In linea da: 18/04/2018

19 aprile 1968 a Valdagno. Cinquant’anni dopo

di Walter Cocco

Ritorniamo a Valdagno grazie al nostro amico Walter Cocco. Il 19 aprile 1968, gli operai della Marzotto entrano in sciopero per protestare contro il nuovo sistema del cottimo che impone ritmi insostenibili e crea le condizioni per nuovi licenziamenti. Di fronte allo schieramento di polizia e carabinieri, cresce la tensione. La sera viene abbattuta la statua di Gaetano Marzotto, il fondatore della fabbrica.

A cinquant’anni da quei fatti, Cocco ha scritto un testo partendo dalle interviste che realizzò una ventina d’anni fa (ovvero a trent’anni dai fatti): un immaginario operaio (trentenne all’epoca dei fatti) ripercorre quanto successo a Valdagno dal 19 aprile 1968 al 23 febbraio 1969 (quando terminò l’occupazione della fabbrica). Il testo verrà interpretato a due voci presso la sala Soster di Palazzo Festari (Valdagno) la sera del 19 aprile 2018 (per scaricare la locandina, cliccare qui). Ne proponiamo qui un breve estratto.

Venerdì 19 aprile ore 7,00

Stamattina, arrivato davanti ai cancelli, c’era già un sacco di carabinieri schierati e alle 7,30 è arrivata anche la polizia. Dicono di esser qui per garantire la libertà di andare al lavoro e hanno formato un corridoio. Noi cerchiamo di impedire il passaggio, i compagni del turno di notte e quelli che sono usciti dopo solo un’ora di lavoro cercano di fermarsi all’ingresso per rendere difficile l’entrata ai crumiri. Polizia e carabinieri però spingono e malmenano chi si ferma, cercano di tenere libero il passaggio. Aumenta la tensione, volano parole grosse, pugni, calci, ma non succede nulla di grave. Arriva un reparto della celere, ma anche noi siamo sempre più numerosi e non ci muoviamo. A un certo punto arrivano gli studenti delle scuole superiori, i lavoratori delle confezioni del Maglio e anche cittadini a manifestare il loro sostegno allo sciopero. Rimaniamo così, tutto il giorno, noi da una parte e le forze dell’ordine dall’altra. Momenti di tensione si alternano a momenti di relativa calma, nessuno si muove. Poi, nel pomeriggio, c’è uno scontro e vengono presi due manifestanti. I sindacalisti intervengono e ne chiedono il rilascio, le forze dell’ordine sono disposte a farlo se la manifestazione si scioglie e tutti vanno a casa. I sindacalisti ci dicono che i due compagni sono stati liberati ma che la manifestazione è sciolta. Si levano urla e fischi e volano le prime pietre. I vetri dello stabilimento si infrangono, un agente viene ferito, la polizia carica e spara i lacrimogeni. Rispondiamo con una fitta sassaiola e li obblighiamo a ritirarsi dentro il cortile della fabbrica. È scontro aperto, succede di tutto: alcuni prendono d’assalto il Jolly Hotel, altri il Magazzino della Lana, i manichini gettati nel fiume. Mi avvicino a Piazza Dante, è piena di gente, qualcuno ha delle funi sta tirando giù la statua di Gaetano Marzotto, il fondatore della fabbrica. Siamo in molti a incitare finché la statua cade giù! La città è in rivolta, si fa notte, arrivano altri reparti di polizia che attaccano con lacrimogeni e manganelli. Si scatena una vera e propria caccia all’uomo contro manifestanti e curiosi. La giornata si chiude con decine di fermati e 42 arresti, 5 denunciati a piede libero, 58 feriti fra le forze dell’ordine e un numero imprecisato fra i manifestanti. Solo i più gravi si sono fatti ricoverare, gli altri si sono curati in casa per evitare denunce. La gravità della situazione si capisce si da subito.

Sabato 20 aprile ore 7,00

Vado al lavoro. Sì, al sabato mattina si lavora e oggi, dopo quello che è successo, è meglio presentarsi al lavoro. A me è andata bene, ho preso una manganellata nella schiena, basta non farsi vedere doloranti. Fuori l’atmosfera è surreale, le strade presidiate dai poliziotti e i segni della battaglia dappertutto. Mio dio cosa abbiamo fatto! Cosa ho fatto! Ho urlato contro i poliziotti, ho tirato pietre, ho incitato i compagni che abbattevano la statua! Sono diventato un mostro. Ma penso che è la risposta alle piccole e grandi angherie che subiamo al lavoro. E se un giorno diciamo che non ne possiamo più, che in fabbrica ci fanno s-ciopare, veniamo presi a manganellate e ci fanno gli occhi gonfi coi lacrimogeni. Non so se quello che vedo mi piace, ma so perché è successo.

Domenica 21 aprile, ore 9,00

Esco di casa e trovo in piazza compagni di lavoro e amici, tutti frastornati per quello che è successo e facciamo fatica a parlarne, anche perché Valdagno rimane piena di polizia e dicono che stanno indagando. Alcuni giovani, dicono che i parroci a ogni messa leggono un comunicato che dice che quello che è successo venerdì è stato opera di provocatori venuti da fuori.

La nostra Valdagno ha passato una delle giornate più tristi e dolorose della sua storia. Quella che doveva essere, secondo le intenzioni, una pacifica e legittima dimostrazione di lavoratori compatti e responsabili per le loro giuste rivendicazioni è degenerata in forme di violenza, di distruzioni e di vandalismi, indegni di un paese civile.

Ci conforta il sapere che tali fatti sono stati deprecati dalla maggioranza dei cittadini, anche perché causati in gran parte da forze estranee al nostro ambiente di Valdagno. (Comunicato letto dai parroci di Valdagno domenica 21 aprile 1968 durante l’omelia delle messe)

Siamo arrabbiati! in piazza l’altro ieri c’eravamo noi valdagnesi e non i foresti! ci vogliono rubare anche il diritto a protestare! Alcuni decidono di esprimere il loro dissenso e vanno in chiesa per la messa delle 11,00 si siedono in prima fila tutti allineati. Quando inizia l’omelia e il parroco legge il comunicato, si alzano in silenzio ed escono dalla chiesa in fila. L’azione sarà motivo di scandalo a Valdagno.
Quello stesso giorno anche l’amministratore delegato Giannino Marzotto, uno dei figli di Gaetano, quello aveva assunto l’ingegner Piantini per avviare la ristrutturazione, dichiara pubblicamente che si tratta di una manovra politica frutto di provocatori esterni.

Per me il gioco è chiaro, c’è un’orchestrazione politica a lungo raggio degli scioperi che si stanno svolgendo in Italia in questi giorni. Nel Veneto, l’estrema sinistra, piuttosto che Marghera dove la situazione è più complessa o Schio dove l’industria è di stato, ha scelto Valdagno, roccaforte dell’industria privata, e dove una popolazione laboriosa e pacifica era per di più impreparata al terrorismo. (dichiarazione di Giannino Marzotto il 21 aprile 1968)

Giannino Marzotto non è l’unico a pensarla così, la stampa moderata, sia locale che nazionale, scatena una vera e propria campagna contro i provocatori estremisti:

È poi la constatazione che il novanta per cento delle porcherie di questa notte si devono a dei giovani, probabilmente a dei minorenni, maschi e femmine, queste peggiori dei loro compagni […] Si racconta che vi fosse una bella ragazza bionda, di Trento, la quale davanti alla casa di Domizio Bernardi, dirigente del lanificio, gridasse: “Adesso veniamo e vi uccideremo tutti. Non abbiamo fretta, vi faremo fuori quando sarà il momento” […] Con la tecnica di Mao, questi scamiciati che per tutto il giorno avevano gridato “Che Guevara!”, si sparpagliavano per riunirsi in punti prestabiliti. […] Alcune ragazzine che hanno invaso l’albergo “Pasubio” e il bar annesso, della catena dei Jolly, avevano baschetti rosa, minigonne e sciarpetta, con i loro amichetti sembravano brutte copie da grandi magazzini di “Bonnie e Clyde”. Ma erano furie scatenate… (L. Bergamo, “Il Gazzettino”, 21 aprile 1968)

Verso le 8 del mattino arrivano in città una ventina di giovani universitari e non, da Vicenza e da Trento. Sono soci dei circoli ‘Che Guevara’ ed esponenti dei gruppi estremisti della facoltà di sociologia di Trento: un ateneo dominato da marxisti filocinesi e da cattolici che predicano la ‘teologia della rivoluzione’ di padre Camillo Torres, il prete guerrigliero della Colombia. I venti arrivati ieri mattina a Valdagno sono in gran parte – secondo la polizia – marxisti filocinesi. (S. Meccoli, “Corriere della Sera”, 21 aprile 1968)

Leggiamo queste pagine basiti. Ma dov’erano i giornalisti quando hanno scritto queste cose? Le hanno viste o se le sono fatte raccontare? Ma dov’erano tutti sti foresti? In cuor mio mi sento truffato! Non tutte le cose accadute venerdì sono state belle cose, ma così negano quello che è successo! Noi abbiamo protestato, forse ci siamo fatti prendere la mano, ma ne avevamo il diritto e ora i giornali negano che sia successo. Dicono che non siamo stati noi, che se anche l’abbiamo fatto, siamo stati usati da qualcuno. E se fossero loro che ci stanno usando?

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