In linea da: 28/06/2017

Storia di Alvisa Zambelli alias Lea Gaon: ebrea convertita, sospetta indemoniata, santa mancata nella Venezia del Settecento

di Adelisa Malena

Pubblichiamo il testo della relazione che Adelisa Malena ha presentato alla festa di storiAmestre, il 27 maggio 2017. Un fascicolo del tribunale dell’Inquisizione di Venezia conserva frammenti dell’autobiografia che un’ebrea convertita scrisse su indicazione del suo confessore, a cui – un giorno festivo del 1727 – aveva riferito di avere delle visioni. Scelte individuali e conflitti con la famiglia; aspettative e controlli di parenti spirituali, vicini e inquisitori; trovare un modello di scrittura per raccontare un’esperienza interiore.

Premessa

Qualche tempo fa un’amica mi ha fatto conoscere un’opera dell’artista israeliana Sigalit Landau, dal titolo Salt bride (sposa di sale). Si tratta di una sequenza di foto subacquee scattate nel Mar Morto. Il soggetto è un costume teatrale indossato nella pièce Il Dybbuk. Tra due mondi – scritto da S. Ansky fra il 1913 e il 1916 – dalla leggendaria attrice Hanna Rovina che interpretava la parte della protagonista femminile Leah.

Il Dybbuk racconta la storia dell’amore infelice tra Leah e un giovane studente di cabbala di nome Chanan. La giovane, per volere della famiglia, è data in sposa a un altro e Chanan, disperato, muore. Il suo spirito però entra nel corpo di Leah, che incomincia a parlare con la sua voce. Il dybbuk è nella demonologia ebraica la possessione da parte dello spirito di un defunto e segna perciò la condizione ain between fra due mondi, fra la vita e la morte. Alla fine la stessa Leah muore a seguito di un esorcismo e così, finalmente, la sua anima può ricongiungersi a quella dell’amato Chanan.

Sigalit Landau ha immerso la copia di questo vestito nelle acque del Mar Morto e col tempo i cristalli di sale si sono attaccati alle fibre del tessuto, rendendolo completamente bianco. Un abito che prima era associato alla morte, all’infelicità e alla pazzia, nel passaggio tra due mondi – terreno e subacqueo – si è trasformato così, alla fine, in un abito da sposa.

Quest’opera e questa storia mi hanno fatto pensare a un’altra Lea di qualche secolo prima. Anche lei ebrea. Anche lei considerata un’indemoniata e per questo sottoposta a esorcismi. Anche lei era stata una sposa infelice e anche nella sua vita il mare fu importante. Anche questa storia – che vorrei ora raccontarvi – si muove fra due mondi.

La storia di Lea/Elena/Alvisa

Di Alvisa Zambelli si parla in un fascicolo conservato nel fondo del tribunale dell’Inquisizione di Venezia dove si legge che in un giorno festivo del 1727 una donna si era presentata al parroco di San Giacomo dell’Orio, Giovanni Maria Fattori, in confessionale e gli aveva riferito di avere dei «mancamenti» e degli «accidenti» – cioè dei momenti di assenza. Fattori sulle prime aveva pensato a una malattia comune e “naturale”, ma poi sospettò che la donna fosse indemoniata e che fosse necessario un esorcismo: cosa che lui praticò e che è qui documentata.

La donna disse di chiamarsi Alvisa Zambelli e di essere «figlia della pia casa dei Catecumeni » – era cioè un’ebrea convertita: quello era il suo nome da cristiana. Da quel momento incominciò una dura lotta fra il prete esorcista Fattori e il diavolo che possedeva Alvisa («un Asmodeo incubo»): una lotta combattuta «per mezo d’orationi, digiuni […] santissimi sacramenti», fino a che Alvisa non fu liberata. E però, raccontava Fattori, pochi giorni più tardi, «restò nuovamente invasata» e in modo ancora più grave. Ben presto il prete notò in quella possessione caratteristiche molto particolari: il demonio le si presentava talvolta nelle sembianze «di suo padre, di sua madre e de’ parenti», parenti che la esortavano ad allontanarsi dal prete per essere finalmente liberata. Quelle che la tormentavano erano insomma figure del passato, e di un passato tanto più sinistro quanto più familiare: di un passato ingombrante e scomodo, dal momento che Alvisa era un’ebrea convertita.

Non erano solo demoni, però, a farle visita. Col tempo Alvisa prese a raccontare a don Fattori anche visioni di tutt’altro segno, almeno in apparenza. Visioni consolatorie, in grado di mandare via i suoi scrupoli, molto frequenti, e di darle sostegno e conforto nei momenti difficili: le appariva allora «un zaghetto – ossia un chierichetto, in dialetto veneziano –, vestito con veste e cotta e stolla tutto risplendente», come accadeva ormai da alcuni anni, addirittura da prima della conversione. Le aveva detto di essere il suo angelo custode. Anche nell’ebraismo le creature angeliche sono importanti, perciò lo «zaghetto» può forse essere considerato come una figura di mediazione tra l’antica e la nuova fede di Alvisa; certo il fatto che quel piccolo angelo fosse vestito da chierichetto gli dava una chiara connotazione cristiana e cattolica.

Fattori le consigliò quello che si faceva di prassi: di fare dei precetti (cioè degli scongiuri) per assicurarsi che anche quello non fosse in realtà un diavolo mascherato. Ma lo «zaghetto» però non scomparve, e anzi continuò a consolarla e a rassicurarla, così come, del resto, la Madonna – che fu molto importante in tutta questa storia.

Per un confessore del Settecento il problema in casi come quello era di stabilire: è il diavolo o è Dio? Ovvero: è indemoniata o è santa? E poi: è una vera o una finta santa? Ma non finiva qui perché, nella seconda ipotesi, ci si chiedeva: finge deliberatamente (per raggirare il prossimo costruendosi una reputazione di santa, magari arricchendosi di elemosine e doni) oppure è ingannata da qualcun altro? O, invece, è vittima di autoinganno?

Per capire meglio – in questo caso come in molti altri – i confessori imponevano alle visionarie di scrivere: di mettere su carta il contenuto delle visioni (e delle rivelazioni, e delle parole che sentivano), ma anche di scrivere come era cominciato il tutto, finendo per raccontare la storia della propria vita. Nella prima età moderna ci furono mistiche popolane che impararono a scrivere proprio così: per obbedire ai confessori. In parecchi casi quelle scritture venivano sottoposte agli inquisitori e le “mistiche sospette”, aspiranti sante, presunte simulatrici, subivano dei veri e propri processi. Alvisa no, a quanto pare. Nel fascicolo inquisitoriale sono contenuti anche frammenti e stralci di quel racconto autobiografico (in senso lato) – prezioso, in questo come in molti altri casi, come fonte storica.

Auto-bio-grafia

Alvisa nel raccontare la sua storia ha dei precisi modelli di riferimento: le vite dei santi. E come nelle vite dei santi la storia è a lieto fine e il centro di tutto è la conversione, che qui non è tanto il passaggio da una vita nel peccato a una vita santa, ma il passaggio da una fede a un’altra. Lei però non presenta mai la conversione come una svolta, bensì come una sorta di disvelamento, di riconoscimento progressivo di un io che lei era sempre stata e che aveva scoperto a poco a poco: un ritorno al suo io più autentico (come se fosse sempre stata cristiana senza saperlo). E perciò dice che da piccola si era sempre sentita attratta dal cristianesimo, dai libri devoti, dalle immagini dei santi (anche per via di una domestica cristiana che lavorava a casa dei genitori): cosa che aveva fatto spesso infuriare il padre e gli altri familiari.

Raccontò di essere nata a Verona nel 1697, figlia del rabbino Moisé Gaon e di sua moglie Rachele i «quali mi posero il nome di Lea, che vuol dire in italiano Elena» (e questo è un elemento interessante: nega il nome ebraico e parlando di sé come Elena dà continuità alla frattura). «Io ebbi sempre abborrimento alla Legge di Moisé cosiché mio padre provava non poco dispiaccere».

Poco tempo dopo la famiglia si trasferì a Spalato e anche qui, a quanto pare, i rapporti con i vicini cristiani erano quotidiani. A tredici anni, secondo le consuetudini delle famiglie di ebrei osservanti, suo padre la diede in sposa a un certo Abramo Fiamengo, che si rivelò presto come un poco di buono dedito al gioco, all’alcool, a traffici illeciti di vario genere e che, per tutto il tempo della loro vita matrimoniale, inflisse ad Alvisa maltrattamenti e violenze e dilapidò gli averi della famiglia.

Nel 1714 a Venezia, in ghetto, la donna diede alla luce il figlio Mardocheo. Buona parte del racconto di Alvisa/Lea è dedicato ai viaggi (per terra, per vie fluviali e per mare) che la donna e il figlioletto affrontarono al seguito di Abramo – che nel frattempo, andato a Zante, si era fatto cristiano, prendendo il nome di Lorenzo Zambelli. In questa prima fase i tre si spostarono da Mestre a Castelfranco Veneto, a Trento, a Verona e poi di nuovo a Venezia. Durante i viaggi Lea aveva continuamente paura che qualcuno potesse riconoscerli come ebrei, cosa che avvenne a Trento, dove vennero identificati come ebrei dalla moglie dell’oste che li ospitava e dove perciò il principe vescovo mandò due gesuiti a tentare di convertirla. Temeva che potessero portarle via il figlio per battezzarlo: timore tutt’altro che infondato. Per molto tempo, quando il marito era già cristiano, Lea resistette alla conversione.

Nella descrizione di questa fase della sua vita si colgono tensioni dilanianti e pressioni forti e opposte, per esempio da parte della sua famiglia e del suo ambiente d’origine da un lato e, dall’altro, dal marito – che arrivò più volte a minacciarla di morte –, da conoscenti e parenti neofiti (molti dei quali provenienti come lei da Spalato) e dai responsabili della Pia Casa dei Catecumeni. Tensioni e tormenti interiori trovano espressione in visioni contrastanti, spesso in aperta lotta tra loro: dello zaghetto che la esortava a convertirsi e la rassicurava, e di orribili demoni, per lo più sotto forma di belve feroci o di uomini dall’aspetto sinistro, che la minacciavano. E così raccontava:

Andata la notte in letto m’apparse un uomo d’aspetto tetro, chiamandomi per nome, dicendomi: «Povera Elena, in qual stato deplorabile vedo l’anima tua perché hai risolto di farti christiana, pensi che ti giovano que’ digiuni c’hai tu fatti, ma senti, avanti che tu ti facci christiana voglio molto tormentarti perché non farai al certo questa rissolutione, voglio anegarti ma prima tuo figlio». Allora io gridai: «Addonai Cevaot, liberatemi da quest’angustia!».

O ancora:

Andai la notte nella mia camera e diedi in un dirotissimo pianto supplicando Dio che mi illumini se la fede christiana è la vera e «se è fede buggiarda fatemi morire». In quello diceva queste parole mi apparve un uomo brutissimo e mi disse: «O povera Elena, tutti quelli che si fanno Christiani vadono all’inferno, guarda bene non ti lasciare ingannare, perché chi muta religione perde l’anima e sarai strassinata con cattene di ferro e di fuocco che t’abbruccierano quelle tue carni delicate». Quest’uomo sempre più mi s’andava vicinando, e m’aveva presa nelle braccia. Io dicevo: «Adonai Cevaot mi aggiuti». Quando questo sentì le parole fuggì e mi lasciò tutta tremante che non poteva appena parlare. Cominciai recitare li salmi di Davide e diceva: «Dio mio ch’avete liberato il popolo d’Isdraele dalle mani del Faraone, liberatemi dalle mani del demonio e ponetemi nella buona strada perché salvi l’anima mia».

A quei tempi Lea/Elena era ancora un’ebrea che invocava in suo soccorso il Dio degli eserciti. Le visioni sembrano dar voce e forma alla lacerazione che la scelta di convertirsi portava con sé. Era difficile la posizione di chi si convertiva, perché se da una parte siglava il distacco e il rifiuto nei confronti della comunità e della cultura d’origine, dall’altra portava con sé un elemento di estraneità irriducibile rispetto alla fede nuova e alla comunità di accoglienza. Era una condizione sospesa tra due mondi.

Ibridismo

Alcune spie disseminate qua e là nel racconto – un racconto retrospettivo, concepito e costruito dopo la conversione, quando Alvisa era ormai una devota cattolica – sembrano rimandare a una concezione religiosa dai tratti per certi versi ibridi. Lo si vede soprattutto nelle preghiere e nelle invocazioni di Dio:

Mentre era a Revere, essendo ebrea, avendo il fanciulo da latte, mi trovai in un’osteria ove si trovavano molti tedeschi; questi avevano concertato la notte di rapirmi, volendo ubbriacare mio marito, ed io che sappevo la lingua penetrai il tutto. L’ubbriacorno però, ma doppo entrato in camera lo fecci andare a letto e doppo mi ritirai piangendo, assieme con il fanciulo, in un sottoscalla ove stavano le galline e mi chiusi dentro. Cominciai piangendo a salmeggiare e chiamando Dio d’Isdraele, dicendo: «Non mi volete aggiutare [sottinteso: Dio d’Israele], aggiutatemi almeno voi, madre del Dio de Cristiani». Subitto venne il zaghetto e mi disse: «Che cosa è che sei così disperata?». Mi porse un fazzoletto acciò m’asciughi le lacrime, dicendomi: «Non dubitare, che non venirai rapitta».

Almeno in una certa fase della sua vita, a quanto pare, Lea non aveva difficoltà a invocare allo stesso tempo il Dio dei suoi avi e, quella Madonna che, in quanto figura femminile e materna – «madre del Dio de’ Cristiani», e per giunta donna e madre ebrea – lei sente vicina: Maria avrebbe compreso le sue angosce di sposa e di madre.

Conversione

Anche se il racconto autobiografico ha per modello vite e leggende di santi e si esprime in un preciso codice agiografico, la conversione arriva dopo un processo lungo e travagliato.

Nel 1718 alla Giudecca, dove era stata portata dal marito, un convertito dalmata di nome Iseppo Dente alias Giacob Penso, assieme a un gruppo di altri neofiti la invitò con insistenza alla conversione, mentre una «voce» interiore – ricordava Alvisa – la esortava a resistere, addirittura fino al martirio, se necessario. E quando il priore della Casa dei Catecumeni venne a prenderla, esortandola a farsi cristiana e minacciandole di portarle via il bambino, rispose che né lei né suo figlio si sarebbero fatti battezzare. E alla fine cercò di sfuggirgli con un atto tanto estremo quanto disperato:

mi voltai ove era una finestra sopra canale e volevo più tosto gettarmi nel canale che andare con lui e farmi christiana e con gran legiadria assieme col figlio mi gettai, che se non v’erano due uomini mi negavo. Doppo mi gettai giù d’una scalla con il figlio nelle braccia e restai ilesa e vidi per aria un zaghetto che mi prese con il figlio e mi poggiò sopra il patto [= pianerottolo]. Il prior, avendo veduto questo, prese il fanciulo e lasciomi con quella gente.

A me pare che qui ci siano i moduli tipici delle leggende dei santi: eventi miracolosi e tratti quasi fiabeschi, però quello che Alvisa descrive è senza dubbio un gesto tragico – un tentativo di suicidio – ed è chiaro che il bambino le fosse stato sottratto con la violenza.

Dai registri della Casa dei Catecumeni di Venezia apprendiamo che Lea/Elena Gaon entrò nella Pia Casa il 20 maggio del 1718 assieme al figlio Mardocheo; quest’ultimo fu battezzato quattro giorni più tardi e prese il nome di Francesco Targhetta mentre Lea ricevette il battesimo solo 8 mesi dopo, il 12 dicembre. Il periodo che passa fra il suo ingresso nella Pia Casa e il battesimo è più lungo della media.

Al momento del battesimo prese un nuovo nome, che disegnava nuove trame di relazioni e nuove appartenenze, “parentele” elettive, protezioni celesti e terrene: Alvisa – come la «suscipiente», ovvero la donna cristiana che si era fatta promotrice della sua conversione Alvisa Campalti –, Lucia – perché il battesimo fu celebrato nella vigilia del giorno di santa Lucia –, Aleotti – poiché «madrina» fu una certa Cecilia, moglie di Pietro Aleotti. In quel nome c’era di nuovo un «microracconto», che diceva la sua adesione a una nuova fede e, soprattutto, i legami con un’altra comunità. Dopo il battesimo Alvisa rimase ai Catecumeni fino alla Pasqua del 1719, decidendo poi, ancora una volta, di seguire il marito (il figlio venne presto riportato alla Pia Casa).

I due si fermarono per qualche tempo a Venezia – dove Lorenzo tentò invano di ricondurla all’ebraismo, verosimilmente per ragioni economiche, nella speranza di trarre vantaggio dalla riconciliazione con le famiglie d’origine. Intrapresero quindi una nuova serie di viaggi avventurosi: andarono in barca fino a Ferrara, poi per terra a Bologna, Firenze, Pisa, Livorno. Nell’angoscia per i continui viaggi disagevoli, le soste in luoghi scomodi e malsicuri, gli incontri con gente di malaffare, la brutalità e l’imprevedibilità del marito, l’immagine della Madonna offriva ad Alvisa – nel frattempo di nuovo incinta – un rifugio celeste per sottrarsi alle miserie terrene ma anche, al tempo stesso, una possibilità di identificazione.

Da Livorno la coppia giunse, per mare, a Messina (città che al momento del loro arrivo, nel 1719, era assediata dalle truppe austriache). Qui Alvisa, in un accampamento militare, partorì una bambina. Il periodo trascorso a Messina fu segnato per lei oltre che dalle angherie del marito, da mali fisici e da un grumo di sogno, veglia, visioni e allucinazioni. Si affaccia in questa fase, continuamente, l’ossessione del voler tornare a Venezia – «più tosto morire che star fuori di Venezia»: un ritorno spaziale ma anche simbolico, che sembra corrispondere al percorso di conversione, descritto nel racconto di Alvisa come un ritorno a sé. Il ritorno a Venezia è forse un modo per contrastare le forze centrifughe che sembrano spingerla via da sé stessa, in un percorso labirintico tra diverse città del Mediterraneo e, metaforicamente, del vagare e del perdersi della sua anima. Quel desiderio alla fine si realizzò: con l’aiuto del suo padre spirituale gesuita, Alvisa riuscì a lasciare la città siciliana (il marito nel frattempo era partito per Smirne) imbarcandosi assieme alla bambina su un vascello veneziano. Dopo non poche traversie e due mesi di viaggio madre e figlia arrivarono finalmente in laguna.

Venezia

Da questo momento il racconto si fa confuso e l’ordine cronologico sembra saltare. Quel che sappiamo è che dopo il ritorno a Venezia Alvisa si era reinserita in un reticolo di relazioni che aveva il suo centro nella Casa dei Catecumeni: assieme alla figlia fu ospitata da varie famiglie di convertiti, poi andò per qualche tempo a servizio in casa di un nobile e infine, con l’aiuto e la protezione di una nobildonna, trovò casa nella parrocchia di San Giacomo dell’Orio. E fu in questa seconda fase della sua vita che iniziò a scrivere: i viaggi erano finiti e Alvisa si era fermata, più o meno dalle parti di San Giacomo.

Da qui in avanti nel racconto il marito e i figli non vengono più nominati e la scena del memoriale è tutta veneziana. È, soprattutto, la scena interiore dell’anima della convertita, tormentata da continue battaglie con i diavoli. La relazione auto-bio-grafica prende la forma di un susseguirsi di visioni – divine e/o diaboliche. A tormentarla era ancora, e continuamente, il tarlo delle sue origini ebraiche: era quella la colpa originaria, che i diavoli di Alvisa non perdevano occasione per gettarle in faccia, ricordandole che quella macchia avrebbe avuto sempre la meglio su tutto il resto, su qualunque altra identità e su qualsiasi forma di obbedienza e sottomissione a santa madre Chiesa. Le voci e le visioni diaboliche avrebbero tentato di indurla alla disperazione, al suicidio, a lasciare il porto sicuro della sua Venezia per essere risospinta nel labirinto dell’errore:

«Alvisa, tu sei molto paza se tu credi di salvarti […] Non sai tu cosa va dicendo la gente per Venezia, va dicendo che sei una furfantona e una putana…, la prima volta che tu vai alla tua casa, tu vederai cosa che ti dirano e oggi o dimani questo tuo prette qua in fazza, pocco di buono, ti dirà che sei una puttana e basta che tu sii ebrea fatta christiana, basta aver quel nome, per esser pocco di buono». Alvisa gli rispose che vada alla malora, che la gente dica quello vuole, che nulla gl’importa e per Gesù vuole tutto soportare purché salvi l’anima sua. Sentì doppo un grande strepitto e urli orribilissimi: «Tu pensi – diceva, povera pazza –, di salvare l’anima tua, ma tu la perdi in questa maniera». Alvisa si levò e gli fece il precetto e non sentì altro.

La direzione spirituale e le prove da parte di Fattori continuarono per qualche tempo; intervennero poi anche altri religiosi e gli inquisitori. Quando i sospetti di Fattori aumentarono, Alvisa si allontanò da lui e si rivolse a un altro confessore, nella chiesa dei Frari. Sappiamo che in seguito Alvisa andò a vivere in una piccola casa nella parrocchia di San Pantalon, con una certa Bernardina Manzini, a lei sinceramente devota. Nei confronti dell’ex padre spirituale le due donne intrapresero, a quanto pare, una vera e propria campagna diffamatoria.

L’ultima traccia della convertita presente nei documenti risale all’8 agosto 1735, e mostra come almeno qualcuno doveva aver considerato Alvisa una “santa viva”. La voce narrante non è più quella di Alvisa, ma probabilmente quella di un religioso, che parla di lei come di «una nuova Caterina da Siena», con le stigmate nelle mani e nei piedi «essendo appresso la gente in molta veneratione, avendo, per quello viene riferto, soccorso sì dalla gente plebea come anche da monache e anche da qualche nobildonna […]».

Conclusione

Alvisa aveva scelto un nome solo e un’identità religiosa univoca e coerente: l’unica nella quale voleva riconoscersi ed essere riconosciuta. Intorno a quella identità cattolica di mistica e donna di santa vita aveva costruito il proprio racconto bio-agiografico e, per quanto ne sappiamo, si aggrappò fino alla fine a quella identità. Dovette sembrarle l’unico modo per sottrarsi alla frammentazione, a tutti i fattori sociali e biografici che sembravano agire come forze centrifughe e disgreganti sulla sua identità.

Qualcuno ci aveva creduto, come abbiamo visto. E ci aveva creduto anche l’anonimo religioso autore di un altro testo contenuto nel dossier inquisitoriale: una relazione che sembra avallare la natura divina delle sue visioni e rivelazioni – che analizzava in dettaglio. Qui si legge, tra l’altro, che Alvisa più volte era stata «rapita in spirito» e portata in cielo, dove la Vergine le aveva mostrato il posto a lei riservato dalla misericordia divina. E più volte la sua anima era stata portata all’inferno. In «quell’orribile caverna» aveva visto i suoi genitori, i suoi fratelli e le sue sorelle. Quello sarebbe stato il suo destino se non si fosse convertita: «Guarda Alvisa cosa è l’inferno e se tu non t’havessi fatta christiana questa sarebbe stata la tua abbitatione, questo il tuo posto».

Persino la visione del posto che avrebbe poi occupato nella «patria celeste», le ricordava insomma la “macchia” le sue origini ebraiche: riportando alla luce un’identità irriducibilmente ibrida. Sembrava condannarla – come il Dybbuk – a rimanere sospesa “tra due mondi”, senza via di scampo.

Nota bibliografica

Le carte inquisitoriali sul caso di Alvisa Zambelli/Lea Gaòn sono state pubblicate da Pier Cesare Ioly Zorattini, Processi del S. Uffizio di Venezia contro ebrei e giudaizzanti, XII, (1682-1734), Firenze, Olschki, 1994, pp. 99-199.

Ne ho scritto in due articoli: Fra conversione, penitenza e confessione: la vita di Alvisa Zambelli, ebrea convertita (1734), in Spazi, poteri, diritti delle donne a Venezia in età moderna, a cura di Anna Bellavitis, Nadia Maria Filippini, Tiziana Plebani, Verona-Bolzano, QuiEdit, 2012, disponibile online; I demoni di Alvisa. Il racconto autobiografico di Alvisa Zambelli alias Lea Gaon, in La fede degli italiani. Per Adriano Prosperi, I, a cura di Guido Dall’Olio, Adelisa Malena, Pierroberto Scaramella, Pisa, Edizioni della Normale, 2011, pp. 383-402.

Lascia un commento