In linea da: 23/06/2017

La difesa di ciò che dovrebbe essere. Parigi, giugno 1848

di Andrea Lanza

Il nostro amico Andrea Lanza ci propone una riflessione sulle “giornate di giugno” del 1848, quando uomini e donne dei quartieri popolari di Parigi presero le armi contro la repubblica nata dalla rivoluzione di febbraio, in nome della repubblica democratica e sociale che pensavano dovesse esistere. La notte tra il 22 e il 23 giugno le strade dell’est parigino cominciarono a coprirsi di barricate; l’ultima avrebbe ceduto la mattina del 26, dopo quattro giornate di terribili combattimenti. Con una riflessione sul significato di insurrezione (e implicitamente di rivoluzione) e sull’uso dell’analogia storica: le ragioni e i sentimenti di chi prese le armi per la repubblica nel giugno 1848 possono essere pensate insieme a quelle di chi partecipò alla Resistenza e sognò la repubblica nel 1945?

Finire i Socialisti, questo mi ricorda ciò che vidi nelle giornate di giugno. Una truppa di soldati conduceva dei prigionieri (dei Socialisti) al Champ-de-Mars per fucilarli. Uno di questi sfortunati, sul ponte della Concorde, scappa, salta il parapetto e si tuffa nella Senna. Sta cercando di salvarsi nuotando, gli sparano dei colpi di fucile dal ponte. Ferito, continua a nuotare. È appena arrivato alla riva, ma della gente onesta che si trova lì lo finisce a colpi di calcio di fucile.

Pierre Leroux, La Grève de Samarez. Poème philosophique, Paris 1863, t. I, p. 293.

È una ricorrenza triste quella delle giornate di giugno, che passa ogni anno, da sempre, pressoché nel silenzio. La difficoltà di ricordare è anche dovuta alla particolare natura di quelle giornate. Cosa ricordare? Come chiamare quello che si dovrebbe ricordare? “Giornate”, “fatti”, “massacri”, “insurrezione”.

I primi due termini sono evidentemente vaghi, volutamente imprecisi, portatori essi stessi se non di una volontà di oblio, almeno di una tendenza a fugare ogni enfasi. Massacri insiste invece sulla violenza, sulla violenza degli scontri o, più spesso, sulla violenza della repressione con cui il primo socialismo fu finito. E in effetti le stime delle vittime sono quelle di una guerra civile: alle migliaia di morti (almeno 5mila stando ai dati ufficiali, intorno ai 12 o 13mila secondo diverse ricostruzioni, ancora di più secondo altre), si somma un numero impressionante di feriti. E alle vittime sulle barricate e nelle esecuzioni, seguono le retate, le esortazioni alla delazione, gli arresti in una repressione diffusa che dura settimane. Il giornale dei “vecchi” repubblicani, La Réforme, senza nascondere il disappunto per la presa d’armi, non potrà nascondere lo sdegno per la “cospirazione della menzogna”, perpetrata “innalzando barricate di bugie contro le barricate di rivolta”, “trattando interi quartieri popolari come bagni penali, come campi d’appestati” (articolo d’apertura di domenica 2 luglio 1848). Solo il sospetto di aver partecipato alle giornate di giugno varrà costante diffidenza e sorveglianza da parte, prima, della Repubblica dell’ordine e, poi, di un Impero di cui si tende spesso a minimizzare la capacità oppressiva.

Il termine “insurrezione” ha tutta un’altra portata, ma è intrinsecamente ambiguo. Se una lunga tradizione lo lega all’idea di un diritto, quello di sottrarsi all’obbligo di obbedienza in caso di tirannia, lo stesso termine designa anche un reato, quello di cui furono accusati i combattenti, i sostenitori e i sospetti delle giornate di giugno. Si dirà che la storia la fanno i vincitori: solo nel momento in cui riesce a prevalere e veder riconosciuta l’illegittimità del precedente regime, l’insurrezione si scopre in diritto. Si dirà quindi che, nel giugno del 1848, il governo legittimo resiste e reprime, e l’insurrezione non può essere che un reato. C’è sicuramente del vero, ma questa spiegazione non basta. Prima d’esser perseguiti come insorti, quegli uomini (e poche donne) che, in assenza o contro gli ordini ufficiali, impugnarono le armi si volevano “insorti”?

Il mito marxiano della Repubblica borghese

Ci sono scritti dalla natura ambigua che finiscono per assurgere a uno status di quasi-fonte, evitando allo stesso tempo di esser discussi quali testimonianze parziali o quali portatori di un determinante paradigma interpretativo. Se poi questi scritti sono opera di un autore dall’indubbia intelligenza e lucidità, anche se a lui servono per affinare un sistema di analisi che avrà un successo di lunga durata, possono essere recepiti come precise descrizioni di fatti in cui si rivela la natura ultima del momento storico. Gli scritti di Karl Marx sul 1848 parigino godono di questa fortuna, giocando un ruolo fondamentale, e non solo fra i marxisti, in ambito storiografico. Affascinanti e capaci di cogliere punti di grande interesse, Le Lotte di classe in Francia e Il 18 Brumaio sono però anche responsabili di una serie d’incomprensioni profonde che hanno finito per occultare alcuni elementi fondamentali delle giornate di giugno.

Nonostante Marx sia stato qualche anno prima a Parigi, traendo da quel soggiorno, breve ma denso d’incontri e scoperte, molteplici lezioni, c’è qualcosa che il filosofo tedesco non capisce e non vuol capire del socialismo francese. Ne è già prova il pamphlet che scrive insieme all’amico Engels per conto della Lega dei Comunisti, il celebre Manifesto del partito comunista. Nell’ultimo breve capitolo, spesso sottovalutato ma di cruciale importanza poiché designa una rete di potenziali alleanze socialiste in tutta Europa, il primo riferimento è ovviamente alla Francia: “In Francia i comunisti si alleano al partito socialista-democratico [si legga: quell’eterogeneo insieme di operai e teorici, fra cui i nomi più rilevanti sono quelli di Pierre Leroux, Etienne Cabet, Louis Blanc, ecc.] contro la borghesia conservatrice e radicale, senza per questo rinunciare al diritto d’un contegno critico verso le frasi e le illusioni provenienti dalla tradizione rivoluzionaria”.

La stessa insofferenza per il repubblicanesimo francese emerge in modo palese nella narrazione del 1848 parigino: per Marx si tratta della chiara dimostrazione del carattere meramente ideologico delle “frasi e illusioni” della tradizione rivoluzionaria:

Dal 4 maggio, non dal 25 febbraio, data la repubblica, vale a dire la repubblica riconosciuta dal popolo francese; non era più la repubblica che il proletariato parigino aveva imposto al governo provvisorio, non era più la repubblica accompagnata da istituzioni sociali; non era più l’immagine di sogno balenata davanti agli occhi dei combattenti delle barricate. La repubblica proclamata dall’Assemblea nazionale, la sola legittima, non era un’arma rivoluzionaria contro l’ordine borghese, ma piuttosto la ricostruzione politica di questo, la restaurazione politica della società borghese, in una parola, era la repubblica borghese.1

Non senza richiamare l’attenzione sull’espressione “la sola legittima” del testo appena citato, propongo altri tre brevi passaggi che ritmano la narrazione di Marx, nel seguito del capitolo, martellando sul carattere illusorio del repubblicanesimo francese e sul processo di disillusione:

E noi abbiamo veduto come la repubblica di febbraio in realtà non fosse e non potesse esser altro che una repubblica borghese.

Essi [gli operai] risposero il 22 giugno con la terribile insurrezione in cui venne combattuta la prima grande battaglia tra le due classi in cui è divisa la società moderna. Fu una lotta per la conservazione o per la distruzione dell’ordine borghese. Il velo che avvolgeva la repubblica fu lacerato.

I rappresentanti ufficiali della democrazia francese erano prigionieri dell’ideologia repubblicana a tal punto che solo alcune settimane dopo incominciarono a intuire il senso della lotta di giugno. Essi erano come storditi dal fumo della polvere in cui andava dileguando la loro repubblica fantastica.

La primavera del 1848 è la progressiva presa di coscienza e, di conseguenza, presa di distanza dall’illusione repubblicana. Vi è un duplice disvelamento: la repubblica si rivela borghese, la borghesia rivela la natura ultima della dominazione sociale, la struttura economica. È tenendo conto di questa prospettiva che si può cogliere il senso del testo di Marx: non solo descrivere i conflitti sociali in Francia, ma mostrarne il ruolo storico. Con la guerra civile del giugno parigino, lo scontro fra borghesia e proletariato si fa aperto. Immediato, nel senso di non più mediato dagli orpelli politici.

Ovviamente il discorso si sviluppa sul filo della contraddizione: la lotta è ormai aperta, pura, non più nascosta da infingimenti ideologici. Ma non del tutto, anzi ben poco. Vi è ancora un pesante velo, dietro cui è Marx stesso che ci permette di vedere.

L’interpretazione marxiana ha influenzato molte letture del 1848. Per sintetizzare, sottolineo un punto problematico: l’idea della natura ultima che si svelerebbe. Da una parte si presume una sorta di esistenza oggettiva degli interessi di classe di cui una classe data prende coscienza (come se le classi non si componessero nei processi storici conflittuali – e storici significa insieme sociali, politici, culturali, economici ecc. – come un altro Marx insegna), dall’altra si liquida come accessorio (e illusorio) il livello politico. Livello politico che invece appare centrale in quei conflitti.

A ben osservare, la primavera del 1848 non appare affatto come un processo di messa in discussione del repubblicanesimo; del resto, lungo tutta la prima metà dell’Ottocento, e probabilmente anche molto più a lungo, il paradigma repubblicano è il principale strumento attraverso cui si pensano in Francia il socialismo e l’emancipazione operaia: emancipazione pensata appunto come abolizione della condizione proletaria (abolizione del proletariato, nel linguaggio dell’epoca) nel quadro di una repubblica democratica e sociale (per riprendere la formula quarantottesca). Suffragio universale ed eguali diritti, autorità legittima e coordinatrice e autogoverno locale e di mestiere. Se si considera questo orizzonte, cioè la repubblica che dovrebbe essere e sarà, i fatti di giugno non appaiono come un’insurrezione contro la “sola repubblica legittima”, la repubblica borghese. Ma, appunto, come la difesa di ciò che dovrebbe essere.

La questione della legittimità è importante, e Marx lo sa bene quando sarcasticamente attribuisce l’unica possibile legittimità alla repubblica borghese, non perdendo l’occasione per fustigare quelle che per lui non sono che anacronistiche illusioni francesi. In realtà, sebbene si manifesti anche in maniera radicale l’opposizione al governo provvisorio prima e poi anche all’assemblea eletta a suffragio universale (elezioni di cui si contesta l’eccessiva rapidità e l’insufficiente preparazione, ma mai la validità), nonché alle vecchie classi dominanti che non accettano il nuovo mondo e la necessità di una propria fine, nella primavera del 1848 non si contesta la legittimità del nuovo regime. E anche nel giugno ciò a prevalere di gran lunga è lo spettro del ritorno alla monarchia.

Ricordo per inciso che vi è un solo momento in cui viene dissacrato un luogo repubblicano: la violazione dell’Assemblea nazionale il 15 maggio. Tutte le ricostruzioni insistono sulla grande confusione in cui si consuma il momento della cosiddetta invasione; poche però ricordano un fatto fondamentale nel momento in cui bisogna interpretare quella giornata. Se la manifestazione ha come parola d’ordine principale la solidarietà alla Polonia, vi è anche un altro punto che sta a cuore ai manifestanti: l’abolizione, appena tre giorni prima, da parte dell’Assemblea, della possibilità dei club di portare direttamente in aula una petizione. Il motivo iniziale dell’irruzione all’Assemblea è infatti quello di rivendicare il diritto, di tradizione rivoluzionaria, di leggere la petizione sulla Polonia ai rappresentanti del popolo. In questione non è la legittimità dell’Assemblea, ma il rapporto fra questa e il popolo di Parigi (investito fin dalla prima Repubblica di un diritto-dovere di controllo e stimolo e che riemerge con forza fin dalla rivoluzione di febbraio) o, in altri termini, l’equilibrio fra le diverse forme di rappresentanza-rappresentazione del popolo. Non si tratta ovviamente di teorie finemente argomentate, ma di visioni in tutto e per tutto politiche e repubblicane, in cui si esprimono concezioni diffuse della legittimità e del popolo sovrano (diversamente articolate nei differenti contesti sociali, e ben presenti anche nelle classi lavoratrici).

Insorti senza insurrezione

Torniamo alla questione dell’insurrezione. In un primo momento, sebbene in modo piuttosto sommario, è utile riassumere le concezioni dell’insurrezione nelle riflessioni politiche teoriche repubblicane scritte negli anni che precedono il 1848 e sotto la repubblica. Sarebbe totalmente insensato non prendere in considerazione l’esistenza di una varietà di posizioni e pensieri politici o ridurre le posizioni esistenti alle tracce scritte. Vi sono persone che hanno scritto e persone che non hanno scritto, vi sono cose che si scrivono e cose che non si scrivono. Eppure mi pare un elemento di una certa rilevanza il fatto che dalla fine degli anni Trenta si diffonda un pensiero repubblicano nuovo che, ereditando le esperienze, le speranze e i presupposti teorici del sansimonismo democratico, costituisce il nucleo dei movimenti che prendono a definirsi socialisti. Si tratta in effetti di una trasformazione di prospettiva di notevole portata: il discorso dei diritti si sovrappone a un nuovo modo di pensare la società e la storia, una prospettiva che fa della dinamica sociale il centro stesso della trasformazione storica e della possibilità di eguaglianza. La promessa di una giustizia sociale è allora immanente alla storia e la realizzazione di un nuovo mondo si constata e si opera nel movimento sociale. Si rovescia il rapporto fra trasformazione sociale e potere politico: l’esistenza di una minoranza che impone un proprio (falso) ordine dall’esterno non sembra che essere una vestigia del passato. L’ordine a venire, meglio, la repubblica a venire, fondata sul suffragio universale, marcherà la fine di questa separazione fra movimento sociale e potere politico, fra società e stato (orizzonte, sia detto per inciso, totalmente condiviso da Marx nei manoscritti del 1844 e 1845). In questa armonizzazione e integrazione a venire, il diritto di insurrezione non ha motivo di esistere. Anche qualcuno come Pierre Leroux, pur prevedendo per il popolo le funzioni di “consigliare, giudicare e sorvegliare lo Stato”, non farà menzione alcuna del diritto d’insurrezione nel proprio progetto di Costituzione. L’assenza è tanto più significativa che nella Costituzione del 1793, considerata un punto di riferimento per i repubblicani del tempo, si leggeva: “Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è, per il popolo e ogni porzione di popolo, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri” (art. 29) e “Assoggettare a delle forme legali la resistenza all’oppressione è la raffinatezza finale della tirannia” (art. 33).

Non solo vi è la messa in discussione del diritto di insurrezione nella repubblica democratica, ma vi è anche una diffusa riflessione critica, negli ambienti del socialismo repubblicano, sulle pratiche insurrezionali come socialmente e politicamente inutili e controproducenti. L’insurrezione crea divisione, porta un’accelerazione che sfasa i tempi della società da quelli del potere politico, favorisce gli ambiziosi e gli arrivisti. Il rigetto di questo volontarismo politico non è solo una riflessione astratta, ma incentiva altre forme di militanza, incentrate sulla parola, sulla stampa, sulle letture, sui banchetti.

Il caso estremo è quello di Etienne Cabet, leader della più vasta organizzazione socialista alla metà degli anni Quaranta. Cabet si convince dell’impossibilità di poter costruire una società democratica in un contesto di accentuazione del conflitto; se ne convince al punto da ripiegare sull’unica soluzione logicamente accettabile: costruire una nazione da zero, in America. Organizza allora la spedizione in Icaria che non vuole affatto essere un esperimento utopico su piccola scala, ma l’inizio di una società nuova con centinaia di migliaia di emigranti dalla Francia.

In questo contesto ideologico scoppia una rivoluzione inattesa che spiazza i repubblicani di tutte le tinte, infonde entusiasmo e impone nuove sfide. Si è in un clima in cui, è bene ribadirlo contro numerose narrazione storiografiche, d’orientamento politico diverso e opposto, le componenti legate al vecchio insurrezionalismo (a Blanqui per intenderci) sono marginali. Resta però il ben più complesso compito di capire le altre idee diffuse, oltre a quelle che hanno lasciato tracce scritte. Impresa difficile se non impossibile. Quale l’idea d’insurrezione? Quale, per esempio, il ruolo e il significato delle barricate? Barricate che, nell’iconografia del tempo, sono rappresentate quasi sempre senza avversari, simbolo dell’unità di un popolo che prende in mano il proprio destino.

Mi limito a richiamare l’attenzione su un grande lavoro sviluppato da Louis Hincker a partire dai vastissimi materiali archivistici legati ai processi agli “insorti” del giugno2. Lo storico francese mette in luce la progressiva delegittimazione della figura che chiama del “cittadino-combattente”. Mostra cioè come un insieme di pratiche legate direttamente o indirettamente alla partecipazione in armi alla (difesa della) repubblica vengano, nel corso travagliato della seconda Repubblica, via via trattate e percepite come illegittime. Al vecchio principio secondo cui la libertà in e di una Repubblica si fonda sulle milizie popolari e quindi sui cittadini armati, pronti a resistere all’usurpatore (principio che anima anche il celebre secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti), si sostituisce l’assunzione delle funzioni di polizia e tutela dell’ordine da parte dello Stato. Le giornate del giugno 1848 costituiscono una tappa delicata e importante di questo processo. E a leggerle in quest’ottica si può cogliere il senso di una presa d’armi in difesa di ciò che dovrebbe essere, una presa d’armi che non sa esattamente come affermare la propria legittimità e in che direzione procedere, poiché si ritrova contrapposta a ciò che è e che è diverso da ciò che dovrebbe essere.

“Difendere la Repubblica che si crede attaccata significa insorgere? Bisogna evidentemente intendersi sul senso che l’uomo del popolo attribuisce alla Repubblica” scrivono giustamente Laurent Clavier, Louis Hincker e Jacques Rougerie3. E bisogna farlo prendendo anche in conto il carattere politico del concetto di repubblica: carattere che ne fa un concetto intrinsecamente polisemico, motivo cioè di conflitto e di ricomposizione.

Opporsi a ciò che è, difendere ciò che dovrebbe essere

Cercare di capire il giugno 1848 significa allora non leggerlo come il disvelamento ultimo della vera natura del conflitto, ma osservare la pluralità di dimensioni del conflitto e delle identità di classe. Significa, in altri termini, prendere in considerazione la complessità contraddittoria insita nelle dinamiche politico-emotive delle società democratiche, delle società in cui la legittimità è ricondotta al popolo, entità idealmente unitaria ed empiricamente divisa. Lungi dall’essere un limite, il segno di un’incompiutezza, questo scarto è strutturale, insuperabile. Questo scarto è anche la possibilità di un conflitto (di una lotta di classe), di una dinamica di rivendicazione potenzialmente costante in cui la legittimità delle istituzioni (non solo e non tanto la legittimità di diritto, ma la legittimità di fatto, il riconoscimento di un quadro politico-legale cui appellarsi, con cui rivendicare ciò che dovrebbe essere) convive con una critica o un’opposizione sempre possibile, sempre viva, di fronte alla realtà contingente di quelle istituzioni, in nome dei principi e dei valori di quelle stesse istituzioni (la libertà, l’uguaglianza, la fratellanza).

Cosa volevano quegli uomini e donne che nel giugno del 1848, all’ennesimo segno di chiusura all’evoluzione democratica e sociale della repubblica, presero le armi, spesso con i compagni della Guardia nazionale, democratizzata nel marzo e che risponde alla funzione di inquadramento dei cittadini-armati?

Nelle loro scelte convergevano motivi, sentimenti, volontà molto diversi, e non cercherò di individuarli e analizzarli ora. Quel che mi interessa discutere qui è un metodo, che mi sembra necessario: quello di cercare le ragioni senza schiacciarle su posizioni univoche, su un pro o contro la repubblica (borghese). La necessità di coglier quei motivi insieme alle loro tensioni e contraddizioni.

Un’analogia orienta la mia lettura. Conosco i limiti delle analogie in storia, ma è inutile d’altra parte negare che si pensa (anche) attraverso analogie. Meglio allora esplicitarle che occultarle. L’analogia che mi s’impone è quella con la storia della repubblica italiana.

Ormai oltre una ventina di anni fa ho avuto la fortuna di conoscere bene dei partigiani comunisti in un quartiere della periferia sud milanese. Li ho potuti ascoltare in contesti molto diversi: durante le celebrazioni ufficiali intorno al 25 aprile, in momenti informali in cui sono possibili i ricordi fra compagni.

Vi erano due tipi di racconti molto diversi, per linguaggio e per emozioni dominanti. Un discorso lineare: la Resistenza come momento di incubazione della Repubblica, “la Costituzione nata dalla Resistenza”. La Liberazione segna la rottura, il prima e il dopo, è il momento di unità nazionale. La Costituzione antifascista va difesa dal pericolo potenziale o incombente di un ritorno al passato o di un nuovo fascismo.

Un discorso meno lineare in cui l’eroismo della vittoria si inspessisce dei racconti sofferti di una guerra civile, di divisioni e di tensioni; quel diciotto aprile; i chiodi a tre punte prodotti di nascosto per le imboscate alle colonne tedesche sono gli stessi, prodotti sempre di nascosto in fabbrica, usati poi per fermare i camion della celere di Scelba. In questo racconto nessuno sminuisce l’importanza della Liberazione, la nuova Repubblica era un divenire aperto su evoluzione e involuzioni: speranza di una rivoluzione a venire, paura di un colpo di stato. Le armi nascoste in un posto ormai probabilmente dimenticato, per difendere ciò che dovrebbe essere, la repubblica conquistata contro fascisti, savoia e tedeschi, una repubblica democratica e quindi (destinata a essere) socialista.

Sarebbe erroneo ridurre i due discorsi a un discorso ufficiale e un discorso segreto, a un discorso pro forma e un discorso sincero. In registri diversi, i due sono altrettanto “sinceri”, e sono intrinsecamente politici – non solo nel senso banale di segnati da una strategia politica (di una dimensione retorica-strumentale), ma anche e soprattutto nel senso che sono animati dall’irriducibile tensione fra il riconoscimento come propria di un’istituzione politica per cui si è combattuto e l’opposizione alle sue forme presenti. Tensione irrisolvibile che finisce per spostare l’attenzione sui rischi dei “ritorni”, su definizioni quali “apparati deviati”, ecc. Tensione che possiamo ancora una volta riassumere nella volontà paradossale di difendere ciò che dovrebbe essere.

È attraverso l’idea di questa paradossale volontà di difendere ciò che dovrebbe essere che credo si possano cercare di capire i tanti, diversi, divergenti significati dati a quella presa d’armi nel giugno del 1848 in cui il primo socialismo fu finito.

  1. Le lotte di classe in Francia – capitolo primo “La disfatta di giugno” – sottolineature nell’originale. []
  2. Louis Hincker, Citoyens-combattants à Paris 1848-1851, Presses Universitaires du Septentrion, Villeneuve d’Ascq 2008. []
  3. Laurent Clavier, Louis Hincker, Jacques Rougerie, Juin 1848: l’insurrection, in 1848, Actes du colloque international du cent cinquantenaire, tenu à l’Assemblée nationale à Paris, les 23-25 février 1998, sous la dir. de Jean-Luc Mayaud, Créaphis, Paris 2002, pp. 123-140, disponibile online []

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