In linea da: 07/11/2017

Per Arnaldo Checchin, per rispetto ai morti e in spregio alla guerra. Forte Mezzacapo, 5 novembre 2017

di Piero Brunello

Pubblichiamo il testo del discorso che Piero Brunello ha tenuto a nome di storiAmestre in occasione dell’inaugurazione presso Forte Mezzacapo (Mestre) di una targa per Arnaldo Checchin, un giovane soldato di Trivignano, mandato a morte per fucilazione a Noale dopo processo sommario, cioè senza processo, l’8 novembre 1917, pochi giorni dopo Caporetto.

1. Arnaldo Checchin era coetaneo dei miei nonni. Venne al mondo in una famiglia contadina un giorno d’inverno. Il segretario comunale che registrò la nascita dispensò il padre dal portargli il neonato in Comune, come sarebbe stata la prassi. A vent’anni Arnaldo fu chiamato alle armi. Non poté leggere la cartolina precetto perché era analfabeta. Scoppiò la guerra, fu trattenuto. Tre anni dopo venne fucilato a pochi chilometri da casa per ordine del suo comandante. Ho sognato la sua lapide e al risveglio mi sono segnato le prime righe: “Quando sono nato era così freddo / che non vollero farmi uscire di casa / perché a vent’anni potessi imbracciare un fucile / contro nemici lontani che non ho mai conosciuto / e a ventitré fossi fucilato vicino a casa / da amici che conoscevo bene”. Era un sogno. Invano infatti cercheremmo la lapide di Arnaldo Checchin sulla collina di Spoon River, perché le sue ossa sono sepolte chissà dove e senza un nome che lo ricordi.

Ho controllato, quel giorno 8 novembre 1917 era un giovedì, e normalmente il mercato dei bovini a Noale si teneva proprio il giovedì. Date le circostanze probabilmente quel giorno il mercato non si tenne – la strada per Padova era invasa da civili e soldati in rotta dopo Caporetto –, ma quello era il giorno della settimana. Possibile che Arnaldo Checchin non avesse frequentato il mercato di Noale prima della guerra? La sua famiglia abitava a Trivignano, a una decina di chilometri di distanza. Immagino che Arnaldo ci sia andato qualche volta, al mercato, da bambino con il papà oppure da giovanotto magari posticipando come si faceva in questi casi i lavori di stalla. Quel giovedì 8 novembre, mentre lo bendavano prima di essere fucilato alla schiena da un plotone di suoi commilitoni, avrà rivisto dentro di sé quelle mattine di libertà, godute a pochi passi da dove lo stavano ammazzando?

2. La fucilazione avvenne dopo processo sommario. L’espressione “processo sommario” non implica l’opera di un tribunale, bensì l’ordine a voce di un ufficiale. Proprio in quei giorni, successivi a Caporetto, operava nel Padovano e nel Trevigiano il generale Andrea Graziani, che dal 3 al 16 novembre ordinò la fucilazione di almeno 57 tra soldati e civili. Conosciamo a sufficienza il primo episodio, avvenuto il 3 novembre a Noventa Padovana, grazie alla testimonianza dello stesso Graziani in risposta alle accuse di ferocia che gli furono mosse dal giornale socialista l’Avanti! nel 1919. Un plotone di soldati di artiglieria (tra l’altro era il corpo cui apparteneva Checchin) sfila per strada. Graziani intravede un soldato con un sigaro in bocca ed è convinto di notare “la faccia atteggiata a riso di scherno”. Lasciamo il racconto a Graziani: “Saltato giù dall’automobile e, di corsa, penetrato entro le file, ho bastonato nella schiena quel soldato. Fermato lo sfilamento, legato il soldato dai carabinieri della sua scorta, l’ho fatto immediatamente fucilare contro il muro della casa vicina: tutto ciò si è svolto nel tempo di quattro o cinque minuti. Indi fu ripreso lo sfilamento. Alla fine ho chiesto il nome di quel disgraziato ed ordinato al comandante della colonna di fare le prescritte comunicazioni”. Quell’uomo si chiamava Alessandro Ruffini. Sei giorni dopo fu la volta di Arnaldo Checchin, non sappiamo in quale circostanza.

3. Luigi Bragato nel 1917 aveva otto anni e andava a scuola a Cappella di Scorzé, dove viveva con la famiglia contadina. Nel 1999, intervistato da Camillo Pavan, ricordava che un giorno di fine ottobre la maestra mandò a casa i bambini dicendo di correre a nascondersi nei campi. Masse di soldati italiani si riversavano per la via di Noale lasciando dietro di sé scompiglio nei pollai e alberi di mele spogli (maturavano in quei giorni i “pomi modenesi”). Avevano fame. Chi aveva soldi pagava, gli altri rubavano. A distanza di ottant’anni Bragato prendeva ancora sul serio quello che gli raccontavano gli adulti dopo Caporetto, e cioè che quando il tedesco beve e si ubriaca (durante l’invasione saccheggiava le cantine) per otto dieci giorni non si muove più, dando il tempo ai nostri di organizzarsi sul Piave. Bragato ricordava poi la presenza dei disertori. Passata la grande massa di soldati, due di loro saltarono il fosso, si avvicinarono al portico di casa e gli chiesero: «“Cèo, ghe xe qualchedun drìo a strada?” [Piccolo, c’è qualcuno lungo la strada?] “No!” … Hanno fatto un salto come due lepri e via». A Noale, aggiunse Bragato, dopo Caporetto fucilarono otto o dieci soldati “perché scappavano”. La notizia è da verificare, però ci aiuta a cogliere il clima di quei giorni di inizio novembre che, come ricorda Bragato, erano i giorni dei Morti.

4. Il nome di Arnaldo Checchin fu inserito tra quelli dei Caduti sul monumento eretto da alcuni parrocchiani a Trivignano, per essere invece cancellato dal monumento di Zelarino che nel 1927 soppiantò quello di Trivignano. Il suo corpo, seppellito a Noale a pochi passi da dove era avvenuta la fucilazione, finì dieci anni dopo tra le ossa ammassate all’ossario di Fagarè. Io ci sono stato portato da bambino, rimasi così sconvolto dal vedere sotto vetro ossa umane alla rinfusa che al ritorno a casa mia mamma rimproverò mio papà per aver portato un tosatèl a vedere quelle cose, e mio papà rimase mortificato.

Il caso di Checchin è abbastanza comune per la Prima guerra mondiale. Si calcola che nelle battaglie del 1916 a Verdun – ma in altri fronti la situazione non fu molto diversa – morirono mille soldati per metro quadrato. Dopo la guerra fu costruito un ossario per mettervi, visibili sotto vetro, teschi e ossa che si supponeva fossero appartenuti a soldati francesi, mentre i probabili resti dei soldati tedeschi furono ricoperti di terra. I singoli Stati si riprendevano i propri corpi, segnando frontiere della cui esistenza la Morte pare non essersi accorta. Ma nel caso di Checchin non si trattava solo dell’impossibilità di ricomporre e riconoscere corpi fatti a pezzi. La fucilazione implicava infatti un marchio di vergogna e la condanna all’oblio.

In Italia, più che in altri paesi, subito dopo la guerra furono apposte lapidi in cui la pietà per chi aveva perso la vita era accompagnata, e spesso sostituita, dalla maledizione per chi li aveva mandati a morte. Lapidi e iscrizioni, dedicate “Ai proletari vittime della guerra” o “Ai proletari vittime delle guerre borghesi”, ricordavano “l’orrenda carneficina / l’immane flagello”, condannavano il “fratricidio inutile”, invocavano “odio contro la guerra / maledizioni contro coloro che la benedirono e la esaltarono”, auspicavano “un’era novella / senza tiranni, né schiavi, né guerre”. Una lapide posta nel cimitero militare di Schio a ricordo di due soldati fucilati per ordine del generale Graziani nel corso della ritirata di Caporetto diceva: “Vittime insanguinate / di sanguinario militarista”.

Queste targhe e queste lapidi ricordavano non solo i soldati, ma tutte le vittime della guerra, compresi i disertori e i civili. Si trattò di un movimento molto forte: basti dire che a Milano fino al 1921 non fu possibile erigere nessun monumento ai caduti. Bandiere del movimento operaio recavano le scritte “Disonoriamo la guerra” o “Giù le armi”, e raffiguravano baionette e spade spezzate.
Lo squadrismo fascista distrusse lapidi, cancellò iscrizioni, razziò bandiere. Il regime fascista poi pretese e ottenne il monopolio del ricordo e del lutto, tanto da far dimenticare persino il ricordo di quel conflitto di memorie. Le denunce nei confronti di quelli che venivano chiamati “pescecani” – cioè di chi si era arricchito con la guerra – vennero dimenticate. Rimosso il ricordo delle vittime civili (non solo uccisi dalle bombe, si pensi alla popolazione falcidiata dalla spagnola). Cancellati gli stupri contro le donne, incoraggiati dai comandi militari. I monumenti innalzati ai Caduti – un eufemismo per eliminare ogni riferimento a uomini mandati a uccidere e a farsi uccidere – celebrarono l’umile fante la cui virtù è l’obbedienza, e riaffermarono la gerarchia militare il cui prestigio era uscito a pezzi dalla guerra. Monumenti simili accomunano sia i paesi che avevano vinto la guerra sia quelli che l’avevano persa: a testimonianza che alla fine a vincere furono la guerra e gli Stati.

Maudite soit la guerre è il titolo di un film profetico uscito in Belgio nel giugno 1914. Maledetta sia la guerra, dice una canzone popolare italiana risalente alla prima guerra mondiale. Maudite soit la guerre si legge in un monumento innalzato in Normandia poco dopo la fine del conflitto; negli stessi anni nei pressi di Stoccarda un monumento riportava l’iscrizione Nie wieder Krieg! (Mai più guerra!). Molti giovani che partirono volontari – come i più noti tra i poeti inglesi – espressero ben presto tutto il loro orrore. Sappiamo quanti romanzi fin dagli anni Venti hanno raccontato la verità sulla Grande guerra. Per quanto mi riguarda, mi fido di quanto mi hanno raccontato i miei nonni e le mie nonne. Se malediciamo la guerra non lo facciamo solo per una sensibilità dei giorni nostri, ma per riprendere le voci di quanti hanno denunciato le menzogne su vicende che avevano conosciuto di persona.

5. Denunciare le menzogne ufficiali non significa per questo rinunciare al dolore, non significa per questo fare a meno di onorare i morti, al contrario. Come disse il filosofo Günther Anders nel Cinquantenario della Grande guerra: “Se trasferiamo il rispetto che dobbiamo portare alla morte stessa e ai nostri morti alla «Cosa» che è stata causa della loro morte, allora commettiamo quanto di peggio possiamo commettere in quanto superstiti: giacché, così facendo, collaboriamo a posteriori proprio con coloro di cui essi sono caduti vittime”; e concludeva: “Solo se conserviamo fino in fondo questa consapevolezza onoreremo davvero i nostri morti. Solo allora potremo far sì che siano morti non inutilmente. Solo allora, cioè, essi diventeranno i nostri ammonitori contro il ripetersi di cose come queste”.

È con questo spirito che, a nome di storiAmestre e dell’associazione Dalla guerra alla pace – forte Gatta e di tutte le associazioni che hanno aderito all’iniziativa, è con questo spirito che vi invito a ricordare Arnaldo Checchin e le vittime di guerra che verranno commemorate da una targa che d’ora in poi rimarrà affissa qui, all’interno del forte Mezzacapo.

Note

Devo le notizie su Arnaldo Checchin alla ricerca di Claudio Zanlorenzi che si legge ora in https://www.fortemezzacapo.com/centenario-grande-guerra/ricordo-del-soldato-checchin-arnaldo-1/.

La lettera di Andrea Graziani fu pubblicata dall’Avanti!, edizione nazionale, 6 agosto 1919 (n. 216), p. 1 (il generale scrive per errore Noventa di Piave); bandi di Andrea Graziani, ivi, n. 221, 223, 233. La fucilazione di Noventa Padova in Piero Melograni, Storia politica della grande guerra 1915-1918, Laterza, Bari 1969, pp. 445-448, e in Cesare Alberto Loverre, Al muro. Le fucilazioni del generale Andrea Graziani nel novembre 1917. Cronache di una giustizia esemplare a Padova e Noventa Padovana, “Materiali di lavoro”, Centro Studi Ettore Lucini, n. 19 (2001), pp. 5-24.

L’intervista di Camillo Pavan in http://camillopavan.blogspot.it/2010/04/intervista-luigi-bragato.html.

Sulle lapidi antimilitariste vedi Gianni Isola, Guerra al regno della guerra! Storia della Lega proletaria mutilati invalidi reduci orfani e vedove di guerra (1918-1924), Le Lettere, Firenze 1990, pp. 165-181; John Foot, Fratture d’Italia, Rizzoli, Milano 2009.

Günther Anders, I morti. Discorsi sulle tre guerre mondiali, in Id., Discorso sulle tre guerre mondiali (1964), a cura di Ea Mori, Linea d’ombra, Roma 1990, pp. 16-18.

1 commento per Per Arnaldo Checchin, per rispetto ai morti e in spregio alla guerra. Forte Mezzacapo, 5 novembre 2017

  • Franca Cosmai

    Bravo come sempre, Piero. Le vicende dei singoli sono molto efficaci e coinvolgenti inoltre dalle ricostruzioni di Piero traspare una grande umanità.

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