In linea da: 01/08/2017

Un errore di memoria? La Cicci e la Resistenza a Venezia

di redazione sito sAm

La Cicci intervistata da Danilo Montaldi nel 1957 racconta del fidanzato veneziano arrestato e poi fucilato – presumibilmente nel 1944 – “sulle macerie di Venezia” insieme ad altri sei. Almeno così le era stato raccontato. Abbiamo provato a fare qualche piccola verifica, ma riusciamo solo a farci alcune domande.

La Cicci

Cicci è una delle protagoniste delle Autobiografie della leggera raccolte e pubblicate da Danilo Montaldi nel 1961. Montaldi la presentò con queste parole: «Cicci è una donna che “ha fatto la vita”, e l’allusione si riferisce al suo passato di prostituta. Essa ha dettato la propria biografia – titolo compreso – nelle pause del lavoro casalingo al quale s’è adattata da quando ha cambiato genere di vita. Il testo riproduce fedelmente il suo racconto orale, con gli sbandamenti tipici e senza sosta dei monologhi femminili» (p. 63). Il titolo del suo racconto è Il pro e il contro di due vite.

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In linea da: 30/04/2017

Treni per Porto Marghera. Turnisti pendolari raccontano

a cura della redazione del sito di storiAmestre

Per i consueti auguri di buon Primo Maggio quest’anno presentiamo alcuni brani di interviste a ex lavoratori che, tra gli anni Cinquanta e Novanta, ogni giorno raggiungevano Porto Marghera in treno, quando non in bicicletta, da Meolo, uno dei paesi di reclutamento operaio. Riprendiamo proprio il tema del viaggio quotidiano di andata e ritorno, che emerge in tutte le interviste come una questione cruciale e un peso insopportabile per chi l’ha vissuto, persino peggiore del lavoro e dell’ambiente malsano in cui lavorava. A conferma del fatto che non basta guardare alle ore di fabbrica per capire com’era (e com’è) la giornata di un operaio e della sua famiglia.

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In linea da: 24/04/2017

«Ho preso più baci in questi giorni che in tutta la mia vita». Una lettera dalla Liberazione

di Ada Della Torre, a cura della redazione del sito sAm

Per i nostri auguri di buon 25 aprile, quest’anno facciamo ricorso a una lettera che Ada Della Torre scrisse a Carlo Levi a qualche giorno dalla Liberazione. In poche righe, e con umorismo, Ada riassumeva la gamma di emozioni che si potevano vivere nel maggio 1945: il contraccolpo della fine della vita clandestina; la sensazione di veder già svanire le possibilità nuove che erano sembrate a portata di mano; eppure ancora un pizzico di euforia che si manifesta in baci e abbracci; i tanti amori sbocciati in quei mesi (destinati a durare?); i bambini che giocano a fare il partigiano; i desideri di riprendere una vita «normale», di fare progetti per il proprio futuro…

La Della Torre aveva partecipato alla Resistenza nell’alto Piemonte, tra Ivrea e Biella (con la famiglia si era rifugiata a Torrazzo Biellese dopo l’8 settembre 1943). La lettera l’avrebbe dovuta ricevere Carlo Levi, a Firenze, dove lui aveva passato gli anni della guerra, aveva partecipato alla Resistenza, era diventato condirettore del quotidiano del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, La Nazione del popolo.

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In linea da: 11/09/2016

Di che cosa parliamo quando parliamo della condanna di Roberta Chiroli. Una rassegna di voci con qualche considerazione

di redazione sito sAm

Il 22 giugno siamo intervenuti a proposito della condanna subita da Roberta Chiroli per “concorso morale” a un’azione di protesta in Val di Susa ritenuta penalmente rilevante, pubblicando una nota “a difesa del resoconto etnografico”, accompagnata da alcune pagine che Guido Lanaro ha pubblicato sul movimento No Dal Molin nella collana dei Quaderni di storiAmestre. Il 12 luglio abbiamo ospitato un intervento della stessa Chiroli. Durante l’estate abbiamo continuato a seguire e a discutere questa vicenda, e riprendiamo ora la parola in vista dell’incontro del 12 settembre Dall’Egitto alla Val di Susa. La ricerca in campo organizzata da alcuni amici di Ca’ Foscari. Questo è il nostro contributo a distanza.

Fraintendimento e attacco alla libertà di ricerca

Le prime voci a difesa di Roberta Chiroli, a metà giugno, hanno sostenuto che la condanna penale è frutto di un fraintendimento: descrivendo nella sua tesi l’azione incriminata, Roberta Chiroli ha usato la prima persona plurale (il “noi partecipativo”) e il giudice, accogliendo la tesi del PM, e ignorando entrambi gli usi della disciplina, ha visto

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