In linea da: 11/06/2018

“La marée populaire”. Altre osservazioni da Parigi, maggio 2018

di Federico Boldini

Come promesso, il nostro corrispondente da Parigi ci invia una cronaca e altre osservazioni sulla manifestazione del 26 maggio e sugli ultimi del mese di contestazioni. Anche le foto di questo articolo sono di Federico Boldini che, concluso il suo stage presso il Musée de l’Histoire Vivante di Montreuil, resterà ancora qualche tempo a Parigi per un tirocinio presso la redazione dell’Humanité, lo storico quotidiano del Partito comunista francese.

I preparativi

La manifestazione del 26 maggio era stata annunciata come “pot-au-feu réchauffé” dopo il corteo del 5 maggio (“minestrone riscaldato”, lasciando intendere la convergenza dei diversi gruppi militanti per una seconda volta), ma poi è stata ribattezzata “marée populaire” (la marea popolare). Ferma restando l’idea di far convergere i vari movimenti sociali che si sono mobilitati negli ultimi mesi, questo evento è stato organizzato in contemporanea in molte città francesi, al contrario di quello che l’ha preceduto, che ha avuto luogo unicamente a Parigi.

L’organizzazione della manifestazione ha visto la convergenza di più di sessanta sigle tra partiti, associazioni e gruppi politici. Tra i partecipanti erano presenti ecologisti, attivisti per la Palestina, i ferrovieri, il personale medico, ONG, sindacati e organizzazioni studentesche.

La manifestazione del 26 maggio ha inoltre portato una novità nel panorama politico francese: la collaborazione tra il leader di LFI (La France Insoumise) Jean-Luc Mélenchon e il segretario generale dei sindacati CGT (Confédération Générale du Travail) Philippe Martinez. Viste le divergenze tra i due e la tendenza dei sindacati a non esporsi su questioni politiche, la loro collaborazione è stata un segnale forte nel quadro della “convergence des luttes”.

Questa mobilitazione non è passata certo inosservata e ha fatto discutere per il fatto che, nonostante l’azione comune in seno alla “marée populaire”, i due gruppi non siano veramente uniti.

Stando alle considerazioni di alcuni dei partecipanti alla manifestazione la grafica politicamente “neutra” dei volantini “ufficiali” (un’onda su sfondo viola, colore non riconducibile a un gruppo politico in particolare) sarebbe stata pensata proprio per limitare i dissidi tra gli organizzatori.

Le speculazioni su questo tema nei giorni precedenti alla manifestazione sono state alimentate anche da alcune decisioni dei leader del movimento. Martinez per esempio, non ha partecipato alla conferenza stampa di presentazione della “marée populaire” presso la sede della CGT di Montreuil il 17 maggio; annunciando come si sarebbe svolta la giornata, gli organizzatori hanno, tra le altre cose, precisato la disposizione in blocchi separati delle organizzazioni politiche e sindacali. Mélenchon ha dal canto suo chiarito fin da subito che avrebbe sfilato a Marsiglia piuttosto che a Parigi, dove ci sarebbe stato invece il segretario generale della CGT.

Il leader di LFI sembra anche essere stato il motore del cambio di nome della manifestazione, ribattezzata appunto “marée populaire”, scelta che subito ha fatto discutere sia perché tendeva a mettere l’accento sulla partecipazione di massa, sia perché richiamava (sia pure in modo paradossale) una celebre manifestazione del Sessantotto che si tenne a Parigi, rimettendo quindi la capitale al centro del discorso (ne riparlo in conclusione).

La manifestazione di Parigi

A Parigi, la manifestazione prevedeva la partenza da Gare de l’Est e l’arrivo a place de la Bastille, passando per place de la République. Alle 14.30 di sabato pomeriggio il clima era particolarmente rilassato e festivo: musica e bancarelle, mentre dei gruppi affiliati a LFI distribuivano numerosi cartelli ai manifestanti e i carri si preparavano al corteo; uno raffigurava l’onda viola scelta per rappresentare la marea popolare e ha proposto musica, suonata dal vivo, per tutto lo svolgimento della manifestazione.

Risalendo verso la testa del corteo, dopo una prima osservazione generale, è stato impressionante notare il numero dei gruppi presenti e l’estensione del corteo. Prima ancora di partire, quest’ultimo arrivava già praticamente a place de la République, estendendosi quindi per quasi 2 chilometri.

Tra i vari gruppi presenti i sindacati CGT si sono fatti notare con diversi carri, musica e un forte seguito di affiliati. Medici e personale ospedaliero, sostenitori della Palestina e associazioni dei quartieri di periferia hanno aggiunto i loro messaggi a quella che è stata una vera convergenza tra le diverse contestazioni.

    

Studenti e ferrovieri sono tra i gruppi le cui azioni hanno caratterizzato l’attualità degli ultimi mesi con occupazioni e scioperi prolungati. Benché i media non ne parlino più, le azioni dei dipendenti delle SNCF (le ferrovie nazionali) e le occupazioni degli studenti continuano tuttora. A Nanterre per esempio, la facoltà di scienze umane è occupata da aprile senza reazioni da parte della direzione o delle autorità. I ferrovieri hanno inoltre occupato la sede delle ferrovie, mentre il progetto di privatizzazione del settore è sempre più una realtà. Durante la manifestazione del 26 maggio questi due gruppi si sono mostrati attivi attraverso diverse postazioni ai lati del corteo.

La “ZAD Postale”, un furgone con impianto audio già presente il 5 maggio ha fatto nuovamente parte della manifestazione dando visibilità alle “Zones à defendre” e alle questioni legate all’occupazione di Notre-Dame-des-Landes (vedi articolo precedente).

Tra le diverse rappresentazioni offerte dai militanti è stato ancora una volta interessante notare la marcata presenza di riferimenti storici. Tra queste, la CGT si è riappropriata di una rappresentazione di propaganda conosciuta per essere stata capovolta nel suo significato. Il coltello tra i denti è questa volta applicato al liberalismo economico di Macron e unito allo slogan “Contre ça! Syndiquez vous!” (“Contro questo, sindacalizzatevi!”). Questa rappresentazione richiama la propaganda antibolscevica e anticomunista dei manifesti degli anni Venti e Trenta. La riappropriazione dell’immagine fatta dal PCF (grazie alla mano di Raoul Cabrol), dopo che la propaganda anticomunista aveva raffigurato Stalin, aveva ripreso il tema con il volto di Hitler e lo slogan “Contre ça / Votez communiste”. Nel 2018, il manifesto della CGT, graficamente ispirato a quest’ultima rappresentazione, fa quindi un passo oltre e riadatta questa rappresentazione storica alle contestazioni contemporanee.

    

Nel blocco del sindacato CGT erano visibili anche numerosi riferimenti al 1968. Alcuni volantini ricordavano con ironia l’anniversario dei 50 anni di “amore” tra manifestanti e poliziotti antisommossa. Alcuni artisti hanno ridato vita alle tecniche di stampa e alle grafiche dei movimenti sessantottini riadattandole a diversi temi del contesto attuale. Questi manifesti erano appesi in diverse zone del percorso del corteo.

    

Il PCF ha invece focalizzato la sua opposizione al presidente facendo capo allo slogan “Macron méprisant de la République” (“Macron sprezzante della repubblica”, ma in francese con una marcata assonanza tra méprisant e président) e rappresentandolo in panni regali. Quest’immagine era presente su numerosi volantini oltre che in un grande formato su un camion al centro del blocco “Coco” (parola gergale per definire e con cui si definiscono i comunisti francesi) del corteo.

Marionette satiriche raffiguravano invece Macron come un monarca appeso alla forca e intento a volgere il dito medio a quanti più manifestanti possibile oltre che litigare con una Marianne, simbolo della repubblica, con in mano uno stendardo inneggiante alla libertà e all’uguaglianza.

Un’altra ripresa di eventi storici è stata fatta in occasione dell’anniversario della fine della Comune del 1871: un camion è infatti stato allestito come tributo ai morti della “settimana di sangue”, i giorni tra il 21 e il 28 maggio 1871 in cui l’esercito di Versailles riprese il controllo della città reprimendo brutalmente la resistenza dei comunardi. Sul camion sfilavano musicisti e figuranti vestititi (più o meno) come all’epoca, e nel punto più alto del mezzo c’era una donna vestita di nero che sventolava la bandiera rossa della repubblica sociale: una Louise Michel (dietro di lei anche una frase della “vierge rouge”) che però ricorda un po’ anche Marianne. Sulle fiancate del convoglio, tra le altre cose, era possibile notare la riproduzione di una barricata e slogan incitanti a vivere attivamente il proprio comune.

Per quanto i gruppi presenti siano stati numerosi, durante la marcia il corteo non è stato molto compatto ed è stato quindi relativamente facile spostarsi tra diverse zone del corteo durante al marcia.

Arrivati a place de la République, i black block, fino a quel momento invisibili, sono entrati in azione. Una quarantina di ragazzi (poche ragazze tra le loro fila questa volta) si sono rapidamente avvicinati al monumento alla Repubblica (ovvero una enorme statua di Marianne). Poco dopo uno di loro si è arrampicato a diversi metri di altezza per lasciare con la vernice un messaggio visibile da tutti: “La république aussi coupe des mains; #Collomb” (“Anche la Repubblica taglia delle mani”).

Questo messaggio, oltre che far pensare a culture radicali peraltro spesso stereotipate, si riferisce più direttamente a un incidente avvenuto recentemente a Notre-Dame-des-Landes, dove un militante ventunenne della ZAD ha perso una mano dopo aver raccolto una granata lanciata dai poliziotti durante uno scontro avvenuto mentre le zone occupate venivano sgomberate. Gérard Collomb è invece il ministro degli Interni, uno dei principali responsabili delle riforme contestate in questo periodo oltre che, ovviamente, l’autorità a cui fa capo la polizia.

Questa azione (e opinione) è stata accolta con un applauso da numerose persone che hanno assistito alla scena, ma la scritta ha avuto però vita breve e due ore dopo non era già più visibile, coperta da un adesivo del colore della statua. Tutto questo episodio e le diverse Marianne create nel corteo o incontrate lungo la marcia, sotto forma di monumento ufficiale dello Stato francese, sono di fatto un implicito riferimento storico, in questo caso a una disputa sul significato del termine “repubblica” che in Francia esiste almeno dal 1848.

  

Diversi danni sono stati poi evidenti lungo il percorso verso place de la Bastille, in prevalenza vetrate delle fermate del bus rotte e slogan scritti con la vernice spray. Tra questi abbiamo notato riferimenti al contesto della manifestazione (“pas de paix sociale”, “niente pace sociale”) o accostamenti tra Macron e la monarchia, i suoi ministri e la decadenza fisica (“Macron à Versailles; Collomb à l’EHPAD”, ovvero il presidente monarchico alla reggia di Versailles, il suo ministro degli Interni in casa di riposo). I black block hanno ripreso anche gli eventi del Sessantotto, mettendoli in relazione con la fine della monarchia : “On veut pas mai 68, on veut 1871” (“Non vogliamo maggio 68, vogliamo il 1871”).

Arrivati a place de la Bastille le barriere messe a protezione della Colonna di Luglio (il monumento alla rivoluzione del 1830 costruito nel XIX secolo) sono state sradicate per appendere un enorme striscione: “ZAD partout” (“ZAD ovunque”).

La manifestazione è finita poco dopo con diversi carri che, arrivati a destinazione, hanno iniziato subito a smontare. Anche i partecipanti si sono diradati velocemente, forse anche a causa di qualche goccia di pioggia caduta verso la fine della marcia. La festa che ha contraddistinto il corteo non ha quindi avuto un seguito particolare.

La “marée populaire” non è però stato l’unico evento del pomeriggio. Curiosamente, durante l’ultimo tratto del percorso verso place de la Bastille, un corteo religioso si dirigeva verso place de la République attraverso un viale parallelo. Anche in questo caso: camion con gruppi musicali e slogan, naturalmente religiosi, clima festivo; però i manifestanti erano meno.

Conclusione

La partecipazione alla manifestazione parigina è stata inferiore alle aspettative, ma ha comunque dalla sua parte il successo della coordinazione sul piano nazionale. La presenza dei sindacati CGT e del PCF, assenti il 5 maggio, può essere considerata positiva.

La figura di Mélenchon contribuisce invece alle divisioni interne al movimento. In varie conversazioni che ho avuto nei giorni seguenti alla manifestazione emergono considerazioni sull’ambiguità delle sue azioni politiche. Oltre al prudente distacco preso dal segretario generale della CGT (di cui l’assenza alla conferenza stampa non è che un esempio), anche l’appellativo scelto per l’evento rende conto delle contraddizioni di Mélenchon. Stando a quanto ho potuto discutere con i colleghi del Musée de l’Histoire Vivante di Montreuil, l’espressione “marée populaire” sembra essere un chiaro riferimento, naturalmente in chiave antifrastica, all’appellativo coniato da Charles de Gaulle per descrivere la manifestazione che vide sfilare i suoi sostenitori il 30 maggio 1968: il corteo a favore del governo e contro le agitazioni che avevano segnato il mese precedente risultò la più importante di quel periodo in termini di partecipazione, mobilitando 600.000 persone.

L’utilizzo di “marée populaire” è stato considerato una strategia controproducente perché ha posto delle aspettative troppo alte alla vigilia del corteo del 26 maggio, accentuando soprattutto l’interesse per il numero di partecipanti che si è poi rivelato inferiore alle aspettative. I 31.000 partecipanti alla “marée populaire” di Parigi sono stati infatti meno (di qualche migliaio) rispetto a quelli presenti per la “fête à Macron” (la festa di/a Macron) del 5 maggio scorso. Inoltre, la scelta di questo nome, che rinvia a una storica manifestazione parigina, avrebbe contribuito anche a togliere visibilità alla portata nazionale dell’evento (tra le 100 e le 250 manifestazioni in tutta la Francia stando ai giornali), concentrando le attenzioni sulla capitale.

Stando a quanto sentito, anche il fatto che l’evento organizzato da Ruffin il 5 maggio a Parigi abbia avuto più seguito della “marée populaire” è per molti sintomatico delle reazioni negative che suscita il leader di LFI Mélenchon e alimenta le controversie e le critiche intorno a questo personaggio.

Anche le azioni di disturbo dei black block contribuiscono a far discutere. Visto il calo di popolarità del movimento, uno dei temi più discussi in proposito sembra essere quanto le azioni di questi gruppi siano dannose per i manifestanti e al contrario favoriscano la popolarità e la strategia del governo, indicato come vincitore sulle prime pagine di vari giornali nei giorni seguenti la manifestazione.

Per quanto riguarda le strategie messe in pratica dai black block, non va d’altra parte dimenticato che le due azioni spettacolari messe in pratica a République e Bastille riguardano direttamente le questioni legate alle ZAD, dando grande visibilità a Notre-Dame-des-Landes e al movimento autonomo nel suo insieme.

Quello che resta di questa manifestazione sono domande legate alla visibilità (mediatica, ma non solo) ottenuta dalle strategie dei movimenti sociali, spesso ripetute nel corso degli ultimi mesi. Sembra che scioperi, manifestazioni e occupazioni abbiano finito di fare notizia se non per eventuali incidenti. La situazione di stallo all’università di Nanterre, le azioni dei ferrovieri in opposizione a un progetto di legge ormai approvato e soprattutto la mancanza di nuove manifestazioni di massa, dopo la partecipazione ridotta alla “marée populaire”, sembrano lasciare intendere che il movimento di maggio 2018 stia per finire. Secondo alcuni militanti, questo è dovuto al fatto che nessuna organizzazione voglia prendersi la responsabilità di organizzare una nuova convergenza per paura di essere poi accusata di essere stata una delle cause della fine del movimento.

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