In linea da: 10/09/2017

I cannoni asburgici di Cortina. Ladinità, marketing territoriale e disinteresse per la ricerca storica

di Piero Brunello

A fine luglio, una notizia relativa alla ricollocazione di due cannoni ottocenteschi nell’atrio del municipio di Cortina suscita la curiosità di Piero Brunello. Verifica di alcune delle circostanze storiche rievocate, e riflessioni sulla etnicizzazione del discorso e sull’uso pubblico della storia.

1. A fine luglio sono rimasto incuriosito leggendo in un giornale online la notizia che “i cannoni di Radetzky”, a un certo punto rimossi dall’atrio del municipio di Cortina dal commissario straordinario con “malcontento della comunità ladina” (perché “Sono la nostra storia”), erano tornati dov’erano; la notizia di cronaca era corredata di una breve storia della vicenda.

Riassumendo quel che si legge nell’articolo:

1. I due cannoni erano stati donati da Radetzky nel 1848 “come ringraziamento per la fedeltà dimostrata dalla gente ladina all’Impero”.

2. I cannoni si trovano nel municipio di Cortina dal 1851.

3. Nel novembre 2015 il commissario straordinario li aveva rimossi per poter svolgere alcuni interventi di manutenzione. Subito l’Unione dei Ladini d’Ampezzo aveva richiesto che i due manufatti tornassero al loro posto.

4. I due cannoni, dopo essere stati lucidati da “operai comunali”, sono stati riportati nell’atrio con “una breve, ma sentita cerimonia”. Il sindaco si è rallegrato. La presidente dell’Unione dei Ladini di Ampezzo a) ha parlato di “storia di un popolo”, e ha precisato b) che i due cannoni “non hanno mai ucciso nessuno, erano usati per le esercitazioni e per le feste”, e c) “fanno parte della nostra identità”.

5. Uno studioso interpellato non parla di Ladini; ricorda invece “come i due cannoni fossero strumenti di festa, di allegria, ma anche di progresso e di cultura”, e aggiunge che furono utilizzati il 18 agosto 1848, nei prati fra Mortisa e Lacedel, per festeggiare il compleanno dell’imperatore Francesco Giuseppe.

C’erano alcune cose che non tornavano. La prima era che Radetzky avesse voluto ringraziare nel 1848 “la gente ladina dell’Impero”. Ladini in quell’epoca? Nelle mie ricerche non ho mai incontrato questa dizione nei documenti. La seconda cosa era la connotazione etnicizzante dell’episodio, secondo una tendenza in atto da parecchi anni ormai: il ladino da lingua diventata popolo. La terza curiosità riguarda le modalità della consegna dei cannoni al Comune: possibile che nel corso del Quarantotto, con tutte le città dell’Impero in rivolta, Radetzky avesse trovato il modo di ringraziare un Comune per essersi comportato come fece il resto del Tirolo? Che cosa aveva fatto di speciale Cortina per meritarlo? E infine, è possibile che a Cortina venisse festeggiato il compleanno di Francesco Giuseppe il 18 agosto 1848 prima che diventasse imperatore, visto che l’abdicazione dello zio Ferdinando avvenne ufficialmente il 2 dicembre di quell’anno?

2. Il 29 luglio scrivo una mail al mio amico ed ex collega Mario Infelise, conoscendo i suoi studi sulle valli ladine:

“Caro Mario, è possibile che Radetzky abbia voluto ringraziare nel 1848 (o 1851) «la comunità ladina» di Cortina come leggo in questa notizia? Un saluto, Piero”.

Subito Mario mi risponde:

“Mah, che si definissero ladini nel 1848 o 1851 ho qualche dubbio. Proverò a guardare nella mia biblioteca ladina che ho qui, ma dubiterei. Tanto più che ancora verso il 1980 i ladini delle quattro valli dolomitiche non erano molto contenti del fatto che i cortinesi si definissero ladini. Ciao”.

Dopo qualche convenevole, due giorni dopo ancora Mario mi comunica i risultati della ricerca sulla sua biblioteca che mi aveva promesso di fare:

“Ho ripreso in mano un po’ di bibliografia, soprattutto Luciana Palla (due libri del 1986 e del 1991, vedo anzi che in uno sei anche ringraziato), Mauro Scroccaro (1990) sulla questione ladina in Fassa tra 1918 e 1948, Luigi Baroldi, un prete fassano che ha scritto una storia di Fassa nel 1885 e il padre Frumenzio Ghetta, storico della ladinità fassana.

Non è chiarissimo quando si inizia a utilizzare il termine “ladino”, mi pare attorno al 1880 e poi in modo crescente quando si inizia a discutere delle caratteristiche delle lingue delle valli dolomitiche. La disputa è soprattutto linguistica in origine e da una parte vi sono i tedeschi, dall’altra i trentini, come Cesare Battisti, Carlo Battisti che tendono a sostenere l’italianità dei dialetti. Vi è tra l’altro una lunghissima controversia su quando le valli siano state popolate, se in epoca medioevale, o se lo fossero anche in precedenza da popolazioni retiche, resistenti alla latinizzazione e anche poi alla germanizzazione (naturalmente gli intellettuali locali sono per questa ultima versione).

L’ideologia ladina si consolida in prossimità della guerra e poi nel resto del ‘900 e ha come elemento chiave il non voler essere assimilati ai tedeschi e neppure agli italiani, magari in un contesto di fedeltà politica tirolese e asburgica.

Occorrerebbe studiare meglio l’uso del termine che mi pare soprattutto funzionare in un contesto linguistico italiano. I tedeschi definiscono le popolazioni delle valli ‘Welsch’ che, se non sbaglio, ha la medesima radice wel/wal con cui i popoli germanici definiscono i latini, dalla Vallonia alla Valacchia.

In tutta questa storia l’ampezzano è legato alle valli ladine tirolesi. Vedo nel libro della Palla che quando l’Austria propone al regno d’Italia la cessione del Trentino, esclude Fassa e Ampezzo. Ciao”.

La risposta di Mario mi confermava che nessuno attorno al 1848 parlava di Ladini. Ho ripreso in mano un articolo del 2003 di Glauco Sanga, Identità artificiali1, in cui vedo che i Saggi ladini di Graziadio Isaia Ascoli, che per primo crede di individuare una lingua a partire da alcune affinità linguistiche, è del 1873. Ascoli ipotizzava un’antica unità di tre gruppi dialettali (Grigioni, valli dolomitiche, friulano) “i cui parlanti – osserva Sanga – non si capiscono tra loro”; altri linguisti come Carlo Battisti e Giovan Battista Pellegrini sostengono invece (e secondo Sanga hanno dimostrato) che quei dialetti “rappresentano le fasi arcaiche dei rispettivi dialetti, lombardi e veneti, della pianura sottostante”2. So che le tesi di Sanga sono discusse dagli studiosi ladini, ma non faccio controlli perché non è questo l’argomento che m’incuriosisce in questo momento, bensì i cannoni di Radetzky.

3. Nel frattempo scrivo una email a un altro amico, Matteo Melchiorre, anche in questo caso conoscendo i suoi studi su di un’area di confine tra Repubblica di Venezia (poi Regno d’Italia) e Tirolo asburgico, approfittandone per chiedergli se poteva mandarmi la riproduzione digitale di un saggio sui cannoni di Cortina il cui titolo avevo trovato facendo una ricerca online. Contemporaneamente all’email di Mario Infelise mi arriva la risposta di Matteo:

“Caro Piero, io non mi capacito più. Ci sono tante e tante situazioni di manipolazione della storia e di abuso della storia come non mai da quando io ho memoria. Con D. B. stiamo facendo un malatissimo censimento di queste cose. Capiamo che c’è una fame di storia spaventosa, che porta chiunque a farsi cuoco e a cucinare pietanze velenose. Molto velenose.

Ti allego scansione dell’articolo sui cannoni di Cortina… Un abbraccio”.

Scorro rapidamente il saggio allegato e rispondo subito:

“Caro Matteo, grazie mille, i documenti che mi alleghi sono istruttivi e già a una prima scorsa si capisce come la notizia data nei giornali abbia ben poco a che spartire con i fatti del 1851; un abbraccio”.

Nel breve contributo allegato3, Illuminato De Zanna pubblica il carteggio tra Radetzky e l’Amministrazione comunale di Cortina del 1851, allo scopo di confutare “la credenza comune” che collegava i cannoni al 1848. Quando De Zanna pubblica i documenti, alla fine degli anni Sessanta, “la credenza comune” diceva che i cannoni esposti nell’atrio del Municipio di Cortina erano quelli recuperati dal torrente Boite dov’erano finiti nello scontro del 1848 tra cadorini e truppe imperiali alla Chiusa di Venas, tanto che il Cadore li voleva traslocare nel Museo di Pieve; per evitare polemiche nel 1934-1935 (mancano le date esatte) i cannoni erano finiti nella soffitta del Comune di Cortina. Ma ecco i documenti.

Il 30 gennaio 1851 il Capo Comune di Cortina scrive a Radetzky che nel 1848 “i rivoltosi Cadorini” avevano fatto precipitare alla Chiusa di Venas tre cannoni nel torrente Boite; il Capo Comune di Cortina si era portato a Venas con alcuni uomini – non si dice quando – per recuperare i cannoni (che evidentemente appartenevano a Cortina), ma oltre cento Cadorini li avevano messi in fuga a sassate. Il Comandante militare organizzò una spedizione e recuperò i cannoni, che furono inviati a Franzenfeste (oggi Fortezza).

Il 1 febbraio 1850 il Comune di Cortina chiese i tre cannoni, ma la risposta fu che nel frattempo erano stati a Vienna per essere fusi assieme a tutti quelli predati nel Lombardo Veneto. Il Comune mandò una nuova istanza il 30 gennaio 1851, dicendo di accontentarsi di due soli cannoni “anche di medio calibro ed a memoria delle vicissitudini scabrose dell’anno 1848”. Se però Sua Eccellenza Radetzky non voleva “armare un paese di due cannoni”, il Comune avrebbe gradito anche “qualche pezzo reso inadoperabile, il quale dovendo il Comune costruire un nuovo campanile e fornirlo della maggior campana, verrebbe a questo oggetto impiegato, facendo iscrivere sopra la stessa il nome dell’immortale Donatore”.

Il 25 maggio 1851 il Commissario Distrettuale (il carteggio con Vienna seguiva la via gerarchica) informava il Capo Comune che Sua Maestà aveva assegnato “in favore del Comune n. 2 cannoni da levarsi da Palmanova”; per mostrare “tutta la possibile gratitudine a tanta munificenza”, il Comune stesso avrebbe organizzato la spedizione da Palmanova a Cortina via Carinzia e Val Pusteria, “solennizzando con una adatta festa l’arrivo degli anzidetti cannoni”.

La cerimonia di consegna avvenne il 9 luglio 1851 secondo un protocollo studiato nei dettagli. La sera precedente arriva il Luogotenente in carrozza; sparo di mortai; suona la banda; il Luogotenente passa in rassegna i bersaglieri schierati, poi nella locanda Ghedina riceve in ordine il Clero, gli Impiegati e la Rappresentanza comunale. La mattina del 9, alle otto e mezza, bersaglieri, clero e rappresentanza comunale accolgono il Luogotenente all’uscita della locanda e l’accompagnano in chiesa; messa con Tedeum; fuori sparano a salve, con cannoni e mortai; finita la messa tutti nella sala d’armi passando sotto “varie arcate con molte significanti iscrizioni”; discorso del Luogotenente da un pergolo davanti alla “numerosa popolazione” che alla fine grida “molti Evviva”; la Banda attacca l’inno nazionale austriaco; altri colpi di cannone. Pranzo con le autorità e “proteste di fedeltà ed attaccamento all’Augusto Trono”. Alla fine del pranzo, visita “al confine del Lombardo-Veneto al luogo cioè della avvenuta battaglia 2 e 3 maggio 1848”. Al ritorno a Cortina il Luogotenente visita “il casino del bersaglio, l’ospitale, le scuole ed i pubblici luoghi”.

4. Alla fine, come possiamo riassumere la vicenda, anche in rapporto alla notizia data dai quotidiani?

1. Nel 1848 tre cannoni appartenenti al comune di Cortina (che faceva parte dell’Impero asburgico) vengono buttati nel torrente Boite da Cadorini (che avevano aderito alla Repubblica veneta proclamata in marzo) nel corso di uno scontro con truppe austriache che avevano iniziato la riconquista delle province venete. Nel più ampio contesto delle rivoluzioni del ’48, qui il conflitto di fondo sembra quello tra Cadorini e Ampezzani: e questi ultimi si sentono punti nell’onore. Immagino che l’episodio diventi significativo perché si situa in una trama di rapporti molto fitti tra Ampezzo e Cadore, come quelli raccontati per Feltrino e Primiero da Matteo Melchiorre4. La divisione tra Cadore e Ampezzo si colora nel 1848 del conflitto nazionale tra Italia e Austria.

2. Non riuscendo a recuperare i cannoni (i Cadorini prendono gli Ampezzani a sassate), la rappresentanza comunale di Cortina ricorre alle autorità austriache, perché nel frattempo i tre pezzi di artiglieria erano stati recuperati e si trovavano a Franzenfeste (oggi Fortezza). Cortina, che intende regolare i conti con i Cadorini, chiede i cannoni non come ricompensa (teme anzi che Radetzky risponda negativamente proprio per non dotare il Comune di armi), ma per dimostrare o ribadire la propria fedeltà asburgica, e farsi perdonare di essersi fatta sottrarre i cannoni.

3. Nel 1851 Cortina riceve dall’imperatore due cannoni provenienti da Palmanova (quelli recuperati dal Boite erano stati fusi). Non è Radetzky a ringraziare Cortina per la sua fedeltà nel Quarantotto, ma al contrario Cortina a ringraziare Francesco Giuseppe per la sua “condiscendenza”.

4. Non è chiaro che cosa Cortina volesse fare dei cannoni (in parte forse fonderli per la campana del campanile allora in costruzione). L’obiettivo principale era riaverli indietro e rispondere all’affronto dei Cadorini; con il suo dono l’imperatore avrebbe ristabilito l’onore di Ampezzo.

5. Dopo la Prima Guerra Mondiale, in seguito alla quale Cortina entra a far parte del regno d’Italia, il Museo di Pieve di Cadore reclama i cannoni, nell’errata convinzione che fossero quelli fatti precipitare dai Cadorini nel Boite nel 1848. Il possesso dei cannoni continuava a rientrare nel conflitto tra Ampezzo e Cadore: ed è per sopire quelle polemiche, stando almeno a quanto scrive De Zanna, che nel 1934-1935 i cannoni furono rimossi temporaneamente dall’atrio del Municipio di Cortina. Si sarà voluto con questo gesto rafforzare anche le relazioni politiche e diplomatiche con l’Austria? Possibile: quelli sono gli anni di buoni rapporti tra il regime di Mussolini e il governo austriaco, prima del cambio di politica in senso filogermanico da parte del fascismo italiano nel 19365.

6. Fin dal Quarantotto nella vicenda si intrecciano due piani: a. il conflitto tra Ampezzani e Cadorini; b. il confine tra Impero asburgico, di cui Cortina fa parte, da un lato, e dall’altro Serenissima (poi Lombardo Veneto dal Congresso di Vienna, Governo provvisorio della Repubblica Veneta nel 1848, ancora Lombardo Veneto fino al 1866 e infine Regno d’Italia dopo la prima guerra mondiale quando, nel 1923, Cortina viene assegnata alla provincia di Belluno).

7. La novità dei nostri giorni è a. il richiamo alla ladinità, b. il tono etnicizzante del discorso.

8. Il richiamo alla ladinità è nuovo, ma è anche un metodo consueto, quello che è stato definito “invenzione della tradizione”. Non c’è alcun interesse per la verifica fattuale che la ricerca storica potrebbe offrire, per conferme basate sui documenti; quel che interessa è riprendere e rifunzionalizzare vecchi materiali, usando la Storia per quello che serve.

9. I documenti utilizzati da De Zanna oggi sembrano ignorati, tanto che il dono dei cannoni viene ricordato non come una elargizione del sovrano ma come un riconoscimento della fedeltà di Cortina. Così facendo Cortina chiede che siano riconosciuti i suoi meriti e l’antico legame con gli Asburgo e con il Sud Tirolo.

10. Cortina reclama di essere ladina proprio perché è incerta d’esserlo, o non si sente pienamente riconosciuta dagli altri ladini. Per questo rivendica l’appartenenza al Sud Tirolo e alla Provincia autonoma di Bolzano. Può essere che questo racconto abbia a che vedere con una politica che tende a impedire a San Vito di Cadore, che pure risulta essere un comune ladino, di fare altrettanto.

Certo, la questione federalista in Italia e gli squilibri tra una regione come il Veneto e una provincia a statuto speciale come Bolzano sono faccende serie e reali. Ma tutto ciò è sufficiente a ignorare le regole della ricerca storica?

La rivendicazione di Cortina dimostra che la pratica degli studi e della ricerca storica, nell’ambito dei quali la filologia è fondamentale, è una questione irrilevante nel discorso pubblico, dove la Storia, insieme al Paesaggio e all’Enogastronomia, viene usata come ingrediente nella gestione del marketing territoriale: la “nostra” identità.

  1. “Venetica”, III s., n. 7 (2003), pp. 45-58. []
  2. Entrambe le citazioni ivi, p. 50. []
  3. Illuminato De Zanna, I cannoni di Cortina d’Ampezzo, “Archivio storico di Belluno Feltre e Cadore”, a. XL (1969), n. 186, pp. 30-32. []
  4. La via di Schenèr. Un’esplorazione storica nelle Alpi, Marsilio, Venezia 2016. []
  5. Si può vedere il vecchio articolo di Enzo Collotti, Il fascismo e la questione austriaca, “Il movimento di liberazione in Italia”, 81, 1965, pp. 3-25, disponibile online. []

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