In linea da: 24/12/2017

Luci d’archivio. Una strenna di Natale

di Matteo Melchiorre

Buone feste di fine anno da storiAmestre. All’interno di un racconto, il nostro amico Matteo Melchiorre riprende un discorso tenuto durante un incontro al Teatro Accademico di Castelfranco Veneto il 10 novembre 2017. L’occasione veniva da una domanda: “A cosa servono gli archivi?”. Si capisce che le risposte sono più d’una, ma “il sugo della questione” è che “le vicende umane sono indocili, complesse e non sempre pienamente comprensibili alla luce dei residui che esse ci hanno lasciato in mano”. Per questo abbiamo bisogno di strumenti che ci facciano “captare delle luci lontane, che vengono da una Lapponia a noi ignota e che proprio per questo, sissignori, ci emozionano”. Chi volesse leggere più comodamente, può scaricare il testo – arricchito da alcune illustrazioni – cliccando qui.

Giorni corti e neve ghiacciata

Proprio oggi, 13 dicembre, Santa Lucia, dovrebbe essere il giorno più corto che ci sia. Dicono gli esperti del cielo e degli astri che le cose non stanno esattamente a questo modo, dato che il giorno più corto dell’anno cade nel solstizio d’inverno, il 21 o 22 dicembre. Ma è pur vero che a Santa Lucia la notte cala con circa tre minuti d’anticipo rispetto al solstizio. Il che significa che oggi, Santa Lucia, è il giorno nel quale l’oscurità è più impaziente di arrivare e la luce ha più fretta di andarsene.

E poi c’è anche questa neve che è venuta il 10 dicembre, ed era una neve che cadeva minutissima e leggera, la quale poi, il giorno 11, ha buttato in pioggia; pioggia che a sua volta si è come vaporizzata in una nebbia densa il giorno 12. E oggi, che è il 13, la nebbia si è un poco alzata e ha svelato una giornata cruda sottozero; la nevaglia sfatta dalla pioggia è perciò divenuta stamattina una placca di ghiaccio antipaticissima.

Giorni corti, neve ghiacciata e Natale che si avvicina. Ho fatto l’albero appendendovi fette rotonde di legno di nocciolo. Ho aiutato la Marisa a mettere un po’ di luci bianche sui glicini dell’ingresso. Ho preparato qualche regalo perché così bisogna fare. Ho scelto lo specifico libro che leggerò durante le settimane natalizie, vale a dire La brughiera di Thomas Hardy; ma in verità non l’ho ancora iniziato, dal momento che mi sto invece attardando nella lettura di un libro di Fredrik Sjöberg, L’arte di collezionare mosche, che mi incuriosisce molto e che in certi passi suona davvero intelligente.

Succede sempre così, ogni anno. Natale si avvicina e io divento pigro. Le cose da fare mi scappano di mano. Rimando questo e posticipo quello. Accidia e torpore. Ma questa negligenza rispetto ai doveri, a ben pensare, è una disposizione d’animo prelibatissima. Dato che Natale è alle porte, infatti, mi sento legittimato non direi a oziare, ma a intrattenermi unicamente con quanto l’arbitrio più indisciplinato mi suggerisca di fare; atteggiamento, è il caso di dirlo, in nessun modo giustificabile in altre settimane del calendario.

Fantasie infrante

Sono prontissimo a dedicare il giorno di Santa Lucia a questa beata negligenza prenatalizia. Finirò il libro di Sjöberg e inizierò La brughiera di Hardy. Poi me ne starò pacifico e al caldo a inseguire altre fantasie; e quando sarà il momento mi accorgerò che è già venuto buio e dirò a me stesso che in fondo è vero, anche se gli astronomi dicono di no: Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia.

Letta forse una dozzina di pagine, tuttavia, mi vien voglia di un caffè del bar. Esco di casa, pochi passi attraverso la piazza ed eccomi da Eliseo. Prendendo il caffè vorrei leggere i giornali. Ma dove sono? Li ha un forestiero, seduto a un tavolo della saletta. Pazienza. Vuol dire che darò un’occhiata alla mail dal telefonino.

Lo sanno tutti che la mail è una porta attraverso la quale il prossimo entra senza bussare. Due nuove mail. Pochissime. Meno male. Vediamo. Una è dell’amico Paolo Zini. Che dice? “Caro Matteo, Natale si avvicina. Attendo con il consueto piacere il tuo raccontino di Natale”.

Ahia. Il raccontino di Natale. Da qualche anno ho preso l’abitudine di inviare ad alcuni amici, in occasione delle feste, un raccontino di argomento natalizio; così, come omaggio. Ma quest’anno, vuoi la negligenza troppo beata vuoi chissà cos’altro, me ne sono scordato in tronco. Lasciamo perdere. Qualcosa inventerò. Un haiku, magari in prosa. Roba veloce.

Vediamo la seconda mail. Chi l’ha scritta? Un altro amico, Piero Brunello. Sentiamo. “Caro Matteo, hai più pensato per caso alla strenna natalizia per il sito?”

Ahia. Benché con estrema vaghezza, me ne ricordo solo ora, avevo promesso a Piero Brunello una strenna per il sito di storiAmestre. La strenna e il raccontino. Altro che beata negligenza, e Sjöberg, e Hardy. Dovrò mettermi al lavoro. Butto il giù il caffè, saluto Eliseo e a casa, di corsa.

Un colombo, due colombi

Camminando nel freddo continuo a dirmi che però è Natale. Ghiaccio per le strade. Neve sui tetti. Decorazioni in ogni dove. Sjöberg e Hardy che mi aspettano. Ma adesso sono saltate fuori queste due cose, e la strenna mi spaventa più del raccontino. Il raccontino, bene o male, potrei infatti combinarlo nel giro di poche ore. Anzi: da qualche parte, nel computer, devo avere degli abbozzi che possono tornar buoni. Ma la strenna no, la strenna è un signor impegno.

Mentre cerco le chiavi del portone, chiedendomi se sia più giusto che io cominci dalla strenna o dal raccontino, noto un colombo che mi fissa. Zampe nella neve, sta appollaiato sul mozzicone di fontana che si trova al centro di una piazzetta. Lo guardo con disinteresse, cercando intanto le mie chiavi. Poi, di colpo, il colombo salta giù dalla fontana. E cosa viene fuori da dietro il colombo? Un altro colombo; ovviamente pressoché identico al primo.

Presente le illuminazioni? Ecco. Due piccioni con una fava, si dice. Pagare uno e comprare due. La strenna per il sito di storiAmestre, dico, potrà essere benissimo il raccontino natalizio per gli amici. Contento Piero. Contenti gli amici. Contento io.

Appena entrato in casa ho scritto a Paolo Zini e a Piero Brunello la stessa e identica bugia. Ho detto all’uno e all’altro di aver già cominciato a lavorare, rispettivamente, al raccontino di Natale e alla strenna per il sito. Ma la strenna che diverrà raccontino, l’ho già detto, mi preoccupa. È un lavoro impegnativo, scivoloso. Diciamolo pure: emozionale.

Una domanda sconcertante

Adesso che ci penso è tutta colpa di Fabio Bortoluzzi. Nel mese di ottobre, infatti, è stato lui a chiedermi d’intervenire, dicendo qualche parola insieme ad altri relatori, durante la presentazione dell’inventario digitale dell’Archivio comunale di Castelfranco Veneto. L’incontro si sarebbe tenuto al Teatro Accademico di Castelfranco, la mattina del 10 novembre.

Ma cosa voleva di preciso Fabio Bortoluzzi? Voleva una relazione sul tema degli archivi. Aggiunse tuttavia, nel gioco dell’ironia che regola così spesso i nostri discorsi, che avrebbe auspicato, da parte mia, una relazione di taglio “emozionale”. Benissimo: “emozionale” è parola che odiamo entrambi dal profondo del cuore, sorella gemella di altre parole agghiaccianti o sintagmi meschini quali per esempio “storytelling”, “skills”, “case study”, “marketing territoriale”, “docu-fiction”; o ancora: “formazione continua”, “grammatica identitaria”, “rivitalizzazione”, “eccellenza”, “forum”, “portfolio” e via dicendo.

Come potevo rifiutare un invito così squisitamente ironico? Fatto sta che quando ricevetti la locandina mi accertai di come Fabio avesse fin troppo tenuto fede alla linea della ferma ironia. Lessi infatti il titolo della relazione assegnatami: A cosa servono gli archivi?

Emozionalità? Sconcerto, piuttosto. Cosa avrei mai potuto dire, io, all’età di 36 anni, e frequentatore di archivi da non più di 15, in merito a un simile interrogativo? Sono cose da chiedere ai vecchi, non agli sbarbatelli; ai vecchi, i quali, dall’alto della loro scienza conseguita, possono cucire e tagliare a piacimento, guardandosi dietro le spalle senza verun timore e frugando con sovrana sicurezza nello scatolame dell’esperienza.

Maschere

Fu così che la preparazione del mio intervento divenne una croce. All’inizio immaginai di cavarmela indossando qualche maschera. Pensavo: vuoi una cosa emozionale, Fabio Bortoluzzi? Potrei benissimo entrare al Teatro Accademico e sparare fuochi d’artificio in quantità, toccare i cuori dei presenti narrando storie svenevoli o sanguinose, dell’Oltremare o di montagna: avventure, misteri, scandali, eroismi, specchi di virtù.

Oppure, mi dicevo, potrei vestire un cencio tristissimo, sedermi al modo dei poeti stanchi e disillusi, e dire unicamente che gli archivi sono la nostra coscienza; punto. Ma in fondo potrei anche indossare una felpa con cappuccio, esibire un volto sciupato dalla creatività ininterrotta e dichiarare coraggiosamente, da avanguardista postmoderno, generando sgomento, che gli archivi non servono a niente; stop.

O ancora, perché no, potrei sposare lo spirito della Chiesa dei nostri giorni, e fare un discorso, che ho sentito fare da molti arcipreti e da qualche vescovo, intorno ai doveri del buon cristiano del Duemila; il quale cristiano poggia i piedi sul passato, certo, ma non per esserne lo schiavo, bensì per onorare la missione che a noi tutti compete: costruire un futuro migliore; perciò va bene gli archivi, ma prima di tutto l’azione virtuosa.

Ma infine ho optato per la prudenza pedissequa. Obbedire al compito assegnato. Prendersi il tempo necessario. Riflettere per bene. Trovare qualche dato concreto. E infine, all’ora debita, a fronte di un tema così generico, preparare una relazione il più possibile sincera e ragionata.

La vaghezza non paga

Quando giunse il mio turno, il 10 novembre, parlai per circa una mezzora, aiutandomi con il canovaccio che tenevo sotto gli occhi. Tutto filò liscio. L’uditorio applaudì con calorosa compostezza.

Sennonché, il giorno stesso dell’incontro, Fabio Bortoluzzi pensò di raccontare per sommi capi quanto avevo detto a proposito di archivi al nostro comune amico Piero Brunello. E quest’ultimo, con troppa cortesia, ritenne che il mio discorso avrebbe potuto funzionare discretamente come strenna natalizia per il sito di storiAmestre.

E infatti, l’indomani, Piero mi domandò, qualora ne avessi avuto “tempo e voglia”, di trascrivere il mio discorso e pubblicarlo sul sito. Come trascrivere? Sì. Trascrivere: Fabio, disse Piero, ha registrato tutto quanto con il telefonino. Presi tempo. Dissi che trascrivere no. Caso mai riscrivere. Ci penserò. Vedremo.

Mi nascosi dietro a una tenda, e attesi lì che i giorni trascorressero. Speravo che di fronte alla mia vaghezza l’idea della strenna finisse poco a poco con l’essere dimenticata. Invece no. La vaghezza non paga. Questo significa la mail che ho ricevuto stamattina da Piero Brunello: la vaghezza non paga. Se è sì è sì. Se è no è no.

Adesso ne faccio le spese. Ho preso infatti in mano il canovaccio del discorso al Teatro Accademico e ho iniziato a spotacchiarlo. Qua tagliare. Là aggiungere. Qua riformulare. Là verificare. Non facile. C’è un dubbio di fondo, oltretutto. Un conto è mettere giù il canovaccio per un intervento orale; lo sanno tutti: verba volant. Altra cosa, dal momento che scripta manent, è preparare un testo scritto. È il caso che nella strenna-raccontino io mantenga i crismi dell’oralità? O sarà meglio, invece, che rimpasti il tutto al modo di uno scritto vero e proprio? Il tempo stringe. Non è il caso di fare i difficili. Era un testo orale. Rimarrà un testo orale.

***

Il discorso del Teatro Accademico

1. Buongiorno a tutti. È con qualche impaccio che mi accingo a tenere questa relazione; e impaccio non è forse la parola appropriata. Dovrei dire, più correttamente, turbamento. Lo spunto del mio discorso, infatti, è una domanda che mi è stata posta dall’amico Fabio Bortoluzzi e che, nelle sue intenzioni, doveva servire, soprattutto a quanti tra noi non abbiano pratica di vecchi documenti, a dar conto di come gli archivi siano luoghi che servono a qualcosa e ricchi di risvolti “emozionali”.

Quale sia la domanda che mi turba è presto detto. Potete leggerla nella locandina, accanto al mio nome. Domanda sconcertante a dir poco, più o meno della stessa pasta di quella con cui si apre il vangeletto di noi storici, dico l’Apologia della storia di Marc Bloch. Come molti sanno, infatti, la domanda da cui le riflessioni di Bloch presero le mosse, e che venne posta al proprio padre, uno storico, da un figlio adolescente, è questa: “Papà, spiegami a cosa serve la storia”. La domanda a cui mio malgrado devo stamattina provare a rispondere è altrettanto ingenua e altrettanto sconcertante: “A cosa servono gli archivi?”.

Ho faticato parecchio a cercare risposte pertinenti a un simile dubium. In primo luogo, dato che mai prima avevo preso in considerazione una domanda di questo genere, mi è servito pensare a cosa avrei risposto in tutta sincerità a me stesso. In secondo luogo, dato che non sono uno studioso troppo invecchiato nel mestiere, ho dovuto trovare il modo di non sembrarvi persona che voglia insegnare ad altri cose superiori alla propria esperienza. In terzo luogo, dal momento che non avevo un’idea precisa dell’uditorio di stamattina, ho trovato ragionevole supporre presenti tra di voi sia studiosi assai pratici d’archivio sia persone più o meno digiune di questi argomenti. In quarto luogo, infine, dato che, come suol dirsi, non si finisce mai di imparare, ho giudicato prudente immaginare seduti tra di voi, come riuniti in commissione plenaria, alcuni dei miei maestri più severi, pronti a contestare le mie affermazioni troppo audaci o insufficientemente precise.

2. Dal momento che la domanda sconcertante era di per se stessa un filo velenosa, e capace di rivoltarsi malamente, ho iniziato a guardarla da distante, ora da qua, ora da là, e a toccarla ogni tanto, piano piano, con un bastone. Muovendomi con tanta circospezione mi è subito risultato evidente che la prima questione da mettere sul tavolo debba essere quella delle angolazioni. Gli archivi, infatti, servono a cose diverse a seconda della prospettiva dalla quale si decida di guardarli. Le prospettive possibili sono moltissime. Ne dirò qualcuna, tra quelle che mi sembrano più significative, giusto per dare l’idea della complessità del problema.

Vi è innanzitutto una prospettiva del senso comune. Gli archivi sono i luoghi bui, gli ergastoli polverosi, e ovviamente “ricchi di mistero”, che servono a tenere da parte la storia. È singolare, tuttavia, che nel senso comune gli archivi non conservino una storia generica, bensì la storia “quella vera”. Si postula, in breve, che negli archivi vi sia la storia non artefatta, non manipolata, non deformata. È un’idea opinabile, e anzi opinabilissima, quest’ultima, perché tutti gli archivi sono frutto di una costruzione, deliberata dall’uomo o stabilita dal caso. Ma la pervasività dell’idea che gli archivi siano, per così dire, “genuini”, è facilmente constatabile leggendo quotidiani e riviste di divulgazione, guardando programmi televisivi di argomento storico e, negli ultimi tempi, spulciando i social networks.

Mi pare assolutamente da menzionare, quindi, la prospettiva degli organi di governo. L’archivio, nella fattispecie dell’archivio pubblico, è uno degli strumenti cruciali dell’esercizio di potere. Da un lato esprime l’organigramma istituzionale di uno Stato e dall’altro custodisce tutto quanto occorra alla legittimazione del potere di quello stesso stato: privilegi, diritti, nominativi, casi giudiziari facenti giurisprudenza, pesi fiscali, delibere esecutive, concessioni, ragionamento politico.

Vorrei proporre a questo riguardo un caso semplice e istruttivo. A Feltre, nel 1510, durante la guerra di Cambrai, la città venne pressoché rasa al suolo da un incendio appiccato durante l’occupazione della città stessa da parte delle truppe imperiali. L’archivio della comunità andò in fumo. Quando il Consiglio iniziò a riprendersi da quella distruzione, si diede alla caccia di documenti: gli statuti cittadini, una cui copia era stata razziata, vennero cercati per anni; del Capitolare del dazio si trovò copia presso un privato cittadino; quanto ai privilegi e agli altri documenti pubblici si tentò di riparare inviando una commissione a Venezia affinché reperisse, tra le carte della Repubblica, tutti i documenti di argomento feltrino. Un potere senza archivio, insomma, è un potere che fatica a reggersi e a legittimarsi.

Se la nostra intenzione è invece quella di guardare agli archivi come giacimenti di dati relativi a comunità più o meno definite, ci balzerà all’occhio la prospettiva della collettività. Tra vicissitudini e scarti, tra perdite e ritrovamenti, e comunque in maniera assai meno organica e sistematica di quanto si potrebbe semplicisticamente credere, gli archivi servono in tal senso a conservare memoria scritta collettiva. Essi, certo, non esauriscono né possono esaurire la memoria collettiva, la quale è anche orale, famigliare, privata. Tuttavia, anche a cercare cavilli teorici specifici, non si potrà negare che gli archivi siano la traccia tendenzialmente più complessa e articolata della memoria di una collettività.

Tra le molte prospettive che possono venire in mente, richiamerò soltanto, infine, la prospettiva del ricercatore storico. Non serve dire granché, a questo proposito. L’archivio è “le fonti”. È la porta delle meraviglie che si apre sul mare sconfinato dell’accaduto e nel quale chi ama la ricerca storica trova il pane della propria passione. E allora, in questi termini, l’archivio serve al ricercatore più o meno come la segheria al falegname, come la vigna al produttore di vino o come la rivendita di materiali per l’edilizia al muratore.

3. Insomma: per rispondere alla domanda sconcertante si dovrebbe tener conto di prospettive a non finire. Capirete, dunque, perché io mi sia trovato in tanta difficoltà nel preparare questa relazione.

La settimana scorsa, tuttavia, mi sono venuti in mente gli antropologi. Cosa fanno gli antropologi di fronte a problemi di difficile soluzione? Questionari.

È finita, in parole povere, che ho chiesto in giro, a persone qualunque ma con le quali avessi un minimo di confidenza, “A cosa servono gli archivi?”. In tutto ho interrogato 30 soggetti, francamente vergognandomi. La domanda, infatti, oltre che sconcertante è vergognosa, sia se posta a un esperto paleografo o a un archivista, sia se rivolta all’uomo della strada, che vedrà, in simili preoccupazioni erudite, la riprova di quanto il mondo intellettuale si perda dietro a farfalle e francobolli.

Vengo dunque a presentarvi i risultati anonimizzati del mio questionario. Ho scelto nove risposte in quanto mi sembrano rappresentative delle altre.

S.V. Insegnante di scuola media in pensione, ora frequentatrice di archivi, di anni 75: Gli archivi servono a tante cose, dipende. Per quanto mi riguarda è un valido sistema per rendere meno noiosa la pensione, per dedicarmi a quel genere di curiosità che quando lavoravo non mi era possibile coltivare.

E.C. Barista, di anni 48: Gli archivi? Servono a dar da mangiare alla gente come te, che non ha altro da fare che leggere carte e stracarte. A parte gli scherzi. Non lo so di preciso a cosa servono gli archivi. Così a occhio: servono a conservare leggi e documenti.

I.P. Architetto, donna, di anni 33: Gli archivi servono in una prospettiva lunga. Cioè servono a conservare documentazione prodotta nel presente in vista di una speranza futura. La speranza futura è che qualcuno, appunto nel futuro, sia in grado di considerare e utilizzare quella documentazione per capire e spiegare un presente che a quel punto sarà divenuto passato.

M.C. Storico per passione, di anni 64: Gli archivi servono per dar modo a noi, che sappiamo come nel passato ci siano molte cose necessarie al presente, di leggere direttamente i documenti autentici. Per trovare, soprattutto, anche la storia degli umili.

G.S. Assicuratore, di anni 62: Gli archivi servono perché carta canta. Non ci sarebbe modo, senza archivi, di tenere i piedi ben saldi sulle cose. Anche noi, in agenzia, abbiamo il nostro archivio. Io penso che gli archivi servano, come dire, in funzione anti-truffa.

R.F. Operaia in una fabbrica di tessuti, di anni 38: Gli archivi servono a conservare documenti, antichi o non antichi. Dipende. Per i quadri e per le sculture ci sono i musei; per le carte ci sono gli archivi. Tutto qua.

I.R. Studente di biologia, di anni 21: A cosa servono gli archivi? Pensi davvero che servano a qualcosa? Dici davvero? Ne sei proprio convinto? Dài, che in fin dei conti non servono a niente.

P.R. Medico, di anni 53: Gli archivi servono a conservare tracce singole per rendere possibile la ricomposizione di esse in interpretazioni più generali. Penso soprattutto ai nostri archivi ospedalieri, alle cartelle cliniche. Ci consentono di ricostruire la storia sanitaria di una persona ma anche, in termini ancora più generali, l’evoluzione di certe specifiche patologie nel corso del tempo. Gli archivi, insomma, a mio modestissimo parere, servono proprio per far sì che il dato singolo non resti non intellegibile.

G.T. Libraio, di anni 48: Gli archivi servono a metter via cose che pensiamo potranno servire a noi o ad altri. Quindi non le lasciamo alla rinfusa, ma le mettiamo in ordine.

Venendo al sodo, dal questionario si evince che gli archivi servono a quattro cose: a) conservare in modo selettivo e ordinato documenti scritti; b) lasciare al futuro tracce relative a tempi presenti o trascorsi; c) comprovare dati autentici a fronte di falsificazioni; d) ricostruire fenomeni storici. A onor del vero c’è anche una quinta funzione, o per meglio dire una “non-funzione”, ossia quella suggerita dallo studente di biologia (“in fin dei conti gli archivi non servono a niente”).

4. Ora, voi direte che ho rincorso gente per strada per imparare cose che bene o male già sappiamo. Mi permetto di dirvi che avete ragione solo in parte, perché alcune delle risposte mi sono sembrate davvero penetranti. Ma anche se non riuscissi a convincervi di questo fatto, v’è un’altra ragione che impedisce di concludere che il mio questionario sia stato fallimentare. Vi è un altro aspetto, infatti, che emerge in maniera non equivocabile dalle risposte che vi ho presentato. Il seguente: rispetto alle funzioni dell’archivio le prospettive decisive sono quelle individuali, vale a dire le visioni in fatto di archivi che ognuno di noi si è costruito con la propria formazione alle spalle e con le proprie competenze o incompetenze in materia.

Stando così le cose mi sento legittimato a dare adesso un’altra piega a questa relazione. Se le prospettive individuali rispetto alle funzioni dell’archivio, come testimoniato dal questionario, hanno un loro intrinseco valore, non è scritto da nessuna parte che la mia prospettiva individuale debba essere meno significativa di quelle altrui. Perciò, preso atto di come una risposta universale alla domanda sconcertante non sia possibile, e di come le prospettive soggettive abbiano in fondo un loro significato, passerò a parlarvi di quello a cui gli archivi sono serviti a me. Mi metto anch’io, insomma, senza alcuna pretesa di dirla più rotonda degli altri, tra i 30 soggetti del questionario, che a questo punto diventano 31.

Sarà il caso che vi descriva assai sommariamente il mio profilo? Chi voglia notizie circostanziate troverà facilmente il mio curriculum in Google. Di mestiere, credo di poterlo dire, sono uno storico. Da una decina d’anni vivo nella condizione, per certi versi privilegiata e per altri parecchio sconfortante, dell’assegnista di ricerca. Un anno un’università, un anno un’altra; se va bene con interruzioni di pochi mesi tra un contratto e l’altro. Mi occupo di tardo medioevo, in prevalenza dei secoli XIV e XV, ma talora sconfino nell’età moderna.

Ma c’è modo e modo di fare lo storico, lo sanno tutti. Io so il modo che mi hanno insegnato i miei maestri e le preposte istituzioni. È un modo che si basa, strutturalmente, sull’andare in archivio. Faccio dunque fatica a concepire una ricerca storica che si prenda il lusso di prescindere dall’archivio: il confronto con il dato documentale, scritto, prima di tutto.

Scontato, dite? Non lo so mica. Vi suggerirei, molto semplicemente, di leggere alcuni dei libri firmati dagli storici più di grido e di contare i rimandi a ricerche d’archivio; non saranno affatto moltissimi. Vi suggerirei anche di leggere i verbali dell’Abilitazione Scientifica Nazionale, quel grandioso esame per titoli e pubblicazioni che abilita alla docenza universitaria. A me è andata dritta, benché al secondo tentativo. Ma esaminate i verbali, e vedrete con quanta poca grazia vengano giudicati gli storici d’archivio, cioè coloro i cui lavori sono il frutto di ore trascorse sopra i documenti, rispetto agli storici, diciamo così, globetrotter. Non è affatto scontato, oggigiorno, che la parola “storia” faccia rima con “archivio”.

5. All’antropologo del questionario, che mi domanda “A cosa servono gli archivi?”, rispondo così: “Per quanto mi riguarda, da un punto di vista personale, l’archivio serve principalmente a tre cose”.

Sul piano scientifico, l’archivio è lo strumento conoscitivo più potente per ricostruire con complessità le vicende di società trascorse, purché caratterizzate da una solida consuetudine con la memoria scritta. Non dico che le cronache, i giornali, i testi a stampa, l’iconografia, i reperti archeologici siano meno importanti; sostengo soltanto che l’archivio, se interrogato con un adeguato metodo, ha una forza tutta sua. Ovviamente non sto neppure affermando che l’archivio dice il vero. L’archivio può dire benissimo anche il falso. È un gioco di sguardi differenti, spesse volte deformati, che bisogna abituarsi a combinare. Potrei dire, in questo senso, che sul piano scientifico l’archivio insegna a fare i conti con la complessità del reale e con le tarantelle dei punti di vista.

Sul piano caratteriale, l’archivio serve a configurare l’indole. È notorio che ogni mestiere condizioni, almeno parzialmente, il carattere di chi lo esercita. Il mestiere dell’andare in archivio non fa differenza. Struttura un’indole sottotraccia e costruisce un modo di rapportarsi a quel che accade. Non sto parlando di sublimi dischiudimenti, di illuminazioni. Mi riferisco a cose molto più semplici. L’archivio mi ha insegnato a stare seduto per tempi prolungati, per esempio; ed è stata una conquista esistenziale tutt’altro che irrilevante.

Pensando ad alcuni miei colleghi che hanno frequentazioni regolari con carte e documenti, non posso fare a meno di notare che l’archivio, sebbene con diverse intensità, li ha bene o male addestrati ad alcune “pratiche”: a) coltivare la pazienza; b) resistere alla frustrazione e all’insuccesso; c) accettare la noia con animo lieto o, perlomeno, con tolleranza; d) riconoscere un dio superiore nell’evidenza; e) domare le punte d’entusiasmo; f) affinare quel nobile sentimento che si chiama compassione.

Tengo comunque a precisare che ciò non significa affatto che tutti gli storici d’archivio siano brave persone e gente per bene. Dentro nel mazzo vi sono certi impostori e farabutti che si direbbero, più che ricercatori d’archivio, briganti e nient’altro.

Sul piano terapeutico, sono convinto che ogni onesto ricercatore d’archivio abbia almeno sporadicamente percepito la funzione medicamentosa dell’archivio medesimo. Non è la regola, d’accordo; ma capita. C’è chi si rinfranca andando a correre nel fresco della sera. Chi facendo yoga. Chi leggendo romanzi d’amore. Chi coltivando un orto. Chi dandoci sotto di bricolage.

A me è successo più di una volta che l’archivio si sia rivelato medicamentoso. Nel 2008, per esempio, mi sono scoperto in uno di quei periodi non semplici di cui noi tutti, saltuariamente, facciamo esperienza. Stress? Può essere. Ero agitato, oppresso, confusionato. Al che il professor Reinhold C. Mueller, che è uno dei miei maestri, mi disse: “Cosa aspetti? Fiondati in archivio. Stai lì, gira carte, leggile”. Consiglio prelibato, come ebbi modo di verificare. La terapia, opportunamente somministrata nell’arco di qualche giornata, infatti, funzionò.

Dipende dal temperamento di ognuno, non ne dubito. Ma anche a questo può servire l’archivio: a fermarsi, limitandosi a scrutare e a constatare, vedendola scorrere coi propri occhi nelle carte, l’ineluttabile fiumana dei destini umani nella quale ognuno di noi è fatalmente preso dentro. È uno spettacolo che può essere triste o felice, tragico oppure no; ma io credo che le tracce di umanità di cui gli archivi sono pieni aiutino non poco a sentirsi fratelli di qualcuno.

6. Potrei forse fermarmi qui; in fondo ho più o meno risposto alla domanda sconcertante. Ma c’è un’altra cosa che vorrei dire. Preparando queste riflessioni, proprio ieri, a un certo momento mi sono ricordato di un vecchio appunto che avevo scritto nel mio taccuino un paio di anni fa. Ecco l’appunto:

Il mondo di oggi ha bisogno di archivio. Non dico che il mondo debba riversarsi sugli archivi, dio ce ne scampi, sarebbe forse anche pericoloso: ma servirebbe non poco, l’archivio, per imparare a misurare le parole del potere, sia esso uomo o istituzione, e a smascherarne le contraddizioni.

Questo mio forbitissimo pensiero venne partorito dopo una serata trascorsa in Birreria Pedavena nel 2015. Avevo visto in giro dei manifesti che annunciavano un incontro pubblico nel corso del quale un’associazione indipendentista veneta avrebbe dimostrato, documenti alla mano, che il Veneto è una nazione. Non potevo mancare a un simile sabba. Perciò andai, badando bene a essere il più discreto possibile.

Contai 150 persone. Bandiere di San Marco affisse in sala. Un tavolo con spille e altri gadget. Un altro tavolo con la modulistica da compilare per aderire al censimento del popolo veneto. In fondo alla sala, nella quale era in procinto di essere proiettato un film testimoniante come il plebiscito del 1866 fosse stato viziato da brogli e violenze a danno del popolo veneto, c’era un tavolo ricoperto da un’altra bandiera marciana dal quale sarebbero stati pronunciati alcuni interventi di carattere storico e politico.

Ma prima ancora del film e prima ancora delle disquisizioni entrò in sala l’Esercito Veneto. Tre uomini vestiti in uniforme del tardo Settecento. Fucili in spalla. Copricapo. Stivaloni. Zaino. Entrarono camminando a ritmo di marcia, battendo i piedi. Attraversarono tutta la sala sotto gli occhi stupiti di noi tutti e quando raggiunsero il tavolo dei relatori si misero nella posizione di riposo.

Uno dei relatori, carpendo la meraviglia dei presenti, illustrò filologicamente le uniformi. Il tipo di fucile. I tessuti degli indumenti. Il contenuto degli zaini. Dopodiché spiegò che l’Esercito della Repubblica Serenissima aveva un grido di battaglia: Par tera e par mar!, gridava il capo plotone. E il plotone rispondeva: San Marco!. Insomma finì che ci fecero fare la scenetta. Uno di quei soldati in costume gridò: Par tera e par mar!; e la sala, all’unisono, rispose: San Marco!.

Naturalmente schiumavo di rabbia. Ma il peggio doveva ancora venire. Il peggio era la terrificante ricostruzione di storia veneziana dalla preistoria in avanti che quella sera sentii con le mie stesse orecchie. L’intervento si tenne tutto in lingua veneta, dall’inizio alla fine. Sentii parlare dei paleoveneti e dei romani invasori; delle genti venete che superano i tempi barbarici e del medioevo comunale; delle signorie e della Serenissima; di Napoleone come Hitler e della truffa del 1866. Fandonie a non finire.

Quando l’incontro ebbe termine, origliai i commenti di quanti vi avevano preso parte. Erano tutti convintissimi dell’autenticità di quanto avevano appena sentito. Si elogiava lo “storico” che, “con competenza e cultura”, “svelando le truffe dei professori”, aveva dischiuso alla gente comune il significato vero e profondo della “storia del popolo veneto”, bistratto, negato e oppresso.

7. Fu allora che sfilai il mio taccuino dalla tasca e che scrissi di getto l’appunto che vi ho letto poco fa. Ecco. A questo dovrebbero servire soprattutto gli archivi: a fornire elementi utili a decifrare il discorso pubblico; a costruire un’attitudine al pensiero critico; a funzionare da specchio per osservare e comprendere alcuni snodi dell’esperienza umana, così individuale come collettiva. La pratica d’archivio dovrebbe conformare un meccanismo conoscitivo, disegnare un modo di guardare il mondo e di mettere in relazione i problemi e i dati.

Chi va in archivio sa una cosa, ottocentesca e positivistica fin che si vuole ma che rimane, a mio giudizio, il sugo della questione. Il confronto va fatto con i documenti, in un gioco di disciplina che impone sobrietà, franchezza e la condivisione di questo semplice principio: le vicende umane sono indocili, complesse e non sempre pienamente comprensibili alla luce dei residui che esse ci hanno lasciato in mano.

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La faccenda dell’emozione

Il giorno di Santa Lucia, è ovvio, non mi è affatto bastato per mettere in morsa il discorso del Teatro Accademico. Mi sono servite tre giornate supplementari di scrivania a tempo pieno, con buona pace di Sjöberg, di Hardy e delle mie aspirazioni alla negligenza natalizia. Ma oggi, che è il 16 dicembre, mi sono imposto di chiudere. Dato il tema della strenna, infatti, potrei andare avanti per settimane e settimane a togliere e ad aggiungere, ma senza che questo bricolage compulsivo porti davvero a sostanziali passi avanti.

La rilettura ultimativa che mi sono imposto oggi ha una finalità precisa: provare a riscrivere il discorso facendo a meno di mettere così tanto in luce, benché sotto la cifra dell’ironia, gli aspetti emozionali dell’andare in archivio.

Non si può ridurre la ricerca archivistica a un giochetto dai risvolti olistici. Quando andavo in cerca dei canonici di Padova del secolo XV, per farne una cosiddetta prosopografia, non v’erano affatto esperienze emozionali; e neppure nella schedatura dei contratti creditizi dei notai bellunesi; e meno che meno nella ricerca genealogica sulla famiglia Vallaresso. E nella ricostruzione delle competenze giurisdizionali dei Sindici inquisitori? Zero emozioni. E nell’analisi dei meccanismi contabili e finanziari della mensa capitolare di Belluno? Figurarsi. Zero via zero.

Però questa faccenda dell’emozione in archivio è un tema reale. Ne discussi con Fabio Bortoluzzi al buffet che si svolse dopo il convegno di novembre. Avevo infatti notato come lo stesso Fabio, che parlò dopo di me, avesse scelto di utilizzare gli strumenti emozionali. Raccontò per esempio una storia stupefacente, cavata fuori dall’archivio di Castelfranco, vale a dire la vicenda di un putèo sbranato nottetempo da un lupo fuori dalla capanna in cui viveva; poi è passato a una storia di atroci vendette con zorri mascherati, lunghi coltelli, una spada mancina e un femminicidio.

Emozioni forti, non c’è che dire. Così, appunto durante il buffet, mi avvicinai a Fabio e gli dissi: – Discorsi emozionali anche noialtri, caro Fabio. Non va bene così. Non va bene no.

– Emozionali, proprio, roba moderna, duepuntozero, quasi tre, e a star bassi. Ah! La narrazione! Uh! Lo storytelling! Ma lo sai te che adesso c’è anche digital, lo storytelling? E che si serve di appositi tools, apps, webwares?

– Sì che lo so. Ma non per questo dovremmo avercela troppo con gli strumenti emozionali. Alla fine, effettivamente e sinceramente, al di là dei nostri punti di principio, è importante eccome l’emozione in archivio. O no?

– Verissimo. Ma non c’entra niente con i tools, le apps, le webwares… E poi: avrai visto anche tu, ogni tanto, in archivio, insieme al professore che scrive il libro e allo studente che scrive la tesi, il pensionato che è lì sulle tracce del nonno soldato, o dello zio emigrato in America, o che semplicemente cerca notizie, quello che c’è, sul suo paese.

– Non sta raccontarmela adesso. Per tanti tuoi colleghi questa categoria di “utenti”, come li chiamate voi, è più o meno la peste.

– Ma va là! Quel genere di frequentatori d’archivio è il mio preferito. Arrivano quasi per caso, più che altro per eccesso di tempo libero, e poi rimangono abbagliati. Ogni tanto vedi che hanno trovato qualcosa perché hanno dei sussulti, o fanno dei saltelli sulla sedia. Una volta a uno mi è capitato di vederlo alzare le braccia al cielo come quando si fa goal.

Le luci della Lapponia

Ho dunque in mano la penna verde, sono seduto alla scrivania e sto cercando di castigare le punte emozionali del mio discorso. Quand’ecco che sento farsi sempre più vicino un allegro scampanellio. Mi affaccio alla finestra. C’è un trenino natalizio che passa per strada. Una specie di locomotiva delle favole, decorata con tante luci che scintillano, come una giostra, si tira dietro alcuni piccoli vagoni, dentro i quali vi sono alcuni bambini con i loro genitori.

I bambini, c’è da credere, andranno in visibilio per un simile convoglio così artificiosamente illuminato. Penseranno forse che il trenino sia venuto appositamente fin qui dalla Lapponia e che, giunta la notte, tornerà attraverso le stelle in quel reame di abeti, nevi e folletti operosi. In fin dei conti, a emozionare quei bambini deve essere il fatto che il trenino sembrerà ai loro occhi una manifestazione estemporanea e tangibile, nel presente fisico, di un altrove altrimenti immerso nell’ignoto.

Aspetta. Ieri notte, mentre tornavo solo soletto, in macchina, da Vittorio Veneto, non ho ragionato anch’io al modo di questi bambini imbarcati sul treno della Lapponia? Per tenermi sveglio mentre guidavo, infatti, studiavo gli addobbi natalizi lungo la strada. Nella zona di Revine ho visto sul poggiolo di una casa un albero decorato con luci disposte con una precisione infinita. A Mura, in un cortile, un altro albero, che sarà stato forse un cipresso, era illuminato da luci di un bianco così puro da sembrare ricamato da cristalli di ghiaccio. A Cison, in cima al suo colle, sontuosamente illuminato, Castelbrando sfolgorava. E poco dopo, all’incirca a Follina, c’era invece una vecchia villa con chiesetta: luci dappertutto, a seguirne ogni singolo profilo, sicché mi parve il rilievo tracciato da un architetto con una china luminescente.

Ma la luminaria più strepitosa mi capitò a tiro sopra Soligo. Sul versante della collina, con un cavo lunghissimo, era stata disegnata la sagoma immensa di un abete; per quel che potevo supporre dalla base del tronco alla punta dell’albero potevano correre perlomeno duecento metri. Da non credere quanto fosse grande. Roba, pensai, con tutta probabilità visibile dal satellite.

A me piacciono molto le luminarie natalizie, non quelle pubbliche che si dispongono dentro le città con arte illuminotecnica, e che trovo sempre piuttosto disturbanti. Mi piacciono quelle sparse in giro per i paesi più piccoli o nelle campagne, dovute alle creatività caotiche dei singoli, siano esse fuori misura, come la gigantografia di Soligo, o umili e modeste. Mi emozionano proprio le intermittenze lontane. Le luci baluginanti nella notte. Le case spente e incomprensibili ma con una stricca luminosa sul poggiolo. I puntiformi punti-luce che senza rischiarare la notte annunciano nel buio la presenza di qualcuno; e c’è questa oscurità come regola di natura e queste voci luccicanti che si manifestano sparsamente e senza logica.

Un momento, mi dissi. Un momento: non è più o meno questa la logica dell’archivio? Non è una logica di luminarie natalizie? Nel buio che si estende a perdita d’occhio alle nostre spalle, più lontani o più vicini, nitidi o sfumati, ardenti o smorti, scintillano punti-luce sparsi che provano a dirci qualcosa di quanto si annida nell’oscurità. Non sono forse queste luci di Natale che a me sembra di vedere nelle carte degli archivi? Ma sì: sono proprio queste luci. Luci che emozionano perché tutto attorno c’è il buio muto e queste luci, invece, qualcosa sussurrano. Vuoi vedere che gli archivi servono in ultima analisi proprio a questo? Dico: a permetterci di captare delle luci lontane, che vengono da una Lapponia a noi ignota.

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