In linea da: 20/05/2018

“Sous les pixels…”. Osservazioni da Parigi, maggio 2018

di Federico Boldini

Federico Boldini, un nostro giovane amico svizzero, ci manda una cronaca relativa alle manifestazioni a cui ha partecipato nei primi giorni di maggio a Parigi, dove si trova da qualche mese per uno stage presso il Musée de l’Histoire Vivante di Montreuil.

Il maggio 2018 a Parigi (e in Francia)

A Parigi, le manifestazioni d’inizio maggio 2018 si sono svolte in un contesto fatto di scioperi, occupazioni universitarie e ricorrenze storiche.

Il cinquantesimo anniversario del Sessantotto caratterizza in effetti la scena culturale parigina e trova spazio in numerosi musei e librerie. Per esempio, i manifesti di quel periodo sono stati il soggetto di una mostra all’École des Beaux Arts (l’Accademia delle Belle Arti). L’anniversario tondo della Rivoluzione del 1848 e dell’abolizione della schiavitù in Francia, pur non essendo del tutto assenti, sembrano avere meno visibilità.

Dal punto di vista politico, la privatizzazione della SNCF (le ferrovie francesi) stabilita dal governo il 17 aprile, ha causato scioperi a giorni alternati che limitano tutt’ora il traffico sulle linee ferroviarie francesi. Questa riforma è molto delicata perché riguarda una categoria di lavoratori che è molto forte. In Francia i ferrovieri hanno tradizionalmente uno statuto particolare e un grande sostegno sindacale. Non sono però i soli a protestare in questo periodo: una serie di licenziamenti ha infatti mobilitato i dipendenti Carrefour, mentre il personale di Air France rivendica invece aumenti salariali. Vanno aggiunti ancora gli impiegati del settore sanitario, scesi in piazza in marzo contro una riforma prevista nel settore ospedaliero.

La riforma universitaria è un altro tema molto sentito in questo periodo a causa della modifica ai criteri di selezione per iscriversi agli studi superiori, resi più selettivi. Il malcontento degli studenti ha dato luogo a diverse occupazioni di università a Parigi e in altre città della Francia. Nella capitale, venerdì 20 aprile gli studenti dell’università Paris 1 che occupavano gli edifici di Tolbiac da quasi un mese sono stati evacuati dalle squadre antisommossa.

Le numerose contestazioni di questo periodo hanno messo in evidenza la questione della “convergence des luttes”, ovvero dell’unione delle diverse rivendicazioni in una critica d’insieme al governo francese. Resta difficile dire fino a che punto il sostegno a una causa specifica possa dar seguito anche a un movimento più vasto e contribuire quindi a renderlo politicamente significativo. Sono infatti in molti a sostenere le azioni dei ferrovieri o degli studenti senza però voler necessariamente fare cadere il governo. Negli ambienti militanti, questi interrogativi hanno alimentato dubbi e discussioni sulle strategie d’opposizione da attuare in questo periodo caratterizzato dalle importanti manifestazioni previste per inizio maggio.

Nel corso di queste manifestazioni, principalmente il corteo del Primo maggio e quella battezzata “la Fête à Macron” del 5, e poi nei giorni seguenti, ho potuto raccogliere osservazioni e testimonianze che documentano questi dubbi e la varietà delle opinioni in merito alle strategie della contestazione in corso e i loro sviluppi.

Il corteo del Primo maggio, nelle cronache giornalistiche ma anche nelle successive discussioni tra gli attivisti, è stato associato principalmente agli scontri tra manifestanti e polizia. La “Fête à Macron” ha voluto invece esplicitamente far convergere i diversi gruppi contestatari attivi in questo periodo. Lanciata da François Ruffin, a ridosso del primo anniversario dell’elezione a presidente di Emmanuel Macron ha avuto successo in termini di organizzazione e partecipazione, superando le incertezze iniziali.

Ho osservato le due manifestazioni muovendomi tra diversi punti, a partire dal momento dell’arrivo in piazza e della costituzione dei cortei, quando è stato possibile avere una prima visione d’insieme dei vari gruppi presenti; quindi gli spostamenti durante le marce, tendenzialmente dalla testa del corteo a ritroso, mi hanno permesso di cogliere meglio dettagli e atteggiamenti di singoli manifestanti.

La manifestazione del Primo maggio

La manifestazione del Primo maggio è stata coordinata in maniera indipendente dai sindacati della CFDT e della CGT, i quali hanno sfilato insieme agli altri gruppi sindacali. Tra questi erano presenti anche il sindacato studentesco (UNEF) e quello anarchico (CNT), oltre che partiti e associazioni diverse. La festa dei lavoratori è iniziata in un clima piuttosto conviviale durante l’assembramento dei vari gruppi a place de la Bastille. Fin dal primo pomeriggio musica, slogan, discussioni e bancarelle hanno animato l’attesa per il corteo. In questa fase le associazioni e i gruppi sindacali maggiori si sono fatti notare per l’importanza della loro presenza. Il sindacato studentesco invece non è sembrato particolarmente numeroso o attivo, nonostante i giovani presenti al corteo fossero molti.

Secondo Eric Lafon, direttore del Musée de l’Histoire Vivante di Montreuil, che ho intervistato nei giorni seguenti, benché naturalmente non siano gli studenti a essere il motore del Primo maggio, la scarsa presenza dei loro rappresentanti alla manifestazione è emblematica del calo d’importanza del sindacato studentesco in Francia.

Per quanto riguarda le rivendicazioni espresse dai militanti, cartelloni e slogan hanno spesso allargato le questioni agitate dal sindacato CGT verso altri temi d’attualità. La riforma dei trasporti pubblici ha sicuramente avuto molta visibilità, ma allo stesso tempo erano presenti numerosi gruppi attivi per la Palestina, sostenitori della Catalogna e della ZAD (“Zone à défendre”) di Notre-Dames-des-Landes (movimento che da anni occupa un’area rurale a poca distanza di Nantes per evitare che vi sia costruito un aeroporto), oltre che i “sans papiers” (gli immigrati “irregolari”) e gruppi di inquilini. Numerosi anche i riferimenti in opposizione a Macron (“Macron t’as deraillé”, cioè “hai deragliato”, con ovvio riferimento alla questione SNCF) o alle lotte del 1968 (“il faut faire mieux”; “sous les pavées, la plage”).

    

Durante le fasi iniziali e la formazione del corteo, piccoli gruppi autonomi, mascherati, vestiti di nero ed equipaggiati con guanti e maschere, sono stati avvistati qua e là. Poi si sono progressivamente riuniti in un blocco alla testa del corteo, senza che l’importanza numerica della loro presenza fosse chiara da subito.

Stando alle testimonianze raccolte, questi gruppi non hanno partecipato regolarmente alle feste dei lavoratori. Il Primo maggio a Parigi è stato per molto tempo piuttosto pacifista, dove a manifestare erano in prevalenza i lavoratori militanti, i sindacalisti e le loro famiglie. Baptiste, un giovane attivista parigino, mi dice che però negli ultimi anni la struttura dei cortei di protesta a Parigi è cambiata. Il clima festivo delle passate manifestazioni è stato a suo avviso rovinato da un approccio più autoritario da parte della polizia. Ciò ha contribuito a un progressivo aumento del numero di black block, oltre che portare a una diversa gestione degli eventi da parte degli organizzatori. In molte manifestazioni recenti, i carri con gli impianti audio hanno spesso lasciato il posto ai petardi e a fuochi d’artificio sparati dagli attivisti più radicali. Nina Léger, coordinatrice di un Comitato d’Azione di quartiere costituitosi in vista della “Fête à Macron” del 5 maggio, mi ha detto che le manifestazioni parigine hanno iniziato ad avere una gestione più autoritaria già sotto Hollande, con controlli a ogni manifestante, cordoni di polizia lungo il percorso del corteo e addirittura elicotteri. Secondo lei, il clima delle manifestazioni recenti ha portato a cambiare le abitudini di numerosi militanti, i quali non partecipano più o hanno smesso di portare i figli piccoli.

Il Primo maggio, dopo essersi progressivamente assemblato, il blocco di testa è subito entrato in azione accendendo fumogeni a corteo ancora fermo. Il corteo poi è partito con una carica in corsa, per procedere ancora a singhiozzo, con pause piuttosto lunghe causate dai tafferugli e scandite dagli applausi a ogni fuoco d’artificio sparato in aria dal primo blocco del corteo. Boati e scoppi hanno caratterizzato tutta la durata della manifestazione, mentre da ogni punto di osservazione si potevano vedere le colonne di fumo degli incendi e i danni.

Verso le 16.30 la situazione ha iniziato a farsi più tesa con i primi lacrimogeni sparati dalla polizia fin oltre il blocco di testa e in mezzo ai manifestanti, costringendo il corteo a tornare indietro. Nel momento in cui la folla ha iniziato a ritirarsi, squadre antisommossa bloccavano l’accesso al viale adiacente, impedendo una dispersione efficace. Una carica della polizia è arrivata poco dopo con l’aiuto di due camion, lance ad acqua e squadre mobili. Dopo attimi concitati, buona parte dei manifestanti si è dispersa per delle vie pedonali lungo la Senna, poco lontano dalla strada bloccata dagli agenti. Gli scontri sono invece continuati sul ponte di Austerlitz e poi a ritroso rispetto al percorso della manifestazione, nuovamente verso place de la Bastille.

La manifestazione si è conclusa con un percorso alternativo che ha comunque portato chi era rimasto nel corteo fino a place d’Italie, come previsto dal programma. Molti non nascondevano la loro frustrazione a causa dei disordini e della gestione dell’evento da parte delle forze dell’ordine.

A proposito di questa fase della manifestazione, nei giorni seguenti sono circolate alcune testimonianze dirette di civili feriti e di danni materiali risultanti dall’intervento delle squadre antisommossa. La più significativa tra queste è quella di un uomo di mezza età, estraneo agli scontri ma che ha avuto la mano rotta da un manganello in seguito al tentativo di uscire dalla zona di conflitto in cui si era ritrovato da una delle poche vie possibili, bloccata però da squadre antisommossa.

Nei giorni seguenti

Nei giorni seguenti, il dibattito a proposito dei black block ha tenuto banco nonostante altri eventi fossero sull’agenda dei militanti (per esempio i sindacati hanno fatto appello a manifestare il 3 maggio alla Gare du Nord). Per molti, il forte impatto mediatico degli scontri ha tolto visibilità alle rivendicazioni dei sindacati e alla festa dei lavoratori, essi giudicano perciò la strategia degli autonomi irresponsabile nei confronti del movimento. Di conseguenza anche accertare l’appartenenza politica e le motivazioni dei colpevoli dei disordini figurano tra i temi più sentiti tra i militanti all’indomani degli eventi.

A questo proposito, le osservazioni durante la manifestazione hanno messo in evidenza la giovane età media dei black block, fra i quali figura un numero piuttosto elevato di ragazze. La precisa organizzazione tattica, in particolare i volantini con spiegate le ragioni delle azioni violente incollati sui luoghi colpiti, mettono d’altra parte in evidenza la rilevanza politica del gruppo e lo allontanano dallo stereotipo dei “casseurs de banlieue” (più o meno “vandali di periferia”, così sono stati definiti i ragazzi venuti dai quartieri dormitorio che circondano Parigi che, a partire dagli anni Novanta, sono stati una presenza, quasi rituale, in molte manifestazioni politiche).

Un ulteriore elemento di riflessione in proposito concerne invece l’origine geografica di questi ragazzi. In quanti sono attivi a Parigi? Quanti altri arrivano da fuori per accumulare esperienza e agire poi nei luoghi d’origine?

Le prese di posizione sui gruppi che hanno preso parte alle violenze hanno contraddistinto le reazioni dei giorni seguenti. Benché nessuno abbia apertamente approvato i disordini, le reazioni sono state svariate e vanno dal completo rigetto dei sindacati all’accettazione dei fatti come una conseguenza delle tensioni sociali da parte di molti militanti. Fra i discorsi di questi ultimi ricorrono anche speculazioni, per esempio sulla presenza di poliziotti infiltrati tra i black block per fomentare la violenza degli attacchi e quindi legittimare un intervento più massiccio delle squadre di polizia. Secondo Nina Léger, la gestione delle violenze da parte dell’autorità è invece criticabile sulla base di dichiarazioni fatte dal sindacato di polizia, il quale avrebbe precisato che gli ordini ricevuti durante il Primo maggio implicavano di lasciar sviluppare i disordini, piuttosto che intervenire subito per circoscrivere e quindi gestire la cosa in maniera più pacifica.

Il Primo maggio è sembrato quindi l’apice di una tendenza nata negli anni precedenti e che lega l’attivismo radicale alla gestione autoritaria degli eventi da parte della polizia. Diverse testimonianze hanno confermato che, nonostante i black block siano stati regolarmente presenti alle manifestazioni parigine degli ultimi anni, il loro numero e la gravità degli incidenti sono stati sicuramente superiori alla media.

Queste azioni sono però da includere nell’insieme dei segnali dati dalle diverse formazioni militanti e dai partecipanti al Primo maggio 2018. La festa dei lavoratori ha in effetti messo in evidenza anche la ripresa volontaria di eventi storici (in particolare il Sessantotto, ma non solo) nelle strategie contestatarie da parte di gruppi o manifestanti. Anche le divisioni in seno ai sindacati in un contesto importante come quello di uno sciopero e il ruolo degli studenti in una manifestazione vicina alle occupazioni universitarie sono da tenere in conto. D’altra parte è difficile dire quanto la partecipazione d’insieme sia stata in linea con le aspettative e soprattutto se sia stata sufficiente a dare un segnale chiaro al governo francese sulle rivendicazioni dei lavoratori.

Il 5 maggio

La manifestazione del 5 maggio, passata nelle cronache sotto diversi nomi da “Fête à Macron” (“la festa di/a Macron”, con tutti i significati ironici che questa espressione può prendere) a “manif pot-au-feu” (cioè manifestazione dove c’è dentro un po’ di tutto, secondo il nome del piatto tipico francese, un minestrone con verdure e pezzi di carne) è nata da un’iniziativa personale di François Ruffin, dal 2017 deputato del movimento “La France insoumise” (LFI), già protagonista di altre contestazioni, compresa l’esperienza delle Nuits debout (di cui si è parlato anche su questo sito). Essa ha voluto essere l’epicentro nazionale della convergenza tra le diverse contestazioni e i gruppi che le sostengono ma la sua realizzazione ha dovuto far fronte a diversi ostacoli. Tra questi figurano incomprensioni organizzative legate alla decisione sulla data della manifestazione e frizioni politiche con la figura, carismatica quanto controversa, del leader del movimento di Ruffin, Jean-Luc Mélenchon (già candidato alle presidenziali del 2012 e del 2017). Nonostante queste incertezze l’obiettivo di una partecipazione di massa in un clima festivo è stato pienamente raggiunto.

    

Diverse associazioni, sindacati e partiti politici oltre che numerosi militanti indipendenti si sono infatti riuniti per un picnic davanti all’Opera al quale ha fatto seguito un corteo diretto a place de la Bastille. Le diverse rivendicazioni si sono unite nel dissenso generale a Macron in un clima allegro e conviviale.

Alle 14.00 di sabato 5 maggio, Place de l’Opera era gremita, mentre la polizia ha bloccato alcune fermate della metropolitana e controllava le strade adiacenti. In piazza, discussioni, comizi e stand informativi hanno occupato i militanti presenti. Oltre ai membri di LFI, la manifestazione ha visto la partecipazione di numerosi movimenti politici tra i quali Mouvement Rupture, Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA), Alternative Libertaire, Ensemble (front de gauche). Tra gli studenti organizzati erano presenti quelli dell’Ecole des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS). La direzione generale dei sindacati CGT è invece tra i gruppi e partiti che non hanno fatto appello alla partecipazione dei suoi membri.

Stando alle impressioni raccolte durante la manifestazione, l’ecologia, l’opposizione generale e ironica alla politica di Macron, la questione di Notre-Dame-des-Landes e il sostegno ai migranti sembrano essere state alcune delle tematiche a cui i militanti hanno dato più importanza. Anche gli eventi del Sessantotto sono stati ripresi in maniera importante: il NPA ha per esempio associato l’iconografia dei volantini di quel periodo alle azioni del 2018, mentre numerosi manifestanti se ne sono riappropriati per i propri cartelloni (tra gli altri un “je cours moins vite qu’en ’68 mais je gueule plus fort!”, che data la militanza e indica l’età di chi lo portava).

Le violenze dei giorni precedenti sono state oggetto di ironia anche se, per quanto visto, in proporzione meno importante rispetto alle altre tematiche (lo slogan “moins de CRS plus de tendresse” invitava per esempio a limitare gli agenti antisommossa e aumentare la tenerezza).

Anche il repertorio di azioni messe in pratica durante la manifestazione è stato molto variato. Gli studenti dell’EHESS hanno organizzato una grigliata lungo il corteo, dando in questo modo visibilità alle rivendicazioni in opposizione alla riforma universitaria. Inoltre, dei carri satirici si sono presi gioco del presidente associandolo per esempio a Napoleone Bonaparte. Un furgone delle ZAD, equipaggiato con impianto audio, ha fatto ballare i partecipanti. Carri e musica hanno accompagnato i militanti a place de la République e poi lungo il percorso previsto fino a place de la Bastille dove il corteo è arrivato verso le 16.00.

Concerti e discorsi sono iniziati di li a poco e hanno accompagnato la parte finale della manifestazione. Nonostante il numero altissimo di partecipanti non si sono visti agitatori mentre erano invece presenti diversi deputati della città impegnati a discutere coi cittadini durante la marcia.

     

Continua?…

Nei giorni seguenti, il successo dell’evento e la forte partecipazione hanno monopolizzato le discussioni sulla manifestazione, mentre una nuova “convergenza nazionale” (il “pot-au-feu rechauffé”, il minestrone “riscaldato”) è stata annunciata per il 26 maggio. Nel frattempo altre manifestazioni e incontri minori stanno avendo luogo regolarmente, in particolar modo tra i Comitati di quartiere i quali si occupano di fare informazione e promuovere l’evento.

Secondo Eric Lafon, il fatto che la “fête à Macron” sia nata dall’iniziativa individuale del deputato LFI François Ruffin e tra i dissensi organizzativi accennati in precedenza, rende particolarmente significativo il successo ottenuto. Questo risultato è a suo avviso da valutare al di là del numero di partecipanti (come sempre le stime sono disparate), ma piuttosto in una prospettiva legata ai segnali dati al governo. Se la manifestazione del 5 maggio non è probabilmente stata sufficiente a far cambiare strategia al governo, essa contribuisce perlomeno a consolidare e mostrare la forza del fronte militante. D’altra parte è legittimo chiedersi fino a che punto strategie d’azione come le occupazioni di università o gli scioperi ferroviari avranno il sostegno della maggioranza dell’opinione pubblica e quanto la popolarità di Macron possa esserne intaccata sul lungo periodo.

È dunque difficile fare un bilancio delle tensioni sociali in Francia in termini di risultati, è chiaro invece che le diverse strategie contestatarie messe in pratica restano un tema delicato, di grande importanza, e suscitano discussioni.

I sindacati hanno seguito strategie piuttosto tradizionali, mentre l’azione diretta dei black block ha attirato l’attenzione sulla gravità della situazione, togliendone però alla festa dei lavoratori. Le nuove formazioni politiche si sono invece organizzate diversamente, unendosi all’iniziativa festiva di Ruffin e ottenendo il sostegno di numerosi militanti accorsi da tutta la Francia.

D’altra parte guardando queste strategie più nel dettaglio è altrettanto evidente che le riappropriazioni storiche restano un denominatore comune nelle mobilitazioni attuali e contribuiscono a legittimare e dare una fisionomia a rivendicazioni, idee e voglia di cambiamento. Osservando le manifestazioni parigine è stato facile notare come queste riappropriazioni siano presenti in diverse forme e mobilitate tra tutti gli attori attivi nelle contestazioni.

Partiti, gruppi e sindacati, pur concentrando i contenuti del loro programma sul futuro, hanno comunque scelto luoghi simbolici tradizionali come le piazze Bastille o République per organizzare le manifestazioni. Termini e concetti storicamente connotati sono anche facilmente reperibili durante i discorsi dei loro esponenti (la ricorrenza di “peuple révolutionnaire” tra gli altri).

Queste referenze sembrano essere sentite in particolar modo tra gli attivisti, che se ne appropriano per i loro cartelloni (“sous les pixels la plage”) e le scritte sui muri (“vive la Commune”), fino a influenzare le minacce esibite prima della carica dai black blocks (“Marx Attax”).

Nell’anno della ricorrenza della Rivoluzione del 1848 e delle contestazioni del Sessantotto, i militanti parigini dimostrano quindi di essere legati alla tradizione del movimento operaio e alla storia della propria città e di avere l’energia per dar seguito alle rivendicazioni contemporanee.

Attendiamo ora il 26 maggio, per capire se la partecipazione e le strategie che verranno messe in pratica al “pot-au-feu rechauffé”, manifestazione che prevede questa volta anche la mobilitazione dei sindacati CGT, saranno sufficienti a dar seguito alle pressioni sul governo e a cambiare le carte in tavola.

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