In linea da: 09/09/2006

Visita al carcere della Giudecca

di Nadia Caldieri

Nadia Caldieri racconta la sua prima visita a un carcere. Il suo scritto è apparso anche su "Ristretti orizzonti. Periodico di informazione e cultura dal carcere Due Palazzi di Padova" n. 1, gennaio-febbraio 2005, pp. 41-43, con il titolo Cronaca di un primo ingresso in carcere, e alcune varianti nel testo.

Ho chiesto di poter assistere alla presentazione di un libro da poco uscito sulle carceri femminili nell’Italia dell’Ottocento. Si tratta del volume di Simona Trombetta dal titolo Punizione e carità. Da tempo sto conducendo una ricerca sulle carceri femminili tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento, e anche per questa ragione mi interessa partecipare all’incontro.

Ho dovuto comunicare con anticipo la mia presenza perché l’evento si svolge all’interno di un carcere, quello femminile della Giudecca a Venezia e qualche ufficio ministeriale deve fare controlli.

Sono quasi le tre del pomeriggio e cammino sulla fondamenta dell’isola della Giudecca. Non so dov’è il carcere, non ci sono mai stata. Non sono mai entrata in nessun carcere finora.

Prima di un ponte giro a sinistra e guardo, pensando che è inutile

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In linea da: 27/06/2006

4. Andare a vedere

Inchiesta, reportage, resoconto

Atti della giornata di studio organizzata da storiAmestre ed Etam-Animazione di comunità e territorio (Mestre, 19 novembre 2004)

a cura di Maria Luciana Granzotto e Claudio Pasqual

con interventi di Goffredo Fofi, Luca Pes, Vittorio Rieser, Matteo Melchiorre, Lina Zecchi, Maria Turchetto, Piero Brunello, Bruna Bianchi, Nadia Caldieri

estate 2006, 112 pp., 8 euro

"Stiamo diventando animali senza orientamento, senza naso, senza antenne. Cominciamo a fare fatica a capire ciò che è realmente reale e ciò che ci viene messo davanti come tale. La realtà è sempre più una costruzione artificiale. E questo può sembrare abbastanza ovvio. Il fatto nuovo è che la realtà-ambiente nella quale siamo immersi non è più tanto, come mezzo secolo fa, il prodotto del lavoro, ma è il risultato della produzione delle immagini. Non siamo più veramente convinti che l'ambiente sia reale e non virtuale. Perchè allora occuparsene? Forse, dice il nostro inconscio, se spengo il telecomando questa piazza, questa periferia, queste facce che ho davanti spariscono…! Ho l'impressione che il potere (non è un mito, esiste!) abbia bisogno di addestrare sempre più questa labilità: ciò che esiste deve

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