In linea da: 01/05/2018

Reddito minimo, diritto al lavoro e cittadinanza

di André Gorz

Buon Primo maggio. Riprendiamo alcune pagine da un libro del filosofo francese André Gorz uscito alla fine degli anni Ottanta – e tradotto in italiano da Stefano Musso nel 1992 sotto il titolo Metamorfosi del lavoro –, dedicate alla questione del reddito minimo e alla sua funzione. Il reddito minimo può essere una “carità istituzionale” che, oltre a dipendere da una volontà centrale, è utile a precarizzare ulteriormente il mercato del lavoro, senza modificare gerarchie e dinamiche in atto. Al contrario, potrebbe essere il punto di partenza di nuove forme di emancipazione, di un “progetto di una società in cui tutti possano lavorare, ma lavorare sempre meno pur continuando a migliorare il tenore di vita”, accompagnato “da una strategia di azioni collettive e di iniziative popolari”.

Queste pagine servono anche a ricordarci che discussioni come quella sul reddito minimo, che ci sembrano molto recenti, hanno invece alle spalle una storia lunga; e invitano a ricostruire il senso di una riflessione – parole, slogan, formule di programma – che accompagna il movimento operaio in Europa fin dalle sue origini.

Diritto al reddito e diritto al lavoro

Quando il processo produttivo esige sempre meno lavoro e distribuisce sempre meno salario, a tutti si impone, poco alla volta, un fatto evidente: non è più possibile riservare il diritto a un reddito alle sole persone che occupano un posto di lavoro né, soprattutto, far dipendere il livello del reddito dalla quantità di lavoro fornita da ciascuno. Da qui l’idea di un reddito garantito indipendentemente dal lavoro, o dalla quantità di lavoro, a tutti i cittadini.

Questa idea su diffonde ormai in tutto il mondo capitalistico industrializzato. Trova sostenitori tanto a sinistra che a destra. Per limitarci alla storia più recente, è stata (ri)lanciata negli Stati Uniti, da democratici di sinistra e libertari da un lato, da neoliberisti […] dall’altro, alla fine degli anni cinquanta. Varie esperienze locali di reddito minimo garantito sono state condotte a partire dalla fine degli anni sessanta. Richard Nixon ha presentato un disegno di legge in questo senso, respinto di stretta misura nel 1972. In quello stesso anno, George McGovern, candidato democratico alla presidenza, aveva inserito il reddito minimo garantito nel suo programma. Lo scopo era porre un rimedio alla miseria, più evidente negli Stati Uniti che altrove per via dell’assenza di un sistema di previdenza sociale obbligatoria valido per l’intero paese. Si riteneva che il reddito minimo garantito potesse farne le veci. Alcuni neoliberisti europeo sognano ora di sostituirlo al sistema di previdenza sociale esistente.

In Europa, la discussione su un reddito staccato dal lavoro si è riaccesa all’inizio degli anni ottanta. Paesi Bassi, Danimarca e Gran Bretagna erano già conquistate dall’idea. In Germania si è acceso il dibattito più nutrito, a partire dal 1982, sotto l’impulso dei «verdi», cui si sono rapidamente affiancati esponenti socialdemocratici e conservatori. Tutti erano d’accordo sul principio […] [:] il diritto al reddito non poteva più essere confuso col diritto al salario. Bisognava tuttavia decidere se il diritto al reddito andasse dissociato anche dal diritto al lavoro (in senso economico).

Su quest’ultima questione è progressivamente ricomparsa la divisione destra/sinistra, almeno in Germania. In Francia, dove il reddito garantito era stato respinto, ancora nel 1983, come una «utopia» (nel significato negativo del termine), la maggior parte della sinistra, del centro e della destra, si è improvvisamente trovata d’accordo sulla sua necessità (se non sulle modalità). Aide à Toute Détresse (ATD), l’abbé Pierre, i Restaurants du cœur: l’estensione della mendicità e dell’indigenza hanno lasciato il segno. C’è chi non ha mai lavorato, chi a 45 anni non lavorerà mai più; e poi ci sono i portatori di handicap, i malati, gli instabili, le famiglie uniparentali più o meno numerose e così via. Non si può lasciar affondare tutta questa gente; bisogna «fare qualche cosa»; ma, in nome dell’urgenza, ci si occupa degli effetti senza interrogarsi sulle cause.

L’urgenza serve così da alibi per eludere qualsiasi discussione sulle scelte di civiltà che sono in gioco: il minimo garantito sarà un palliativo temporaneo in attesa che politiche di ridistribuzione del lavoro diano i loro frutti? Deve segnare l’inizio di una transizione verso una società in cui il lavoro (in senso economico) diventerà intermittente per tutti e in cui il secondo assegno garantirà un livello di vita normale nei periodi in cui non si lavora? […] Servirà a rendere socialmente tollerabile una estensione della disoccupazione e della marginalità, considerate conseguenze (o condizioni) inevitabili della razionalizzazione economica?

La questione è vecchia quanto la rivoluzione industriale stessa o, se si preferisce, quanto la disintegrazione della società operata dal capitalismo. Le prime forme di minimo garantito risalgono infatti agli inizi dell’industrializzazione: alla risoluzione di Speenhamland, nel 1795, seguita dalle poor laws nelle varie versioni, di cui la legislazione sociale inglese conserva tuttora non poche tracce. Queste leggi sui poveri, introdotte a partire dalla fine del secolo XVIII, dovevano assicurare a ogni abitante di un comune rurale un minimo di sussistenza indicizzato sul prezzo del pane. Proprio come certe forme di minimo sociale immaginate oggi dai neoliberisti, la risoluzione di Speenhamland accompagnava la soppressioni delle protezioni sociali di cui avevano fino a quel momento beneficiato i lavoratori senza terra dei comuni rurali. Costoro avevano sempre avuto in passato il diritto di coltivare un po’ di grano e di verdura sulle terre comunali e di farvi pascolare qualche pecora. Questo diritto venne loro tolto quando la proprietà comunale fu abolita e vennero recintate le terre, attribuite ai proprietari. La misura aveva un duplice scopo: sviluppare le colture commerciali a spese delle coltivazioni per uso alimentare e per l’autoconsumo; costringere i contadini senza terra a lavorare per i proprietari.

Questi ultimi, tuttavia, non avevano alcuna necessità di impiegare in permanenza una manodopera supplementare. Le poor laws li avrebbe dispensati dal [farlo] e, assicurando la sopravvivenza la sopravvivenza dei disoccupati, li avrebbe liberati dagli scrupoli […] [:] le poor laws permettevano ai proprietari di sostituire salariati fissi con braccianti occasionali che, una volta finito il raccolto, poteva rispedire a vivere del minimo di sussistenza che la parrocchia era tenuta a versare agli indigenti. È facile vedere il parallelo con la situazione attuale. Anche oggi la riduzione della quota degli operai permanenti e la moltiplicazione dei temporanei e dei precari, destinati alla disoccupazione per una parte dell’anno, presuppongono che un minimo di sussistenza sia garantito a chi non trova un’occupazione abbastanza duratura da far maturare il diritto all’indennità di disoccupazione.

Ecco perché il dibattito sull’ammontare del minimo garantito, per quanto importante possa essere nell’immediato per le vittime della “razionalizzazione”, maschera il significato profondo di questo genere di garanzie. Esse non derivano dalla solidarietà ma dalla carità istituzionale. E come tutte le istituzioni caritative, hanno un intento conservatore […] Il minimo garantito funge da salario della marginalità e dell’esclusione sociale. A meno che non sia presentato esplicitamente come una misura transitoria (ma allora bisogna precisare verso che cosa la transizione deve portare), il minimo garantito è un’idea di destra.

A partire da queste considerazioni si può stabilire in cosa debba consistere l’alternativa di sinistra. Non si deve accettare la crescita della disoccupazione come un dato inevitabile, e non bisogna porsi come obiettivo di renderla tollerabile, assieme alle forme di marginalizzazione che comporta. L’alternativa di sinistra si fonda sul rifiuto di una scissione della società in lavoratori permanenti di pieno diritto ed esclusi. Al centro di un progetto di sinistra non si troverà pertanto la garanzia di un reddito indipendente dal lavoro, ma il legame indissolubile tra diritto al reddito e diritto al lavoro. Ogni cittadino deve avere diritto a un livello di vita normale; ma ognuno deve avere anche la possibilità (il diritto e il dovere) di fornire alla società l’equivalente in lavori di ciò che consuma: il diritto, insomma, di “guadagnarsi da vivere”; il diritto di non dipendere, per la sussistenza, dalla buona volontà di chi detiene il potere di decisione in campo economico. L’unità indissolubile di diritto al reddito e diritto al lavoro è per ciascuno la base della cittadinanza.

[In questo consiste “il carattere emancipatore del lavoro in senso economico”:] esso mi conferisce la realtà sociale impersonale di un individuo astratto, qualsiasi, capace quanto chiunque altro di svolgere una funzione nel processo sociale di produzione. E proprio in quanto si tratta di una funzione, per essenza impersonale, di cui mi occupo in quanto altro qualsiasi tra gli altri, il lavoro non mi conferisce, come si vorrebbe, una «identità personale», ma tutto il contrario: non devo impegnarvi tutta la mia persona, tutta la mia vita; i miei obblighi sono ben delimitati dalla natura del mestiere, dal contratto di lavoro, dal diritto sociale. Io so ciò che devo alla società e ciò che essa mi deve in cambio. Io le appartengo, per il tramite di capacità sociali che non mi sono personali, per un tempo contrattualmente limitato, e una volta che ho adempiuto ai miei obblighi contrattuali, non appartengo che a me stesso, ai miei cari, alla mia comunità di base.

Non va mai persa di vista l’unità dialettica di questi due momenti: il lavoro in senso economico, per la sua stessa astrazione impersonale, mi libera dai legami di dipendenza particolari e di appartenenza reciproca che reggono i rapporti della sfera microsociale o privata; e questa può esistere come sfera di sovranità e di reciprocità volontaria solo in quanto è il rovescio di una sfera delimitata di obblighi sociali ben definiti. Se sono sollevato da qualsiasi obbligo sociale, e più precisamente dall’obbligo di guadagnarmi da vivere lavorando, per poco che sia il lavoro, io cesso di esistere come «individuo sociale qualsiasi capace quanto chiunque altro» […]. […] La mia esistenza affonda nel privato dove, non essendo asservito ad alcun obbligo sociale generale, ad alcuna necessità socialmente riconosciuta, non posso essere né fare o non fare altro che quel che abbia deciso io stesso, gratuitamente, senza che mi sia stato chiesto alcunché […].

Questa è la condizione del disoccupato involontario; e non è la garanzia di un minimo sociale che può cambiare qualcosa (e neppure l’attribuzione di un lavoro fittizio, vale a dire di un’occupazione priva di necessità sociale, creata apporta per impiegare le persone per le quali non ci sono veri posti di lavoro e giustificare il sussidio che viene loro versato). Per quanto l’ammontare del minimo garantito possa essere elevato, non cambia minimamente il fatto che la società non si attende nulla da me, dunque mi nega la realtà di individuo sociale in generale. Mi versa un sussidio senza chiedermi niente, dunque senza conferirmi dei diritti su di lei. Con questo sussidio mi tiene in suo potere: ciò che mi concede oggi, può lesinarmi o togliermi domani, perché non ha alcun bisogno di me, che ho bisogno di lei.

Per quest’insieme di ragioni, il diritto al reddito e il diritto al lavoro macrosociale non devono essere disgiunti […]. Non per salvare la «società del lavoro», l’etica del lavoro o la morale biblica; ma per salvaguardare la necessaria unità dialettica di diritto e dovere. Non può esserci diritto senza contropartita. Il dovere è il fondamento del diritto, e sollevarsi da qualsiasi dovere significa negarsi la qualità di persona di diritto. […] In quanto appartengo alla società ho diritto di chiedere a essa la mia parte della ricchezza socialmente prodotta; in quanto appartengo alla società, essa ha diritto di chiedere a me la parte di lavoro sociale corrispondente. È attraverso il dovere che mi attribuisce, che la società mi riconosce come appartenente a essa. Se non mi chiede nulla, mi respinge. Diritto al lavoro, dovere di lavorare e diritto di cittadinanza sono indissolubilmente connessi.

In una concezione di sinistra, non si tratta pertanto di garantire un reddito indipendente da qualsiasi lavoro; si tratta di garantire e il reddito e la quantità di lavoro sociale corrispondente. Si tratta, in altre parole, di garantire un reddito che non si riduca con la diminuzione della durata del lavoro socialmente necessario. Il reddito deve diventare indipendente non dal lavoro in sé ma dalla durata del lavoro. […]

La versione di destra del reddito garantito

Il minimo garantito è un reddito concesso dallo Stato, finanziato con prelievi fiscali diretti sui redditi. Nasce dall’idea che ci sono coloro che lavorano e si guadagnano largamente da vivere, e altri che non lavorano perché non c’è posto per loro sul mercato del lavoro o perché sono (ritenuti) incapaci di lavorare. Tra i primi e i secondi, non si manifesta alcuna solidarietà vissuta. Questa mancanza di solidarietà (questo deficit di società) viene corretta da un trasferimento fiscale. Lo Stato prende agli uni e dà agli altri.

La legittimità di questo trasferimento resterà sempre più o meno apertamente contestata, dal momento che, per suo tramite, è come se quelli che non lavorano facessero lavorare gli altri al loro posto. Lo Stato sarà sempre sospettato di favorire il parassitismo e l’indolenza. Tenderà sempre ad allontanare il sospetto collegando al diritto al reddito sociale una serie di controlli più o meno umilianti e vessatori. I beneficiari rimarranno in balia di rivolte fiscali o di cambiamenti politici. E ciò anche nel caso in cui la garanzia del reddito prenda la forma dell’assegnazione universale e incondizionata di un reddito-base […]. Un reddito-base di questo tipo rischia, per un verso, di servire da pretesto alla moltiplicazione dei lavoretti e dei piccoli impieghi, considerati dai datori di lavoro come fonte di redditi integrativi. Rischia, per un altro verso, di servire da giustificazione a una discriminazione aggravata nei confronti delle donne. Ci sarà infatti la tendenza a confonderlo con un “salario domestico” o di maternità, che giustifica il mantenimento della donna nella sfera domestica […].

Il minimo garantito e il reddito di cittadinanza rientrano dunque in una politica di palliativi, che promette di proteggere gli individui dalla decomposizione della società del lavoro salariato senza sviluppare una dinamica sociale che apra loro prospettive di emancipazione.

La versione di sinistra del reddito garantito

In una prospettiva di sinistra, la garanzia di un reddito sufficiente per coloro che sono marginalizzati dalla società, non deve essere né lo scopo ultimo né il punto di partenza del progetto politico. Il punto di partenza deve essere la diminuzione del volume del lavoro economicamente necessario; lo scopo deve essere di eliminare tanto la povertà e la disoccupazione involontaria quanto la mancanza di tempo, la corsa al rendimento, l’obbligo di lavorare a tempo pieno per tutta la vita attiva. Non si tratta, se non in forma transitoria, di assicurare un sussidio a coloro che vengono a trovarsi esclusi dal processo di produzione, ma di eliminare le condizioni che hanno portato alla loro esclusione.

Un obiettivo di questo genere richiede, come abbiamo visto, una politica di ridistribuzione del volume di lavoro economicamente necessario, la quale, per tappe, abbasserà progressivamente la norma del tempo pieno dalle attuali 1600 ore l’anno a 1400, 1200 e, infine, a mille ore in media, in un lasso di tempo variabile tra i quindici e i vent’anni. […]

A differenza del reddito civico universale o dell’assistenza sociale ai non-lavoratori, che dipendono unicamente dal potere centrale, il progetto di una società in cui tutti possano lavorare, ma lavorare sempre meno pur continuando a migliorare il tenore di vita, può essere realizzato da una strategia di azioni collettive e di iniziative popolari. […] So infine che una politica di riduzione graduale della durata del lavoro, collegata alla garanzia del reddito, non può mancare di vivificare la riflessione, il dibattito, la sperimentazione, l’iniziativa, l’autorganizzazione dei lavoratori a livello delle imprese, dei settori, dei servizi, e dunque di essere generatrice di società e di democrazia più di qualsiasi formula socialstatalista. E l’essenziale sta proprio in questo controllo sull’economia di una società rivitalizzata.

Nota. Tratto da André Gorz, Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica [1988], trad. di Stefano Musso, Bollati Boringhieri, Torino 1992, pp. 222-233.

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