi portatori di questi slogan rivendicativi sono soprattutto gli spezzoni direttamente inquadrati dalla Cgt. Sotto gli striscioni del sindacato comunista, meno vistosi, sfilano le federazioni di settore (numerosi e applauditi gli insegnanti), ma anche delegazioni che provengono dalle città industriali (attraversate da devastanti processi di riconversione o di smobilitazione) della banlieue rossa (Saint Denis, Drancy, Argenteuil, Bézons, Montreuil, eccetera). Lo scarto simbolico con gli altri spezzoni del corteo è evidentissimo, ed è probabile espressione di una volontà politica, che risponde a una logica differente. Qui, le diverse «provenienze» sono distinte per professione o residenza, senza indossare divise da parata e secondo tipologie sociologiche che rifiutano la collocazione etnica o l’appariscente scelta ideologica e, anzi, ribadiscono esplicitamente l’esigenza di immaginare la classe dei lavoratori come quella «generale».

Alla Bastiglia e lungo tutto il corteo, dei militanti socialisti non c’è traccia. Per la città, l’irrilevante presenza dei socialisti, avulsi da quella giornata di euforie di folla, si limita a un paio di modesti banchetti che vendono mughetti. Nel 1996 hanno organizzato un raduno musicale, capace di attrarre un minimo di gente da mostrare alle telecamere. Sorge il dubbio che soltanto la presenza storica del Pcf – cioè di un’area culturale e sociale di solito emarginata politicamente e accusata di anacronismo – continui a far vivere in una dimensione collettiva, non assorbita da celebrazioni ufficiali piuttosto fittizie, il mito bi-secolare della Nation che può rendere citoyen chiunque abiti il territorio francese, senza aprioristiche preclusioni etniche.

Constatare presenze e assenze da questo tradizionale evento porta a riflessioni ad ampio raggio, a chiedersi in modo non generico e a tavolino come possa esprimersi un universo multiculturale. Occorre anche chiedersi quanto l’integrazione nella società francese sia davvero prioritaria nelle aspirazioni di un giovane militante asiatico o africano che vive in esilio in Francia, battendosi, come può, per richiamare l’attenzione pubblica sulla liberazione del proprio paese lontano. Resta però il fatto – dotato del proprio peso specifico – che il corteo parigino del Primo maggio ritrova ogni anno i propri codici trasversali alle etnie, le proprie formule accomunanti – condivise da ogni partecipante alla dimostrazione – nella messinscena di un internazionalismo egualitario, democratico e progressivo. Si sfila, alla fine, proprio per rendersi visibili e così diventare cittadini del mondo: a Parigi e fuori da Parigi.

Proprio perciò – quando si vedono riavvolgere gli striscioni e si lasciano le voci e i colori del corteo, per tornare ciascuno a casa propria – viene inevitabile fare il conto delle assenze. Soprattutto nell’ultimo anno, dopo un inverno punteggiato dagli attentati terroristici. Ma nel corteo il ricordo forte del recente inverno sembra piuttosto quello della città completamente paralizzata dallo sciopero. Il corteo del Primo maggio 1996 ha rimesso in circolazione la vivacità dei tanti cortei contro lo smantellamento dello stato sociale, quando la città – e l’intera regione che le fa da retroterra – per intere settimane è riuscita a muoversi soltanto a piedi o grazie alle contingenti solidarietà createsi tra scioperanti e cittadini. Anche dopo questa esperienza di riappropriazioni conflittuali dello spazio urbano, tuttavia, nelle manifestazioni del Primo maggio degli anni Novanta non c’è traccia della massa di algerini presente in Francia e particolarmente concentrata attorno alla capitale. E questo può essere letto come un ulteriore sintomo del reale problema di «cittadinanza» che comporta oggi, in Francia, il presentarsi come «algerini». Quanto alle roccaforti tradizionali della Cgt, nell’ultimo anno si sono forse riaffacciate un poco più orgogliosamente che nelle precedenti manifestazioni del Primo maggio, pur lasciando a casa il grosso degli scioperanti di dicembre.

Così viene da farsi molte domande su quali capacità aggreganti e mobilitanti abbia il mondo del lavoro, nell’attuale contesto storico; e anche su come si trasmettano tutte queste esperienze tra le generazioni. A osservare le mobilitazioni di questi Primo maggio, si è facilmente indotti a studiare la «questione sociale» soprattutto concentrandola sui temi dell’identità e delle memorie collettive.

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