In linea da: 20/07/2017

Non è tutto verde quel che luccica

di Giacomo Pasqualetto

Il nostro amico Giacomo Pasqualetto attraversa Mestre con una macchina fotografica per osservare gli spazi ancora sgombri da fabbricati e occupati da vegetazione. All’interno di questo “verde urbano”, che esula da quello dei parchi pubblici strutturati, Pasqualetto individua varie categorie: verde perduto, verde mancato, verde conteso, verde potenziale, verde insicuro. Le foto che illustrano l’articolo sono dell’autore.

Non è tutto verde quel che luccica: dunque, prima di iniziare, alcune precisazioni. Userò l’accezione di “verde urbano” inteso come patrimonio complessivo di verde, “suolo libero da costruzioni”, con diverse destinazioni d’uso per differenziarlo da tutto ciò che è edificato. Non prenderò in considerazione quella tipologia di verde pubblico ampiamente strutturato ricadente all’interno del perimetro dei parchi urbani (Albanese, San Giuliano, Piraghetto) nonché all’interno dei giardini pubblici di ville storiche come Villa Franchetti, Villa Erizzo Bianchini e Villa Querini. Inoltre non rientrano nell’osservazione i boschi di Mestre, sia storici sia in via di formazione, all’interno della cerchia urbana e nella cintura metropolitana.

L’indagine ruota attorno all’osservazione dello stato attuale di alcuni luoghi mestrini e degli usi/riusi contestuali, pensati o spontanei, di spazi “interstiziali”. Oltre alla mera presenza, riconosciuta come indicatore di benessere sociale, prenderò in considerazione un altro fattore, riguardante la “cura” del verde urbano, non già solo intesa nell’accezione di manutenzione, bensì come stato complessivo del luogo vissuto.

Il verde perduto

L’itinerario parte dalla periferia di Favaro Veneto per portarsi alla stazione di Mestre, passando per il centro storico. Il riferimento di partenza è dunque l’asse viario, non ancora completamente terminato nel suo ultimo troncone, della nuova via Vallenari o “Vallenari bis”.

Una nuova configurazione dello spazio periurbano va prendendo forma, ancora una volta, attorno alla realizzazione di un’infrastruttura. Il nuovo asse, collegando la via Triestina a viale Vespucci, intersecando via Martiri della libertà, darà il via a nuove lottizzazioni in quella porzione residuale di campagna che, costeggiando il margine sinistro del canale Osellino e il bosco degli Ottolenghi, entrava fin quasi nel cuore di Mestre conservando un’unità territoriale e un’omogeneità in molti casi sfruttata in maniera informale per passeggiate e biciclettate lontane dal traffico.

Uso il termine “informale” in quanto lungo questa porzione di canale, sul lato opposto al viale Vespucci, nonostante la posizione favorevole, non è stato mai realizzato un vero percorso strutturato ciclo-pedonale che fosse in grado di sfruttare la presenza dell’argine e quindi del canale, (magari costituendo una cerniera verde tra il parco Albanese e il parco San Giuliano, nonché una porzione del Bosco di Mestre), lasciando inutilizzato un potenziale tragitto di tipo naturalistico.

Il verde vissuto

Lì dove, oggi, il lotto della strada in questione, già completato, si allaccia, tramite la nuova rotonda di via delle messi e della vecchia Vallenari, al lotto in fase di completamento, è possibile scorgere la presenza, su di un terreno periurbano, di alcuni orti “spontanei”.

Adiacenti all’area del vecchio campo sinti, attivo dal 1965 per concessione dell’allora monsignor Vecchi (il terreno era proprietà del beneficio parrocchiale) fino all’approvazione della variante della residenza prevista dal Piano Regolatore per Mestre est, si inquadrano tra le palazzine a schiera della vecchia Vallenari e le più recenti residenze di via Buozzi. Questo caso di riappropriazione dello spazio appare molto interessante da osservare in quanto, dove il terreno risultava incolto da diversi anni, è stato possibile ricavarne un uso assolutamente in controtendenza rispetto al destino edificatorio preponderante, che vede il costante sacrificio del verde marginale soprattutto in contesti periferici e perirubani.

Inoltre, vista la vicinanza degli orti del parco della Bissuola, questo genere di recupero funzionale del terreno contribuisce a donare un aspetto di cura e pulizia in continuità col territorio del parco anche in area periferica.

Il verde mancato

Portandoci verso il centro di Mestre forse il caso più emblematico di verde mancato prende forma dalle caratteristiche del nuovo giardino di Porta Altinate. Senza voler ripercorrere le vicende di cronaca che hanno condotto alla realizzazione di questo ritaglio di verde, a partire dal programma del Piruea Cel-Ana Tessar, vorrei focalizzarmi sulle seguenti considerazioni.

Realizzato ad hoc nell’estate 2009, con lo scopo di compensare il cambiamento di destinazione d’uso del giardino di via Pio X, cerca di ricalcare in parte la trama dell’estinto Parco Ponci. Se sul successo dell’iniziativa si è aperto un dibattito molto duro, dopo otto anni dall’operazione, quel che emerge a prima vista è che il giardino, ricavato da una porzione di parcheggio, sembra trovarsi a disagio e in una situazione scomoda, entro cui non riesce a dialogare con gli immediati dintorni a causa di un’apparente inconciliabilità d’uso degli spazi. La forzata convivenza del giardino in questione con il parcheggio e il mercato bisettimanale, non sembra in grado di mettere questo spazio verde in condizione di essere realmente valorizzato e adeguatamente vissuto e curato. In altre parole, sembrerebbe emergere tutta la contraddizione di una ricerca forzata di recupero urbano attraverso la sola parziale riproposizione di uno spazio verde circondato da un sedime di asfalto che ne limita di molto l’attrattività e le potenzialità proprie di parchi e giardini.

Altra questione è il caso del “giardino delle mura”. Qui il verde assente (è proprio il caso di dirlo) si inscrive all’interno del complesso denominato “Torre San Lorenzo”. Parte integrante dell’iniziale progetto di “liberazione” della torre dell’orologio, arenatosi successivamente alla costruzione fisica dell’edificio il quale resta tutt’ora in massima parte inutilizzato e incompiuto, il giardino di 1390 metri quadrati previsto resta solo sulla lista dei buoni propositi volti alla riqualificazione urbana del centro mestrino insieme al recupero (apparentemente come centro espositivo polifunzionale) della ex scuola De Amicis. In questo contesto le barriere, in cemento e pannelli di compensato, che delimitavano il cantiere, sono state più volte, nel corso degli anni, danneggiate e oltrepassate, lasciando immaginare una gamma di usi con finalità al limite della legalità e della decenza.

Il verde ritrovato

Nato ricalcando l’idea del “boulevard” francese, nella seconda metà dell’Ottocento, collegando il centro di Mestre (prolungamento naturale di via Palazzo) con il centro di Carpenedo (allora due Comuni ancora separati da frazioni di campagna), con una doppia fila di tigli su ciascun lato, questo asse rettilineo dalla lunghezza di circa un chilometro resta una strada dalla percorribilità piacevole, anche se negli anni molte cose sono cambiate lungo i suoi margini.

Il viale, dedicato a Garibaldi, lungo il cui tracciato si sviluppò, prima del boom edilizio e poi ancora negli anni Ottanta del Novecento con l’apertura dell’asse di via Fradeletto, una residenzialità tipica della villeggiatura con alcune testimonianze di ville molto interessanti (Villa Franchetti ne è un esempio), è caratterizzato dalla presenza di un giardino dalla singolare forma “a mandorla” noto anche come “rotonda Garibaldi”. Questo piccolo polmone verde custodisce importanti presenze arboree ad alto fusto e, considerata l’area residenziale, è stato sempre oggetto di una buona manutenzione. Si può notare che, soprattutto in primavera ed estate, il giardino viene frequentato dalle badanti per portare a passeggio gli anziani, a testimonianza della tranquillità del luogo, e come percorso da passeggio nel tratto tra le due municipalità.

Il viale è stato rinnovato completamente tra il 2010 ed il 2011 con l’aggiunta della pista ciclabile, la realizzazione del marciapiede in porfido e l’inserimento di aiuole con essenze floreali e vivaistiche al posto di numerosi parcheggi per automobili.

Il progetto è solo parzialmente riuscito; in particolare si può notare come soprattutto la parte dopo la “rotonda Garibaldi” in direzione della via Palazzo, si trovi spesso in pessimo stato di manutenzione e in molte aiuole le piante risultano morte o eradicate mentre altre aiuole hanno subito lo schiacciamento causato dalla sosta di veicoli, offrendo un quadro d’insieme in molti casi piuttosto desolante.

Nonostante le buone intenzioni del progetto iniziale, a distanza di sei anni, lo stato attuale fa pensare che l’intervento della pianificazione può non essere sufficiente a garantire una reale e piena riqualificazione di una determinata porzione di città, se da parte della cittadinanza non vi è una partecipazione concreta nella cura delle proprie immediate vicinanze.

Solo in qualche ristretto ambito del viale alcuni residenti hanno cercato, da soli, di migliorare lo stato delle essenze arboree sostituendo le piante morte e introducendo nuove impiantazioni con il duplice scopo di impedire la sosta non autorizzata di veicoli (facilitata da aiuole lasciate vuote) e di ridare un aspetto piacevole e curato al proprio settore. Queste piccole forme di attivismo urbano si possono facilmente ricondurre a quella “guerrilla gardening”, come viene chiamata, che opera, nei limiti della legalità, per la cura del territorio negli angoli dove l’amministrazione, per diversi motivi, non interviene in maniera apprezzabile.

  

Il verde potenziale

Con questa espressione mi riferisco a tutte quelle aree che, come nel caso dell’ex ospedale Umberto I, racchiudono un potenziale patrimonio di verde, per vari motivi, inaccessibile, e proprio per questo che dovrebbero essere oggetto di attenzione da parte dell’amministrazione rispetto all’interesse strettamente privato.

Un altro esempio: l’ex storico vivaio Cianchi, proprio di fronte al cimitero di Carpenedo. L’attività, cessata ormai da oltre dieci anni, ha trasformato, nel tempo, questa zona in una sorta di ritaglio di vegetazione periurbana. Come in altri luoghi dove l’abbandono si perpetua per lungo tempo, anche qui le recinzioni presentano ampi varchi. In attesa di un recupero funzionale dell’area sarebbe estremamente importante che, in caso di cambiamento di destinazione d’uso, vengano prese in considerazione le potenzialità ambientali del luogo, in particolare relative a quella biodiversità arbo-floro-vivaistica che si è andata consolidando nel corso degli anni creando quello che oggi gli architetti del paesaggio chiamerebbero un “giardino in movimento”, e fare in modo di restituirne in parte la fruibilità alla collettività considerata la necessità di non congestionare ulteriormente il centro cittadino.

Il verde insicuro

Non sarà sfuggita a quanti percorrono quotidianamente la zona di viale San Marco, la presenza di quelle barriere che, da alcuni anni, circondano alcune porzioni di verde e giardini pubblici lungo il viale, in particolare dall’incrocio con via Sansovino verso il parco di San Giuliano nel quartiere Villaggio San Marco. Eredità del boom industriale della Marghera post-bellica, quest’area che ha subito, successivamente al deposito dei rifiuti, un’urbanizzazione protesa fino a San Giuliano, si trova nella condizione di dover essere ancora completamente bonificata.

Quel che stupisce è la precisione geometrica con la quale le barriere sembrano impedirci di giungere in contatto con gli agenti inquinanti. La domanda che sorge spontanea è: ma al di qua di queste barriera metalliche, termina l’inquinamento? E ancora: dopo tutti questi anni, dove si è giocato, camminato o portato a passeggio i cani, cosa può succedere? Purtroppo è difficile rispondere eppure quel verde che cresce incolto, verso il quale improvvisamente si nutre una sorta di paura indotta dalla presenza quasi militare dei cartelli gialli che indicano le aree da bonificare, torna improvvisamente a mostraci i gravi problemi di un passato che non si chiude mai del tutto. Ecco come un verde percepito come amico, sicuro, sinonimo di un qualcosa di “naturale”, benefico, possa di colpo tradire le aspettative percettive del senso comune.

È interessante notare come questo tipo di verde, mascheri molto bene l’agente inquinante in quanto appare assolutamente come un verde naturale, dal colore sano e vivo, rendendo perciò l’inquinamento stesso un nemico invisibile. Un nemico che si palesa invece, attraverso la posa di queste recinzioni e la concomitante segnalazione dei cartelli.

Auspicando una rapida e definitiva bonifica dell’area, sarà interessante osservare come i residenti potranno tornare a fidarsi o meno di quegli spazi verdi e non, che non hanno potuto utilizzare durante il periodo in corso.

Per onore di cronaca, oltre al caso del parco San Giuliano, nato sopra i ben noti rifiuti sepolti per decine di anni (e forse anche del futuro cosiddetto Vallone dei Moranzani a Fusina), è da segnalare che un caso analogo era accaduto nel parco pubblico di viale don Sturzo, il quale per le medesime ragioni, aveva visto una chiusura che aveva impedito al quartiere di Carpenedo di avere un verde pubblico attrezzato per anni con tanto di proteste per la sua rapida riabilitazione.

Dovrebbe far pensare questa nuova configurazione del verde urbano creato quasi in antitesi alla sua funzione. Verde come metafora di disinquinamento, verde come vettore ecologico e sinonimo di “pulizia” e di riabilitazione di luoghi degradati, ma anche verde come “occultatore” di un qualcosa di pericoloso e sconosciuto: qualcosa di invisibile.

 

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